giovedì 4 marzo 2010

"I servizi nel patto mafia-Stato". Ciancimino jr riconosce 2 agenti

di Attilio Bolzoni

PALERMO - L´intrigo non era una favola: lo Stato, un pezzo di Stato, ha negoziato con Cosa Nostra dopo l´uccisione di Falcone. Oggi hanno una faccia alcuni uomini degli apparati che sono scesi a patti con Totò Riina. E hanno anche un nome. Dal silenzio più profondo e dal mistero più protetto salgono le prime voci e si materializzano i primi volti. Tutto quello che veniva sempre negato, tutto quello che restava solo un indistinto sospetto, sta lentamente affiorando dal passato di Palermo. C´è un generale dei carabinieri che difende se stesso, ma intanto fa capire che qualcun altro trattò con i boss. E c´è il figlio del sindaco mafioso Vito Ciancimino che ha riconosciuto gli spioni in combutta con suo padre. Fra una bomba e l´altra, cospiravano insieme.

La storia della trattativa con Cosa Nostra al tempo della morte di Giovanni Falcone di Paolo Borsellino si disvela e si complica. Si disvela perché arrivano le prime ammissioni più o meno indirette e le prime identificazioni degli uomini degli apparati legati ai capimafia, si complica perché la scena del patto fra Cosa Nostra e Stato si popola di tanti altri personaggi. Se fino a qualche mese fa sembrava che soltanto Mario Mori, generale dei carabinieri in congedo, ex direttore del servizio segreto civile, ex vice comandante dei reparti speciali dell´Arma, fosse il protagonista – con l´ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino – di quegli incontri dell´estate 1992 per «accordarsi» con i Corleonesi. Oggi non è più un azzardo ipotizzare che molti uomini delle istituzioni erano in trattativa con la mafia delle stragi.

Ci sono stati due colpi di scena, ieri, al processo di Palermo dove il generale Mori è imputato per avere favorito la latitanza infinita di Bernardo Provenzano in cambio della «testa» di Riina: il suo arresto. Il primo è arrivato da Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. L´altro dallo stesso generale, che ha consegnato al Tribunale un memoriale di cinquantasette pagine dove smentisce un suo ruolo nel negoziato ma lancia un messaggio: «Non eravamo noi quei soggetti che potevano vantare autorità tale da potere gestire una trattativa della delicatezza, segretezza ed importanza di quella che aveva mediato Ciancimino». Se non erano loro, i carabinieri del Ros, evidentemente c´era qualcun altro a barattare e a fare commercio con Cosa Nostra. È la prima volta che il generale è stato, a suo modo, così esplicito.
E quel qualcun altro - dopo il diluvio di rivelazioni delle scorse settimane sui segreti e sugli orrori di Palermo – lo ha indicato proprio il giovane Ciancimino rispondendo alle domande di avvocati e giudici: «Sì, ho fatto alcuni riconoscimenti fotografici».

I procuratori di Caltanissetta e di Palermo gli hanno messo sotto gli occhi un paio di album fotografici, i ritratti di decine di agenti segreti in servizio in Sicilia fra le due stragi del 1992. E, lui, ne ha riconosciuti due o forse anche tre. Uno a Caltanissetta, alla fine di luglio del 2009 durante un interrogatorio con il procuratore capo Sergio Lari. È un uomo che nei verbali di Massimo Ciancimino veniva sempre stato chiamato «il capitano». È lo stesso uomo che quando - il giorno di Ferragosto del 2005 - Massimo Ciancimino era agli arresti domiciliari è andato a trovarlo nel suo appartamento facendogli omaggio di «alcune aragoste». È lo stesso uomo che qualche mese fa – dopo che il figlio dell´ex sindaco aveva cominciato a parlare con i magistrati – si è intrufolato nella sua casa di Bologna per «avvertirlo» che doveva stare zitto. Il «capitano» è un agente che per tanti anni – così ha raccontato Ciancimino junior – faceva da autista a quel misteriosissimo «Carlo» o «signor Franco» che sembra, sempre di più, il personaggio chiave di tutta questa vicenda di scambi e di favori fra mafia e Stato dalla morte di Falcone a quella di Borsellino. Questo «Carlo» o «signor Franco» è l´agente speciale che per almeno tre decenni ha fatto da «consigliori» a Vito Ciancimino, quello che ha avuto fra le sue mani il «papello» di Totò Riina (le richieste del boss per fermare le stragi), quello che avrebbe garantito l´impunità perenne a Bernardo Provenzano rimasto latitante per quarantatré anni.

Il secondo uomo degli apparati riconosciuto dal figlio dell´ex sindaco – questa identificazione è avvenuta appena qualche giorno fa davanti ai procuratori di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo – è una spia «più alta in grado» dell´agente conosciuto come «il capitano». E, molto probabilmente, il secondo uomo è lo stesso che aveva grande libertà di movimento nelle carceri italiane: uno che poteva entrare e uscire quando voleva, nonostante il 41 bis. È l´agente che avrebbe incontrato anche Vito Ciancimino in galera subito dopo il suo arresto.

Forse Massimo Ciancimino ha riconosciuto anche una terza spia – ma non ci sono conferme ufficiali – quella indicata come «il mostro», un agente con un viso malformato avvistato da più testimoni oculari sul luogo delle stragi palermitane. È certo che abbia visionato, alla procura della Repubblica di Caltanissetta, la fotografia di un uomo con il viso sfregiato appartenente ai servizi segreti. Incerta è la sua identità: non si sa se, proprio quello, sia il «mostro» delle stragi.

Al processo di Palermo si mettono insieme altri «pezzi» del patto fra Stato e mafia. Molto è ancora coperto dal segreto. Tanto c´è ancora da scoprire. Il paradosso dell´affaire è intanto nell´incrocio di accuse e difese con una «fonte» che è sempre la stessa, è sempre lui: Vito Ciancimino. Il figlio cita le parole del padre per inchiodare l´imputato Mori, l´imputato Mori cita gli scritti dell´ex sindaco mafioso per discolparsi. Morto che parla. Per tutti, da una parte e dall´altra. È il fantasma di Ciancimino che perseguita Palermo.

repubblica.it

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