giovedì 25 febbraio 2010

Destra e 'ndrangheta per far eleggere Di Girolamo con il Pdl


di Claudia Fusani

Quattro anni di indagini bancarie in tutto il mondo. Duemila e seicento pagine di ordinanza di custodia cautelare piena di schemi e di elenchi di fatture passive (158 pagine) da far perdere la testa. E tra le fonti di prova, oltre ai bonifici, agli assegni, ai pagamenti estero su estero e alle intercettazioni telefoniche, ci sono anche le mail, intere, testi di posta elettronica tra i vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle che dimostrano, secondo l’accusa, questa lunga storia di patti fraudolenti che hanno succhiato alle casse dello stato 370 milioni di euro gestendo un flusso di denaro di oltre due miliardi di euro. Il gip della capitale Aldo Morgigni scrive che «non sussistono dubbi sul coinvolgimento dei vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle in entrambe le operazioni illecite ideate da Carlo Focarelli (il dominus della frode fiscale, il gestore delle società fittizie, le cosiddette cartiere, ndr) e dell’organizzazione».

È tutto complesso in questa inchiesta, dal numero dei partecipanti - 56 ordinanze di custodia - all’ingegneria della frode che ha, a sua volta, numeri da capogiro. Basti dire che sarebbe in piedi dal 2003 e che gli investigatori, il Ros dei carabinieri e la Guardia di finanza, la monitorano dal 2006. «Gli elementi di prova - continua il gip - rendono del tutto evidente come, per entrambe le società in questione, l’effettuazione delle operazioni fiscalmente illecite era assolutamente strumentale al raggiungimento di obiettivi di bilancio e di fatturato, obiettivi che rendono di conseguenza palese la complicità dei massimi livelli direttivi e gestionali e di conseguenza la responsabilità degli enti per gli illeciti in questione». Silvio Scaglia, patron di Fastweb, rifiuta tutte le accuse («é una cosa folle, casco dalle nuvole») ma ha promesso detto che tornerà in Italia già oggi, al massimo domani, per farsi interrogare dai magistrati.

Oltre i vertici delle aziende, entrambe quotate in borsa, sono due i personaggi che più di tutti emergono in questa ragnatela di conti e fatture false e evasioni di Iva. Per il gip è Gennaro Mokbel, oltre Focarelli, il «leader indiscusso del sodalizio». Se per tutti i 56 indagati il reato contestato è di associazione a delinquere transnazionale pluriaggravata, Mokbel ( e non solo lui) risponde anche di riciclaggio, intestazione fittizia di beni, corruzione aggravata (del capitano della GdF Luca Berriola), attentato ai diritti politici del cittadino, falso, abuso d’ufficio e reati elettorali con l’aggravante della finalità mafiosa (art.7) «in relazione all’elezione del senatore Nicola Paolo Di Girolamo (eletto a Stoccarda, collegio Europa, con i voti del clan Arena, uno dei spietati della ’ndrangheta). Mokbel è uno che al telefono con una signora si definisce così: «Tranquilla che gli faccio cagare sangue quanto è vero che mi chiamo Gennaro Mokbel». Le sue «direttive criminali - scrive il gip - venivano perentoriamente eseguite da tutti gli associati pur senza avere cariche nelle varie società del circuito illecito». Mokbel è noto agli archivi di polizia come «persona eversiva di destra». Arrestato nel 1994 con Antonio D’Inzillo, ex della banda della Magliana e tuttora ricercato.

Un sms del 14 maggio 2005 inviato da una cabina telefonica pubblica alla moglie G.R, dice: «Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D’inzillo». Ha contatti con la criminalità organizzata romana (Carmine Fasciani e Giampietro Agus). È in contatto, «sia per telefono che di persona» con Francesca Mambro («indicata come la Dark») e Giusva Fioravanti «anche con rilevanti sostegni economici». E negli ultimi anni, dal 2007, Mokbel s’è buttato soprattutto in politica, prima fondando due movimenti Alleanza federalista e Partito federalista con sede in viale dei Parioli a Roma di cui si sono perse le tracce. Poi facendo eleggere al Senato, con i voti di mafia, Nicola Di Girolamo. «Unitamente al Mokbel e al Colosimo (penalista romano, ndr) - scrive il gip - si è recato in Calabria presso Franco Pugliese, legata alla cosca degli Arena, allo scopo di ottenere un appoggio politico presso gli emigrati calabresi in Germania (...) candidatura assolutamente strumentale agli interessi del sodalizio».

Molte intercettazioni raccontano, scrive il gip che dedica un’intero paragrafo al tema dell’«Infiltrazione nel sistema politico italiano», come Di Girolamo sia «manovrato da Mokbel del quale eseguiva in maniera incondizionata gli ordini relativi al suo nuovo incarico». Un senatore al servizio della ’ndrangheta. Si indaga su presunte coperture in ambienti di An che avrebbero favorito l’elezione di Di Girolamo. Il 7 febbraio 2008 Mokbel dice al neo candidato Di Girolamo: «Dobbiamo trovare un altro partito dove infilarti perché ieri sera qui è venuto il senatore De Gregorio e l’onorevole Bezzi tutti quanti si sò messi a tarantellà però siccome De Gregorio è l’unico che c’ha l’accordo blindato con Berlusconi, cioè si presenta in una della liste, allora io adesso preferisco vedere se te trovo la strada sempre pe’ Forza Italia, t’ho detto non te ce fà la bocca». Ci sono molti politici della destra in queste intercettazioni. Parlano del senatore Romagnoli. E di Gianfranco Fini. Il 16 aprile, all’indomani della vittoria, alle 18 e 38 Mokbel si vanta con Pugliese, l’uomo del clan Arena, di una chiamata di Fini. M: «T’ha chiamato Paolo?». P: «Ma non basta solo Paolo». M: «No, ma io non ci sto, io sto a fa un cul... poi te spiego. Ma ha chiamato Fini, stamattina, Fini, Gianfranco Fini». P: «T’ha chiamato Fini, Gianfranco Fini?». M:«Ha chiamato Nicola, e l’ha convocato...».

l'unità.it

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