lunedì 30 novembre 2009

Silvio, rimembri ancora?

di Marco Travaglio

Ora i pompieri sparsi su tutti i colli alti, medi e bassi diranno che è stata l’ennesima gaffe, l’ennesima battuta. E nessuno oserà porsi una domanda molto semplice: che cosa spinge il presidente del Consiglio a parlare così mentre si riaprono le indagini a suo tempo archiviate per strage, mafia e riciclaggio?

Nel momento in cui i fantasmi del suo passato inconfessabile tornano a presentargli il conto, avrebbe tutto l’interesse a scrollarseli di dosso con una forte dichiarazione antimafia, o con una mossa concreta, tipo quella suggerita (e subito rimangiata) dal ministro Alfano sulla riapertura delle carceri di Pianosa e Asinara per i boss al 41 bis. Invece, proprio ora, torna a parlare come un mafioso, minacciando di “strozzare chi ha fatto la Piovra e chi scrive libri sulla mafia”. In attesa che li minacci di scioglierli nell’acido (almeno quelli rimasti in vita: ai De Mauro, ai Fava e ai Rostagno ha già provveduto Cosa Nostra), qualcuno dovrà pur domandarsi il perché.

E’ la prova, casomai ve ne fosse bisogno, del fatto che la trattativa continua. Ancora una volta chi smise di piazzare bombe nel 1994, in cambio di promesse ben precise, fa sapere di essere stanco di aspettare. Così, mentre tutti si affannano a smentire e a ridicolizzare le rivelazioni di Spatuzza, arriva il migliore riscontro logico al suo racconto sul recente sfogo dei fratelli Graviano: “O cambia qualcosa, oppure dovremo andare a parlare con i giudici…”. Il tempo stringe, la Seconda Repubblica si sta squagliando come la prima e il tam tam di radio-carcere è sempre lo stesso: “Iddu pensa solo a Iddu”. Séguita a usare la sua maggioranza bulgara per farsi le leggi per sé, ma agli amici degli amici chi ci pensa? Lo scudo fiscale, l’asta dei beni sequestrati, i progetti sul concorso esterno sono utilissimi ai mafiosi che stanno fuori. Ma a chi sta dentro da tre lustri chi ci pensa? Ci vuol altro che le visitine in carcere dell’on. Betulla. E’ un dialogo in codice, quello fra Iddu e gli amici degli amici, che dura da 15 anni. Era cominciato, almeno in pubblico, il 25 maggio 1994, agli albori del primo governo Berlusconi. Riina sparò dalla gabbia: “C’è uno strumento politico ed è il Partito comunista. Ci sono i Caselli, i Violante, questo Arlacchi che scrive i libri... Il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi dei comunisti”.

Berlusconi e i suoi tele-sgherri partirono subito all’assalto della procura di Caselli che osava processare Andreotti e Carnevale. Poi, il 15 ottobre ’94, il premier dichiarò: “Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come la Piovra, un disastro in giro per il mondo. C’è chi dice che c’è la mafia. Non so fino a che punto. Cos’è la mafia? Un centinaio di persone”. Sei giorni dopo Riina plaudì: “Ha ragione il presidente Berlusconi, queste cose sono invenzioni da tragediatori che screditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Ma quale mafia, quale Piovra, sono romanzi. Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. I pentiti accusano perché sono pagati”. Nel 2001 governo Berlusconi II. Di lì a poco Bagarella tuona contro i politici che “non mantengono le promesse”, poi lo striscione allo stadio di Palermo: “Berlusconi dimentica la Sicilia. Uniti contro il 41 bis”. Il 4 settembre 2003 il premier dichiara allo Spectator: “I giudici sono matti, mentalmente disturbati, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Lo diceva già Luciano Liggio a Biagi: “Quando il giudice mi ha interrogato, mi sono accorto che mi trovavo di fronte a un ammalato. Se dietro a varie scrivanie dello Stato ci sono degli psicotici la colpa non è mia. Perché non fanno delle visite adeguate a questa gente prima di affidarle un ufficio?”. Il 9 aprile 2008, vigilia del governo Berlusconi III, la celebre uscita su Mangano “eroe”. Ora ci risiamo. C’è un solo modo per levare ogni speranza ai mafiosi e dissipare i sospetti sulla trattativa ancora in corso: che qualche istituzione, magari la più alta, metta a tacere il premier con parole chiare, nette e definitive. Purtroppo, finora, ha parlato per zittire i magistrati.

da Il Fatto Quotidiano

Fininvest querela La Repubblica che risponde...

La Fininvest contesta il contenuto degli articoli di Repubblica
La replica dei giornalisti Bolzoni e D'Avanzo

"Il consulente escluse ogni possibile ombra"
"Ma quella zona grigia è nella sentenza"

