giovedì 25 marzo 2010

Marrazzo, svolta sul pusher "Ucciso da un carabiniere"

di Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi

ROMA - Nell'affaire Marrazzo, ora, c'è un uomo accusato di essere un assassino. E indossa l'uniforme dei carabinieri. È il maresciallo Nicola Testini, il sottufficiale che pianifica e conduce il ricatto sessuale che travolgerà l'allora Governatore del Lazio. Il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo e il sostituto Rodolfo Sabelli procedono nei suoi confronti per omicidio volontario. Convinti di aver raccolto prove sufficienti a indicarlo come l'uomo che, nella notte tra l'11 e il 12 settembre del 2009, consegna un letale "speedball" di eroina purissima a Gianguarino Cafasso, il "pusher" delle trans che incrociano tra via Gradoli e via Due Ponti. Ma, soprattutto il complice e il custode dello strumento di quel ricatto: un video di 2 minuti e 38 secondi girato il pomeriggio del 3 luglio in via Gradoli 96, quando Marrazzo viene sorpreso nell'appartamento dell'amica Natali.

Una storia che conta già due morti (la transessuale brasiliana Brenda e Cafasso) e che solo l'apparenza indicava come entrata in sonno (dei quattro carabinieri arrestati nell'ottobre del 2009 e accusati del ricatto, sono oggi ancora in carcere solo Luciano Simeone e Carlo Tagliente. Mentre sono tornati in libertà Antonio Tamburrino e Testini) prende dunque un nuovo giro. Se possibile ancora più nero. Che cambia di segno la qualità del ricatto di cui Piero Marrazzo fu vittima e dice qualcosa di più e di diverso su chi ne è stato sin qui indicato come l'artefice. Il maresciallo Testini, appunto. Il sottufficiale di origini pugliesi figlio di una famiglia di carabinieri, dalla carriera lustra di encomi eppure, a quanto sostiene ora la Procura con le sue nuove imputazioni, capace di nascondere per molto tempo alla sua catena gerarchica il lato nero del suo vero "lavoro". "Ricattatore", "assassino" e "rapinatore" saltuario con i suoi compari Simeone e Tagliente delle "trans" e dei loro clienti.


Ad accusare Testini della morte di Cafasso è Jennifer, un'altra delle transessuali che hanno per mesi occupato il proscenio di questa storia. Jennifer è l'ultima a vedere Cafasso vivo la notte tra l'11 e il 12 settembre 2009. Divide con lui la stanza "406" del "Romulus", albergo sulla via Salaria dove i due hanno preso alloggio il 27 agosto. In quella stanza d'albergo Jennifer vede Cafasso tirare lo "speedball" che lo uccide. Ma quel che più conta, Jennifer sa, per esserne stata testimone qualche ora prima, che Cafasso ha ricevuto quella dose killer di eroina dalle mani del maresciallo Testini. La consegna - racconta la trans ai pm che la interrogano nel novembre dello scorso anno - è avvenuta a Saxa Rubra, quartiere lungo la via Flaminia. "Come accaduto molte altre volte". Perché Testini - si scopre ora - di Cafasso era diventato anche il pusher.

Jennifer dal giorno della sua deposizione (i cui contenuti erano stati sin qui dissimulati, lasciando filtrare che a consegnare lo "speedball" a Cafasso fosse stato un non meglio identificato "pusher nordafricano") vive sotto protezione. E la sua testimonianza ha trovato delle conferme ritenute cruciali. Le analisi tecniche condotte dal Ros dei carabinieri hanno infatti accertato che la sera dell'11 settembre 2009, in un orario coincidente con i ricordi di Jennifer, i cellulari di Testini e Cafasso parlano tra di loro (lo documentano i tabulati) e, soprattutto, ad un certo punto vengono agganciati dalla stessa cella di Saxa Rubra. Senza contare che riscontri sarebbero stati trovati anche alle indicazioni sul luogo dell'incontro. Abbastanza per accreditare l'attendibilità della transessuale. Abbastanza per concludere che quella dose venne "tagliata" da Testini per uccidere. Nella certezza che Cafasso, un cocainomane obeso e diabetico, non solo non avrebbe mai potuto dubitare di ciò che si preparava a tirare (credeva che quella polvere bianca fosse cocaina e si fidava del carabiniere che gliela spacciava). Ma non avrebbe mai potuto sopravvivergli. Di più: nella certezza che nessuno avrebbe prestato attenzione alla morte in una camera d'albergo di un tipo come Cafasso, archiviandola dunque per quel che appariva. Un'overdose di cocaina (e non di eroina, come invece avrebbero dimostrato il supplemento di analisi disposte sul cadavere dalla Procura).

Per altro, al netto di ciò che racconta Jennifer e documentano gli accertamenti tecnici, a complicare la posizione di Testini sono i tempi della morte di Cafasso e la ricostruzione del verosimile movente del suo assassinio. Nella vicenda Marrazzo, il settembre del 2009 è infatti un mese cruciale. Per quel che la Procura ha sin qui ricostruito, è a settembre che Cafasso "scopre" di essere stato estromesso dalla trattativa che i quattro carabinieri vanno conducendo da oltre due mesi per piazzare i 2 minuti e 38 secondi del video girato il 3 luglio in via Gradoli, durante l'irruzione posticcia dei militari Simeone e Tagliente. Cafasso, che per primo ha cercato senza successo di vendere quel filmato al quotidiano "Libero" per 500 mila euro, non fa infatti più parte degli accordi che Testini e i suoi tre compari si preparano a stringere con l'agenzia di Milano "Photo Masi" (60 mila euro). E comunque deve restare fuori dall'asta che su quelle immagini si scatenerà tra la Mondadori, "Libero" e lo stesso Marrazzo (avvertito da Berlusconi). Insomma, è diventato un ingombro. Di cui liberarsi in fretta. Anche perché Testini sa - la Procura a questo punto ne è convinta - che se qualcosa dovesse andare storto Cafasso tornerà utile come formidabile alibi. Da morto, i carabinieri gli potranno infatti accollare non solo la responsabilità di aver concepito il ricatto a Marrazzo, ma di averne anche girato il video.

Una versione, questa, su cui Testini, Simeone, Tagliente e Tamburrino si sono attestati dal giorno del loro arresto. E che ora crolla. Non per la nuova accusa di omicidio nei confronti di Testini, ma perché uno dei due carabinieri presenti il 3 luglio in via Gradoli, Carlo Simeone, ammette a questo punto di essere stato lui a girare il video all'interno dell'appartamento (lo ha fatto in un interrogatorio con i pm della scorsa settimana). Per Testini, un altro grosso guaio.

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