martedì 30 marzo 2010

Il centro-destra vince, ma Berlusconi non ride

di Peter Gomez

Sulla carta la vittoria è netta. Anche se è arrivata sul filo di lana. Ai pressoché scontati primati in Lombardia, Veneto, Campania e Calabria la maggioranza ha aggiunto i successi (per soli 40mila voti) in Lazio e Piemonte. Con un bouquet di 6 regioni in mano il premier Silvio Berlusconi appare così molto forte. Quanto lo sia realmente, però, lo capiremo solo tra qualche settimana.
Passata la sbornia elettorale è inevitabile che qualcuno nel centro-destra si renda conto di tre fatti. Il primo: nel nord è solo la Lega a trionfare. Il secondo: il Pdl perde un mare di voti ovunque, tanto che ora ha difficoltà ad arrivare al 27% (era al 33,3 nel 2008). Il terzo: nessuno dei sei candidati eletti ieri può essere considerato un vero berlusconiano.

Insomma quel plebiscito sulla propria persona, che il Cavaliere invocava come una sorta di giudizio di Dio da contrapporre agli scandali giudiziari e alle trasmissioni televisive "da chiudere", non c'è stato. Dio (anzi il 35 per cento degli elettori) è rimasto a casa. E come spesso accade il centro-destra ha dato la sensazione di vincere più per la pochezza degli avversari che per i propri meriti.
Se questo è il quadro c'è da scommettere che tra qualche giorno ci ritroveremo con un Pdl come al solito squassato dagli scontri interni. Anche perché Berlusconi ha fretta. I processi di Milano incombono. Ma il presidente Giorgio Napolitano non ha ancora controfirmato la norma (incostituzionale) sul legittimo impedimento ideata per bloccarli.

Sulla giustizia il Cavaliere deve quindi intervenire subito. L'unico accordo finora raggiunto con i finiani è però quello per l'approvazione definitiva della legge (bavaglio alla stampa) sulle intercettazioni telefoniche. Che è abbastanza per far evaporare molte notizie e inchieste sgradite, ma che è troppo poco per fermare i dibattimenti. Servono altri interventi. Altri articoli del codice (o peggio della Costituzione) da cambiare. Ma intanto la crisi economica non finisce, la disoccupazione sale e, anche nel centro-destra vittorioso, la voglia di fronda aumenta.

il Fatto Quotidiano

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