LA LETTERA

Egregio Direttore,
La presidente della Fininvest Marina Berlusconi - annunciando la decisione di procedere per le vie legali - ha già anche espresso il giudizio sull'operazione diffamatoria organizzata dalla Repubblica nei confronti di un grande gruppo imprenditoriale come il nostro per colpire il suo fondatore. Non ci sarebbe altro da aggiungere. Tuttavia, nell'articolo "Quelle nebbie misteriose sulle origini della Fininvest", la Repubblica torna sul tema con alcuni elementi su cui non è possibile tacere. Vediamo i principali.
Il pezzo forte dell'articolo sembra essere la ricostruzione degli apporti finanziari alle origini del gruppo Fininvest, affidata dalla Procura di Palermo al funzionario della Banca d'Italia Francesco Giuffrida. I due giornalisti citano la sentenza del Tribunale palermitano secondo cui né il consulente della Procura né quello della difesa sono riusciti "a risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all'origine, qualunque essa fosse, lecita o illecita, dei flussi di denaro investititi nella creazione delle holding Fininvest". Ma è proprio così? Per quanto riguarda il consulente della difesa, i verbali delle udienze sono a disposizione: è sufficiente leggerli per valutare come alcune sue dichiarazioni siano state travisate e quanto invece risultino nette le affermazioni sull'assoluta trasparenza di tutte le operazioni esaminate.
Relativamente alla consulenza chiesta dalla Procura, due esperti di cose mafiose come gli autori dell'articolo dovrebbero ben sapere che cosa accadde dopo la sentenza citata. Visto che loro non lo raccontano, lo raccontiamo noi. Chiamato in causa dalla Fininvest, secondo la quale nella sua consulenza era arrivato a conclusioni errate per grave negligenza, il dottor Giuffrida ha sottoscritto la seguente affermazione: "All'esito di una prospettazione maggiormente organica delle operazioni ... e della relativa documentazione già disponibile, (il dottor Giuffrida ndr) riconosce i limiti delle conclusioni rassegnate nel proprio elaborato e delle dichiarazioni rese al dibattimento, ed inoltre che le ... operazioni oggetto del suo esame consulenziale erano tutte ricostruibili e tali da escludere l'apporto di capitali di provenienza esterna al Gruppo Fininvest" (il testo integrale dell'atto di transazione è dal 27 luglio 2007 a disposizione sul nostro sito, www.fininvest.it). Tradotto dal linguaggio tecnico, a noi, e non solo a noi, pare che il concetto sia chiaro: nessuna zona d'ombra. Ma l'articolo odierno ha un altro "punto forte", il libro di Paolo Madron "Le gesta del Cavaliere" (1994). Repubblica, intercalando abilmente frasi prese dal libro con allusioni e ammiccamenti, lo utilizza per arrivare all'enormità, a insinuare addirittura - nemmeno troppo velatamente - che una quota della Fininvest sia in mano alla mafia. Basta però leggere il libro di Madron per rendersi conto che in quelle pagine non esiste alcun tipo di riferimento diretto o indiretto, allusione, evocazione, nulla di nulla che possa in qualche modo far pensare a qualsivoglia collegamento con capitali mafiosi.
Questi sono fatti, sono documenti, non sono inaccettabili insinuazioni. Di quelle dovrà essere reso conto nelle aule di giustizia.
Franco Currò
(Direttore Comunicazione Fininvest)

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LA RISPOSTA
Repubblica non ha mai scritto che la frase ripresa dal libro Le gesta del Cavaliere di Paolo Madron ("Non meno dell'80 per cento delle azioni delle holding che controllano Fininvest sono di Berlusconi. Sull'altro 20 per cento ci si può ancora sbizzarrire") faccia "riferimento a un collegamento con capitali mafiosi". Si discute di questo: la famiglia mafiosa di Brancaccio lascia dire che ha in mano "un asso nella manica" contro la Fininvest. Ci si chiede: ci sono zone grigie nel passato della Fininvest che possano rendere concreto quel ricatto? Sì, una zona d'ombra c'è. È l'autorevolissima fonte di Paolo Madron - il banchiere Carlo Rasini, primo e decisivo finanziatore di Silvio Berlusconi, testimone e protagonista diretto della nascita delle sue imprese - a sostenere che il "venti per cento della Fininvest" non è (al 1994) nella disponibilità del capo del governo. E' un'affermazione che contraddice in modo radicale la dichiarazione di ieri di Marina Berlusconi: ("Non c'è stata mai una sola azione della Fininvest che non facesse capo alla famiglia Berlusconi. Così è oggi e così è da sempre"). È bizzarro contestare ciò che non si è scritto per non smentire quel che davvero è stato detto.
Veniamo ora allo strano caso del dottor Giuffrida, vicedirettore della Banca d'Italia di Palermo. L'argomento della Fininvest è prevedibilissimo e - purtroppo - sfortunato, se lo si racconta tutto intero. Incaricato dal pubblico ministero di valutare i finanziamenti alle holding di controllo della Fininvest, Giuffrida rintraccia molte operazione che giudica "anomale". Per esempio: 113 miliardi di lire negli anni settanta (pari a circa 308 milioni di euro di oggi) erano "flussi di provenienza non identificabile". Fininvest muove contro il consulente un'azione civile. Che si conclude con una transazione in cui Giuffrida, è vero, "riconosce i limiti delle sue conclusioni". Quel che la Fininvest non ricorda mai, quando evoca lo strano caso del dottor Giuffrida, è quel che dissero i suoi avvocati (Maria Taormina Crescimanno e Antonio Coppola) all'Ansa. Quel giorno il 28 luglio 2007, alle ore 20,48: "Il dottor Giuffrida ha personalmente ricevuto la proposta di transazione dalla Fininvest e solo il 18 luglio ha sottoposto ai suoi legali una bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali acquisizioni processuali. Il successivo 26 luglio, il dottor Giuffrida ha inviato all'avvocato Coppola il testo della bozza parzialmente corretto. Consultatisi i difensori hanno tuttavia ritenuto di non condividere la proposta di transazione. Ieri, 27 luglio, i difensori hanno saputo dai media, e solo successivamente da Giuffrida, della stipula dell'atto che non hanno sottoscritto e che non sottoscriveranno non condividendo la ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute". Quel che conta non sono le parole di Giuffrida, ma quel che è scritto nella sentenza contro Marcello Dell'Utri, II sezione del Tribunale di Palermo, 11 dicembre 2004: "Non è stato possibile, da parte dei consulenti [del pubblico ministero e della difesa], risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all'origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. (...). La consulenza [della difesa] Iovenitti non ha fatto chiarezza e non ha contribuito a chiarire la natura di alcune operazioni finanziarie "anomale" e a evidenziare la correttezza delle risultanze societarie, contabili e bancarie del gruppo Fininvest".
Anche in questo caso, è chiaro il metodo di Fininvest. Si contesta, con un atto privato del tutto estraneo al processo (la transazione del povero Giuffrida), quel che non si può negare ha accertato un Tribunale: ci sono all'origine di Fininvest "operazioni finanziarie "anomale"". È difficile contestare che una zona grigia ci sia, se nemmeno il consulente di Marcello Dell'Utri è riuscito a illuminarla.

Attilio Bolzoni, Giuseppe D'Avanzo

da repubblica.it

«Berlusconi avrebbe strozzato anche Giovanni Falcone»

di Jolanda Bufalini

Sarebbe proprio di quelli da strozzare Marcelle Padovani: è una giornalista straniera, quindi esporta l’immagine del paese. E scrive di mafia, suo fu il libro intervista con Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”. E infatti, reagisce alle parole del premier: «allora Berlusconi strozzerebbe anche Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia ». «Fu con l’opera di Falcone e Borsellino che magistrati e forze dell’ordine furono messi nelle condizioni di combattere la mafia».

Perché anche l’attuale procuratore Piero Grasso insiste sulla necessità che della mafia si parli?
«Se non c’è attenzione dell’opinione pubblica la mafia diventa normalità. Berlusconi dovrebbe scrivere un libro dal titolo “La mafia è morta”, ma sappiamo bene che - anche se non si muovono i killer - nella finanza, nel traffico degli stupefacenti e delle armi, la mafia non è morta. Non solo si deve parlarne ma sostenere le associazioni come “Addio pizzo” o i ragazzi di Locri. »

Il premier dice che si fa brutta figura all’estero.
«Una ventina di anni fa ci convocarono al ministero degli Esteri per discutere come si potesse migliorare l’immagine dell’Italia. Alcuni di noi risposero che per farlo bisognava migliorare l’Italia e lasciar perdere quest’idea manipolatoria. Ma questo è proprio nella linea di Berlusconi, lui vive nel suo Truman Show».

Truman Show?
«Il Berlusconi politico, non quello dei suoi affari, è fatto così: finti programmi, finte leggi, poi ti accorgi, come elettore, che nel paniere non hai raccimolato niente. Il grande venditore crea una realtà artificiale.Malo stesso procedimento si può utilizzare al contrario, se non si parla di una cosa si dà l’impressione che quella cosa non esista ».

Però c’è anche qualcosa di antico in Berlusconi, già ai tempi delle prime commissioni d’inchiesta....
«Sì, allora c’erano personaggi come il cardinale Ruffini che dall’alto della loro cattedra sminuivano l’importanza del fenomeno mafioso».

E poi c’è l’assimilazionedi chi denuncia a chi denigra il paese. In Iran succede che i dissidenti siano accusati di calunniare il proprio paese.
«Anche gli antifascisti italiani in Francia durante il fascismo erano accusati di questo ma in realtà lavoravano per costruire un’altra Italia».

Berlusconi dice che nessuno ha combattuto la mafia più di lui.
«Le forze dell’ordine (le migliori in Europa nel contrasto alla criminalità organizzata) hanno portato in carcere il gotha di Cosa Nostra. Ma questo non dipende dal governo che, al contrario, permette il rimpatrio dei capitali con la sola multa del 5%. E fra quei capitali ci sono quelli mafiosi.E poi c’è l’autorizzazione a vendere i beni sequestrati, con il rischio che, la criminalità organizzata, attraverso prestanome, si ricompri ciò che lo Stato gli ha tolto».

Qual’è la situazione attuale della criminalità organizzata in Italia?
«La mafia siciliana è calante, incapace persino di riunire la Cupola. Ma cresce la ‘Ndrangheta, che l’amministrazione Usa cataloga fra le 5 organizzazioni criminali più pericolose nel mondo. Questo significa che l’Italia è ancora soggetta al ricatto. Il problema dell’Italia è che gruppi, clan, logge proliferano in assenza dello Stato, di strutture statali capaci di regolare gli interessi collettivi.

da l'unità.it

Lettera aperta a Marida Cassarà

di Barbara Giangrave

Gentile dottoressa Cassarà,

mi permetto di scriverle - anche se non ci conosciamo - per sottoporle alcune mie riflessioni, all’indomani di un nuovo aumento della Tarsu, ribadito dalla giunta comunale guidata dal suo compagno, nonchè padre di sua figlia Laura.

Generalmente si dice che “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. La frase, di per sè, non mi è mai piaciuta particolarmente, per il semplice fatto che, ancora oggi, nel 2009, si tende a sottolineare che le donne stanno sempre un passo indietro rispetto ai loro uomini ma - beh - diciamo che questa è un’altra storia.

Quello che mi chiedo, comunque, ogni volta che sento questa frase è: “Ma allora chi ci sta dietro un uomo che proprio tanto grande non è?”. Come se la pochezza del proprio compagno dovesse inevitabilmente investire anche noi.

Tengo sempre a mente le parole di Ninetta Bagarella, intervista da Mario Francese nel 1971: «Lei mi giudicherà male perché io, insegnante, mi sono innamorata e fidanzata con uno come Salvatore Riina. Lo conobbi negli anni ‘50, quando a Corleone successe quel che successe, coinvolgendo tante famiglie, compresa la mia e quella di Riina. Un ambiente triste che trasformò la via Scorsone di Corleone in una caserma di carabinieri. Con Salvatore ci conoscevamo da bambini. Poi, nel 1963, lo arrestarono. Fra di noi non c’era stata soltanto della simpatia. Io sentivo di amarlo. Ma forse non sono una donna? Non ho il diritto di amare un uomo e di seguire la legge della natura? Ma lei mi dirà perché mai ho scelto come uomo della mia vita proprio Totò Riina, di cui sono state dette tante cose. L’ho scelto, prima perché lo amo, e l’amore non guarda a tante cose, poi perché ho in lui stima e fiducia, la stessa stima e fiducia che ho in mio fratello Calogero, ingiustamente coinvolto in tanti fatti. Io amo Riina perché lo ritengo innocente. Lo amo nonostante la differenza di età, 27 anni io, 41 lui».

E ogni volta che ripenso a queste parole mi convinco che sono giuste. Sì, sono giuste. Perchè è proprio vero che “l’amore non guarda a tante cose”. Ma è anche vero che l’amore è fatto di tante cose. Lungi da me, ovviamente, l’intenzione di paragonare la sua storia d’amore a quella di Ninetta Bagarella e Salvatore Riina, perchè lei non è Ninetta Bagarella e Diego Cammarata non è Salvatore Riina.

Non le nascondo, però, quanto mi abbia incuriosita la sua storia personale coniugata con quella dell’attuale sindaco di Palermo. Insomma, sarei un’ipocrita se non le dicessi che ho sempre pensato che il suo cognome, accostato a quello del primo cittadino, ne risentisse un po’.

Io non ho avuto l’onore e il piacere di conoscere suo padre perchè sono nata, in questa città, proprio negli anni in cui i Corleonesi guidati da Salvatore Riina ne insanguinavano le strade con la loro guerra allo Stato. Guerra alla quale la sua famiglia d’origine ha, purtroppo, pagato un tributo altissimo.

Ma come può la figlia di un uomo che per questa città (e per questa terra) si è sacrificato fino a perdere la sua stessa vita, innamorarsi di un rappresentante di quel sistema di potere politico-clientelare che suo padre ha tanto combattuto? Questo è quello che mi sono sempre chiesta, sì.

Anche in questo caso, però, lungi da me l’idea di andare oltre. Ritengo di essermi già spinta anche fin troppo in là. Il suo privato, indubbiamente, non mi riguarda affatto. Ciò che mi riguarda, in effetti, è un altro amore. Quello per questa città che, spero, entrambe proviamo.

Ed eccoci, dunque, al motivo di questa mia, pubblica, lettera. Lei è una donna - figlia, sorella, compagna e madre - che, inevitabilmente - può influire sulle scelte di chi le sta accanto. Non è certo per avere indietro i soldi delle Ztl, della Tarsu o dell’Irpef che le scrivo, ma per avere indietro il mio amore: la mia città.

Non so se le capita di andare in giro, specialmente adesso che ha una neonata da accudire, ma se le dovesse capitare, magari dopo aver lasciato la bambina in uno dei nostri impeccabili asili comunali - la prego - si soffermi su ogni singolo sacchetto di immondizia che troverà per la strada, su ogni tombino otturato, su ogni topo, su ogni zanzara fuori stagione, su ogni lavoratore comunale o dipendente di società a compartecipazione comunale che troverà effettivamente all’opera.

Si soffermi sulla bellezza e sull’efficienza della nostra metropolitana, dei nostri tram. Citofini alle persone, soprattutto in certi quartieri, e gli chieda quanto sono contenti di avere l’acqua nelle loro case, ogni giorno. Proprio come in ogni Paese civile.

Lo faccia, la prego. E poi mi dica: “E’ questa la città in cui vuole fare crescere sua figlia Laura?”.

In attesa di un suo gradito riscontro, le porgo i miei più cordiali saluti.

da bsicilia.it


Il Pdl accelera sul concorso esterno una legge ad hoc per neutralizzarlo

di Liana Milella

ROMA - Una cosa per volta. Perché due leggi ad personam contemporanee sono un'esagerazione, sono "troppo" perfino per il Cavaliere. Soprattutto per evitare il moltiplicarsi degli attacchi e per dosare bene mosse e tempi. Il calendario era questo: prima il processo breve, per fulminare i due dibattimenti milanesi del Cavaliere, Mills e Mediaset, poi il concorso esterno in associazione mafiosa per chiudere i conti in anticipo con eventuali imputazioni di quel genere. E per fare un regalo a Dell'Utri, che non ha mai goduto di una legge cucita addosso a lui, e ai Consentino, ai tanti politici e imprenditori locali cui pende addosso un'inchiesta per un simile delitto. Mai, comunque, un intervento del governo, proprio com'è avvenuto per il processo breve, ma sempre un'iniziativa di qualche deputato o senatore della maggioranza.

