giovedì 31 dicembre 2009

Buon anno Italia, Perchè voto Berlusconi Volume 4


Perchè è Educato





Buon anno Italia, Perchè voto Berlusconi Volume 3

Perchè è Umile





Buon anno Italia, Perchè voto Berlusconi Volume 2


Perchè è Liberale


Buon anno Italia, Perchè voto Berlusconi Volume 1


Perchè è Sincero






Buon anno Italia, Flagelli d'Italia


Buon anno Italia, Dov'è la Zoccola?

Ebbene si, YouTube può anche questo, guardate cosa ho trovato navigando in rete, ascoltatelo con le cuffie o ad alto volume e capirete.

Buon anno Italia.




mercoledì 30 dicembre 2009

Craxi? Un politico Morto da latitante


di Marco Travaglio

Ma sì, in fondo è giusto così. O almeno è comprensibile che i grandi partiti si apprestino a celebrare, con le più alte cariche dello Stato (o di quel che ne resta), Bettino Craxi, pluripregiudicato per corruzione e finanziamento illecito, titolare di conti esteri su cui aveva accumulato tangenti per almeno 150 miliardi di lire, distruttore del più antico partito italiano, il Psi, dopo cent’anni di storia, morto latitante in Tunisia dove si era rifugiato per sfuggire alle leggi del suo paese, leggi che aveva fatto e violato lui.
Il grande statista che, in quattro anni di governo, raddoppiò il debito pubblico portandolo dal 70 al 92% del Pil.
Il sincero democratico che riuscì ad allearsi con gentiluomini come Siad Barre e i generali argentini.
Dopo dieci anni trascorsi a rimpiangerlo in segreto, per paura degli elettori onesti superstiti, i partiti han capito che è giunta l’ora di celebrarlo alla luce del sole.
Il decennale di San Bottino, col contorno di strade e piazze dedicate, monumenti equestri, targhe commemorative, convegni riabilitatorii, salotti televisivi con lacrima incorporata, lumini votivi, è la grande occasione per i politicanti di tutte le specie: Berlusconi potrà finalmente rivendicare l’eredità craxiana, per troppi anni nascosta dietro il cerone del nuovo che avanza (mentre è il vecchio che è avanzato); D’Alema renderà omaggio una volta per tutte al suo idolo di sempre; il Pdl, riabilitando un vecchio corrotto, riabiliterà anche il suo leader corruttore; il Pd, archiviando come dettagli ininfluenti le ruberie craxiane, legittimerà anche quelle berlusconiane in vista dell’agognato inciucio; le seconde e terze file della prima Repubblica sopravvissute alla Seconda si scaricheranno la coscienza nei confronti di un tizio che faceva né più né meno quel che han sempre fatto loro, con la differenza che lui si fece beccare e dovette svignarsela, mentre loro sono ancora tutti lì.
In queste riletture del passato, il Cavaliere è maestro: è riuscito addirittura a riabilitare un mafioso sanguinario Vittorio Mangano, issato fra gli ‘eroi’ del suo personale Pantheon arcoriano che si sta costruendo come il reverendo Moon. Anche Feltri, che 17 anni fa chiamava Craxi ‘il cinghialone’, ha già fatto pubblica ammenda.
Ma non per tutti è così.
Magari sarà un po’ imbarazzante per Napolitano (semprechè sia davvero intenzionato a partecipare alla baracconata) commemorare quel Craxi che, in Parlamento e poi nei famosi fax da Hammamet, lanciò velenose insinuazioni sui finanziamenti delle sue campagne elettorali, come su quelle di Amato e Del Turco.
Forse sarà un po’ imbarazzante anche per D’Alema e Violante, visto che Craxi accumulava dossier ricattatorii pure sul loro conto.
Dovranno riabilitarlo fischiettando e guardando per aria.
Del resto chi continua a parlare di ‘esule’ per non dire latitante, di ‘errori’ per non dire delitti, di ‘finanziamenti non registrati’ per non dire tangenti e grassazioni, è capace di tutto.
Anche di dire ‘statista’ per non dire ladro.
A questo punto però limitarsi a una semplice commemorazione sarebbe riduttivo.
Fatto trenta, bisogna avere il coraggio di fare trentuno. Riabilitare Craxi non basta: bisogna proprio beatificarlo. Santificarlo a imperitura memoria. E nominarlo nuovo patrono d’Italia al posto di san Francesco. Il santo di Assisi ormai stona nel contesto generale: uno che donava agli altri i soldi suoi, figuriamoci.
Molto meglio il santo di Hammamet, che rubava i soldi degli altri.
Nell’ambito della Grande Riforma, poi, si potrebbe approvare una legge costituzionale per ritoccare la bandiera tricolore, inserendo nel campo bianco un piede di porco stilizzato.
Quanto alla strada da dedicare al compianto statista, una via di Milano è roba da pezzenti. E poi ‘Via Craxi’ ricorda troppo gli slogan del 1992-’93, quando gli italiani, fra le guardie e i ladri, sceglievano ancora le guardie.
Se strada dev’essere, che sia una tangenziale.

da il Fatto Quotidiano


Previti pena finita è libero ma vietato tornare in politica

MILANO - Quattro giorni in una cella di Rebibbia nel maggio del 2006. Tre anni e sette mesi in affidamento ai servizi sociali in una comunità di Roma, quella di don Picchi. Questo il conto pagato e scontato da Cesare Previti con la giustizia italiana. Dal 24 dicembre scorso, la procura generale di Milano ha ufficializzato il suo "fine pena". L'ex ministro della Difesa del primo governo Berlusconi, il legale storico del gruppo Fininvest, dalla vigilia di Natale è così un uomo libero.

Salata la pena definitiva che la Cassazione gli ha comminato. Sei anni e mezzo di carcere per la corruzione nella vicenda Imi-Sir, un altro anno e mezzo in continuazione per la questione Mondadori. È stato lui, hanno stabilito le sentenze, il regista della corruzione di almeno due grossi affaire giudiziari. Quello che ha condannato l'Imi a risarcire la Sir dello scomparso Nino Rovelli per quasi mille miliardi di vecchie lire, e la scalata Mondadori, affidata al gruppo Fininvest proprio grazie alle mazzette che Previti ha allungato al giudice civile di Roma, Vittorio Metta, che aveva motivato la sentenza civile a favore della società di Silvio Berlusconi.

Le porte di Rebibbia, per uno dei fondatori di Forza Italia, si sono aperte la mattina del 5 maggio di tre anni fa. All'indomani della condanna definitiva a sei anni per la questione Imi-Sir, Previti si presenta spontaneamente in carcere. Ci rimane quattro giorni, il tempo necessario al Tribunale di Sorveglianza della capitale di applicare la legge Cirielli. Ai condannati ultrasettantenni è possibile scontare una condanna anche fuori dal carcere. Da quel momento, Previti si trova agli arresti domiciliari nella sua casa di piazza Farnese a Roma. Alcune settimane e passa all'affidamento in prova ai servizi sociali, occupandosi di disagio, nella comunità di Don Picchi, sull'Appia Antica. Durante il giorno, abbandona la sua casa di buon ora, si occupa di alcolisti e tossicodipendenti, alla sera rientra nella sua casa. Nei week end, invece, è libero. Sono testimoniate presenze costanti al circolo Cannottieri, sul Lungotevere, dove secondo Stefania Ariosto, testimone principale dell'inchiesta sulle toghe sporche della capitale, l'ex ministro avrebbe pagato uno dei giudici coinvolti in questa vicenda.

Ufficialmente, per Previti, in questi anni i rapporti con il mondo politico non sono altro che un lontano ricordo. Oltre a "comparsate" nella tribuna vip dell'Olimpico, a pochi metri dal presidente biancoceleste Claudio Lotito, non ci sono foto o testimonianze che raccontano di nuovi incontri con l'amico Berlusconi. Lo scorso 22 maggio, in occasione dei 40 anni della fondazione di don Picchi, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha abbracciato l'ex compagno di coalizione e si è intrattenuto a colloquio con lui.

Da Natale, Cesare Previti, è tornato alla vita di sempre. Gli resta un'unica privazione: a 75 anni, non potrà più candidarsi ad alcuna carica pubblica. Tra le pene accessorie fissate dai giudici, infatti, anche quella dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici.

da repubblica.it

“In Calabria altro che P2”. Ecco perché hanno fermato De Magistris. Parla Gioacchino Genchi

di Nello Tronchia

Sembra la P2, ma non lo è, gli somiglia molto. Una rete di intrighi, relazioni pericolose tra mondo della finanza, imprenditoria, politica e magistratura. Inseguono interessi di parte, scoperti da un magistrato rigoroso, messo alla porta. Ma non è solo la storia delle inchieste di Luigi De Magistris questo libro, il caso Genchi, edizioni Aliberti, a cura di Edoardo Montolli, è il racconto di un’Italia sepolta da trame, affari, incroci e patti luciferini. La seconda Repubblica nata dalle stragi degli anni ’90, via D’amelio si incrocia con Why not, la mega inchiesta del pubblico ministero napoletano, e in entrambe balzano fuori gli stessi nomi. C’è l’amara consapevolezza che quello che ci fanno vedere è la minima parte, dietro il proscenio c’è la verità ansimante, ridotta a brandelli. Ripercorriamo alcune significativi tasselli di questa trama oscura. Gioacchino Genchi, un funzionario di polizia, è stato superconsulente delle procure, ha seguito le indagini sulle stragi e altre inchieste sugli scandali che hanno attraversato il paese. Qualche settimana fa l’ex ministro Claudio Martelli si chiese ma chi è questo Genchi?

Le stragi, l’impegno di Martelli e il grand hotel dell’Ucciardone

Genchi, quasi sorride. “Con Martelli ci siamo rivisti e ho chiarito. Si è ricordato di me. Devo riconoscere che fu il ministro che la sera del 19 luglio del 1992 ebbe il coraggio di firmare il provvedimento che dispose il carcere duro dei mafiosi. Fui incaricato io di trasferire i boss dall’Ucciardone al carcere di Pianosa. Un passaggio particolare, trovammo i boss nel grand hotel dell’Ucciardone che brindavano. Li prendemmo e li trasferimmo nel super-carcere di Pianosa. Fu l’unica volta in cui lo stato sorprese la mafia”. Genchi è un archivio vivente, i ricordi li corrobora di una percettibile amarezza per quanto è accaduto, per le menzogne che gli hanno riversato addosso in questi mesi. Berlusconi ha detto: 'sta per uscire uno scandalo forse il più grande della repubblica, un signore ha messo sotto controllo 350mila persone'. “In vita mia non ho mai fatto una sola intercettazione, dico una. Il mio lavoro era analizzare le intercettazioni fatte dalla polizia giudiziaria, come le analizzavano gli avvocati. Io ho lavorato su dati di traffico, su tabulati, su informazioni oggettive sempre con provvedimenti legittimi dell’autorità giudiziaria, e solo per l’autorità giudiziaria ho lavorato. Il mio lavoro è stato vagliato non solo dai giudici e dai pubblici ministeri, ma è stavo vagliato anche dagli avvocati”.

Ascolta la prima parte dell’intervista

Da via D’Amelio a Why not

Nel libro si incrociano storie e personaggi che ritornano. “E’ un libro per i giovani, un thriller, il problema è che tutto è vero, terribilmente vero”. E tra gli incroci uno è pericoloso oltre che inquietante. Protagonisti che orbitano nella stagione delle stragi, via D’Amelio dove morirono Paolo Borsellino e la sua scorta, e ritornano in Why not, l’inchiesta di Luigi De Magistris, affossata da veti e epurazioni. “In alcune intercettazioni che riguardavano Saladino e un suo amico imprenditore si fa riferimento ad un altro personaggio legato alla compagnie delle opere di Saladino che era stato intercettato dalla procura di Caltanissetta nell’ambito delle indagini sui mandanti occulti delle stragi”. Inchieste bollenti quelle di De Magistris. “Indagini fermate perché guardavano a 360°, riguardavano uomini di sinistra e destra, imprenditori e apparati dei servizi, mondo dell’informazione. Questo ha provocato la reazione compatta di questo comitato di affari. Sono saltati tutti quelli che indagavano: prima il capitano Zacheo, il pm De Magistris, i magistrati di Salerno che provavano a far luce sulla vicenda e il consulente che aveva raccolto i dati che si volevano nascondere”. Si è parlato di una nuova P2, ma per Genchi la definizione è riduttiva. “La P2 prevedeva una modifica sostanziale degli apparati dello stato, il controllo di magistratura e informazione, ma non c’è traccia del controllo dei partiti di opposizione. Per Gelli non era possibile prevedere tutto questo, all’epoca il partito comunista aveva un segretario che si chiamava Enrico Berlinguer. Non erano tempi per inciuci o accordi sottobanco”.

Ascolta la seconda parte dell’ intervista

Il corto circuito informazione, magistratura: il caso Fortugno.

Sul caso Fortugno, ma anche sulla strage di Duisburg, emerge un corto circuito di rapporti tra magistrati, giornalisti. Tutto ruota attorno ad una fuga di notizie che inquieta perché riguardava indagini delicatissime. Roba che scotta e che al momento resta rinchiusa nel libro e nessuno pone domande e solleva il caso. “C’è un corto circuito casuale. Viene tutto fuori da approfondimenti su alcuni giornalisti e su uno in particolare, a riscontro di alcune dichiarazioni della Merante sul controllo dell’informazione in quella fase di ascesa dell’attività imprenditoriale di Saladino. E da lì vengono fuori quei contatti telefonici di quel giornalista con dei magistrati reggini della procura nazionale antimafia e della procura distrettuale di Reggio Calabria. E’ venuto fuori che le fughe di notizie che avevano accompagnato le indagini sul delitto di Fortugno e la strage di Duisburg vedevano contatti telefonici in orari ben precisi tra il giornalista che aveva scritto di quelle notizie coperte da segreto e quei magistrati. Si stavano facendo approfondimenti in quella direzione, ma si è fatta saltare l’indagine. Abbiamo toccato fili che scottano”. Genchi ci racconta che questo è un punto decisivo. Dopo l’uscita del libro un’inchiesta preparata da un quotidiano calabrese su questo corto circuito è saltata il giorno prima di andare in edicola. Non bisogna sapere.

Ascolta la terza parte dell’ intervista

L’Avvelenata

La Calabria è una regione che ha un profondo bisogno degli interventi dello stato. Un intervento che non deve riguardare una parte politica piuttosto che un’altra. Genchi racconta: “Tra le acquisizioni che avevamo in itinere con De Magistris alcune riguardavano un consigliere regionale dell’Italia dei Valori. Non c’era una pregiudiziale verso destra, sinistra o centro. Anche perché i politici calabresi oggi te li trovi a destra, domani a sinistra”. Clientela, povertà e corruzione.
Chiudiamo l’intervista con le ultime dichiarazioni di Spatuzza. Genchi consiglia: bisogna ripartite dai traffici telefonici nel periodo post-stragista. “Un telefono intestato ad un incensurato, un presidente di un circolo di Forza Italia di Misilmeri, è in contatto nel 1994 con personaggi che sono stati condannati per le stragi di Firenze e Palermo. Con questo cellulare ci sono contatti anche con Spatuzza, in quei tabulati abbiamo trovato un riscontro fondamentale: il cellulare di Spatuzza. Dal cellulare dell’incensurato e di Spatuzza ci sono contatti ben precisi nelle date e nei giorni che hanno accompagnato la costituzione a Palermo dei club di Forza Italia a febbraio 1994 che precedono la prima riunione dei club di Forza Italia che si fa nell’Hotel San Paolo, costruito da Ienna per conto dei Graviano”. Genchi conclude: “ I risultati delle elezioni del 1994 segnano il trionfo di Forza Italia. Ma secondo lei per chi ha votato la mafia?”
Genchi adora la musica d’autore. “Il pescatore di De Andrè, ma anche l’avvelenata di Guccini”. E il maestrone scriveva: “ Ma s'io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso”.

da articolo21.info

La Lega Nord

di Dario Campolo

Giusto per intenderci non voglio affrontare il tema già affrontato più volte sulla giravolta di posizione delle Lega Nord nei confronti del Berlusconi Mafioso, da Bossi più volte urlato negli anni 90 per arrivare ai giorni nostri e vederlo come uno dei suoi più fedeli amici come neanche i nostri tanto amati cani riescano a fare, ma ciò a cui tengo è farvi capire quanto la Lega sia peggio del Fascismo, ATTENZIONE perché l'integrazione nel nostro paese avverrà prima o poi senza se e senza ma, volenti o nolenti AVVERRA'.

Sta a noi far sì che tutto ciò avvenga nel migliore dei modi, con regole e leggi uguali per tutti e soprattutto facendole rispettare, ma questo non si può evitare chiudendo gli occhi e cacciando tutti perché altrimenti sarà inevitabile lo scontro fisico e questo l'Italia non può permetterselo.

Per fare un esempio, lo stupratore Rumeno deve essere punito per legge allo stesso modo di uno stupratore Italiano, questo deve essere chiaro.

Un video molto interessante per farvi capire cosa vuol dire Lega, ahimè.



Per capire un pò...

di Dario Campolo

Giusto per chi non sa, non vuole o meglio ancora non ha voglia di sapere, ecco un video che rappresenta un riassunto sul più grosso scandalo della Repubblica Italiana per dirla come il nostro Premier Berlusconi la disse circa un anno fa temendo chissà cosa.

Il chissà cosa sta esplodendo in questi giorni sotto un silenzio assordante con le dichiarazioni di Gioacchino Genchi che fra l'altro ci dice documentando che nella trattativa mafia stato avviata negli anni 90 delle telefonate ci sono state, i tabulati parlano chiaro, eh...... come si dice?

CARTA CANTA!!!!!



Un paio di osservazioni sulla “antimafia dei fatti” di questo governo

di Giulio Cavalli

Di fronte all’ennesima fanfara di numeri sventolata dal Governo nella recente campagna pubblicitaria intitolata “antimafia dei fatti” credo che vadano precisati alcuni punti. Non tanto per entrare nella desolante arena dialettica di un esibizionismo politico impacchettato con proclami in confezione regalo quanto almeno per un’onestà dei Fatti che sarebbe un vero peccato non prendersi la briga di raccontare.

Il 90% degli “arresti eccellenti” snocciolati dai recenti proclami (così come i loro patrimoni sequestrati) in questo ultimo anno sono il risultato o di rivelazioni di pentiti che hanno esercitato la parola nelle sedi competenti (piuttosto che l’eroismo dell’omertà di manganiana memoria) o di quelle stesse intercettazioni che questo stesso governo sta trasformando in un desueto e antico fenomeno di costume. Ma la dicotomia più comica è che i magistrati che arrestano i mafiosi e sequestrano patrimoni sono gli stessi che a Palermo processano Dell’Utri per concorso esterno e indagano sulle trattative Stato-mafia. Gli stessi che a Caltanissetta e Firenze hanno riaperto le indagini sui mandanti occulti delle stragi del 1992-93. Gli stessi che a Napoli hanno chiesto e ottenuto un ordine di custodia per il sottosegretario Cosentino, ovviamente subito “stoppato” dalla Camera. Ed è proprio un peccato che in questa “trionfale marcia di numeri” il Governo abbia perso con Cosentino la possibilità di aggiungere un trofeo nella teca dell’antimafia.

Senza dimenticare il segnale culturalmente criminale dell’emendamento della finanziaria passato anche in Senato che consente la vendita degli immobili confiscati alle mafie; che potrà finalmente dare il via ad una numerologia di confische e restituzioni alle mafie come in una meravigliosa partita a Monopoli sulla tavola della legalità. Del resto è quasi stucchevole ricordare come siano proprio le mafie ad avere in questo momento la liquidità più facile per aspettare i 90 giorni passati dalla confisca senza assegnazione ed inviare qualche “testa di legno” amica all’asta di vendita. E, attenzione, non si tratta di pessimistiche ipotesi: i comuni di Canicattì in provincia di Agrigento e Nicotera in provincia di Vibo Valentia sono stati sciolti per mafia per avere assegnato beni confiscati a prestanome dei mafiosi colpiti dalla confisca. Un emendamento che riesce nella mirabolante impresa di tradire in poche righe sia il buon senso legislativo (affidando il meccanismo di vendita degli immobili ai funzionari locali del Demanio che per esposizione ambientale non sono nella posizione migliore di gestire “condizionamenti” nella vendita) sia alle centinaia di ragazzi che sotto la bandiera di Libera decidono di dedicare il proprio tempo e le proprie vacanze al volontariato sui beni confiscati a Corleone, Castelvolturno, San Giuseppe Jato e altri. E per finire in bellezza calpestando in un colpo solo quel milione di cittadini che nel ’96 firmarono l’appello di Don Ciotti per l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività: mandare sul marciapiede la dignità di un paese per fare cassa è azione da piazzisti piuttosto che Statisti.

