mercoledì 10 marzo 2010

In Rai gli ascolti affondano

Tribune elettorali, aiuto! In Rai gli ascolti affondano
Fuga dai dibattiti, Minzolini perde 500 mila spettatori

di Carlo Tecce

Par condicio
, danni collaterali. Il telecomando ha votato: se la Rai spegne l'informazione, i cittadini cambiano canale. Le ingessate tribune elettorali sono un corpo estraneo impiantato per ordine e – causa crisi di rigetto – appena i politici compaiono in video, l'italiano scompare. Scappa.
La molteplice sospensione per un mese – Annozero, Porta a Porta, Ballarò e l'Ultima parola – ha consegnato l'esclusiva delle notizie ai direttori dei tg, ad Augusto Minzolini.
Al telegiornale che confonde un'assoluzione con una prescrizione, che collauda le case de L’Aquila per raccontare l'inchiesta sugli appalti, che ospita monologhi a telecamera fissa. I dati Auditel sono neutri (e feroci).

Due lunedì a confronto per il Tg1: 1 marzo (inizio del bavaglio) e 8 marzo, circa 520 mila spettatori in meno. Più precisi: 7,388 milioni contro 6,869.
Giustificazioni: calo fisiologico, campione ristretto, coincidenza. Eppure la vasta comunità orfana di Bruno Vespa e Michele Santoro, scippata dei programmi serali, poteva rifugiarsi nei telegiornali, unica finestra sui fatti del giorno. La tendenza conferma la teoria: più 150 mila per il Tg2 di Mario Orfeo (che criticava la par condicio), cifre invariate per il Tg3 di Bianca Berlinguer. Nella corsa senza con-correnti, a reti unificate, perde soltanto Minzolini.

Gli scommettitori avrebbero quotato zero (o virgola) il crollo del Tg1 in solitario, quote peggiori per la prevedibile disfatta delle tribune elettorali: i contenitori di una manciata di minuti, sparsi qui e lì nei palinsesti, per rispettare il sacro nume della par condicio.
Aspettando i comizi a microfono aperto, guai a filtrare un discorso del candidato con un giornalista, la Rai propone minuscoli spazi: dodici al giorno, divisi tra i canali generalisti. La corrida inizia all'alba, addirittura alle 6,27 su Rai Uno: 160 mila spettatori scarsi, 10 per cento di share, la metà del 'treno' che lancia Unomattina.

La comunicazione politica dura da 90 secondi a quasi 4 minuti, nemmeno il tempo necessario per rendersi conto di chi, come e perché stia parlando. Nemmeno il tempo necessario per agguantare il telecomando e zittire la propaganda molesta.
Una medaglietta per i riflessi spetta, però, ai 600 mila italiani che, finito il Tg1 Economia (erano in 2,25 milioni), corrono altrove per raggirare il comizio (visto da 1,660 milioni).
Altro esempio. Mancano pochi minuti alle 14, su Rai Tre è l'ora dei telegiornali regionali, all'improvviso spunta l'ennesima tribuna: panico collettivo, resistono in 600 mila. Tre momenti tre, e per la cronaca da Trieste a Palermo sono in 3 milioni.
La politica da piazza rovina l'ascolto medio della Rai, sia chi segue sia chi precede le tribune. Le percentuali di share sono da brivido: il 4 per cento è un miraggio su Rai Tre, alle 10 su Rai Due si fermano al 2,94% (120 mila spettatori). Morale della favola: il gusto di chi guarda è personale, la censura ideata e proposta da Mauro Masi brucia capitale economico (soldi pubblici) e sociale.

Il direttore generale ha sventolato le precisazioni della Sipra (concessionario di pubblicità): “Nessun danno nel bilancio, le inserzioni slittano”. Come se le notizie potessero slittare e, trascorso un mese di buio, il risveglio fosse calmierato da una reclame sull'acqua diuretica. E così la gente comune scalpita, le associazioni Altroconsumo e Cittadinanzattiva hanno depositato un ricorso al Tar del Lazio contro la delibera del Cda Rai. Altro colpetto basso al pluralismo dell'azienda pubblica, condiviso da Mauro Masi e Alberto Maccari (responsabile servizi regionali): il prossimo 3 maggio, dagli studi di Napoli, interrompono la produzione di Neapolis, fascia quotidiana di Rai Tre sulle nuove tecnologie.

il Fatto Quotidiano

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