mercoledì 3 febbraio 2010

Ciancimino chiama in causa Cuffaro "Provenzano contava su di lui"

Nel secondo giorno di deposizione al processo Mori il figlio dell'ex sindaco accusa il senatore del Pdl: "Mio padre mi disse che dopo il suo arresto era stato Dell'Utri a proseguire la trattativa fra Stato e mafia". E sulla cattura di Riina dice: "Non perquisirono il covo per dare al boss l'onore delle armi"


L'ULTIMA accusa è già finita nel nuovo fascicolo processuale per concorso esterno in associazione mafiosa, quello che venerdì approderà sulla scrivania del giudice dell'udienza preliminare Vittorio Anania. «Il nuovo presidente», di cui parla Bernardo Provenzano in uno dei più recenti «pizzini» inviati a Vito Ciancimino, sarebbe Salvatore Cuffaro. Massimo Ciancimino lo aveva già detto ai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo il 21 dicembre scorso, ieri lo ha ribadito nella sua deposizione al processo Mori nell'aula bunker dell'Ucciardone.

Quella missiva in cui Provenzano dava notizia a Ciancimino dell'interessamento del «presidente» e del «senatore» (identificato in Marcello Dell'Utri) in favore dell'amnistia in cui l'ex sindaco di Palermo confidava per alleggerire la sua posizione giudiziaria, sarebbe datata settembre 2001, dunque tre mesi dopo l'elezione di Cuffaro a presidente della Regione. Massimo Ciancimino dice di essere in grado di definire con precisione quella data perché lega il ricordo all'attentato alle Torri gemelle di cui ebbe notizia quello stesso giorno nella clinica romana dove era ricoverato suo padre. E ieri mattina, davanti ai giudici del Tribunale, Ciancimino junior, nel rileggere quel «pizzino» consegnato solo il mese scorso ai pm di Palermo, ribadisce in aula la sua versione sull'identità dei personaggi cui si riferiva Provenzano: dunque, «il senatore» sarebbe Marcello Dell'Utri, «il presidente» Totò Cuffaro e «l'avvocato» Nino Mormino (che poi di Cuffaro è diventato difensore).

Tutti disponibili - secondo quanto scrive il boss corleonese - a spendersi per l'amnistia in cui speravano gli uomini di Cosa nostra. Nella lettera il capomafia scrive: «Mi è stato detto dal nostro senatore e dal nuovo presidente che spingeranno la soluzione delle sue sofferenze». «A che cosa si riferisce Provenzano, quali erano le sofferenze di suo padre?», chiede il pm Antonio Ingroia. E Massimo Ciancimino spiega: «L'amnistia era un'idea fissa di mio padre che voleva fosse adottata da un governo di sinistra e non di destra, in modo che non fosse oggetto di polemiche.


L'avvocato Nino Mormino, che era stato nel frattempo eletto alla Camera, aveva presentato con l'avvocato Pisapia un disegno di legge in favore dell'amnistia». Dichiarazioni che hanno indotto Cuffaro a rompere il silenzio in cui si era chiuso dopo la sentenza di condanna in appello che ha riconosciuto l'aggravante mafiosa al reato di favoreggiamento. «Non riesco a capire perché Ciancimino junior mi tiri in ballo. Non capisco perché sotto la sigla «pres» dovrei esserci io trattandosi, come lui dice, di interventi del Parlamento nazionale. A quel tempo io ero da appena qualche mese presidente della Regione. A quella data c'erano solo due disegni di legge, attinenti alla materia, entrambi a firma di due parlamentari della sinistra. La posizione del mio partito, allora come oggi, era contraria all'amnistia per i reati di mafia».

E se, in precedenza, Ciancimino aveva affermato di essere a conoscenza di rapporti diretti tra Provenzano e Dell'Utri, che ha indicato come il successore di suo padre nella trattativa tra Stato e Cosa nostra, nulla in più ieri ha detto su eventuali rapporti tra Provenzano e Cuffaro. Argomento che aveva invece approfondito nel verbale del 21 dicembre. E alla domanda dei pm se sapesse se Cuffaro parlava direttamente con Provenzano o tramite intermediari, Ciancimino risponde: «Questo non me l'ha detto, ma so che aveva maniera di contattarlo immediatamente e di poter anche disporne favori a suo piacimento, però non mi ha mai raccontato né di incontri diretti o indiretti».

repubblica.it

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