martedì 2 febbraio 2010

Anni Novanta. Non solo trattative


Nelle dichiarazioni di Massimo Ciancimino c'è un indizio, pur flebile, di ciò che bolliva in pentola al tempo delle stragi e delle strategie seguite da Cosa nostra da una parte e dalle istituzioni dall'altra. I corleonesi volevano fare nascere un partito e si diedero da fare perché ciò avvenisse. Non è solo Spatuzza ad immaginarlo. L'ex capodecina della mafia di San Cataldo, Leonardo Messina, collaboratore di giustizia, l’ha riferito alla commissione Antimafia, e altri due boss di peso, Giovanni Brusca e Tullio Cannella, l’hanno raccontato senza ambiguità. Perché finora tutto questo non è emerso? Che cosa sia realmente avvenuto in Italia negli anni delle stragi e di Tangentopoli non lo sappiamo ancora. Nei processi in corso – Dell’Utri e Mori a Palermo – stanno emergendo presunte relazioni fra cosche e politica, ma il contesto rimane coperto da una nebbia che fa perdere i contorni agli eventi ed impedisce di capire quale fosse la posta in palio.
Se non è emerso nettamente il contesto, lo si deve anche ad alcune circostanze oggettive. I processi devono giudicare imputati; indizi, prove, documenti e testimonianze sono valutati allo scopo di provare o escludere l’innocenza o la colpevolezza. Il processo ha confini ben precisi, non può subire distorsioni. Ma ci sono inchieste in corso – a Firenze, Palermo e Caltanissetta – che devono necessariamente porsi l’obiettivo di ricostruire i fatti, descrivendo quel contesto feroce che preparò e seguì le stragi e gli attentati a Palermo, Roma e Firenze.
Il Processo Dell’Utri si è incartato sui fratelli Graviano, la cui ambiguità ha sospeso le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza in una specie di limbo. Spatuzza ha riferito di avere avuto da uno dei fratelli Graviano la notizia che la mafia “finalmente” poteva disporre di uomini politici nuovi che arrivati al governo avrebbero dato una mano alle famiglie mafiose. Le sue rivelazioni hanno chiamato in causa, senza prove né indizi di sorta, oltre che l’imputato, Marcello Dell’Utri, anche il presidente del Consiglio, che ha più volte smentito ogni cosa con molta energia.
Il coinvolgimento di personaggi di primo piano della vita nazionale, suscitato anche dalle indagini sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nel ’92 e ’93 – rivelata da Massimo Ciancimino – ha spostato il tiro su responsabilità politiche individuali. Invece che riflettere sulla logica degli eventi, ci si è soffermati – non poteva essere altrimenti – sulla credibilità dei collaboratori di giustizia e sulla veridicità dei loro racconti. Da una parte pluriomicidi, dall’altra rappresentanti delle istituzioni e uomini politici di primo piano: come si poteva prestare fede ai primi?
Ci sono importanti elementi che meritano di essere valutati con freddezza, lasciando da parte la credibilità di Spatuzza. Bisogna seguire il filo conduttore della volontà indiscutibile delle cosche di dare vita ad un nuovo soggetto politico in Italia. Un’idea magari non compiuta, coniugata variamente a seconda di coloro che cercavano di realizzarla, ma accertata. Le famiglie siciliane di Cosa nostra volevano un partito. Se non avessero potuto conquistarne uno, già esistente, ne avrebbero messo in campo uno nuovo.
Leonardo Messina ha riferito in modo chiaro il 4 dicembre 1992, alla commissione nazionale Antimafia che “Cosa nostra si sta spogliando delle vecchie alleanze, e cova di nuovo il sogno di diventare indipendente, padrona di una parte dell'Italia: uno Stato suo”. Come? Attraverso la nascita di un partito politico o di più soggetti politici. La Sicilia, racconta Messina, avrebbe deciso “di orientarsi verso l'indipendentismo, verso un nuovo separatismo”. Un separatismo collegato con forze politiche nazionali e imprenditoriali. Settori delle istituzioni, dell'imprenditoria e della politica avrebbero sostenuto il progetto. Messina ricorda che Cosa nostra ha preso parte a tentativi di colpi di stato in Italia. Non c’è da meravigliarsi, sostiene, che voglia diventare Stato. Fare nascere un soggetto politico proprio è un modo per “scalare” lo Stato. Prima di Messina, altri collaboratori avevano riferito sul coinvolgimento delle cosche nei tentativi golpisti. Nel 1970, 1973 e 1974, dichiara Buscetta alla commissione Antimafia, c'erano stati in Italia tentativi di colpo di Stato, e ogni volta la mafia era stata contattata perché si alleasse ai golpisti. Braccio militare, dunque; e non ispiratrice, o promotrice. Quattro episodi - 1970, '73, '74 e '79 - testimoniavano l'intenzione, la vocazione o la disponibilità golpista della mafia; nessuna, però, il suo ruolo ispiratore. Messina, invece, rivela una svolta, arrivare alle istituzioni direttamente con un partito. Da che cosa è provocata la svolta? Possiamo solo azzardare qualche ipotesi: i boss non si fidano più dei loro “amici” che sono dentro lo Stato. Il passaggio di Giovanni Falcone dalle aule dei tribunali alle istituzioni governative, darà ragione a questi ragionamenti. La direzione degli affari generali affidata a Falcone segna il mutamento di atteggiamento. La necessità di porre riparo al nuovo contesto e le spinte provenienti, secondo Messina, da certo mondo imprenditoriale e certa massoneria, consigliano di passare il Rubicone, solleciterebbero la nascita di uno o più partiti politici “federati”.
Spatuzza e i Graviano al tempo delle stragi parlarono di novità politiche favorevoli alle cosche? Ci furono trattative per fermare le stragi in cambio di concreti provvedimenti favorevoli alle cosche? Di sicuro Cosa nostra cercava nuove alleanze e nuove amicizie all’interno delle istituzioni. Di sicuro l’opzione politica era sposata dalle famiglie di Cosa nostra senza reticenze. Lo confermano le dichiarazioni rese da Giovanni Brusca e Tullio Cannella in alcuni verbali d’interrogatorio che si occupano della presunta vicinanza alla mafia di un parlamentare siciliano “a disposizione delle cosche”. Leoluca Bagarella, riferisce Giovanni Brusca, “mi chiese di procurare delle persone disponibili ad impegnarsi per questo progetto di “Sicilia libera”. Inviai alla segreteria di “Sicilia libera” l’onorevole…, dopo averlo incontrato a Montelepre in casa di Salvatore Candela, uomo d’onore, mentre era latitante”. Tullio Cannella, a sua volta, ribadisce che il parlamentare collaborava con Sicilia libera, progetto politico che stava a cuore alle cosche. Bagarella è il cognato di Totò Riina. I corleonesi, dunque, stanno dietro il progetto. Catturato Riina, i Graviano assumono un ruolo centrale nelle famiglie siciliane di Cosa nostra. C’è una logica in tutto questo. Con fatica può essere seguita e dare finalmente una storia alla stagione di sangue degli anni Novanta. Non è facile, ma alcune verità cominciano a venire fuori. Si tratta di assemblare i tasselli. E distinguere fra aspetti giudiziari e vicende politiche, per evitare gli errori del passato.
Gli italiani hanno diritto di sapere quanto ne hanno i tribunali di accertare eventuali responsabilità. Ma non tocca ai magistrati raccontare la storia, tocca alla politica farlo. Magari senza urla, e mettendo da parte gli interessi di bottega.

italiainformazioni.com

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