giovedì 4 marzo 2010

Figliocci e figliastri

di Monica Centofante

Nicola Di Girolamo e Nicola Cosentino. Entrambi politici del Pdl, entrambi raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare perché accusati di rapporti con la criminalità organizzata. Solo che il primo da ieri sera è in carcere e il secondo nelle aule del Parlamento.

C'è chi dice che anche Di Girolamo sarebbe stato salvato – come già accaduto in passato - se non fosse per le imminenti elezioni regionali: vittima sacrificale immolata sull'altare della “legalità” e della “moralità politica” ridotte ormai ad una pura questione semantica. Un po' come quei soldati che partendo per la guerra, dicono di andare in “missione di pace”.

Nella giornata di ieri, mentre Di Girolamo annunciava in pompa magna le proprie dimissioni accettate quasi all'unanimità dall'aula del Senato, tra le pagine dimenticate di qualche quotidiano box e trafiletti riportavano le motivazioni della sentenza, appena depositata, con cui la Corte di Cassazione ha rigettato lo scorso 28 gennaio il ricorso della difesa del sottosegretario all'economia del Pdl Cosentino. Accogliendo l'istanza avanzata dal Gip del tribunale di Napoli Raffaele Piccirillo e confermando la validità della richiesta di arresto e l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Sotto i riflettori della magistratura la sua vicinanza al potente clan dei Casalesi con il quale avrebbe stabilito un “rapporto di scambio di favori”. Perché secondo i pm della Dda Alessandro Milita e Giuseppe Narducci, sulle cui indagini è basata l'ordinanza, il parlamentare del Pdl avrebbe contribuito a rafforzare l'organizzazione dei Casalesi ottenendo in cambio sostegno elettorale sin dai primi anni Novanta e garantendo, da politico, “la continuità tra imprenditoria mafiosa e amministrazioni pubbliche”.
Niente da invidiare al curriculum di Di Girolamo, che ieri, al Senato non ha mancato di sottolineare di essere l'unico “in questo Paese, che ha dato le dimissioni”. Che non “ha portato l'indegnità della 'Ndrangheta in questa aula”. Che non ha nominato gli “amici del gruppo” con cui ha condiviso l'esperienza politica. “Non faccio nomi – ha detto – credo che i colleghi sanno a chi è diretta la mia riconoscenza. Per loro stessa tutela non li chiamo per nome”. Una decisione molto apprezzata a giudicare dallo scrosciare di applausi seguiti al discorso, dalle strette di mano, dagli abbracci di solidarietà e rispetto per un collega che ha accettato il proprio destino. Anche di fronte ad un inedito Presidente del Consiglio, ora paladino della lotta alla corruzione, che in tutta fretta ha abbandonato l'anima garantista per abbattere la scure su un “semplice indagato”. In barba alla presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio che ha accolto sotto la sua ala protettiva i vari Dell'Utri, i vari Cuffaro e solo per ultimo Nicola Cosentino. Il cui arresto è stato chiesto in imbarazzante concomitanza temporale con quello del Di Girolamo.
Ma ormai giustizia è fatta e a questo chi penserà più?
D'altronde, dice un vecchio detto, bisogna scegliere bene il proprio padrino. Evidentemente altri sono stati più saggi di lui.

antimafiaduemila.com

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