martedì 12 gennaio 2010

I verbali del figlio di Don Vito su Mori e Obinu

di Nicola Biondo

Da due anni è diventato il testimone delle più delicate inchieste di mafia. Massimo Ciancimino, 45 anni, figlio di Vito, ex-sindaco Dc di Palermo, una vita passata tra la politica e la mafia. Ad oggi ha reso una sessantina di verbali alle procure di Palermo, Caltanissetta e Catania. Di questi oltre una ventina stanno per essere depositati dai Pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia al processo per la mancata cattura di Binu Provenzano. Temi che scottano, pezzi di storia criminale e non solo. Lontani i tempi per Ciancimino jr delle feste della movida palermitana che negli anni ’80 e ’90 lo vedevano sempre in prima fila. Oggi che vive sotto scorta l’unica cosa che gli fa perdere il sorriso è la parola pentito. «Di cosa dovrei pentirmi? Il mio cognome non l’ho scelto. Solo i miei errori mi appartengono,ma ho ancora tempo per rimediare». Forse è pure per rimediare che da due anni rilascia una mole impressionante di dichiarazioni alle procure di mezza Italia, anche se le malelingue dicono che la scelta di parlare con i magistrati va fatta risalire alla cattura di Provenzano, l’amico di una vita di suo padre. Dal carcere, il boss non lo potrebbe più proteggere. Cresciuto all’ombra di don Vito – da cui ha ereditato il gusto per gli affari e una certa diabolica velocità di pensiero – le dichiarazioni di Ciancimino jr potrebbero rivoluzionare tante mezze verità. Da quella sulla trattativa tra Stato e mafia che sarebbe iniziata subito dopo la morte di Giovanni Falcone nel maggio 1992, a quella sulla strage di via D’Amelio.

Non solo parole, quelle di Massimo, ma carte, tantissime carte, tutte provenienti dall’archivio paterno e consegnate ai magistrati. Dal famigerato Papello ad una serie di lettere che Provenzano, l’unico corleonese scampato alla reazione dello Stato dopo la mattanza del ’92-’93, inviava all’ex-sindaco. Le dichiarazioni che Massimo Ciancimino rende dal 2008 ai Pm non scavano però solo nei segreti della fine della prima repubblica ma arrivano fino al cuore della seconda. Il filo rosso è sempre quello dei documenti del padre. In alcuni di essi don Vito si rivolgerebbe al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Altri riguarderebbero un senatore del centro destra con cui Provenzano sarebbe stato in contatto. Una parte di questo racconto sta per essere messo agli atti di un processo poco conosciuto eppure molto importante, che vede imputati due alti ufficiali dei carabinieri, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. L’accusa è di non aver arrestato il 31 ottobre 1995 Binu Provenzano in un casolare della provincia palermitana. Una vicenda che – secondo la Procura – va inserita come un tassello nel puzzle della trattativa tra stato e Cosa nostra: Provenzano sarebbe stato, attraverso Vito Ciancimino e altri, il garante di un patto per il quale la mafia targata Binu avrebbe, come è avvenuto, riposto nel fodero l’arma delle stragi in cambio di una mano libera per gli affari e un cono d’ombra nelle indagini. Che don Vito abbia interloquito con lo Stato era noto ben prima della metamorfosi del figlio Massimo.

Nel suo salotto palermitano e romano prendevano posto politici e magistrati, ma anche giornalisti, uomini dei servizi segreti, imprenditori famosi e ufficiali dei carabinieri. Tra questi con certezza vi furono appunto Mori e De Donno. Nel corso di questi incontri tra l’estate e l’autunno del ’92, secondoil figlio di Vito, sarebbe avvenuto il passaggio di mano del Papello e furono poste le condizioni per la cattura di Riina, “tradito” dal compare di una vita Provenzano. Una circostanza sempre negata dai due ufficiali. Intanto Ciancimino jr, dopo essere stato condannato in appello a 3 anni e 4 mesi per aver riciclato parte dell’eredità paterna, è atteso il prossimo primo febbraio al processo per la mancata cattura di Provenzano. Proprio nell’aula bunker dell’Ucciardone, teatro del maxiprocesso dove sfilarono i grandi pentiti di mafia. Ma non chiamatelo pentito.

l'Unità

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