lunedì 8 febbraio 2010

Anno 2010, la fuga delle multinazionali da Glaxo a Severstal, da Alcoa a Yamaha

di Roberto Mania

ITALIA addio. Le multinazionali se ne vanno o minacciano di farlo: solo nelle ultime settimane ci sono stati gli annunci di chiusure da parte dell'Alcoa, il colosso americano dell'alluminio, e della Glaxo, grande impresa britannica della farmaceutica. L'una con impianti in Sardegna e a Porto Marghera, l'altra con il centro di ricerca a Verona: circa tremila posti a rischio considerando anche l'indotto. Un terremoto ha colpito l'industria mondiale e le scosse sono arrivare anche da noi. C'è un processo globale di riorganizzazione della produzione e le multinazionali (anche la Fiat lo è) sono le prime a potersi muovere scegliendo i nuovi luoghi dove impiantare le fabbriche, spostandosi sui mercati emergenti, sfruttando tutte le possibili opportunità per ridurre i costi.

Non c'è un solo motivo per cui si decide di andarsene. L'Alcoa ha denunciato un eccessivo costo dell'energia, la Fiat dice che a Termini Imerese si produce in perdita (mille euro per ciascuna vettura), la Glaxo non farà più ricerca nel settore delle neuroscienze quindi deve chiudere in Veneto (500 addetti più altrettanti nell'indotto) come in Inghilterra (1.200 dipendenti).

Regole feroci, che le multinazionali possono applicare sfidando le tensioni sociali e anche i governi. «È fisiologico che accada, non bisogna farne un dramma né pensare che sia in atto una fuga dall'Italia. Queste sono le multinazionali», dice Giorgio Barba Navaretti, professore di economia internazionale all'Università di Milano. Eppure il nostro Paese appare più esposto per le sue carenza strutturali: il peso della burocrazia, il costo dell'energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile.

Perché è proprio questo che spiega la bassa percentuale di investimenti diretti esteri in Italia: circa il 16 per cento rispetto al Pil, contro una media europea che si avvicina al 40 per cento. Non è l'eccessiva tassazione - dicono i manager delle multinazionali - né la rigidità della manodopera considerata, al contrario, un elemento di forza di quel che c'è del sistema-Italia.

L'Alcoa probabilmente resterà ancora tre anni per trasferire poi tutte le produzioni italiane in Arabia Saudita dove sta costruendo un nuovo imponente impianto. Ci si sposta nei nuovi mercati, ma anche all'interno dell'Europa. Nella sua riorganizzazione produttiva la nipponica Yamaha chiuderà a Lesmo in Brianza per andarsene in Spagna. Anche la Nokia, gigante finlandese dei telefonini, ha deciso di trasferire il suo centro di ricerca da Cinisello Balsamo a Dallas, in Texas, non in Vietnam o in India.

Ha lasciato Torino anche l'americana Motorola. Perché nelle riorganizzazioni l'abbassamento dei costi si ottiene anche accorpando i centri di ricerca. La nazionalità dei siti produttivi può essere un fattore irrilevante. Così, almeno, spiegano i manager delle multinazionali. «È vero che lo dicono - sostiene Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil - , nei fatti, però, non è così. Due anni fa la Pfizer annunciò la chiusura dei centri italiano di Nerviano (Milano), di Stoccolma e di Boston. Bene: gli ultimi due continuano a produrre. La verità è che si sono mossi i governi, perché un aspetto importante della politica estera è proprio la strategia di politica industriale che non ha questo governo al pari dei suoi predecessori».

L'elenco delle grandi multinazionali del farmaco che hanno abbandonato l'Italiaè lungo: dalla Merck di Pomezia, proprio dove è stato scoperto l'"Isentress", considerato decisivo nella lotta contro l'aids, alla Wyth di Catania, fino alla Pzifer e, appunto, alla Glaxo. Posti di lavoro di qualità scomparsi e investimenti in ricerca finiti in altri Paesi. Un indebolimento complessivo della nostra struttura produttiva. Ma non è fenomeno recente. Prima della grande recessione una ricerca del Centro studi della Confindustria sull'attrattività del Paese concludeva così: «Gli investitori stranieri tendono a trascurare le industrie che, in presenza di un mercato interno stagnante e di una domanda mondiale relativamente lenta, appaiono meno promettenti in termini di sviluppo potenziale». Poca industria, quindi, e più commercio, servizi, trasporti.

Ripensamenti anche tra i russi della Severstal che avevano rilevato le acciaierie (un tempo Lucchini) di Piombino. Ora i russi schiacciati dai debiti (intorno ai cinque miliardi di euro complessivi)e dal calo della domanda globale cercano acquirenti. L'obiettivo è andarsene dall'Italia entro aprile: oltre due mila posti di lavoro in bilico.

Non tutti, però, fuggono. Giuseppe Recchi è il presidente di un colosso come la General Electric per l'Italia e il Sud Europa. «L'Italia un Paese più a rischio di fuga? No - risponde - perché le multinazionali considerano il nostro Paese non solo come un mercato ma sempre più come un luogo per produrre. Un luogo dove si trova il miglior rapporto costoqualità della manodopera».

La General Electric comprò dall'Eni nel 1994 il Nuovo Pignone (turbine e compressori), fu la prima grande privatizzazione. Ed è stato un successo industriale: «Da un giro d'affari di un miliardo di dollari siamo passati agli attuali dieci, con novemila dipendenti», dice. L'"headquarter" mondiale del settore "oil & gas" è stato trasferito a Firenze. Da qui si decide tutto. «L'Italia non è l'ultima arrivata», insiste Recchi. E spiega che ciò che serve per attirare i grandi gruppi mondiali è la «pianificazione delle strategie» nei settori nevralgici, dall'energia alle grandi infrastrutture. Che poi è proprio quello che manca e che spesso porta velocemente alla fuga delle altre multinazionali.

repubblica.it

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