Quella sul concorso esterno doveva essere la carta segreta da giocare subito dopo aver chiuso la partita del processo breve. Il tam tam di una possibile incriminazione per Berlusconi e Dell'Utri ha rivoluzionato i giochi. In ogni numero il Foglio martella su quello che Giuliano Ferrara, nelle vesti dell'elefantino, ancora sabato ha definito "il reato chiacchiera". Da giorni se ne parla con insistenza tra i berluscones. Mercoledì 25 novembre Repubblica scrive che è allo studio l'ipotesi di "normare" l'imputazione di aiuto esterno alla mafia, inventata da Giovanni Falcone e usata tante volte negli ultimi 15 anni, con l'obiettivo di creare un vero e proprio reato rispetto alla costruzione giurisprudenziale di oggi. Nulla di offensivo nei confronti del governo, visto che la Cassazione nel '94 ha pronunciato la prima sentenza importante sulla questione e le riviste giuridiche traboccano di decine e decine di dotte esercitazioni in materia. Nel codice penale non esiste un articolo sul concorso esterno in associazione mafiosa. Nella maggioranza c'è chi pensa di mettercelo ma con paletti ben precisi. Tutto qui. Certo, poi bisogna vedere gli effetti sui processi in corso perché il nuovo reato, di certo più favorevole, si applica subito.
Palazzo Chigi reagisce inviperito, smentisce drasticamente che "il presidente del Consiglio" stia pensando a "modificare" la norma, che in realtà non esiste e quindi non può essere modificata. Forse temono che una simile iniziativa, anche solo ventilata, possa accelerare gli eventuali passi delle procure. Il Guardasigilli Angelino Alfano, quando gli chiedono se è vero che il governo vuole modificare il 416bis o se c'è l'intenzione di sganciare il reato di concorso (articolo 110 del codice) da quello di associazione mafiosa (416bis), nega e vanta le sue battaglie legislative contro la mafia a partire dal carcere duro, il 41 bis. Ma lo scenario non è questo, che ben può essere negato, ma tutt'altro.

È quello che, dopo l'uscita in tv di Dell'Utri, spiega Piero Longo, senatore del Pdl, avvocato di Berlusconi con Niccolò Ghedini, che a Padova condivide con lui lo studio e che gli è "padre" nel mestiere. Quindi non una voce "qualsiasi" nella maggioranza. Longo parla di due strade. La prima, quella "politica", è "l'interpretazione autentica del 416bis in cui si precisa che non è possibile il concorso esterno perché già esiste il reato di assistenza agli associati, il 418 del codice penale". La seconda strada, che Longo definisce "un ripiego", "una resa": "Si regolamenta il concorso esterno".

E questo è il compromesso che i berluscones vogliono raggiungere. L'obiettivo, come confermano a Repubblica autorevoli fonti del Pdl, è "palettare" il reato, stabilire cosa può essere concorso e cosa non può esserlo, costringendo i magistrati a muoversi in un percorso giuridico più stretto e non più passibile di ulteriori interpretazioni giuridiche che possono allargare o restringere la figura del concorso medesimo. Per usare le parole di Dell'Utri, evitare "di incriminare chiunque non sia criminale". Ma tutto questo a tempo debito. Prima il processo breve, poi il lodo Alfano in veste costituzionale, infine il concorso esterno tipizzato.

Tutto con le modalità d'intervento già rodate - le leggi ad personam non arrivano direttamente dal governo ma da singoli parlamentari - che hanno il vantaggio di consentire a palazzo Chigi di smentire quello che in realtà, nel frattempo, viene fatto. È il caso della prescrizione: mentre Alfano la smentiva, Ghedini la studiava, ed ecco saltar fuori la prescrizione del processo. Per lo scudo congela processi e per il concorso esterno non sarà il governo a muoversi ma singoli parlamentari. Tutto, a questo punto, a brevissima scadenza.

da repubblica.it

Dell'Utri ''Rivedere associazione mafiosa''


Dell'Utri vuole cambiare la legge sulla gestione dei pentiti

di Dario Campolo

Ci risiamo, è solo lunedì e la prima sparata arriva di mattina, il senatore Dell'Utri vuole cambiare la legge sulla gestione dei pentiti. Piangere o ridere la scelta è questa, ma è possibile mai?

Persone come Falcone e Borsellino che hanno lottato una vita per far si che anche in Italia si potesse arrivare a poter usufruire dei collaboratori di giustizia e poi ecco che arriva il governo in carica guidato dal signor B. che in questo campo ha fatto più di tutti e da come si vede si sta preparando a superare il record già prefissato.

Buongiorno Italia.


domenica 29 novembre 2009

41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora)

di Peter Gomez

Per lui è solo un atto di carità cristiana. Un gesto umanitario per dare un po’ di conforto a chi soffre. Per gli investigatori, invece, potrebbe essere una sorta di messaggio. O almeno potrebbe essere colto dalla mafia come tale. Come l’ultimo, o il penultimo, segnale nella lunga presunta trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato cominciata nel 1992-93 e mai interrotta. Comunque stiano le cose un fatto è certo: fa effetto ascoltare dai microni di Radio Radicale un esponente di peso del Pdl come il neo-parlamentare Renato Farina, chiedersi se davvero il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è una forma di tortura. E fa ancora più effetto pensare che le sue dichiarazioni, chiuse con la proposta di istituire una commissione internazionale sulla situazione dei boss in prigione, sia arrivata a ferragosto, davanti alle porte del carcere milanese di Opera.

Lì dentro, ospitati in celle singole controllate giorno e notte, ci sono ben 82 capi-mafia. E assieme al più celebre di tutti, Totò Riina, c’è anche Giuseppe Graviano, il capo della famiglia mafiosa di Brancaccio, che, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, avrebbe concluso intorno al Natale 1993 una sorta di accordo politico con Silvio Berlusconi. Farina, è vero, rispetto al 41 bis ha un approccio problematico. E nella sua intervista fornisce un particolare importante: dice che buona parte dei detenuti non appena ha capito chi era e soprattutto in che partito militava, ha mostrato “una furia” che lo ha “preoccupato”. Ce l’avevano con lui, con il ministro della Giustizia Angelino Alfano e con Berlusconi.

