lunedì 1 febbraio 2010

I misteri della trattativa Stato-mafia Ciancimino depone al processo Mori

di Salvo Palazzolo

Dopo un anno di interrogatori, interviste e anticipazioni, eccolo Massimo Ciancimino nell'aula buker dell'Ucciardone. I pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia lo chiamano a testimoniare contro il generale dei carabinieri Mario Mori, ex capo del Servizio segreto civile, imputato davanti al tribunale di Palermo assieme al colonnello Mauro Obinu di aver favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano. I due ufficiali sono accusati dalla Procura di aver fatto fallire il blitz che il 31 ottobre 1995, a Mezzojuso (cuore della provincia di Palermo), avrebbe potuto portare all'arresto del capo di Cosa nostra, come diceva il confidente Luigi Ilardo.

Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia, nulla sa di quell'episodio, ma giura di essere stato testimone di una trattativa fra Cosa nostra e l'entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L'accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all'11 aprile 2006).

Gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno hanno sempre ribadito: "Il contatto con Vito Ciancimino era esclusivamente per indurlo alla collaborazione con lo Stato". Ma Ciancimino parlò presto del contatto con i suoi referenti in Cosa nostra, che diedero il via libera al possibile dialogo. Gli stessi Mori e De Donno dicono di essersi sorpresi per questi sviluppi, avrebbero proposto comunque la consegna dei grandi latitanti, assicurando in cambio il "rispetto dei loro familiari". Poi, Ciancimino fu arrestato nuovamente e apparentemente non ci furono altri sviluppi.

I carabinieri negano categoricamente di avere mai ricevuto un papello, o comunque delle richieste da Cosa nostra. Il generale Mori nega soprattutto di aver incontrato Ciancimino alla vigilia della strage Borsellino (prima, ci sarebbero stati solo contatti preliminari fra il capitano De Donno, l'ex sindaco e suo figlio Massimo). I carabinieri negano infine di avere ricevuto informazioni da Ciancimino per la cattura di Riina.

Adesso, Massimo Ciancimino accusa Mori su tutta la linea. Sostiene che l'allora vice comandante del Ros avrebbe incontrato il padre già prima della strage Borsellino, così confermando il sospetto che il giudice avesse intuito qualcosa della trattativa fra Stato e mafia. Massimo Ciancimino sostiene soprattutto che dalle mani dei carabinieri sarebbe passato il papello, il documento manoscritto con le richieste dei boss. Ciancimino junior dice poi che il padre avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella cattura di Riina.

Ben 23 verbali hanno depositato i pm di Palermo alla vigilia dell'audizione di Massimo Ciancimino. E all'esame dei giudici del tribunale è arrivato anche il documento che il giovane Ciancimino sostiene essere il papello, l'ha consegnato lui stesso nei mesi scorsi.

Ciancimino resta un testimone, non è un collaboratore di giustizia. Di recente, la corte d'appello ha confermato la sua condanna per riciclaggio e la confisca di 60 milioni di euro di beni, una parte del tesoro dei Ciancimino. Il resto del tesoro che non si trova è ancora un argomento tabù per il supertestimone.

repubblica.it

Nessun commento: