lunedì 4 gennaio 2010

Saldi di giustizia

di Nicola Tranfaglia

Ecco la notizia. Giuseppe Graviano boss mafioso del quartiere Brancaccio a Palermo, condannato all’ergastolo per numerosi assassini, ha avuto una rilevante riduzione di pena nell’applicazione del carcere duro non dovendo più sottostare all’isolamento diurno. Graviano, interrogato l’11 dicembre scorso al processo Dell’Utri, aveva rifiutato di deporre e aveva chiesto che non gli fosse più applicato il regime previsto dall’articolo 41 bis.
La questione è assai complessa. Basta fare la storia di quel regime carcerario per rendersi conto come l’art. 41 bis (approvato nel 1975 per i reati di terrorismo, poi esteso nel 1992 ai reati di mafia come misura provvisoria e successivamente nel 2002 nel decennale della strage di Capaci) sia stato regolarmente prorogato come misura di carcere duro e segno di volontà dello Stato di non venire a patti con le associazioni mafiose e mettere i detenuti in condizione di non poter comunicare più con l’esterno e tanto meno con i propri seguaci e compagni di mafia. Un precedente clamoroso fu l’abolizione dell’isolamento diurno concessa nel 2001 a Totò Riina che suscitò allora forti polemiche.
L’attuale normativa prevede in termini generali «che dopo la stabilizzazione del 41 bis il detenuto può presentare, più volte nel tempo, richiesta di sospensione perché non sussistono più le condizioni, mentre a seguito di una sospensione non può essere nuovamente sottoposto a questo regime carcerario. Il giudice di merito deve valutare se la persona sia ancora socialmente pericolosa, collegata con l’organizzazione mafiosa. La valutazione, difficilmente dimostrabile, si traduce facilmente nella revoca del 41 bis senza alcun rischio e senza alcuna formale irregolarità».
La decisione di concedere a un boss tutt’altro che pentito e anzi deciso a non parlare, almeno fino ad ora, la misura di alleggerimento della pena, non può non preoccupare l’opinione pubblica. C’è un legame tra la concessione proprio a Graviano e la sua scelta di non testimoniare al processo Dell’Utri? Con una simile scelta si vuol mandare un messaggio sul mutato atteggiamento dello Stato rispetto al carcere duro impersonato dall’applicazione dell’articolo 41 bis e dell’isolamento diurno? In un caso, come nell’altro, si tratta di segnali preoccupanti che si verificano proprio mentre sono in corso il processo al senatore Dell’Utri e l’indagine della procura di Palermo per l’individuazione dei mandanti delle stragi mafiose del ’92 e del ’93.
La situazione è, per così dire, molto delicata. Chi ha seguito le vicende del rapporto tra mafia e politica ricorda infatti che, tra le richieste che Cosa Nostra - guidata in quel momento, almeno formalmente, da Riina e Provenzano - presentò a chi conduceva le trattative per lo Stato (sicuramente i Ros dei Carabinieri ma non sappiamo per conto di chi), quella dell’abolizione del 41 bis, o di una sua consistente attenuazione, era tra le più importanti che l’associazione mafiosa aveva elaborato. Sta forse scoppiando la pace tra Cosa Nostra e i poteri attuali?

da L'Unità.it

Nessun commento: