lunedì 8 febbraio 2010

Ciancimino: trattativa tra Stato e mafia dietro Forza Italia

Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, deponendo nel processo a carico del generale Mario Mori, ha inoltre sostenuto che Provenzano avrebbe progettato di rapire uno dei figli di Berlusconi e di aver ricevuto pressioni dai servizi segreti.




Forza Italia è il frutto della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92. A dirlo in aula è stato Massimo Ciancimino, che continua la sua deposizione al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. A riferirlo a Ciancimino sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i Carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. Ciancimino junior sta spiegando al pm Antonio Ingroia il contenuto di alcuni 'pizzini'.

L'argomento è stato affrontato dal teste nel corso della spiegazione di un pizzino, depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato indirizzato dal boss Bernardo Provenzano a Silvio Belusconi e Marcello Dell'Utri. Nel foglietto Provenzano avrebbe parlato di un presunto progetto intimidatorio ai danni del figlio di Berlusconi. "Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude all'intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive".

"Mio padre - ha spiegato il testimone illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo". Il testimone ha anche spiegato che la prima parte del pizzino, che lui custodiva, sarebbe sparita.

Della lettera infatti gli inquirenti hanno trovato soltanto la metà. Ciancimino ha detto che la lesse in carcere al padre Vito che "voleva richiamare alla collaborazione il partito nato anche grazie alla trattativa". Secondo Massimo Ciancimino, con quella lettera si voleva invitare Berlusconi "come entità politica, non come individuo" a "tornare sui suoi passi" e rientrare nei ranghi. Vito Ciancimino, ha detto il figlio in aula, voleva una rete tv per dire la sua e si riferiva a volte a quanto detto da Berlusconi
in un'intervista del 1977 a Repubblica, quando affermò che se un suo amico fosse sceso in politica gli avrebbe messo a disposizione una rete tv.

"Quando ero agli arresti domiciliari nel 2006, una persona dei Servizi segreti mi disse di non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi" ha spiegato Massimo Ciancimino nel corso della sua deposizione, spiegando che si trovava agli arresti domiciliari, perché indagato per riciclaggio.

"Io replicai - ha continuato - che c'erano documenti, prove su tutte quelle vicende e che non avrei potuto sottrarmi, ma lui mi rassicurò che nessuno mi avrebbe chiesto niente". Ciancimino ha anche riferito di avere ricevuto, sempre nello stesso periodo, pressioni "dall'allora vice procuratore nazionale antimafia Giusto Sciacchitano a non coinvolgere la società Gas nell'indagine sul riciclaggio, perché così ne avremmo tratto beneficio visto che lo stesso Sciacchitano era in buoni rapporti con la procura di Palermo che conduceva l'inchiesta".

Ad un certo momento la deposizione è stata sospesa su richiesta di Massimo Ciancimino, che durante la sua deposizione si è commosso quando gli sono state mostrate le fotografie della sua villa dell'Addaura in cui ha trascorso la prima estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea. Nelle fotografie si intravede anche la cassaforte dov'era custodito il papelo.

Ciancimino ha sostenuto che quel documento in cui Totò Riina aveva condensato le sue richieste allo Stato per cessare la stagione delle stragi non venne ritrovato durante le perquisizioni nella villa perché le indagini sarebbero state condizionate da Franco, il mai identificato agente dei servizi segreti che avrebbe tenuto fino dagli anni '70 rapporti con Vito Ciancimino. Il difensore del generale Mario Mori, l'avvocato Pietro Milio, ha manifestato forti perplessità su queste circostanze: "Ma quale cassaforte! Non c'era alcuna cassaforte nella casa di Massimo Ciancimino - ha dichiarato il legale ai giornalisti - Sono convinto che sia stata fatta mettere solo dopo dal proprietario". "Come mai - ha proseguito l'avvocato Milio - nella villa di Riina la cassaforte fu indicata nel verbale e nel caso della villa di Ciancimino non è stato scritto nulla al riguardo. E' possibile che fossero tutti d'accordo, investigatori di vari corpi e magistrati?".

skytg24.it

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