domenica 7 febbraio 2010

L'intervista: Domenico Gozzo

di Francesca Scaglione

Domenico Gozzo è un magistrato impegnato in una delle Procure più dure della Sicilia. Assieme ad altri colleghi sta lavorando, tra le altre cose, alle indagini sulle stragi del ‘92-’93. Nelle scorse settimane quando è stato rivelato un piano di Cosa Nostra teso a colpire alcuni magistrati siciliani impegnati in indagini Antimafia, tra questi c’era anche il suo nome.



D:
Lei è uno dei magistrati che assieme a Sergio Lari, opera a Caltanissetta, una delle procure più difficili della Sicilia. Quali sono le maggiori difficoltà che riscontra?

R: Caltanissetta è indubbiamente una “piazza” difficile. In particolare, io mi occupo non solo dei procedimenti sulle stragi del 1992, ma anche della mafia di Gela (coordino il gruppo di colleghi che lavora su questo difficile territorio), delle misure di prevenzione, e di altri gruppi “ordinari” (reati finanziari, e reati nelle c.d. “fasce deboli”). Dunque la prima difficoltà è proprio la quantità di lavoro, e poi la sua “qualità”: occuparsi delle indagini sulle stragi e di quelle sulla “effervescente” e pericolosissima mafia gelese è abbastanza impegnativo.

D: Nei giorni scorsi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario si è assistito ad una insolita protesta lanciata dall’ANM. Abbiamo visto magistrati abbandonare l’aula con la Costituzione in mano non appena il rappresentate del Governo ha preso la parola. Lei ha condiviso le ragioni di questa scelta? Perché?

R: Non penso sia rilevante il pensiero del singolo magistrato. L’ANM rappresenta l’intera magistratura, ed ha deciso di effettuare questa forma di protesta (ferma, ma nello stesso tempo composta) perchè il momento che stiamo vivendo è certamente peculiare: gli attacchi quotidiani portati a singoli magistrati, ed alla autonomia ed indipendenza della magistratura hanno costretto l’ANM ad intervenire.

D: Politica e magistratura dovrebbero lavorare, ognuno nei propri ambiti, per raggiungere e condividere obiettivi comuni. Secondo lei oggi è così?

R: Concordo assolutamente che politica e magistratura dovrebbero cooperare. Si tratta di due pilastri dello Stato, e non ha senso una contrapposizione pregiudiziale. Tra l’altro, la magistratura interviene sui reati (quando già l’evento-reato si è verificato), e solo la politica può, invece, intervenire su quelle che sono le cause di certe devianze. Certamente, volevo sottolineare che la disponibilità alla cooperazione non può significare disponibilità agli accordi sotto banco, o ad una interpretazione “edulcorata” del nostro potere/dovere di autonomia ed indipendenza. Perchè questo è a tutela di tutti i cittadini, e così prevede la nostra Costituzione.

D: Molta gente ha deciso di esprimere solidarietà a lei e ad altri suoi colleghi per le gravi minacce ricevute. Oggi scendere in piazza, gridare il proprio no alla mafia e “metterci la faccia” non fa più paura. Pensa ci sia stata quella rivoluzione culturale necessaria per sconfiggere la subcultura mafiosa?

R: E’ veramente importante che la gente scenda in piazza per manifestare contro la mafia. Oggi c’è grande consapevolezza di quello che mafia significa, e dei danni che può portare. A parte il fatto che questo può darci la carica per continuare a lavorare (ma quella la dobbiamo trovare a prescidere ….) questa “rivoluzione culturale”, come dice lei, impedisce alla mafia di prosperare, e ne diminuisce progressivamente il terreno di coltura. Insomma, come diceva Giovanni Falcone, se continueremo a tenere alta la guardia la mafia sarà un fenomeno destinato ad aver fine.

D: Da qualche tempo sono state riaperte le indagini sulle stragi del ’92-‘93. Pensa che riusciremo a sentire ..”quel fresco profumo di libertà?”

R: Sulle indagini che seguo non posso parlare. Posso solo dire, in generale, che non bisogna avere mai paura della verità processuale che può essere disvelata. Spero che si riesca a fare un pò di chiarezza in una materia di grande delicatezza e complessità. Se ciò avverrà, saremo tutti un pò più liberi.

fasciomartello.it


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