martedì 2 febbraio 2010

Omsa, che crisi: a Faenza lavoratrici in rivolta


di Rinaldo Gianola

Lo stabilimento Omsa costeggia l’autostrada, un lungo cubo basso e grigio profilato di giallo. Al casello di Faenza si esce, si svolta a destra, poche centinaia di metri ed ecco i cancelli. Sono presidiati. Un tendone, un prefabbricato. Le bandiere di tutti i sindacati. Si gela ed è tornata pure la neve. Un paio di stufe fai-da-te attutiscono il freddo, un uomo taglia i bancali per far legna, una giovane lavoratrice col cappellino di lana targato Dolce & Gabbana organizza i turni del presidio: quattro ore a testa per ventiquattr'ore, senza mollare. Si raccolgono le disponibilità per l’intero mese di febbraio, si fa l’elenco dei numeri di telefono, ci si organizza per il cibo e il caffè. In caso di emergenza la “rete” mobilita tutti i lavoratori in pochi minuti.

«Da qui non entra e non esce più niente, non vogliamo che si portino via i macchinari e i prodotti. Questo è il nostro posto di lavoro, non ce ne andremo così facilmente» avverte Valentina Drei, 35 anni, dipendente del «re del collant», il gruppo Golden Lady di Castiglione delle Stiviere, di proprietà di Nerino Grassi leader mondiale delle calze per donne. Questa non è solo una vertenza sindacale, è una battaglia civile e politica. C’è dentro tutto, è un caso esemplare di quest’Italia malmessa e sfilacciata. I dipendenti dello stabilimento sono 350, di cui 320 donne. E sono loro a guidare la lotta. Le parole che si sentono sono sagge, nessuno alza la voce. Sono persone abituate a faticare per andare avanti, a trainare la famiglia e i figli, a distinguere tra diritti e privilegi, a mostrare coi fatti la solidarietà e a fare politica, quella vera, partendo dalle cose concrete come ha insegnato la cultura di queste parti.

Faenza è una città splendida, il centro storico è di una bellezza commovente. Le trattorie offrono «il menù a prezzo fisso per operai e studenti». Qui la democrazia affonda le radici nella Resistenza. In questo pezzo di Romagna ci sono ancora le sezioni del Pri, e fanno quasi tenerezza. Questa è la città di Benigno Zaccagnini, segretario di una dc presentabile, e qui è nata Laura Pausini che gira il mondo a cantare. Per decenni lo sviluppo è stato nel solco del “modello emiliano”, ammesso che esista ancora: crescita economica da primato accompagnata dalla stabilità sociale. Ma oggi la crisi mette in discussione conquiste che sembravano definitive. «Tutto il nostro territorio sta soffrendo, dalla ceramica alla meccanica, ma a volte la crisi è una giustificazione per le aziende per realizzare riorganizzazioni che in altri momenti non avrebbero nemmeno pensato» spiega Samuela Meci, giovane sindacalista della Camera del lavoro. Davanti a certe ristrutturazioni, a dolorose scelte aziendali dovrebbe essere la politica a intervenire, a dettare le condizioni. Ma la politica industriale è stata dimenticata e tra i politici si fa fatica a trovare qualcuno credibile. «Siamo sotto elezioni, davanti alla fabbrica c’è la sagra dell’assessore, e va bene... ma non vogliamo farci strumentalizzare, stiamo parlando del futuro di centinaia di famiglie» aggiunge l’esponente della Cgil.

Il caso Omsa è difficile da capire. Il gruppo va bene, è una società di profitti, ha la leadership di mercato, una proprietà familiare e solida. E allora? Lo stabilimento di Faenza va chiuso non perché non funziona, ma per spostare le produzioni nel distretto mantovano e nelle fabbriche in Serbia dove gli operai costano poco. Tagliare i costi, tagliare, tagliare per fare più profitti. Ma la delocalizzazione, a volte, non è così semplice, comporta problemi.

