venerdì 22 gennaio 2010

La 'ndrangheta avvisa lo Stato e ora si teme l'effetto Palermo

di Attilio Bolzoni

REGGIO CALABRIA - La prima mafia d'Italia non vuole perdere le sue proprietà: la città di Reggio, la piana di Gioia Tauro, la Locride, Rosarno, Palmi, tutta la Calabria. La prima mafia d'Italia vuole ricordare chi è che comanda ancora in queste terre. E lo manda a dire con un'auto abbandonata, un'auto piena di armi sulla strada dove stava passando il corteo presidenziale. È un segnale, un altro messaggio che annuncia la sfida, la guerra. Qualcuno, quaggiù, ha ormai paura che i boss vogliano fare della Calabria una Sicilia degli Anni Ottanta. Un inferno.

Quell'auto, con i suoi fucili a canne mozze e i suoi ordigni grezzi, è stata messa lì apposta per farla ritrovare. Un atto "dimostrativo". Forse un ultimo tentativo di trattativa con quello Stato che, all'improvviso, si è rivisto a Reggio dopo quaranta o cinquant'anni. Tira un'aria infame qui in Calabria. Basta mettere in fila gli appuntamenti della settimana per spiegare cosa sta accadendo in questa regione, che la 'Ndrangheta considerava il regno suo e dove lo Stato era sempre sceso a patti. Lunedì sono sbarcati il ministro degli Interni Maroni e il capo della polizia Manganelli. Martedì è arrivato il ministro della Giustizia Alfano. Ieri la visita del Presidente Napolitano. Oggi una commissione del Consiglio superiore della Magistratura sarà in ricognizione nel distretto di Corte d'Appello. Troppo. È il "caso Calabria" che è diventato un affaire nazionale per la prima volta.

Troppo per le 143 famiglie abituate a spadroneggiare dal Pollino fino allo Stretto, troppo per quella mafia politica che succhia fondi comunitari, troppo anche per quei galantuomini dei Cordì o dei Morabito o dei Molè. Fino all'altro ieri vivevano come califfi, ogni tanto un carico di stupefacenti perduto (spesso con accordo sbirresco) e poi l'impunità totale e perenne. Processi aggiustati, testimoni muti, magistrati timorosi o imbeccati. Mai un'inchiesta sulle contiguità, sui colletti bianchi o grigi, sul vero potere di Reggio.
La prima mafia d'Italia vuole continuare a esistere indisturbata come ha sempre fatto. La 'Ndrangheta non vuole farsi processare. Ecco perché quell'auto è stata abbandonata lì, sulla strada per l'aeroporto. Venti giorni fa, l'altra bomba. L'esplosivo alla procura generale di Reggio. Un altro ordigno rudimentale, un altro messaggio. E prima ancora - a dicembre - i due boss di Taurianova che si erano procurati le pistole in carcere e volevano fuggire dal furgone blindato che li stava trasportando da Palmi. E prima ancora - a novembre - il lanciamissili sequestrato a Taurianova. E le "sparatine" di ogni giorno, i cantieri saltati in aria di notte. E le "cimici" piazzate nelle stanze dei magistrati. Segnali di una guerra che sta per cominciare.

Sembra di essere tornati nella Palermo di tanti anni fa in questa Reggio che freme e teme, assuefatta a tutto fino a qualche anno fa e prigioniera delle sue signorie, oggi soffre la "presenza" di qualcuno che vuole cambiare le regole del gioco. Il ministero degli Interni ha inviato i suoi uomini migliori, la Finanza e l'Arma dei carabinieri hanno spedito in Calabria ufficiali di primissimo ordine, al Palazzo di Giustizia c'è stata una piccola grande rivoluzione. A metà, però. In procura sono arrivati dalla Sicilia il capo Giuseppe Pignatone e i suoi vice Michele Prestipino e Ottavio Sferlazza, una mezza dozzina di giovanissimi sostituti fuori dalla palude reggina completano la squadra. C'è anche un nuovo procuratore generale, Salvatore Di Landro. La bomba di Capodanno gliel'hanno piazzata neanche trenta giorni dopo il suo insediamento.

L'altra metà del Palazzo è quella di prima, soprattutto la magistratura giudicante. E in questi mesi, lì si decideranno i destini di centinaia di capimafiosi arrestati negli ultimi anni. È lì che finiranno prima o poi anche le oltre 600 richieste di custodia cautelare che "pendevano" fino al novembre scorso sulle scrivanie dei giudici per le indagini preliminari, un ufficio ingolfato. Altre 350 ne stanno per arrivare. È in questa città dove la mafia si era impossessata di tutto che i boss avvertono come una minaccia il "nuovo corso". La più potente organizzazione criminale d'Europa, la più tribale e insieme moderna - una "mafia liquida" l'ha definita l'ex presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione paragonandola ad Al Qaeda per "l'analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica" - sta studiando le mosse per rispondere all'attacco. Il primo dopo decenni. E lancia i suoi avvisi. Parla con le bombe che (per ora) non esplodono. Parla con le armi che (per ora) non sparano. Parla con un'auto abbandonata il giorno della visita del capo dello Stato.

repubblica.it

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