In questo luccicante contesto di “antimafia dei fatti”, il recente scudo fiscale oltre a permettere il rientro di capitali dall’estero con penali da Repubblica delle Banane ha anche in parte cancellato e in parte indebolito l’obbligo di segnalare operazioni sospette rendendo pressoché sterile il sistema di rilevamento di possibili casi di riciclaggio. Infatti (come avverte Roberto Scarpinato) l’art. 13 bis, comma 3, del Dl n. 78 del 2009 ha disposto che non si applica l’obbligo della segnalazione delle operazioni sospette per tutti i casi in cui i capitali rimpatriati o regolarizzati derivino da una serie di reati sottostanti che vengono estinti dallo scudo fiscale: i reati tributari di omessa dichiarazione dei redditi o di dichiarazione fraudolenta e infedele. Vengono inoltre estinti una lunga serie di reati quando siano stati commessi per eseguire od occultare i reati tributari, ovvero per conseguirne il profitto: alcuni reati di falso previsti dal codice penale (articoli 482, 483, 484, 485, 489, 490, 491 bis e 492), di soppressione, distruzione e occultamento di atti veri, nonchè dei reati di false comunicazioni sociali previste dal codice civile (articoli 2621 e 2622): capitali di origine illegale immessi nel mercato a seguito di tale normazione e del regime di invisibilità assicurato ai capitali ‘scudati’.

Si è venuta a determinare per il vastissimo popolo degli imprenditori collusi l’opportunità di fare rientrare dall’estero capitali sporchi dei loro soci mafiosi occulti, spacciandoli falsamente come frutto di evasione fiscale per poi immetterli nel circuito produttivo.

Non mi risulta che Presidente e Ministri abbiano deleghe da Catturandi per acciuffare latitanti (ed è un peccato, perché almeno le auto delle Forze dell’Ordine non avrebbero il problema di cadere a pezzi e avere il serbatoio vuoto), e non mi risulta nemmeno che abbiano deleghe di magistratura (senza volere suggerire un’idea…) per le indagini; sicuramente hanno la responsabilità politica di quanto scritto sopra. E questi sono Fatti. Quale forma abbiano non lo so. Ma, sicuro, l’antimafia è un’altra cosa.

da giuliocavalli.net


Berlusconi prepara i manifesti con il suo volto ferito


di Marco Conti

ROMA (29 dicembre) - Il ”Partito dell’amore” immaginato da Silvio Berlusconi, nella versione De Amicis e non Cicciolina, è destinato ad avere una vita più lunga delle festività natalizie. Così come le immagini dell’aggressione subita dal premier in piazza Duomo che, per diventare eterne, finiranno presto sui muri delle principali città italiane, affinché il Cavaliere, ritratto con il sangue sul volto o con le bende, sia monito a coloro che si ostinano a rifiutare il dialogo e il confronto.

In questi giorni di relativa vacanza, Berlusconi ha infatti dato il via libera a una seria di bozzetti che molto presto diventeranno manifesti sei per tre. Da un lato la foto del presidente del Consiglio con il volto insanguinato, a destra lo slogan ”l’amore vince sempre sull’odio”. Da un lato l’immagine del premier con le bende, dall’altro lo slogan ”basta con le fabbriche dell’odio”.

D’altra parte l’effetto-souvenir ha dato al premier la possibilità di consolidare la robusta svolta data alla linea della maggioranza sin dalle prime ore successive all’aggressione. Archiviata la prospettiva del voto anticipato, la mano tesa all’opposizione ha il vantaggio di intercettare il senso comune di un Paese stanco di risse e violenza anche verbale.

Sondaggi e focus group in possesso del premier, e forniti dall’immancabile e precisissima Euromedia di Alessandra Ghisleri prima e dopo il lancio del souvenir, confermano infatti che oltre il 70 per cento degli italiani - molti dei quali impegnati a difendere il proprio posto di lavoro - è stufo del clima di scontro che si è respirato negli ultimi mesi e chiede alla politica, specie quella che governa, risposte serie sulla crisi e sui principali problemi del Paese. Basta quindi con le risse. Basta con la contrapposizione violenta anche a mezzo stampa. Con i sondaggi di gradimento altissimi anche per il ruolo da ”eroe” che gli ha tributato l’aggressione in piazza Duomo, Berlusconi da giorni interviene via etere per consolidare l’immagine di un premier-vittima, capace però di reagire in maniera costruttiva.

Trasformare il Popolo delle Libertà in partito dell’Amore, cristianamente inteso, non solo mette premier e Papa sulla stessa lunghezza d’onda anche a seguito delle aggressioni ricevute, ma spiazza l’opposizione che, se non si associa allo ”spirito nuovo”, rischia di essere annoverata dall’altra parte della barricata. Ovvero nel partito dell’Odio. La controffensiva mediatica del Cavaliere avrà quindi bisogno di meno titoli contro gli alleati ”infidi e bari”, e di una dose massiccia di progetti di riforma. Ecco perché, sempre in questi giorni di relativa vacanza, il Cavaliere ha sentito i ministri ad uno ad uno chiedendogli mettere nero su bianco l’agenda del nuovo anno.

«Il 2010 sarà l’anno delle riforme», ha annunciato qualche giorno fa. L’impegno dovrebbe essere rispettato grazie al lavoro del Guardasigilli Alfano che presenterà la riforma della giustizia. Alla riforma fiscale in favore delle famiglie sta lavorando Tremonti. Sacconi a quella degli ammortizzatori sociali e, forse, a quella della pensioni. A Maroni la revisione dei testi in materia di sicurezza nel lavoro e la riforma della polizia locale. Brunetta sarà ovviamente impegnato nel tentativo, a tratti disperato, di ridare efficienza alla pubblica amministrazione. Sullo sfondo resta ovviamente il più ampio progetto di riforme istituzionali che muoveranno dalla ormai nota bozza-Violante e che dovrebbero coinvolgere l’opposizione.

Le elezioni regionali di marzo, saranno quindi giocate da Berlusconi sulla reale volontà degli schieramenti di voler contribuire a riformare e modernizzare il Paese e, secondo lo schema del Cavaliere, «all’opposizione sarà difficile sfilarsi adducendo la scusa delle leggi ad personam». Il premier infatti non ha nessuna intenzione di rinunciare agli unici due ddl (legittimo impedimento e processo breve)in grado di metterlo in sicurezza «dalle aggressioni» della magistratura.

da il messagero.it


Lettera sull’odio

di Dario Campolo

Pubblico una lettera interessante scritta a Piero Ricca e pubblicata sul suo Blog basata sulla definizione di odio e su come lo stesso debba essere sottratto al nostro "io" stando al partito dell'amore (PDL).

Interessante è anche il video.





Caro Piero,

mi chiamo Jacopo, ho 23 anni, ti scrivo da Pisa, a Te posso confessarlo: sono uno che odia. Proprio così: so che non è un sentimento ben tollerato dal governo, ma è più forte di me: non riesco ad amare tutti, e nemmeno a essere indifferente. Mi devo forse vergognare? Dovrei costituirmi alla polizia? Dovrei seguire un corso di riabilitazione sociale?

Io odio coloro che abusano della credulità popolare e delle pubbliche istituzioni. Odio i mafiosi e i frequentatori abituali di mafiosi. Odio coloro che chiamano “cancro da estirpare” i magistrati che indagano sui colletti bianchi. Odio i servi dell’informazione e in genere tutti i manipolatori delle coscienze. Odio chi, detenendo ogni potere, fa la vittima per mantenere il consenso. Odio chi rimbambisce le menti labili con una propaganda falsa. Odio le leggi su misura, chi le impone, chi le scrive, chi le approva. Odio chi non vede la quotidiana violenza sui deboli e blocca la nazione per un graffio sul cerone. Odio i finti oppositori, i pavidi e i vigliacchi. Odio chi lucra sulla stupidità delle masse e, lucrando sempre più, ne genera sempre nuova. Odio chi mette sullo stesso piano dissenso e violenza. Odio chi criminalizza le opinioni e perfino le notizie. Odio chi parla di mandanti morali e indica i terroristi mediatici. Odio chi demonizza e fa la vittima della demonizzazione. Odio chi ruba e grida al giustizialismo. Odio chi ha distrutto la politica e denuncia l’antipolitica. Odio chi ci fa vergognare di essere italiani e ci chiama antitaliani. Odio chi definisce criminali un comico e un giornalista. Odio chi dà sempre la colpa agli altri e non si assume mai la responsabilità di niente. Odio i prepotenti, gli ipocriti e i venduti che ti danno lezione di morale. Odio chi li lascia fare. Odio chi denuncia il “clima di odio” senza rendersi conto di quanto odio ha seminato e fingendo di non sapere quanto sia motivata l’indignazione. Odio chi, simulando amore, istiga all’odio. Odio chi si propone come titolare unico dell’amore e della libertà. Odio chi trasforma l’amore e l’odio in categorie della politica. Li odio e continuerò serenamente a odiarli finché sarò padrone del mio cuore e della mia coscienza.

Detto questo, auguro a Te, Piero, e a tutto il Blog un Natale di pace e serenità!
Jacopo

Risposta

Ricambio gli auguri. Condivido quel che scrivi: adesso ci ricattano pure sui sentimenti. Ma va là! Le nostre idee sono razionalmente motivate e spesso di puro buon senso. Il nostro diritto a esprimerle è sacrosanto. La nostra avversione alla violenza non dobbiamo certo dimostrarla a piduisti, collusi con la mafia, squadristi mediatici, secessionisti e (post) fascisti. Le nostre responsabilità, noi, ce le assumiamo. I nostri sentimenti, quali che siano, sono fatti nostri, solo nostri. Buon Natale a te e a tutti gli amici del blog!

martedì 29 dicembre 2009

Tutti pronti per San Bettino martire?


di Alessandro Gilioli

Tra i primi eventi che ci aspettano nel 2010 – l’anno dell’amore – ci sarà la beatificazione di Bettino Craxi, nel decimo anniversario della sua scomparsa.

Ci saranno convegni, cerimonie, speciali dei Tg e sarà pure divertente vedere come si comporterà – ad esempio – Vittorio Feltri: uno che tra il ‘92 e il ‘93 gli dava del furfante tutti i santi giorni su “L’Indipendente” e adesso si trova a guidare la portaerei della santificazione.
Ci spiegheranno che sì, d’accordo, Bettino aveva un filo esagerato con il finanziamento privato della politica, ma la colpa non era sua -semmai del Pci che si finanziava con i rubli russi – quindi per stare alla pari bisognava accettare un po’ di tangenti, e comunque aveva un grande disegno di modernizzazione del paese per emanciparlo dalle due grandi chiese ideologiche dell’epoca, la Dc e il Pci.
Non solo: state certi che useranno Craxi per spingere le “riforme” di Berlusconi da fare urgentemente per «ammodernare» la Costituzione.

Insomma, teniamoci pronti.

Magari anche a ricordargli cos’è stata la politica secondo Bettino e i suoi: un intrico di affari e di scambi, di miliardi nascosti all’estero, di ricatti e di minacce, di clientele diffuse e di clanismo sistematico, di occupazione militare dei giornali e delle tivù, di distruzione delle regole e del senso civile per l’appropriazione privata dei gangli del potere.

Nessuno ricorderà, per il decimo anniversario, a che cosa era ridotta la Milano degli anni Ottanta, il gigantesco giro di denaro che il Psi incassava per ogni appaltino e appaltone, dalla metropolitana allo stadio, dagli ospizi ai tombini, dai portacaschi ai cimiteri – e quando il limone dei cimiteri era stato spremuto del tutto, Armanini si inventò pure i camposanti degli animali domestici pur di continuare a far soldi.

E nessuno ricorderà che denunciare l’abisso di corruzione e di scandali era quasi impossibile, perché non c’era quotidiano o emittente tivù che non assumesse amici del garofano, e ai giornalisti di mezza città il buon Mario Chiesa aveva assegnato a equo canone gli attici di proprietà del Trivulzio in via Santa Marta perché se ne stessero buoni, e a raccontare i miliardi sporchi che passavano per piazza del Duomo 19 erano rimasti in due o tre: Barbacetto, Dalla Chiesa e un po’ anche quel combattivo consigliere del Msi che adesso è diventato uomo di Silvio, Riccardo De Corato.

Bettino Craxi è morto latitante, con dieci anni (definitivi) di galera da scontare, e diversi altri che gli sarebbero arrivati sulle spalle se fosse ancora vivo.

La sua politica è consistita nella creazione di un clan per l’occupazione della cosa pubblica in ogni piccolo o grande ganglio, con l’incasso di decine di miliardi, nel disprezzo più assoluto della legalità e nella più totale indifferenza alla realizzazione di qualsivoglia non dico ideale, ma neppure progetto per gli altri.

“Modernizzazione” e “riforme” erano solo lo specchietto per le allodole dietro il quale si facevano il Caf, si inventavano le prime leggi ad aziendam per Fininvest e si facevano girare decine di miliardi per creare una rete di poteri, amicizie, raccomandazioni e guadagni privati che hanno allontanato di decine d’anni l’Italia dalla vera modernità: quella fatta di trasparenza, meriti e legalità.

Bettino Craxi è stato la politica senza più alcuno scopo che non fosse se stessa, cioè il potere e i guadagni che ne derivano per se stessi e per il proprio gruppo di complici.

Non può stupire che da domani i berlusconiani ne salmodieranno la beatificazione.

Stupirebbe di più se, ancora una volta, il Pd ci cascasse.

da Piovono Rane


Chi è il Generale Antonio Subranni


di Susanna Ambivero

Ai più è conosciuto come il comandante del Ros dell’arma dei carabinieri, superiore di Mario Mori e Giuseppe De Donno all'epoca delle stragi mafiose del 1992/1993; ma recenti rivelazioni dipingono un quadro differente, più dettagliato ed inquietante.

Innanzitutto è bene ricordare come Subranni nel 1978 ricopriva la carica di comandante del reparto operativo del gruppo Carabinieri di Palermo che guidò le indagini sull’omicidio di Giuseppe Impastato. Fu proprio lui ad avvallare la falsa ipotesi secondo la quale Impastato il 9 maggio 1978 rimase ucciso mentre tentava di compiere un attentato dinamitardo alla ferrovia, depistando le indagini ed allontanandole dalla verità che emerse più tardi e che dimostra come l'omicidio di Peppino fu ordinato dal boss di Cinisi Gaetano Badalamenti proprio a causa del coraggioso impegno del ragazzo nel voler combattere la mafia.
Purtroppo, a seguito di una deplorevole consuetudine tutta italiana, questo non impedì a Subranni nel 1990 di essere promosso a comandante del raggruppamento operativo speciale dell'arma, i Ros.
Ad oggi Subranni è indagato dalla procura distrettuale antimafia della Repubblica di Palermo per il favoreggiamento della latitanza del capomafia Bernardo Provenzano e pesanti indizi fanno credere che sia stato a conoscenza della trattativa tra stato e cosa nostra che si suppone venne condotta da Mori e De Donno.

Anche Massimo Ciancimino, figlio del mafioso ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, afferma che a suo padre il generale Subranni venne indicato come referente di Mori e De Donno nella trattativa tra stato e cosa nostra.

Questi eventi del passato si legano a episodi dei giorni nostri.

Angelino Alfano, attuale ministro della giustizia e probabile delfino del premier Berlusconi, è stato indicato da alcuni pentiti, tra cui i più espliciti sono il boss Giovanni Alongi e Ignazio Gagliardo, come il beneficiario di “aiuti elettorali mafiosi” in quanto il padre, anch'esso politico, avrebbe chiesto di dirottare su di lui i voti di alcuni clan. Il ministro ha designato come capo dell'ufficio stampa nonché suo portavoce ufficiale Danila Subranni, figlia di Antonio Subranni, permettendo così che dubbi di continuità mafiosa si addensino sul parlamento italiano.

dal blog di Susanna Ambivero

Due o tre cose che so di Spatuzza

di Edoardo Montolli

Parla il superesperto di intercettazioni telefoniche: "Il mafioso che accusa Berlusconi fece importanti chiamate nei giorni delle stragi". Ma conversava anche col misterioso La Lia, sul cui numero chiamavano boss e politici.

Palermo, dicembre. Tutto era cominciato con un’intervista, poco più di un anno fa, sulle colonne di questo giornale. Spiegò cosa fosse la sua banca dati informatica, il cosiddetto «archivio Genchi».
Mi disse: «Raccontiamo la verità in un libro. Dal perché allontanarono me e de Magistris in Why Not?, alle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93 che fui costretto ad abbandonare». Rispetto ad allora, Gioacchino Genchi, 49 anni, consulente telematico di magistrati di mezza Italia, pesa una quarantina di chili di meno. Da luglio sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta su come le inchieste sui mandanti delle stragi del ’92 furono fermate. E pare deciso a non fermarsi più.

Scontro in udienza

E infatti il libro è appena stato pubblicato, ma dalle mille pagine che ne sono uscite, è rimasto fuori un episodio, che spiega qui, su Oggi. È la storia di un telefono cellulare, appartenuto ad un signore di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, certo Giovanni La Lia, siciliano di Misilmeri, provincia di Palermo. Una storia davvero inquietante e ora assai importante che ha deciso di narrare in seguito al deposito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer del quartiere Brancaccio dei Graviano, condannato per le stragi del ’93, il mafioso che ha tenuto banco nelle ultime settimane. Spatuzza ha raccontato infatti, tra le altre cose, che il suo boss, Giuseppe Graviano, nel gennaio ’94 in un bar di via Veneto a Roma, gli avrebbe ordinato di non spargere più sangue perché Berlusconi e Dell’Utri «avevano messo l’Italia nelle loro mani». Dichiarazioni pesanti.
Al processo d’appello al senatore Dell’Utri, precisamente nell’udienza eccezionalmente tenutasi a Torino per ragioni di sicurezza, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Suo fratello Filippo, invece, ha smentito Spatuzza.
Alla fine del 1992 Genchi era il vice del gruppo che indagava sulle stragi, gruppo non a caso denominato «Falcone-Borsellino». Cosa risulta nel suo «archivio» su Spatuzza, sui Graviano e sul telefono cellulare del signor La Lia? «Cominciamo dall’inizio» racconta Genchi. «Perché nell’inchiesta sulle stragi fu svolto un lavoro immenso. Recuperammo addirittura tutte le telefonate fatte in Sicilia il 23 maggio e il 19 luglio 1992, i giorni di Capaci e via D’Amelio. E quando acquisimmo i traffici telefonici nel giorno delle due stragi, trovai anche importanti chiamate del cellulare di Spatuzza, intestato a suo nome e acceso il 7 agosto 1991».
Spatuzza sembra essere un filo conduttore che porta dalla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, a quelle di Milano, Roma e Firenze.
Vediamo le coincidenze.
Il 27 gennaio 1994 Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati in un ristorante di Milano insieme ad altri (questi ultimi accusati del reato di favoreggiamento). Una settimana più tardi, il 5 febbraio, viene organizzata la prima riunione dei club di Forza Italia dell’isola all’Hotel San Paolo di Palermo. Tra i partecipanti, c’è pure un club di Misilmeri, nato da appena tre giorni, uno tra i primissimi in Sicilia. Ed è questo il club intorno al quale si annida un crocevia di misteri senza precedenti.

Numero che scotta

In mano, Genchi sventola due vecchi verbali, del 13 e del 18 di aprile del 1994. Siamo a due mesi da quegli episodi. I carabinieri, proprio nel corso dell’inchiesta su chi abbia favorito la latitanza dei Graviano a Milano, hanno trovato un numero di telefono che scotta maledettamente. E hanno così convocato per sommarie informazioni il suo proprietario, Giovanni La Lia, 30 anni.
Chi è La Lia? È un disoccupato, ma è un tizio intraprendente, visto che due mesi prima, il 2 febbraio, si è buttato in politica: è lui infatti ad aver fondato il club di Misilmeri che ha partecipato al meeting dell’Hotel San Paolo. L’uomo si presenta e spiega della nascita del club, dei soci fondatori. Gli chiedono fra l’altro se abbia mai sentito parlare di Dell’Utri. No. Gli pare solo sia un tizio della Fininvest. Al Nord, dice, conosce solo due persone, di Forza Italia: Angelo Codignoni, segretario nazionale dei club, e Gianfranco Miccichè, perché neodeputato siciliano.
E i carabinieri arrivano al dunque. Gli domandano se abbia mai prestato il cellulare a qualcuno. No, risponde. E Graviano lo conosce? Mai sentito nominare. E dice pure che non sa di chi sia un numero di telefono che gli mostrano. Pochi giorni più tardi torna in caserma: non lo sa proprio.
E allora qualcosa non torna.

La donna del boss

Dice Genchi: «Dai tabulati, risultava che La Lia si era sentito più volte con quel numero. Lo usava Francesca Buttitta, la donna che era nel ristorante con i Graviano la sera dell’arresto. Ossia la fidanzata di Giuseppe Graviano, il Graviano di cui oggi parla Spatuzza, e che assai probabilmente era l’uomo che con quel numero chiamava La Lia. Perciò La Lia era stato convocato dai carabinieri».
I tabulati del disoccupato di Misilmeri, correndo a ritroso nel tempo, raccontano una storia sempre più oscura: «Il suo telefono fu attivato il 4 marzo 1992, due mesi prima delle stragi siciliane, ma io fui in grado di acquisire soltanto le sue chiamate successive al gennaio 1993».
Genchi continua nella sua ricostruzione: «La prima cosa assolutamente singolare è che da allora il cellulare di La Lia chiamò per mesi quasi esclusivamente una sola persona, che poi risultò essere un suo cugino. Un macellaio di nome Giovanni Tubato. È, più precisamente, l’uomo accusato di essere il custode dell’esplosivo della strage di Capaci e di quelle del ’93. Ma da Tubato non possiamo sapere più nulla. È stato ammazzato il 20 agosto del 2000».
Mentre si avvicina la nuova stagione delle stragi, primavera ’93, sul telefono di La Lia arrivano intanto nuove chiamate. Ad aprile arrivano quelle del cellulare di certo Giusto Bocchiaro, amico d’infanzia e vecchio datore di lavoro. Ma il suo telefono non lo usa sempre lui: più spesso è nelle mani di un cugino di secondo grado, Pietro Lo Bianco.

Lupara Bianca

«Un altro boss di Misilmeri», spiega Genchi, «uomo di Bagarella e Riina, ucciso dalla lupara bianca. Bocchiaro aveva una casa in aperta campagna con un magazzino, utilizzato da Lo Bianco (che all’epoca era latitante). All’interno fu ricavato un bunker con un enorme arsenale di armi. Ed è il magazzino di cui parla oggi Spatuzza, in cui sarebbe stato custodito pure il lanciamissili che, nelle intenzioni dei boss, doveva servire per ammazzare il giudice Giancarlo Caselli.

Gruppo di fuoco

«Il fatto singolare è che queste cose non sono affatto emerse ora che tutti si stupiscono, ma dodici anni fa, quando Bocchiaro lo confessò ai carabinieri e io accertai le telefonate».
E dunque c’è questo misterioso cellulare del disoccupato La Lia, presidente del futuro «club pioniere» di Forza Italia di Misilmeri, che contatta l’armiere delle stragi Tubato, il boss Lo Bianco fatto ammazzare dagli sgherri di Provenzano dopo la cattura di Riina, e Giuseppe Graviano, il capo assoluto di Brancaccio. Ma non è finita.
«Già», osserva Genchi, «gli aspetti più inquietanti arrivano ora. Il 18 maggio 1993 sul telefono di La Lia si fa viva un’altra persona che ha attivato il suo cellulare appena dieci giorni prima. E dal 12 giugno 1993 fino al 22 luglio 1993 sarà, tranne in due casi, il suo unico interlocutore. È un giovane medico. Si chiama Salvatore Benigno, detto u picciriddu. Benigno è tra le persone che hanno commesso, il 27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili a Firenze. Oggi è tra i pochissimi stragisti non più, da tempo, al 41 bis». A fine luglio ci sarà la strage di via Palestro, a Milano. Ed è un elemento da tener presente anche perché ci furono altre due persone a chiamare l’utenza intestata a La Lia...
«Ed è qui l’elemento d’interesse. Perché uno è Giorgio Pizzo, anch’egli condannato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma della famiglia dei Graviano. E l’altro, pure lui ormai riconosciuto colpevole degli stessi delitti, e pure lui dei Graviano, è proprio Gaspare Spatuzza, che si sentì con La Lia il 9 luglio del 1993».
Pare un gigantesco reticolo, quello che unisce Brancaccio e Misilmeri: Tubato, l’armiere delle stragi; Lo Bianco, il custode di un arsenale di Cosa Nostra; il boss Giuseppe Graviano, condannato per le stragi per essere al vertice della Cupola; gli esecutori materiali delle stragi Salvatore Benigno, Giorgio Pizzo e Gaspare Spatuzza, che oggi vuole collaborare. E tutti loro che passano dallo stesso cellulare. Il cellulare di un disoccupato che presto si butterà in politica con il nuovo partito.
Commenta Genchi: «Non dimentichiamoci che all’inizio del ’94 un attentato fallì allo stadio Olimpico e altri ne erano in programma, ma improvvisamente la strategia stragista si interruppe. Tutti gli attentati furono messi a punto da questo medesimo gruppo di fuoco, che, come ora si sa, disponeva di tale arsenale. Ma ciò che mi sorprende è che su queste consulenze assai datate nessuno che si sia occupato delle stragi del ’92 e del ‘93 mi abbia mai chiamato a testimoniare. Tanto che a Firenze, pur avendo acquisito la mia consulenza sul telefono in uso a a La Lia, non si sono per nulla soffermati ad approfondire cosa successe dopo, con lo stesso cellulare usato con tutti questi stragisti».
Ma con chi ebbe contatti il famoso cellulare di La Lia una volta terminata la stagione delle stragi? Dice Genchi: «Fino a qualche giorno prima dell’arresto dei Graviano, il bacino d’utenza è quello che ho descritto, col gruppo di fuoco della mafia. Poi, a febbraio cambia. È stato ipotizzato, anche in sede giudiziaria, che quella utenza intestata a La Lia sia stata sfruttata, in alcuni periodi, da altri. E che probabilmente poi il cellulare sia tornato a essere usato unicamente da La Lia. Tant’è che vi compaiono chiamate ad altri club di Forza Italia, come quello di Bagheria, e a politici dell’isola. Ad esempio si sentì con il deputato del Pdl Gaspare Giudice e con il senatore di Forza Italia Michele Fierotti, entrambi scomparsi. C’è poi una serie di chiamate, da marzo a maggio del 1994, con un numero di Rino La Placa, già consigliere comunale Dc a Palermo, poi responsabile regionale del Ppi e attualmente tesoriere siciliano del Pd. La prima di queste telefonate era del 27 marzo 1994. Dai tabulati risulta che lo stesso La Placa due giorni dopo telefonò a un’utenza dell’abitazione romana di Silvio Berlusconi, in via Santa Maria dell’Anima».
In realtà nessuno può dire con certezza chi veramente chiamava chi e per quali ragioni. Cioè quali fossero realmente autori, destinatari e contenuti di questo aggrovigliato traffico telefonico. Né si può sostenere che la telefonata di La Placa in via dell’Anima vada al di là di una pura coincidenza.
Interpellato da Oggi, Rino La Placa, cade dalle nuvole. Il numero di cellulare intestato a lui che Genchi trovò in contatto con La Lia, e due giorni dopo con l’abitazione di Silvio Berlusconi, ma anche con il coordinatore regionale dell’epoca di Forza Italia Salvatore La Porta, e con altri politici di spicco in Forza Italia, dice di non ricordarlo. Ma esclude categoricamente di averlo usato lui. «Non ho mai conosciuto queste persone. Tantomeno ho mai chiamato Berlusconi. Ma proprio perché mi dice che tale numero era intestato a me, avendone avuti io tanti, andrò a fondo e cercherò di capire se qualche mio collaboratore lo usasse».
Conclude Genchi: «Forse è sulla natura di queste chiamate che si sarebbe dovuto e si dovrebbe ancora approfondire per capire se le accuse di Spatuzza abbiano o meno qualche rilevanza».

Edoardo Montolli (settimanale "Oggi" n°53, 30 dicembre 2009)

Immunità a Berlusconi purché se ne vada?

Tra le diverse ipotesi di accordo, c'è chi avanza la proposta di salvare Berlusconi dai processi a patto che lasci la Presidenza del Consiglio. È una strada percorribile? E voi che cosa ne pensate?

Si fa un gran parlare di "inciuci", in questi giorni. Una parola che viene dal dialetto napoletano e che è entrata nel linguaggio politico qualche anno fa (ricordate il cosiddetto "patto della crostata" con il quale D'Alema si impegnò a non calendarizzare la riforma delle televisioni?) e che vede come protagonista, anche questa volta, l'ex premier ed ex ministro degli Esteri.

In realtà, in questo momento, la confusione su quella che dovrebbe essere l'ossatura di questa possibile mediazione tra maggioranza e opposizione è ancora totale: c'è chi parla di una possibile "leggina" che garantisca al premier di rinviare sine die tutti i suoi processi adducendo il legittimo impedimento fino alla fine della legislatura, c'è chi invece ritiene che si possa approvare un muovo lodo Alfano come legge costituzionale (quindi non più cancellabile dalla Consulta) in modo che non venga sfasciata la giustizia italiana con il cosiddetto "processo breve".

Si tratterebbe comunque di nuove norme ad personam: e buona parte dell'opposizione (Di Pietro, ovviamente, ma anche una vasta area del Pd) si ribellerebbe a un compromesso che consenta al premier di salvarsi dai suoi processi in cambio, praticamente, di niente.

D'altro canto se questi fossero gli scenari si tratterebbe, più che di un inciucio o di una mediazione, di una resa totale: si accetterebbe una nuova norma ad personam solo per evitare una minaccia ancora più devastante.

Per questo c'è chi, sotto voce, propone una strada diversa.

Quella che, in cambio dell'immunità a Berlusconi, imponga al premier di lasciare Palazzo Chigi, pur senza cambiare la maggioranza.

In altre parole un passaggio morbido, una exit strategy dal berlusconismo: con Gianni Letta (ma si mormorano anche i nomi di Franco Frattini, Letizia Moratti o Giulio Tremonti...) alla presidenza del Consiglio, senza sostanziali modifiche nella compagine di governo.

In cambio, il Cavaliere verrebbe reso improcessabile.

Una strada, in realtà, molto difficile da percorrere sotto il profilo legislativo. Che imporrebbe come unica via una nuova forma di immunità parlamentare (Berlusconi è anche deputato) da approvare come legge costituzionale.

Ha senso un'ipotesi di questo tipo? La considerereste positiva o negativa per il paese?

Che cosa ne pensate?

da l'espresso.it


lunedì 28 dicembre 2009

Clamoroso, Riina: mai sentito parlare di Cosa Nostra

di Dario Campolo

Ho in mente uno scoop per il Direttore del Tg1 "Minzolin" o come si dice e/o si chiama, lo immagino già questa sera, come per Spatuzza sbugiardato dal Graviano ecco che arriva la notizia bomba di fine anno,

Riina, non ho mai sentito parlare di Cosa Nostra!!!





giovedì 24 dicembre 2009

Auguri di Buon Natale 2009 Paolo, Giovanni, Carlo, Ninnì....


Auguri a tutti ,

auguri di un sereno Natale con la speranza che la Verità e la Giustizia ci riportino in vita i nostri amici morti per il nostro paese, morti per la nostra libertà, morti per la nostra democrazia, morti per il rispetto della legalità ma soprattutto morti per quello Stato che oggi non riconosce ai suoi paladini il giusto rispetto che gli dovrebbe riconoscere, quello stesso Stato che nel momento del bisogno li ha lasciati soli e perché quando si rimane soli si muore.

Auguri a:

  • EMANUELE NOTARBARTOLO.
  • EMANUELA SANSONE.
  • LUCIANO NICOLETTI.
  • ANDREA ORLANDO.
  • JOE PETROSÌNO.
  • LORENZO PANEPINTO.
  • MARIANO BARBATO.
  • GIORGIO PECORARO.
  • BERNARDINO VERRO.
  • GIORGIO GENNARO.
  • GIOVANNI ZANGÀRA.
  • COSTANTINO STELLA.
  • GIUSEPPE RUMORE.
  • GIUSEPPE MONTICCIOLO.
  • ALFONSO CÀNZIO.
  • NICOLÒ ALONGI.
  • PAOLO LI PUMA.
  • CROCE DI GANGI.
  • PAOLO MIRMINA.
  • GIOVANNI ORCEL.
  • STEFANO CARONÌA.
  • PIETRO PONZO.
  • VITO STASSI.
  • GIUSEPPE CASSARÀ.
  • VITO CASSARÀ.
  • GIUSEPPE COMPAGNA.
  • DOMENICO SPATOLA.
  • MARIO SPATOLA.
  • PIETRO SPATOLA.
  • PAOLO SPATOLA.
  • SEBASTIANO BONFIGLIO.
  • ANTONINO SCUDERI.
  • ANTONINO CIOLÌNO.
  • SANTI MILISENNA.
  • ANDREA RAJA.
  • CALOGERO COMAIANNI.
  • NUNZIO PASSAFIUME.
  • FILIPPO SCIMONE.
  • CALCEDONIO CATALANO.
  • AGOSTINO D'ALESSANDRO.
  • CALOGERO CÌCERO.
  • FEDELE DE FRANCISCA.
  • MICHELE DI MICELI.
  • MARIO PAOLETTI.
  • ROSARIO PAGANO.
  • GIUSEPPE SCALÌA.
  • GIUSEPPE PUNTARELLO.
  • ANGELO LOMBARDI.
  • VITTORIO EPIFANI.
  • VITANGELO CINQUEPALMI.
  • IMERIO PICCINI.
  • ANTONINO GUARISCO.
  • MARINA SPINELLI.
  • GIUSEPPE MÌSURACA.
  • MARIO MÌSURACA.
  • GAETANO GUARINO.
  • PINO CAMILLERI.
  • GIOVANNI CASTIGLIONE.
  • GIROLAMO SCACCIA.
  • GIUSEPPE BIONDO.
  • GIOVANNI SANTANGELO.
  • VINCENZO SANTANGELO.
  • GIUSEPPE SANTANGELO.
  • GIOVANNI SEVERINO.
  • PAOLO FARINA.
  • NICOLÒ AZOTI.
  • FIORENTINO BONFIGLIO.
  • MARIO BOSCONE.
  • FRANCESCO SASSÀNO.
  • EMANUELE GRECO.
  • GIOVANNI LA BROCCA.
  • VITTORIO LEVICO.
  • ACCURSIO MIRAGLIA.
  • PIETRO MACCHIARELLA.
  • NUNZIO SANSONE.
  • EMANUELE BUSELLINI.
  • MARGHERITA CLESCERI.
  • GIOVANNI GRIFÒ.
  • GIORGIO CUSENZA.
  • CASTRENZE INTRAVÀIA.
  • VINCENZINA LA FATA.
  • SERAFINO LASCÀRI.
  • GIOVANNI MEGNA.
  • FRANCESCO VICÀRI.
  • VITO ALLOTTA.
  • GIUSEPPE DI MAGGIO.
  • FILIPPO DI SALVO.
  • VINCENZO LA ROCCA.
  • VINCENZA SPINA.
  • PROVVIDENZA GRECO.
  • MICHELANGELO SALVIA.
  • GIUSEPPE CASÀRRUBEA.
  • VINCENZO LO IACONO.
  • GIUSEPPE MANÌACI.
  • CALOGERO CAJOLA.
  • VITO PIPITONE.
  • LUIGI GERONAZZO.
  • EPIFANIO LI PUMA.
  • PLACIDO RIZZOTTO.
  • GIUSEPPE LETIZIA.
  • CALOGERO CANGELOSI.
  • MARCANTONIO GIACALONE.
  • ANTONIO GIACALONE.
  • ANTONIO DI SALVO.
  • NICOLA MESSINA.
  • CELESTINO ZAPPONI.
  • GIOVANNI TÀSQUIER.
  • CARLO GULINO.
  • FRANCESCO GULINO.
  • CANDELORO CATANESE.
  • MICHELE MARINARO.
  • CARMELO AGNONE.
  • QUINTO REDA.
  • CARMELO LENTINI.
  • PASQUALE MARCONE.
  • ARMANDO LODDO.
  • SERGIO MANCINI.
  • ANTONIO BUBÙSA.
  • GABRIELE PALANDRANI.
  • GIOVAN BATTISTA ALCE.
  • ILARIO RUSSO.
  • GIOVANNI CALABRESE.
  • GIUSEPPE FIORENZA.
  • SALVATORE MESSINA.
  • FRANCESCO BUTIFAR.
  • ANTONIO SANGÌNITI.
  • FILIPPO INTILE.
  • SALVATORE CARNEVALE.
  • GIUSEPPE SPAGNUOLO.
  • PASQUALE ALMERICO.
  • ANTONINO POLLÀRI.
  • VINCENZO DI SALVO.
  • VINCENZO SÀVOCA.
  • ANNA PRESTIGIACOMO.
  • GIUSEPPINA SÀVOCA.
  • VINCENZO PECORARO.
  • ANTONINO PECORARO.
  • ANTONINO DAMANTI.
  • COSIMO CRISTINA.
  • PAOLO BONGIORNO.
  • PAOLINO RICCOBONO.
  • GIACINTO PULEO.
  • ENRICO MATTEI.
  • GIUSEPPE TESAURO.
  • MARIO MALAUSA.
  • SILVIO CORRAO.
  • CALOGERO VACCARO.
  • PASQUALE NUCCIO.
  • EUGENIO ALTOMARE.
  • GIORGIO CIACCI.
  • MARINO FARDELLI.
  • CARMELO BATTAGLIA.
  • GIUSEPPE PIANI.
  • NICOLA MIGNOGNA.
  • FRANCESCO PIGNATARO.
  • GIUSEPPE BURGIO.
  • SALVATORE SUROLO.
  • ORAZIO COSTANTINO.
  • GIOVANNI DOMÉ.
  • MAURO DE MAURO.
  • PIETRO SCAGLIONE.
  • ANTONINO LORUSSO.
  • VINCENZO RICCARDELLI.
  • GIOVANNI SPAMPINATO.
  • GIOVANNI VENTRA.
  • DOMENICO CANNATA.
  • PAOLO DI MAIO.
  • ANGELO SORINO.
  • EMANUELE RÌBOLI.
  • CALOGERO MORREALE.
  • GAETANO CAPPIELLO.
  • FRANCESCO FERLAÌNO.
  • DOMENICO FACCHÌNERI.
  • FRANCESCO FACCHÌNERI.
  • TULLIO DE MICHELI.
  • GERARDO D'ARMINIO.
  • GIUSEPPE MUSCARELLI.
  • PASQUALE CAPPUCCIO.
  • CATERINA LIBERTI.
  • SALVATORE FALCETTA.
  • CARMINE APUZZO.
  • SALVATORE LONGO.
  • SALVATORE BUSCEMI.
  • FRANCESCO VINCI.
  • MARIO CERETTO.
  • ALBERTO CAPUA.
  • VINCENZO RANIERI.
  • VINCENZO MACRÌ.
  • ROCCO GATTO.
  • STEFANO CONDELLO.
  • VINCENZO CARUSO.
  • PASQUALE POLVERINO.
  • ANTONIO CUSTRA.
  • GIUSEPPE RUSSO.
  • FILIPPO COSTA.
  • ATTILIO BONINCONTRO.
  • DONALD MACKAY.
  • MARIANGELA PASSIATORE.
  • STEFANO CONDELLO.
  • UGO TRIÒLO.
  • GIUSEPPE IMPASTATO.
  • ANTONIO ESPOSITO FERRAIÒLI.
  • SALVATORE CASTELBUONO.
  • GAETANO LONGO.
  • PAOLO GIORGETTI.
  • ALFONSO SGROI.
  • FILADELFIO ÀPARO.
  • MARIO FRANCESE.
  • MICHELE REÌNA.
  • GIORGIO AMBROSOLI.
  • BORIS GIULIANO.
  • CALOGERO DI BONA.
  • CESARE TERRANOVA.
  • LENIN MANCUSO.
  • GIOVANNI BELLISSIMA.
  • SALVATORE BOLOGNA.
  • DOMENICO MARRARA.
  • VINCENZO RUSSO.
  • GIORGIO GIULIANO.
  • LORENZO BRUNETTI.
  • ANTONINO TRIPÒDO.
  • ROCCO GIUSEPPE BARILLÀ.
  • CARMELO DI GIORGIO.
  • PIERSANTI MATTARELLA.
  • GIUSEPPE VALARIOTI.
  • EMANUELE BASILE.
  • GIANNINO LOSARDO.
  • PIETRO CERULLI.
  • GAETANO COSTA.
  • CARMELO JANNÌ.
  • DOMENICO BENEVENTÀNO.
  • MARCELLO TORRE.
  • VINCENZO ABATE.
  • GIUSEPPE GIOVINAZZO.
  • CIRO ROSSETTI.
  • VITO JEVOLELLA.
  • SEBASTIANO BOSIO.
  • ONOFRIO VALVOLA.
  • LEOPOLDO GASSANI.
  • GIUSEPPE GRIMALDI.
  • VINCENZO MULÈ.
  • DOMENICO FRANCAVILLA.
  • MARIANO VIRONE.
  • ANGELO DI BARTOLO.
  • GIUSEPPE SALVIA.
  • MARIANO MELLONE.
  • FRANCESCO BORRELLI.
  • LUIGI D'ALESSIO.
  • ROSA VISONE.
  • SALVATORE STALLONE.
  • ANTONIO FONTANA.
  • NICOLÒ PIOMBINO.
  • ANTONIO SALZÀNO.
  • PIO LA TORRE.
  • ROSARIO DI SALVO.
  • GENNARO MUSELLA.
  • GIUSEPPE LALA.
  • DOMENICO VECCHIO.
  • RODOLFO BUSCEMI.
  • MATTEO RIZZUTO.
  • SILVANO FRANZOLIN.
  • SALVATORE RAÌTI.
  • GIUSEPPE DI LAVORE.
  • ANTONINO BURRAFATO.
  • SALVATORE NUVOLETTA.
  • ANTONIO AMMÀTURO.
  • PASQUALE PAOLA.
  • PAOLO GIACCONE.
  • VINCENZO SPINELLI.
  • CARLO ALBERTO DALLA CHIESA.
  • EMANUELA SETTI CARRARO.
  • DOMENICO RUSSO.
  • CALOGERO ZUCCHETTO.
  • CARMELO CERRUTO.
  • SIMONETTA LAMBERTI.
  • GIULIANO PENNACCHIO.
  • ANDREA MORMILE.
  • LUIGI CAFIERO.
  • ÀNTIMO GRAZIANO.
  • GENNARO DE ANGELIS.
  • ANTONIO VALENTI.
  • LUIGI DI BARCA.
  • GIUSEPPE CASO.
  • FRANCESCO GIULIANO.
  • LUIGI CANGIANO.
  • GIANGIACOMO CIACCIO MONTALTO.
  • PASQUALE MANDATO.
  • SALVATORE POLLARA.
  • MARIO D'ALEO.