Gli operai serbi (oltre 1600) della Omsa hanno fatto quattro giorni filati di sciopero per avere un aumento di cento euro al mese (il salario era attorno ai 300 euro) e un direttore di stabilimento è stato malmenato dai lavoratori inferociti che non avevano ricevuto il cedolino della retribuzione. Un’impresa può anche decidere di delocalizzare per sfruttare meglio i lavoratori a basso costo, ma poi, alla fine, magari qualcuno s’arrabbia.

Le donne dell’Omsa sono di fronte a un impegno gravoso e dall’esito per nulla scontato. Emanuela Nanni, 47 anni di cui 23 passati in fabbrica, lavora alle confezioni. Spiega: «Golden Lady è un grande gruppo, non è pensabile che a Mantova facciano gli straordinari, che in Serbia vogliano assumere ancora centinaia di operai e noi invece chiudiamo tutto. Se ci sono difficoltà, se davvero c’è la crisi allora spalmiamola un po’ su tutti, facciamo i contratti di solidarietà che ci consentono di andare avanti, di prendere fiato e di studiare altre soluzioni per il futuro. Ma non si può mandarci a casa con un calcio nel sedere, qui non si trova più lavoro bisogna difendere quello che abbiamo».

Le operaie Omsa sono un bastione della città. L’azienda nacque nel 1940 per iniziativa dei conti Orsi e Mangelli, imprenditori del petrolio da cui traevano la fibra per le calze. Negli anni Settanta la società occupava mille dipendenti, diventando sinonimo di successo grazie anche a una comunicazione pubblicitaria efficace e alla sponsorizzazione di Miss Italia. «Omsa, che gambe...» si ascoltava a Carosello. Poi la società fu acquisita dalla famiglia Grassi di Mantova e gli addetti sono diminuiti nel tempo. Una volta la fabbrica era in centro città, le lavoratrici avevano addirittura la manicure in azienda perché le unghie dovevano essere sempre a posto per evitare di danneggiare i fili e il tessuto. Bisognava togliersi anelli, spille, orecchini, nulla doveva minacciare la produzione della calza. «Una volta eravamo legate, c’era più solidarietà anche se oggi ci siamo ritrovate, stiamo facendo una bella battaglia insieme» racconta Marina Francesconi, 49 anni, un figlio di 23 anni e un marito metalmeccanico, «il padrone con la nuova fabbrica ci ha voluto dividere, lo ha studiato: nella vecchia fabbrica andavamo in mensa tutte insieme, ora si fanno i turni anche nello stesso reparto, non si riesce mai a parlare, a discutere dei problemi del lavoro». Le tecnologie non hanno alleviato il peso delle linee e dei turni ( qui si lavora dalle 5 alle 13 e dalle 13 alle 21), anzi.

Roberta Donati, 46 anni, di cui 25 a fabbricare calze, argomenta: «La macchina, la tecnologia ti impone ritmi sempre più accelerati e tu devi rispettare i tempi. C’erano certe mie colleghe che per far bella figura col capo stavano dietro a quei ritmi sempre più elevati, ma non ne vale la pena. Le più esperte tra di noi guadagnano 1000-1050 euro al mese, le nuove arrivano a 900 euro, diciamo che il padrone i soldi non ce li regala, ce li sudiamo tutti».

Il lavoro per le donne è stata una garanzia, una strada di crescita. «Le famiglie hanno fatto i passi in avanti perché c’era il lavoro, la gente si è comprata la casa e ha mandato i figli a studiare perché lo stipendio era sicuro alla fine del mese» racconta Nadia Liverani, 46 anni, «adesso cosa facciamo? L’età media delle lavoratrici dell’Omsa è appena sopra i quarant’anni, dove andiamo se perdiamo il lavoro?».

Qualcuno ha dovuto rivedere i propri progetti di vita. Daniela Ghiselli, da 25 anni in fabbrica, separata, un figlio di 18 anni: «Con questo stipendio da sola non ce la faccio, non posso pagare l’affitto e fare la spesa. Sono tornata dai miei genitori, mi danno una mano».

unità.it

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