mercoledì 24 marzo 2010

Così il nastro di Fassino fu dato a Berlusconi E il Cavaliere disse: "Grati per l'eternità"

di Emilio Randacio

MILANO - "Signor presidente, ora le faccio sentire un'intercettazione...". Silvio Berlusconi, la mattina del 24 dicembre del 2005, è seduto sulla poltrona del salotto principale di Arcore. Un albero di Natale bianco addobbato per le feste illumina la stanza. Il premier appare particolarmente provato, o almeno così lo descrive, mettendo a verbale la ricostruzione dei fatti, una delle persone che ha organizzato l'incontro. Sono le sette e mezzo del mattino. Il premier, con gli occhi semichiusi, avverte i suoi interlocutori: "Abbiamo mezz'ora, poi ho un appuntamento con don Verzè (il fondatore dell'ospedale San Raffaele, ndr)". A Roberto Raffaelli, l'ex amministratore dell'azienda di intercettazioni telefoniche "Rcs-Research control system", basta poco per spiegare il motivo della sua visita. Con l'aiuto di un computer, Raffaelli fa ascoltare l'intercettazione telefonica captata nel luglio precedente tra l'allora leader Ds, Piero Fassino e il numero uno Unipol, Giovanni Consorte. "Allora, abbiamo una banca?", chiede Fassino al manager della compagnia assicurativa, poche ore prima dell'ufficializzazione dell'Opa sulla Bnl da parte di Unipol. La conversazione è captata proprio da Rcs per conto della procura di Milano che sulle scalate sta conducendo in gran segreto un'inchiesta.

Dopo aver ascoltato con le sue orecchie la conversazione intercettata, Berlusconi sembra ridestarsi dall'iniziale torpore. "La famiglia ve ne sarà grata per l'eternità", il commento del premier, secondo il racconto di uno dei soggetti coinvolti. Terminato il faccia a faccia, i personaggi coinvolti nella vicenda avrebbero spedito, in un pacchetto anonimo, l'intercettazione a il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi. E dopo sette giorni il quotidiano di via Negri pubblica in esclusiva il contenuto dell'intercettazione.

Questo lo spaccato che emerge dall'indagine condotta dal pm Massimo Meroni e che, ora, vede Raffaelli indagato per "accesso abusivo a sistema informatico", "rivelazione di atti coperti da segreto" e false fatture. Gli intermediari per arrivare ad Arcore, infine, sarebbero stati il faccendiere Fabrizio Favata ed Eugenio Petessi, esperto in comunicazioni. Favata è indagato per aver concorso a violare il segreto istruttorio, Petessi solo per false fatture. Prima perquisiti e poi ascoltati in procura, i protagonisti della storia hanno fornito versioni contrastanti. Raffaelli, che nel frattempo si è dimesso dalla sua carica, ha negato di aver "passato" il nastro al premier, ma di averlo incontrato per discutere di un appalto in Romania che era bloccato. Favata, dopo aver presentato un esposto ai pm, si è chiuso nel silenzio. I verbali di Petessi, invece, sono stati secretati.

In mano al pm Meroni ci sono due verità, ma anche alcune conferme. Raffaelli avrebbe versato a Paolo Berlusconi circa 570mila euro in tranche mensili da 40mila a partire dal 2005. Petessi avrebbe emesso false fatture di consulenza per Rcs che, una volta incassate, venivano portate direttamente negli uffici di via Negri da Favata. "Berlusconi junior ci aveva detto che questo era il prezzo per sbloccare l'appalto in Romania attraverso la mediazione dell'onorevole Valentino Valentini (uomo ombra del Cavaliere, ndr)". Raffaelli, secondo quanto ricostruito dalla procura, dopo l'incontro ad Arcore avrebbe avuto effettivamente due incontri a Palazzo Chigi. Uno proprio con Valentini, l'altro con l'onorevole Niccolò Ghedini. Con quest'ultimo, "per parlare di un progetto di riforma del sistema intercettazioni", come spiegato al pm dall'avvocato del premier.
Sull'appalto in Romania, però, non ci sarebbe stato alcun intervento per sbloccare la pratica, anche perché nel frattempo, il governo "amico" del premier di Bucarest, Nastase, è caduto. Ed è probabilmente proprio per questo che la pista che viene seguita ora dalla procura milanese, porta a escludere reati per il premier e il suo entourage, ma inguaia il fratello, indagato per millantato credito. I soldi, secondo il racconto di almeno due indagati, sarebbero stati effettivamente incassati dall'editore de il Giornale, ma Rcs non avrebbe ottenuto il "favore" che era stato concordato.

repubblica.it


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