  • GIUSEPPE BÒMMARITO.
  • PIETRO MORÌCI.
  • BRUNO CACCIA.
  • ROCCO CHINNICI.
  • SALVATORE BARTOLOTTA.
  • MARIO TRAPASSI.
  • STEFANO LI SACCHI.
  • SEBASTIANO ALÒNGHI.
  • FRANCESCO BUZZÌTI.
  • FRANCESCO IMPOSÌMATO.
  • DOMENICO CÈLIENTO.
  • ANTONIO CRISTIANO.
  • GIUSEPPE FRANCESE.
  • NICANDRO IZZO.
  • FABIO CORTESE.
  • SALVATORE MUSARÒ.
  • OTTAVIO ANDRIOLI.
  • GIOACCHINO CRISAFULLI.
  • GIUSEPPE FAVA.
  • RENATA FONTE.
  • CRESCENZO CASÌLLO.
  • GIOVANNI CALABRÒ.
  • COSIMO QUATTROCCHI.
  • FRANCESCO QUATTROCCHI.
  • MARCELLO ANGELINI.
  • SALVATORE SCHIMMENTI.
  • GIOVANNI CATALÀNOTTI.
  • ANTONIO FEDERICO.
  • PAOLO CANALE.
  • GIOVANBATTISTA ALTOBELLI.
  • LUCIA CERRATO.
  • ANNA MARIA BRANDI.
  • ANNA DE SIMONE.
  • GIOVANNI DE SIMONE.
  • NICOLA DE SIMONE.
  • LUISELLA MATARAZZO.
  • MARIA LUIGIA MORINI.
  • FEDERICA TAGLIALATELA.
  • ABRAMO VASTARELLA.
  • PIER FRANCESCO LEONI.
  • SUSANNA CAVALLI.
  • ANGELA CALVANESE.
  • CARMINE MOCCIA.
  • VALERIA MORATELLO.
  • FRANCO PUZZO.
  • MICHELE BRESCIA.
  • SANTO CALABRESE.
  • ANTIOCO COCCO.
  • VINCENZO VENTO.
  • PIETRO BUSETTA.
  • SALVATORE SQUILLACE.
  • MARIO DIANA.
  • PIETRO PATTI.
  • GIUSEPPE MÀNGANO.
  • GIOACCHINO TAGLIALATELA.
  • SERGIO COSMAI.
  • GIOVANNI CARBONE.
  • BARBARA RIZZO ASTA.
  • GIUSEPPE ASTA.
  • SALVATORE ASTA.
  • BEPPE MONTANA.
  • ANTONINO CASSARÀ.
  • ROBERTO ANTIOCHIA.
  • GIUSEPPE SPADA.
  • ENRICO MONTELEONE.
  • GIANCARLO SIANI.
  • BIAGIO SICILIANO.
  • GIUDITTA MILELLA.
  • CARMINE TRIPÒDI.
  • GRAZIELLA CAMPAGNA.
  • MORELLO ALCAMO.
  • GIUSEPPE MACHÈDA.
  • ROBERTO PARISI.
  • PAOLO BOTTONE.
  • GIUSEPPE PÌLLARI.
  • FILIPPO GEBBIA.
  • ANTONIO MORREALE.
  • FRANCESCO ALFANO.
  • ANTONIO PIANESE.
  • VITTORIO ESPOSITO.
  • SALVATORE BENIGNO.
  • CLAUDIO DOMINO.
  • FILIPPO SALSONE.
  • NICOLA RUFFO.
  • ANTONIO SABIA.
  • GIOVANNI GIORDANO.
  • NUNZIATA SPINA.
  • ANTONIO BERTUCCIO.
  • FRANCESCO PRÈSTIA.
  • DOMENICA DE GIROLAMO.
  • LUIGI STAIÀNO.
  • MARIO FERRILLO.
  • SALVATORE LEDDA.
  • GIOVANNI GARCEA.
  • GIUSEPPE RECHICHI.
  • ROSARIO IÒZIA.
  • GIUSEPPE CUTRONÈO.
  • ROSARIO MONTALTO.
  • SEBASTIANO MÒRABITO.
  • ANTONIO CIVININI.
  • CARMELO IANNÒ.
  • CARMELO GANCI.
  • LUCIANO PIGNATELLI.
  • GIOVANNI DI BENEDETTO.
  • COSIMO ALEO.
  • ANIELLO GIORDANO.
  • MICHELE PIRÒMALLI.
  • GIUSEPPE INSÀLACO.
  • GIUSEPPE MONTALBANO.
  • NATALE MONDO.
  • DONATO BÒSCIA.
  • FRANCESCO MEGNA.
  • ALBERTO GIÀCOMELLI.
  • ANTONINO SAETTA.
  • STEFANO SAETTA.
  • MAURO ROSTAGNO.
  • LUIGI RANIERI.
  • CARMELO ZACCARELLO.
  • GIROLAMO MARINO.
  • ANIELLO CORDASCO.
  • GIULIO CAPILLI.
  • PIETRO RAGNO.
  • ABED MANYAMI.
  • ANTONIO RAFFAELE TALÀRICO.
  • FRANCESCO CRISOPÙLLI.
  • GIUSEPPE CARUSO.
  • FRANCESCO PEPI.
  • MARCELLA TASSONE.
  • NICOLA D'ANTRASSI.
  • VINCENZO GRASSO.
  • PAOLO VINCI.
  • SALVATORE INCÀRDONA.
  • ANTONINO AGOSTINO.
  • IDA CASTELLUCCI.
  • GRAZIA SCIMÈ.
  • DOMENICO CALVIELLO.
  • ANNA MARIA CÀMBRIA.
  • CARMELA PANNONE.
  • PIETRO GIRO.
  • DONATO CAPPETTA.
  • CALOGERO LÒRIA.
  • FRANCESCO LONGO.
  • GIOVANBATTISTA TEDESCO.
  • COLIN WINCHESTER.
  • GIACOMO CATALANO.
  • GIUSEPPE GIOVINAZZO.
  • PIETRO POLARA.
  • NICOLINA BISCOZZI.
  • GIUSEPPE TALLÀRITA.
  • NICOLA GIOITTA IÀCHINO.
  • EMANUELE PIAZZA.
  • GIUSEPPE TRAGNA.
  • MASSIMO RIZZI.
  • GIOVANNI BONSIGNORE.
  • ANTONIO MARINO.
  • ROSARIO LIVATINO.
  • ALESSANDRO ROVETTA.
  • FRANCESCO VECCHIO.
  • ANDREA BONFORTE.
  • GIOVANNI TRÈCROCI.
  • SAVERIO PURITA.
  • ANGELO CARBOTTI.
  • DOMENICO CATALANO.
  • MARIA MARCELLA.
  • VINCENZO MICÈLI.
  • ELISABETTA GAGLIARDI.
  • GIUSEPPE ORLANDO.
  • MICHELE ARCANGELO TRIPÒDI.
  • PIETRO CARUSO.
  • NUNZIO PANDOLFI.
  • ARTURO CAPUTO.
  • ROBERTO TÌCLI.
  • MARIO GRECO.
  • ROSARIO SCIÀCCA.
  • GIUSEPPE MÀRNALO.
  • FRANCESCO OLIVIERO.
  • COSIMO DISTANTE.
  • ANGELO RAFFAELE LONGO.
  • CATALDO D'IPPOLITO.
  • RAFFAELA SCORDO.
  • CALOGERO LA PIANA.
  • EMILIO TACCÀRITA.
  • VALENTINA GUARINO.
  • ANGELICA PÌRTOLI.
  • GIUSEPPE SCEUSA.
  • SALVATORE SCEUSA.
  • VINCENZO LEONARDI.
  • ANTONIO CARLO CORDOPÀTRI.
  • ANGELO RICCARDO.
  • DEMETRIO QUATTRONE.
  • ANDREA SÀVOCA.
  • DOMENICO RANDÒ.
  • SANDRA STRANIERI.
  • ANTONIO SCOPELLITI.
  • LIBERO GRASSI.
  • FABIO DE PANDI.
  • GIUSEPPE ALIOTTO.
  • ANTONIO RAMPINO.
  • SILVANA FOGLIETTA.
  • SALVATORE D'ADDARIO.
  • RENATO LIO.
  • GIUSEPPE LEONE.
  • FRANCESCO TRAMONTE.
  • PASQUALE CRISTIANO.
  • STEFANO SIRAGUSA.
  • ALBERTO VARONE.
  • FELICE DARA.
  • VINCENZO SALVATORI.
  • SERAFINO OGLIÀSTRO.
  • VITO PROVENZANO.
  • GIUSEPPE GRIMALDI.
  • SALVATORE TIENI.
  • NICOLA GUERRIERO.
  • GIUSEPPE SORRENTI.
  • ANTONIO VALENTE.
  • NUNZIANTE SCIBELLI.
  • VINCENZO GIORDANO.
  • SALVATORE VINCENZO SURDO.
  • SALVATORE AVERSA.
  • LUCIA PRECENZANO.
  • PAOLO BORSELLINO.
  • ANTONIO RUSSO.
  • ANTONIO SPARTÀ.
  • SALVATORE SPARTÀ.
  • VINCENZO SPARTÀ.
  • FORTUNATO ARENA.
  • CLAUDIO PEZZUTO.
  • SALVATORE MINEO.
  • ALFREDO AGOSTA.
  • GIULIANO GUAZZELLI.
  • GIOVANNI FALCONE.
  • FRANCESCA MORVILLO.
  • ROCCO DI CILLO.
  • ANTONINO MONTINARO.
  • VITO SCHIFANI.
  • PAOLO BORSELLINO.
  • AGOSTINO CATALANO.
  • WALTER EDDIE COSÌNA.
  • EMANUELA LOI.
  • VINCENZO LI MULI.
  • CLAUDIO TRAÌNA.
  • RITA ÀTRIA.
  • PAOLO FICALÒRA.
  • LUIGI SÀPIO.
  • EGIDIO CAMPANIELLO.
  • GIORGIO VILLÀN.
  • PASQUALE DI LORENZO.
  • GIOVANNI PANUNZIO.
  • GAETANO GIORDANO.
  • GIUSEPPE BORSELLINO.
  • SAVERIO CIRRINCIÒNE.
  • ANTONIO TAMBORÌNO.
  • MAURO MANIGLIO.
  • RAFFAELE VITIÈLLO.
  • EMANUELE SAÙNA.
  • ANTONINO SIRAGUSA.
  • LUCIO STIFANI.
  • GIOVANNI LIZZIO.
  • BEPPE ALFANO.
  • ADOLFO CARTISANO.
  • PASQUALE CAMPANELLO.
  • VINCENZO D'ANNA.
  • VINCENZO VITALE.
  • GENNARO FALCO.
  • NICOLA REMONDINO.
  • DOMENICO NICOLÒ PANDOLFO.
  • MAURIZIO ESTATE.
  • FABRIZIO NENCIONI.
  • ANGELA FIUME.
  • NADIA NENCIONI.
  • CATERINA NENCIONI.
  • DARIO CAPOLICCHIO.
  • CARLO LA CATENA.
  • STEFANO PICÈRNO.
  • SERGIO PASOTTO.
  • ALESSANDRO FERRARI.
  • MOUSSAFIR DRISS.
  • DON GIUSEPPE PUGLISI.
  • RAFFAELE DI MERCURIO.
  • ANDREA CASTELLI.
  • ANGELO CARLISI.
  • RICCARDO VOLPE.
  • ANTONINO VASSALLO.
  • FRANCESCO NAZZARO.
  • LORIS GIAZZON.
  • GIORGIO VANÒLI.
  • GIOVANNI MILÈTO.
  • VINCENZO GARÒFALO.
  • GIOVANNI LÌZZIO.
  • ANTONINO FAVA.
  • DON GIUSEPPE DIANA.

