mercoledì 13 gennaio 2010

Catania, Scapagnini rinviato a giudizio per falso ideologico sui conti del Comune

Umberto Scapagnini, ex sindaco di Catania e attuale parlamentare nazionale del Pdl, è stato rinviato a giudizio per falso ideologico nell'ambito dell'inchiesta sul buco in bilancio da centinaia di milioni di euro dell'amministrazione municipale etnea. Assieme a Scapagnini sono stati rinviati a giudizio, per le stesse ragioni, l'ex responsabile del servizio di Ragioneria, Vincenzo Castorina, e tredici ex assessori di diverse giunte di centrodestra. Prosciolti invece il ragioniere Francesco Bruno e gli ex assessori Antonino D'Asero e Orazio D'Antoni.

La decisione è stata presa dal Gup Angelo Costanzo che ha però disposto il non luogo a procedere per il capo d'imputazione più grave, l'abuso d'ufficio, sostenendo che il fatto non costituisce reato in assenza di dolo. La prima udienza del processo sarà celebrata il prossimo 30 marzo davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Catania. Il procedimento ha preso avvio da osservazioni formulate a suo tempo dai revisori dei conti relativamente al bilancio consuntivo dell'anno 2003, sul quale ha mosso rilievi anche la Corte dei conti. L'indagine avrebbe accertato un deficit di bilancio ammontante complessivamente negli anni a parecchie centinaia di milioni di euro.

Oltre a Scapagnini e Castorina il Gup Costanzo ha rinviato a giudizio per falso ideologico gli ex assessori Francesco Caruso, Giuseppe Arena, Mario De Felice, Filippo Drago, Stefania Gulino, Santo Ligresti, Giuseppe Maimone, Domenico Rotella, Salvatore Santamaria, Giuseppe Siciliano, Nino Strano, Giovanni Vasta e Giuseppe Zappalà.
A loro, a vario titolo, sono contestate l'avere votato a favore in giunta per le delibere di approvazione della previsione dei conti del 2004 e del 2005.

Nell'inchiesta è confluita anche l'indagine riguardante la società Catania Risorse, costituita nel dicembre 2006 dal Comune allo scopo di risanare l'indebitamento al deficit che, secondo l'accusa, sarebbe stato realizzato attraverso la vendita di beni immobili anche appartenenti al patrimonio indisponibile del Comune e quindi non consentita dalla legge. Gli imputati hanno spiegato ai magistrati di avere agito allo scopo di evitare la dichiarazione dello stato di dissesto, che avrebbe comportato un serio pregiudizio per la città e per l'interesse dei creditori dell'amministrazione comunale.

repubblica.it

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