Resta però una singolare coincidenza: la visita ispettiva ad Opera dell’ex giornalista, radiato dall’Ordine per il denaro ricevuto dai servizi segreti militari, avviene subito dopo i primi interrogatori di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo. Lunghi faccia a faccia con i magistrati durante i quali i due boss hanno più volte detto di “rispettare” la scelta di Spatuzza . Ma hanno aggiunto che stare al 41 bis è come stare “a Guantanamo”: “Ho la luce accesa giorno e notte e da quattro mesi aspetto una visita per un sospetto di tumore” ha detto Giuseppe. Il dubbio, insomma, che il dialogo tra la politica e la mafia sia ancora in corso, c’è. Pure l’Aisi (il servizio segreto interno), nelle sue ultimi relazioni sullo stato della criminalità organizzata in Italia, spiega che nelle carceri i boss mostrano segni d’irrequietezza e d’impazienza. E, secondo quanto risulta a Il Fatto Quotidiano, sottolinea proprio il ruolo dei fratelli Graviano che sarebbero alla ricerca di una soluzione per il 41 bis.

Detto in altre parole: l’impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di grande ricatto. O fate qualcosa, o rispettate i patti - comunica la mafia - o noi cominciamo a far sapere come sono andate realmente le cose negli anni delle stragi.

I Graviano, del resto, hanno già tentato operazioni del genere. Nel 2002 erano stati proprio loro a dare il via a una singolare corrispondenza tra boss detenuti (spesso condannati proprio per le bombe ai monumenti) ricca di ambigui riferimenti alla “cappella Sistina”, al “museo egizio di Torino”, al Milan (la squadra del presidente del consiglio Silvio Berlusconi) e alla Formula Uno, sempre indicata da chi scrive con la sigla “F.I”: le iniziali di Forza Italia. Allora accanto alle lettere, tutte ovviamente lette dalla censura e finite in corposi rapporti dello Sco (Servizio Centrale operativo) della Polizia, c’erano stati pubblici proclami di boss del calibro di Luchino Bagarella che il 12 luglio del 2002, in aula, aveva accusato la politica di aver “strumentalizzato” i detenuti.

Così il Sisde, all’epoca diretto dal generale Mario Mori, aveva lanciato l’allarme. Aveva annunciato con un’informativa segreta a Palazzo Chigi, di aver appreso da “Attendibili fonti fiduciarie l’esistenza di un progetto di aggressione di Cosa Nostra che avrà inizio con azioni in toto non percettibili dall’opinione pubblica fino a raggiungere toni manifesti, con la commissione, in un secondo momento, di azioni eclatanti”. Nel mirino, secondo gli 007, c’erano Dell’Utri, l’avvocato Cesare Previti e una molti avvocati meridionali (per lo più parlamentari). E a tutti loro fu data una scorta. Oggi la situazione è diversa. A far paura non sono più le armi della mafia, ma le parole. Certo in Cosa Nostra c’è chi può pensare (al contrario di quanto sostiene il ministro dell’Interno, Roberto Maroni) che la riforma della legge sul sequestro dei beni appena introdotta in finanziaria, sia una buona notizia. O che la due giorni di sciopero degli avvocati, che protestano anche contro il 41 bis, sia il sintomo di qualcosa che si sta muovendo. Ma forse è tardi. Troppo tardi. Perchè, come diceva Leonardo Sciascia, “Tutti i nodi vengono al pettine. Se c’è il pettine”.

da Il Fatto Quotidiano

La Sindone del Cavaliere


di Luca Telese

A me, se guardo la faccia di Berlusconi, viene in mente Berlino. Non so se anche a voi Berlino fa questo effetto: ogni volta che ci vai c’è un palazzo che prima non c’era, e ne è scomparso uno che c’era. A me ogni volta che vedo la faccia di Berlusconi, in questi giorni, viene un dubbio: ma ha avuto la scarlattina o si è fatto un lifting? (forse tutt’e due).

Mi secca ammetterlo, ma l’enigma avvince: come disse splendidamente Gaber: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. Il mistero del volto di Berlusconi, dopo quello della sindone, si è inchiavardato in noi. Lo so che questa domanda non la dovrei fare , ma è più forte di me: sono appassionato dall’idea dell’incarnato di Arcore come un cantiere aperto, un itinerario turistico, un luogo del possibile, un posto dove ogni volta scopri cose nuove: restauri, nuovi impianti, grandiose architetture. Berlusconi è l’unico leader per cui, quando scartabelli in archivio e salta fuori una vecchia foto pensi: “Toh, era ancora pelato”.

Un paio di mesi fa su Sky, tuonava contro i magistrati. Quel che diceva non lo ricordo più, ma ho chiaro, invece, che vedendo le occhiaie alla zuava che lo affliggono ultimamente ho pensato: poverino, gli occhi sono strabuzzati fuori dalle orbite, urge una blefaroplastica (prima di Berlusconi non pensavamo che un uomo potesse fare la blefaroplastica. Poi l’ha fatta anche Di Pietro. domani toccherà a noi). Dal giorno dopo, a ogni dichiarazione, mi preoccupo di verificare se c’è stato un intervento di manutenzione. Mi ha così avvinto, il tema, che posso guardarlo anche senza volume, ma non posso staccarmi dallo schermo. Quando penso ai crateri dell’epidermide lunare di B. ogni pregiudizio cade di fronte all’ammirazione per lo sforzo titanico. La Sagrada familia, a Barcellona è un’opera incompiuta e diroccata, ma attira comunque milioni di turisti. Lui pure.

Marco Belpoliti ha scritto un mirabile saggetto per Guanda Il corpo del capo, su questo incessante lavoro di scavo, retrodatandolo agli anni Settanta, quando i primi piani del Cavaliere già occhieggiavano a Hollywood. Quando guardo le vecchie foto - cappello sulle ventitrè e gessato - ho la certezza che l’uomo della Fininvest si ispirasse a La fuga, il film in cui Humprey Bogart si toglie le bende dopo un’operazione cambia-connotati. Ma mi sento come Pasolini: io so, ma non ho le prove. B. è come quei thriller in cui – anche se non sono di ottima fattura – non smetti di leggere perché vuoi capire come va a finire. Ecco, quando guardo la sua faccia, di questi tempi, sono curioso del finale. Ai tempi del trapianto trovai letterario il duello fra i due maghi della chirurgia tricologica che se lo disputarono. Compulsai avidamente lo scoop di Francesco Alberti, che sul Corriere della Sera riuscì a intervistare Piero Rosati, il chirurgo estetico di Ferrara autore del famoso “asfaltaggio” del Cavaliere: “Il presidente non ha fatto una piega – riferì Rosati – ha una tempra di ferro”. E aggiunse: “Durante l’intervento raccontava barzellette sulla calvizie”. Veltroni imbroccò una battuta sublime: “In ogni manifesto ha la chioma più folta: alla prossima campagna sembrerà Jimi Hendrix”. Anni dopo riuscii ad ottenere la versione del professor Buttaffarro, il medico piemontese, che per primo aveva visitato B. Serio, sabaudo, riservato: un maestro. Aveva spiegato al premier che trattandosi di autotrapianto non si potevano fare miracoli. Se si fosse affidato a lui, che prometteva di meno, B. non si sarebbe trovato in testa quei filari che fanno vigneto. E non sarebbe nata la saga della cheratina tritata che si deve spolverare per tappare i vuoti. Mai suoi tentativi, anche se falliscono hanno contorni epici. Avvincono perché sono sempre generosi. Ecco perché, da dopo la scarlattina, studio le sue foto con morbosa curiosità. Non quelle che Mity Simonetto, con amorevole cura seleziona per il Giornale: lì Silvio è piacevolmente ibernato in un eterno effetto flou. Ringiovanisce a ogni scatto: unto, sì, ma del Photoshop. Nelle foto di cronaca invece, assediato dalla tirannia del tempo (servirebbe un lodo Dorian Gray), si difende come può, con fondotinta e fard. Una sinistra che non sia schiava dell’orribile germe dell’antiberlusconismo dovrebbe aprire al dialogo: henné per D’Alema, liposuzione per Veltroni, trucco-parrucco (modello luciodalla) per Bersani. Così, da domani, potremmo iniziare ad appassionarci anche a loro. Urge un appello a Bondi: l’incarnato di Arcore diventi al più presto patrimonio dell’Unesco.

da il Fatto Quotidiano

"Rispetto"


di Pietro Orsatti



Continua a parlare Spatuzza, che sarà in aula il 4 dicembre nel processo a Dell’Utri. Ma non è il solo. Parlano anche i suoi vecchi capi, i fratelli Graviano che, pur non pentendosi, dicono di «rispettarlo».


Parlerà nell’ambito del processo a Marcello Dell’Utri il 4 dicembre a Torino. La scelta di sentire il pentito Gaspare Spatuzza nella città piemontese è dovuta a ragioni di sicurezza. Quindi, la corte di Palermo sarà obbligata a una trasferta che si preannuncia evento, perché al mafioso di Brancaccio, assassino di padre Puglisi e stragista a partire dall’attentato di via D’Amelio, sarà chiesto di raccontare delle testimonianze rilasciate in questi mesi che chiamano in causa Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Quindi del presunto ruolo che i due imprenditori e successivamente uomini politici avrebbero avuto nella cosiddetta seconda fase della trattativa fra Stato e Cosa nostra durante il periodo delle stragi del ’93. Intanto le dichiarazioni di Spatuzza, in particolare quelle relative alla strage del 19 luglio 1992 di cui si autoaccusa, sono state confermate – aumentando di conseguenza la credibilità del teste – dal dichiarante (ancora non pentito) Vittorio Tutino, uomo della cosca palermitana di Brancaccio, che nel corso di un interrogatorio a Caltanissetta, davanti ai magistrati del pool che indaga proprio sulle stragi del ’92, ha fornito una versione coincidente con quella, appunto, di Gaspare Spatuzza, confermando agli inquirenti di aver preso parte ai preparativi della strage Borsellino, fornendo l’auto, poi imbottita di esplosivo e posteggiata sotto casa della madre del giudice in via D’Amelio. L’ex soldato del mandamento di Brancaccio, già condannato a 28 anni per le autobombe del ’93, ha confermato di aver agito assieme a Spatuzza. Fin qui la parte relativa all’omicidio Borsellino.

Per Spatuzza però la situazione si complica per quanto riguarda le sue dichiarazioni nei confronti di Dell’Utri. Iniziando da Tutino che, chiamato a parlare dalla Procura di Caltanissetta della dinamica sulla strage del luglio ’92, non ha confermato la testimonianza rilasciata dal killer di Brancaccio su altri aspetti di quegli anni. Invece, si è tenuto un confronto, gestito dalla Procura di Firenze, fra Filippo Graviano e lo stesso Spatuzza che sostiene che tra Giuseppe e Filippo Graviano (capi del mandamento di Brancaccio a Palermo), Berlusconi e Dell’Utri, ci furono «contatti diretti» e ripetuti. Per ottenere, ipotizza il pentito, una copertura politica dei piani stragisti. Secondo la tesi del pentito, le stragi vennero eseguite per poi fare apparire alcuni ambiti politici, indicati come “vicini” a Cosa nostra, come chi le avrebbe fatte cessare. Spatuzza riconosce che si tratta di una sua deduzione ma conferma di essere certo che i Graviano abbiano trattato direttamente con questi ambienti politici.