  • ILARIA ALPI.
  • MIRAN HRÒVATIN.
  • ENRICO ÌNCOGNITO.
  • LUIGI BODENZA.
  • IGNAZIO PANEPINTO.
  • MARIA TERESA PUGLIESE.
  • GIOVANNI SIMONETTI.
  • SALVATORE BÈNNICI.
  • CALOGERO PANEPINTO.
  • FRANCESCO MANISCALCO.
  • NICHOLAS GREEN.
  • MELCHIORRE GALLO.
  • GIUSEPPE RUSSO.
  • COSIMO FABIO MAZZOLA.
  • GIROLAMO PALAZZOLO.
  • LEONARDO CÀNCIARI.
  • LILIANA CARUSO.
  • AGATA ZUCCHERO.
  • LEONARDO SANTORO.
  • PALMINA SCAMARDELLA.
  • ANTONIO NOVELLA .
  • FRANCESCO ALOI.
  • FRANCESCO BRUNO.
  • ANGELO CALABRÒ.
  • FRANCESCO BRUGNANO.
  • GIUSEPPE DI MATTEO.
  • FRANCESCO MARCONE.
  • SERAFINO FAMÀ.
  • GIOACCHINO COSTANZO.
  • PETER IWULE ONJEDEKE. (PITER IVUL ONIEDEK)
  • FORTUNATO CORREÀLE.
  • ANTONINO BUSCÈMI.
  • GIUSEPPE MONTALTO.
  • GIUSEPPE CÌLIA.
  • GIUSEPPE GIAMMONE.
  • GIOVANNI CARBONE.
  • CLAUDIO MANCO.
  • FRANCESCO TAMMÒNE.
  • ANTONIO BRANDI.
  • ANTONIO MONTALTO.
  • EPIFANIA COCCHIÀRA.
  • GIAMMATTEO SOLE .
  • GENOVESE PAGLIUCA.
  • GIUSEPPE PUGLISI.
  • ANNA MARIA TORNO.
  • GIOVANNI ATTARDO.
  • DAVIDE SANNÌNO.
  • SANTA PUGLISI.
  • SALVATORE BOTTA.
  • SALVATORE FRAZZÈTTO.
  • GIACOMO FRAZZÈTTO.
  • MARIA ANTONIETTA SAVÒNA.
  • RICCARDO SALERNO.
  • GIOACCHINO BISCÈGLIA.
  • ROSARIO MINISTERI.
  • CALOGERO TRAMÙTA.
  • PASQUALE SALVATORE MAGRÌ.
  • CELESTINO FAVA.
  • ANTONINO MOIO.
  • RAFFAELE PASTORE.
  • GIUSEPPE LA FRANCA.
  • CIRO ZÌRPOLI.
  • GIULIO CASTELLINO.
  • AGATA AZZOLÌNA.
  • RAFFAELLA LÙPOLI.
  • SILVIA RUÒTOLO.
  • ANGELO BRUNO.
  • LUIGI CANGIÀNO.
  • FRANCESCO MARZANO.
  • ANDREA DI MARCO.
  • VINCENZO ARÀTO.
  • INCORONATA SOLLAZZO.
  • MARIA INCORONATA RAMELLA.
  • ERILDA ZTAUSCI.
  • ENRICO CHIARENZA.
  • SALVATORE DI FALCO.
  • ROSARIO FLAMINIO.
  • ALBERTO VALLEFUOCO.
  • GIUSEPPINA GUERRIERO.
  • LUIGI IOCULÀNO.
  • DOMENICO GERACI.
  • ANTONIO CONDELLO.
  • MARIANGELA ANSALÒNE.
  • GIUSEPPE BÌCCHERI.
  • GIUSEPPE MESSINA.
  • GRAZIANO MUNTONI.
  • GIOVANNI GARGIULO.
  • GIOVANNI VOLPE.
  • GIUSEPPE RADÌCIA.
  • ORAZIO SCIÀSCIO.
  • GIUSEPPE IÀCONA.
  • DAVIDE LADINI.
  • SAVERIO IERÀCI.
  • ANTONIO FERRARA.
  • SALVATORE OTTONE.
  • EMANUELE NOBILE.
  • ROSARIO SALERNO.
  • STEFANO POMPEO.
  • FILIPPO BASILE.
  • HISO TELARAY.
  • MATTEO DI CÀNDIA.
  • VINCENZO VACCARO NOTTE.
  • LUIGI PULLI.
  • RAFFAELE ARNESÀNO.
  • RODOLFO PATÈRA.
  • ENNIO PETROSINO.
  • ROSA ZAZA.
  • ANNA PACE.
  • MARCO DE FRANCHIS.
  • ANTONIO LIPPIELLO.
  • SALVATORE VACCARO NOTTE.
  • ANTONIO SOTTILE.
  • ALBERTO DE FALCO.
  • FERDINANDO CHIAROTTI.
  • FRANCESCO SCERBO.
  • GIUSEPPE GRANDOLFO.
  • DOMENICO STANÌSCI.
  • DOMENICO GULLACI.
  • MARIA COLANGIÙLI.
  • HAMDI LALA.
  • GAETANO DE ROSA.
  • SAVERIO CATALDO.
  • DANIELE ZOCCOLA.
  • SALVATORE DE ROSA.
  • GIUSEPPE FALANGA.
  • LUIGI SEQUINO.
  • PAOLO CASTALDI.
  • GIANFRANCO MÀDIA.
  • VALENTINA TERRACCIÀNO.
  • RAFFAELE IÒRIO.
  • FERDINANDO LIGUORI.
  • GIUSEPPE ZIZÒLFI.
  • TINA MOTOC.
  • MICHELE FAZIO.
  • CARMELO BENVEGNA.
  • STEFANO CIARAMELLA.
  • FEDERICO DEL PRETE.
  • TORQUATO CIRIÀCO.
  • MAURIZIO D'ELÌA.
  • HUSAN BALIKÇI . (USAN BALICHKI)
  • DOMENICO PACÌLIO.
  • GAETANO MARCHITELLI.
  • CLAUDIO TAGLIATATELA.
  • PAOLINO AVELLA.
  • MICHELE AMICO.
  • GIUSEPPE ROVESCIO.
  • BONIFACIO TILOCCA.
  • ANNALISA DURANTE.
  • STEFANO BIONDI.
  • PAOLO RODÀ.
  • GELSOMINA VERDE.
  • DARIO SCHERILLO.
  • MATILDE SORRENTINO.
  • FRANCESCO ESTÀTICO.
  • FABIO NÙNNERI.
  • MASSIMILIANO CARBONE.
  • PEPE TUNEVIC.
  • ANTONIO LANDIERI.
  • FRANCESCO GRAZIANO.
  • FRANCESCO ROSSI.
  • ATTILIO ROMANÒ.
  • FRANCESCO FORTUGNO.
  • GIUSEPPE RICCIO.
  • DANIELE POLIMENI.
  • GIANLUCA CONGIUSTA.
  • CARMELA FASANELLA.
  • ROMANO FASANELLA.
  • DOMENICO DE NITTIS.
  • EMILIO ALBANESE.
  • SALVATORE BUGLIONE.
  • DANIELE DEL CORE.
  • LORIS DI ROBERTO.
  • RODOLFO PACÌLIO.
  • MICHELE LANDA.
  • ANTONIO PALUMBO.
  • ANNA POLITIKOVSKAJA. (POLITOSCAJA)
  • LUIGI SICA.
  • FRANCESCO GÀITO.
  • UMBERTO IMPRÒTA.
  • GIUSEPPE VEROPALUMBO.
  • MARIO COSTABILE.
  • DOMENICO NOVIELLO.
  • MARCO PITTONI.
  • RAFFAELE GARGIULO.
  • RAFFAELE GRANATA.
  • GENNARO CORTUMACCIO.
  • GIUSEPPE MINÒPOLI.
  • LORENZO RICCIO.
  • RAFFAELE MANNA.
  • NICOLA SARPA.
  • SAMUEL KWAKU. (WAKU)
  • CRISTOPHER ADAMS.
  • ERIC AFFUM YEBOAH.
  • KWAME ANTWI JULIUS FRANCIS.
  • EL HADJI ABABA.
  • ALEX GEEMES. (ALEX GIMES)
  • FRANCESCO ALIGHIERI.
  • GABRIELE ROSSI.
  • FELICIA CASTANIÈRE.

...e tutti gli altri di cui non siamo ancora riusciti a conoscere il nome.