venerdì 19 marzo 2010

Ma non era meglio se pagavo l'ICI?


di Felicia Masocco

Centralista oggi, federalista più in là. Con buona pace della Lega e del fumo gettato negli occhi di un Nord col mal di pancia, la politica dell’attuale governo è stata finora connotata da un forte centralismo. L’esempio più lampante è quello dell’Ici: abolita a livello nazionale anche a coloro che potevano permettersi di pagarla, ha tolto risorse ai Comuni. Ma per evitare che le municipalità dichiarassero bancarotta, il governo centrale ha dovuto «compensarle» con 3 miliardi e 300 milioni di euro. Si pensi poi al proliferare di società private a capitale pubblico che svolgono a livello centrale funzioni un tempo locali. Oppure alla nascita degli organismi straordinari: vedi Protezione Civile spa. A fare le pulci a federalismo de noantri è uno studio del gruppo parlamentare del Pd, un Libro bianco intitolato «Federalismo a parole».

L’esenzione della prima casa dal pagamento dell’Ici ha portato una perdita di gettito pari al 23,35% nel 2008, cioè poco meno di un quarto delle entrate da questa voce che per moltissimi comuni era determinante. «E un esito davvero paradossale, per un governo egemonizzato dalla Lega, è che il calo maggiore di gettito si è avuto nei comuni del Nord», si legge. Distorsioni a parte, resta il fatto che il governo centrale ha dovuto metterci una toppa che per il 2008 è stata di 3.364 milioni. E dovrà «compensare» anche il 2009 anche se il «risarcimento» non potrà essere totale, quindi i Comuni dovranno o stringere la cinghia o tassare a loro volta. «È la beffa che si aggiunge al danno - è il commento dei parlamentari Pd - perché in ballo non c’è solo la perdita di risorse da parte dei Comuni, ma anche il vulnus alla loro autonomia finanziaria. Si vedono sottrarre le entrate per loro più importanti salvo poi essere “compensati” secondo discrezionalità statale».

Un capitolo è dedicato allo scippo, ai danni del Sud, dei fondi per lo sviluppo (Fas). Il governo Prodi aveva stanziato oltre 64 miliardi per il periodo 2007-2013, l’85% destinato al Sud secondo una tradizionale ripartizione. Dovevano servire a promuovere lo sviluppo nelle aree più in difficoltà. Invece prelievo dopo prelievo, il governo Berlusconi ha attinto dal Fas come da un bancomat, per le spese più diverse. Solo nel 2008, 13 miliardi sono stati stornati per ripianare il disavanzo del comune di Catania (140 milioni), per le agevolazioni ai terremotati di Umbria e Marche (55 milioni) per i rifiuti in Campania (690 milioni) e via dicendo.

Rifinanziato e riprogrammato, il Fas subisce un’ulteriore centralizzazione di risorse nel marzo 2009: un’operazione che in teoria avrebbe dovuto finanziare interventi anti-crisi; in pratica ha sospeso una serie di interventi già programmati dal ministero per lo Sviluppo. «Siamo di fronte al gioco delle tre carte - si legge nel Libro bianco - non ci sono risorse aggiuntive ma solo una diversa ripartizione di risorse pubbliche già stanziate e investimenti privati già risolti». In pratica il governo Berlusconi ha ridotto drasticamente le risorse stanziate dal governo Prodi e ha utilizzato la quota nazionale (25,4 miliardi) per scopi differenti rispetto agli obiettivi originari. Semplificando, sono state colpite fortemente le politiche regionali di sviluppo, in particolare nel Mezzogiorno. Sempre in nome del federalismo.

«È uno stato parallelo e nascosto: in house non va bene per i comuni, ma va benissimo per i ministeri». Con questa sintesi il dossier introduce un fenomeno che, riveduto e corretto, ha un forte sapore di Prima Repubblica. A furia di emergenze ecco avanzare soggetti a cui vengono conferiti poteri straordinari, centralizzando funzioni che prima erano esercitate a livello locale. Una tendenza che fa il paio con l’altra di ricorrere a società private a prevalente capitale pubblico (facenti capo al ministero dell’Economia) alle quali vengono affidati compiti sempre più ampi «serventi» le amministrazioni.

La «Protezione civile Spa» stava mettendo insieme l’una e l’altra cosa. Ma si può citare anche la società Arcus del ministero per i Beni culturali, capofila di quelle che programmano e gestiscono il trasferimento, a soggetti pubblici o a enti territoriali, di risorse per sostenere le loro attività. È «un federalismo al contrario - si legge -. Le amministrazioni centrali non solo non si riducono o assottigliano, ma si espandono». Commissioni e Autorità nascono come funghi «mentre tutto il malfunzionamento della macchina pubblica viene rigettato su comuni, province e regioni».

unita.it


Nessun commento: