venerdì 19 marzo 2010

Graviano e Schiavone, carcere duro ma si incontrano nell'ora d'aria

di Dario Del Porto

NAPOLI - Gennaio 2010, penitenziario milanese di Opera. Due detenuti in regime di carcere duro e in area speciale sono reclusi nello stesso braccio dell'istituto. Uno è un feroce capomafia condannato per le stragi del 92-93, l'altro è il padrino di Gomorra. Il primo, il boss di Brancaccio, è appena uscito da tre anni di isolamento ed è reduce dal processo d'appello sul caso Dell'Utri dove ha fatto scena muta, il secondo è in attesa del verdetto della Cassazione sul processo "Spartacus", quello che potrebbe infliggere il colpo di grazia al clan dei Casalesi. Per alcuni giorni, all'inizio dell'anno, il capomandamento di Cosa nostra siciliana Giuseppe Graviano e il boss di Casal di Principe Francesco Schiavone soprannominato "Sandokan" hanno condiviso l'ora di "socialità" prevista dall'ordinamento per i malavitosi al 41 bis.

Incontri formalmente legittimi, che però hanno allarmato i magistrati napoletani venuti a conoscenza della circostanza durante gli accertamenti disposti su un altro, inquietante, episodio: la scoperta di una lettera spedita da Schiavone pochi giorni dopo la sentenza con la quale la Cassazione, il 15 gennaio scorso, aveva messo il timbro definitivo sulle sedici condanne all'ergastolo pronunciate nel maxi processo "Spartacus". Nella missiva "Sandokan" invitava i familiari più stretti a lasciare il territorio perché, scrive, "sta per arrivare una valanga". Cosa intendesse dire, Schiavone, alludendo alla "valanga" in arrivo, non è chiaro. Ma questo riferimento ha spinto i pm Antonio Ardituro, Marco Del Gaudio e Raffaello Falcone, insieme al procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, coordinatore del pool, ad avviare immediatamente tutti gli accertamenti di rito. A cominciare dalle verifiche sui possibili interlocutori del boss casertano. E dai controlli è emerso il particolare degli incontri con Graviano, ospitato nella stessa "area speciale" del carcere di Opera dove è tuttora recluso Schiavone. Dopo la segnalazione della Procura di Napoli invece il boss mafioso è stato trasferito in un altro braccio del penitenziario.

Ma a preoccupare gli inquirenti è soprattutto la sequenza di episodi apparentemente privi di collegamento avvenuti a breve distanza uno dall'altro. Riepiloghiamo: agli inizi di gennaio Graviano, il capomafia di Brancaccio ritenuto uno dei protagonisti della più sanguinosa stagione di Cosa nostra siciliana, finisce di scontare i tre anni di isolamento diurno che gli erano stati inflitti dopo l'ultima condanna all'ergastolo e si ritrova a condividere i momenti di "socialità" previsti dalle norme con Schiavone, il padrino dei Casalesi, la più potente cosca della camorra, ramificata ben oltre i confini del territorio campano; a metà dello stesso mese, il 15 gennaio, la Cassazione conferma le condanne all'ergastolo di "Sandokan" e degli altri capi, detenuti e latitanti, del gruppo malavitoso nato in provincia di Caserta; qualche giorno dopo quel verdetto parte la lettera con la quale Schiavone allude alla "valanga" che sta per arrivare.

Messe in fila, le tre tappe fanno riflettere. Il caso sarà certamente segnalato anche al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Gli investigatori temono l'inizio di una nuova offensiva di camorra dopo quella iniziata nella primavera del 2008 e culminata in diciannove omicidi nei confronti di imprenditori che avevano denunciato il racket, familiari di pentiti, immigrati. Così è stata nuovamente alzata l'attenzione per proteggere i potenziali obiettivi di una nuova stagione del terrore: come Roberto Saviano, lo scrittore che nelle pagine di Gomorra ha raccontato la storia del clan dei Casalesi e da anni ormai vive sotto scorta, e come magistrati e giornalisti già raggiunti in passato da intimidazioni per il loro impegno nella lotta alla cosca campana.

repubblica.it

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