martedì 9 febbraio 2010

Quel sottile legame tra Cosa Nuova e Forza Italia


di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo

Palermo. Ancora una volta in aula Massimo Ciancimino risponde ai magistrati. Il processo è quello per la mancata cattura di Provenzano che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Alla contestazione del difensore Pietro Milio circa l’attinenza tra l’oggetto del processo e il racconto del figlio di Don Vito ha risposto il Presidente Fontana. Rispetto ad ogni fatto c’è sempre un prima e un dopo.
Ed è proprio questo che è emerso dalle tre giornate di deposizione in cui Ciancimino Jr. ha risposto a decine e decine di domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia principalmente incentrate sulla corposa documentazione depositata in dibattimento.
Un unico filo conduttore, secondo quanto don Vito ha spiegato al figlio prima di morire, avrebbe legato il biennio stragista, la trattativa, la latitanza record di Bernardo Provenzano, la nascita del nuovo referente politico e il ritorno di Cosa Nostra alla ricca, pacifica coabitazione con lo Stato.

Con la rottura del rapporto diretto con la Democrazia Cristiana, Riina arriva alla sentenza del Maxi Processo senza interlocutori e protettori. Il capo di Cosa Nostra è furioso e dà inizio alla strategia criminale per placare la sua sete di vendetta. Che si abbatte per prima su Salvo Lima, il traditore, e poi contro Giovanni Falcone, il grande nemico. E’ a questo punto che i carabinieri nella persona del capitano De Donno e del colonnello Mori cercano i Ciancimino per arrivare ad un contatto diretto con i vertici dell’organizzazione. Cosa che accade a cavallo delle stragi. Con l’eccidio di Borsellino però la prospettiva cambia. Ciancimino senior si sente responsabile e spinge anche Provenzano a trovare una soluzione affinché la già delicata situazione non degeneri ulteriormente con l’eliminazione di altri uomini politici che sono sulla lista nera. E’ la fase b della trattativa che, come ormai sappiamo, si sarebbe conclusa con la cattura di Riina. Nell’accordo che sarebbe stato stipulato tra i Carabinieri, Ciancimino e Provenzano vi erano però due clausole importanti: nessuna perquisizione del covo del boss tradito e rispetto per i famigliari, una sorta di onore alle armi, e l’“immunità territoriale” per il boss traditore, costretto dall’aggravarsi delle circostanze a sacrificare l’amico di sempre pur di salvare Cosa Nostra e soprattutto raggiungere il vero obiettivo della mafia.
Ristabilire quell’equilibrio eterno con imprenditoria, politica e classe dirigente interrotto dall’arroganza corleonese. Il progetto politico era la finalità.
“Ricostituire un polo di centro – spiega Massimo Ciancimino – era l’interesse principale sia di mio padre che di Provenzano. Non perdere quel bacino di voti certi e necessari per la costruzione di un nuovo soggetto politico”.
Per questo ad un certo punto la sostituzione di Ciancimino con un altro interlocutore e garante sarebbe stata indispensabile.

Massimo ha già spiegato più volte, sulla base di quanto scritto da suo padre nei vari memoriali e dei numerosi pizzini analizzati dai magistrati in dibattimento, che questo nuovo garante era Marcello Dell’Utri. Un dialogo che sarebbe stato diretto e che sarebbe continuato per molto tempo dopo i fatti del '92 e del '93.
A dimostrarlo, secondo l’accusa, anche la lettera minatoria ritrovata tra le carte sequestrate a Ciancimino seppur priva della metà superiore. Interrogato in merito, il testimone ha spiegato che quella lettera, intera fino a poco tempo prima dell’ordinanza delle forze dell’ordine nel 2005, era indirizzata a Marcello Dell’Utri e per conoscenza a Silvio Berlusconi. Vi si legge di un triste evento di natura delittuosa che avrebbe colpito il figlio maggiore del Presidente del Consiglio se questi non avesse messo a disposizione una delle sue televisioni per soddisfare le esigenze dell’organizzazione. Oggi nel corso del dibattimento Ciancimino ha prodotto anche un’altra lettera, autografa del padre, che ricalca più o meno le stesse argomentazioni, ma aggiunge qualche particolare. Sarebbe stato don Vito stesso a consigliare questo tipo di lettera per indurre Berlusconi a rispettare gli accordi e piuttosto che minacciare un evento violento, “che mio padre non condivideva”, ventila un altro tipo di ritorsione, quella di “essere costretto di uscire dal suo riserbo”. Vale a dire sarò costretto a parlare.
Di cosa? Lo spiega ancora una volta Massimo ricordando che il suo parlare altro non è se non il frutto dei racconti di suo padre.
“Raccontare di quella che era stata la nascita della coalizione che poi aveva dato vita al gruppo Forza Italia”.
Come a dire, senza neanche troppi misteri, che Forza Italia sarebbe nata da quella trattativa.
Uno spaccato terribile, certamente, ma non campato in aria come la fanfara berlusconiana e non solo quella, sta cercando di far credere.
Massimo Ciancimino sta aggiungendo tasselli importantissimi a quel puzzle che con grande fatica si sta ricostruendo da anni grazie a collaboratori, indagini, riscontri e testimoni. E lo sta facendo con prove alla mano, tanto concrete da fare paura. Il risultato, non c'è dubbio, si vede.

antimafiaduemila.com

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