giovedì 18 febbraio 2010

I veri buchi che Tremonti deve chiudere nel bilancio

di Superbonus

Dallo scudo fiscale 10 miliardi meno del previsto


Il buco c'è o non c'è?
E davvero anche i conti dell'Italia sono stati truccati da derivati americani come qnelli della Grecia, secondo quello che scrive il New York Times?

Il ministro Giulio Tremonti comincia adover rispondere ai dubbi che circolano sulla reale salute dei conti italiani.
E ieri la Banca d'Italia ha comunicato che, secondo quanto le risulta, dallo scudo fiscale sono rientrati 85 miliardi di euro e non 95 come aveva annunciato Tremonti a gennaio.

E il governatore Mario Draghi, sabato scorso, ha fatto capire come vanno interpretati i segnali che arrivano dall'economia italiana: l'Italia sta uscendo dalla crisi economica mondiale ma con un tasso di crescita basso, ai minimi europei una crescita sostenuta è base di benessere ed è presupposto della stabilità finanziaria per un paese ad alto debito pubblico come l'Italia.

NESSUN AIUTO. Tradotto: le previsioni di crescita del governo per il prossimo anno, e forse anche per quello incorso, sono irrealistiche e se non vogliamo che i mercati ci prendano di mira come hanno fitto per alcuni giorni con la Grecia occorre una manovra finanziaria.
Già a novembre era chiaro, a chi voleva vederlo, che nella Finanziaria licenziata dal governo mancavano almeno 15 miliardi di euro all'anno per i prossimi 3 anni.
Ma ora si apre una nuova fase nell'analisi dei conti pubblici italiani da parte di analisti ed osservatori stranieri.
Il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria approvato a settembre dal governo si fotografava una spesa pubblica in costante aumento e un debito in crescita proporzionale, la toppa era data da una previsione ottimistica e non verificabile di un Pil che dovrebbe crescere del 2 per cento negli anni che vanno dal 2011 al 2013.
Un buco vero e una toppa eventuale che ora rischia concretamente di non materializzarsi.
Supportato dai dati sulla caduta del Pil nel 2009 (-4,9 per cento) e sulla frenata dell'economia di fine anno, Draghi non ha esitato ad affondare il coltello chiamandosi fuori dal coro di ottimismo che aveva caratterizzato la fine del 2009.
Senza mezzi termini il governo viene smentito nelle sue previsioni, gli autorevoli giornali economici che ci avevano spiegato che stiamo e siamo meglio di molti altri saranno costretti da domani a rivederele proprie linee editoriali.
La crisi non è finita pesa sull'occupazione, sui consumi, sugli investimenti e sui conti pubblici.
Il governo che aveva sperato nella buona stella di una ripresa economica internazionale e aveva rinunciato a ogni vero intervento dipolitica economica, si trova oggi a dover rispondere al governatore della Banca d'Italia che presenta il conto di mesi di balle mediatiche con la freddezza dei numeri reali.

SCOOP. Di fronte alle analisi delle fragilità dei nostri bilanci pubblici fatte dal NewYork Times e da Milano Finanza (che ha rivelato un documento della Corte dei Conti in cui si identifica un buco di 9 miliardi di euro), il Tesoro smentisce, nicchia e non ammette che qualcosa stia sfuggendo di mano a via XX settembre.
Sta sfuggendo di mano la capacità di spostare l'attenzione verso temi diversi dalla reale gravità della crisi. La cartina di tornasole non sono gli scoop giornalistici su questo o quel buco ma la struttura stessa della spesa che non riesce a soddisfire i fornitori di beni e servizi primari: sono i vigili urbani di Napoli che non possono fare le multe perché il comune non
paga la tipografia per stampare i foglietti, sono i miliardi di arretrato dei pagamenti del sistema sanitario nazionale.
Il governo del fare sa che il quadro internazionale è mutato e fra poco dovrà rispondere di fronte ad una platea più vasta di quella dei lettori dei giornali economici italiani. La Cina ha iniziato la propria exit strategy riducendo la quantità di denaro in circolazione, gli Stati Uniti stanno iniziando lentamente a fare lo stesso e dopo il caso greco il mondo finanziario non è più disponibile a fare sconti a nessuno.
I titoli del debito pubblico italiano andranno sotto pressione? Non subito, i mercati sono abbastanza cinici da lasciarci cuocere un altro poco nel nostro brodo. Poi ci saranno i dati del Pil del primo trimestre 2010 a confermare leparole del governatore e infine a luglio il nuovo Dpef e la conversione a settembre.
In quella occasione il governo dovrà scegliere se negare, ancora una volta, la realtà per iscritto oppure annunciare una manovra da 50 miliardi in tre anni (come hagià fatto la Spagna).
Nel primo caso il disastro non tarderà a manifestarsi sotto forma di un costo astronomico del nostro debito, nel secondo Tremonti dovrà smentire quasi tutto quello che ha detto finora sul fatto che l'Italia sta meglio degli altri.

il Fatto Quotidiano

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