Per quanto riguarda invece il confronto fra Spatuzza e Filippo Graviano, il boss ha dichiarato più volte di non avere nulla contro il suo ex sottoposto, e conferma alcuni fatti storici e i colloqui con lui avuti («dovevamo fare una scelta di legalità, per noi e per i nostri figli») ma lo smentisce circa i propri intenti di parlare con i pm se la politica non avesse rispettato i patti, riferendosi perciò proprio all’incontro nel carcere di Tolmezzo e riportato ai pm dal pentito. Sono i toni del confronto che stupiscono. Graviano infatti ammette che in carcere di «dissociazione» e di un’ipotetica «vita di legalità» lui e Gaspare avevano effettivamente parlato. Poi si lascia sfuggire un «mi dispiace dovermi trovare in contraddizione con te, ti auguro tutto il bene del mondo, non ho niente contro le tue scelte. Sono contento che tu abbia ritrovato la pace interiore. Non ho nulla contro di te, né contro la tua collaborazione». E poi il colpo di teatro, per chi sa leggere nel linguaggio mafioso: «Non ti dico che stai mentendo, ti dico che io le cose non le ho dette». Quindi? C’è anche un altro dettaglio che ci aiuta a capire queste battute di Filippo Graviano. E non è un dettaglio da poco. L’altro fratello Graviano, Giuseppe, nel processo contro l’ex senatore Dc Enzo Inzerillo (imputato di mafia a Palermo e indagato per le stragi a Firenze ma poi archiviato da questa seconda accusa), aveva dichiarato di «rispettare» Spatuzza. Nonostante respingesse tutte le dichiarazioni che lo riguardavano rese dall’accusatore del senatore del Pdl sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Quel termine, «rispetto», ha per un mafioso del calibro di Giuseppe Graviano un peso specifico che va ben oltre al senso letterale del termine. Qui si parla di rispetto fra uomini d’onore. Ed è quindi anche emblematico che, mentre Spatuzza sta affrontando il percorso per ottenere la totale copertura offerta dalla normativa sui collaboratori di giustizia, i fratelli Graviano non sembrano finora avere alcuna intenzione di “collaborare”. E quindi, ancora di più, quel «rispetto» pesa. E anche i magistrati ne sono rimasti particolarmente impressionati. Spatuzza per Giuseppe Graviano non è un “infame”, un “traditore” ma un uomo d’onore che merita «rispetto». Questa o è una rivoluzione (si tratterebbe del primo caso in assoluto nella storia di Cosa nostra di un atteggiamento simile verso un pentito), oppure Spatuzza non è un normale pentito, anzi forse è solo un portavoce di un pezzo di quell’organizzazione che avrebbe deciso di trattare con la giustizia. Il confronto fra Filippo Graviano e Gaspare Spatuzza apre una fase nuova, comunque. Ora l’accusa del processo a Dell’Utri ha chiesto di acquisire anche l’interrogatorio del pentito Salvatore Grigoli, l’assassino reo confesso di padre Pino Puglisi. La richiesta è stata avanzata dal procuratore capo di Palermo alla Corte d’appello. Sempre il pg Antonino Gatto ha depositato presso la sua segreteria, a disposizione della difesa, 29 nuovi atti, tra cui i verbali dell’interrogatorio del pentito Gaspare Spatuzza e il confronto tra lo stesso Spatuzza e Filippo Graviano. Per la difesa di Dell’Utri, che era riuscita a far respingere l’eventualità di una deposizione di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, e dichiarante sia sulla vicenda della trattativa che sui tanti intrecci che coinvolgerebbero anche il senatore del Pdl alla vigilia della nascita di Forza Italia, è un duro colpo. E il ruolo che assume questo “dichiarante” che sta riaprendo processi del peso di quelli sulle stragi del ’92 e del ’93 e quello sulla trattativa fra Stato e mafia, diventa un fattore determinante nelle paure giudiziarie di un gran pezzo della politica italiana.

da Left/avvenimenti

sabato 28 novembre 2009

Berlusconi: «Vietato parlare di mafia»

«Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia che ci fanno fare una bella figura lo strozzo». Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, intervenendo ad un convegno organizzato dall'Enac all'aeroporto di Olbia. Le voci sull'ipotesi di un coinvolgimento del premier Silvio Berlusconi nelle stragi di mafia sono accuse infondate ed infamanti. Lo avrebbe detto Silvio Berlusconi secondo quanto riferito dopo il suo incontro con i giovani del Pdl di Olbia.

Non capisco, avrebbe aggiunto Berlusconi, come si fanno a pensare cose del genere e quali sarebbero state le mie motivazioni. Il riferimento è al presunto coinvolgimento del premier in fatti che potrebbero configurare il concorso esterno di associazione mafiosa.

Ma poco dopo, il premier non ha resistito al fascino della battuta e ha di nuovo ironizzato sui suoi rapporti con Cosa Nostra: «Tu Vito hai parlato di un problema con la mafia, ma che problema c'è? Ci sono io...» ha detto al presidente dell'Enac Vito Riggio.

Poi, sempre il premier, ha continuato a scherzare: «Ti inviterei a cena ma dopo i soldi che mi ha chiesto la mia signora per il divorzio credo che il menù sia scarso». Così, con un sorriso, Silvio Berlusconi si rivolge a Fabrizio Palenzona, presidente di Assoaeroporti presente al convegno organizzato dall'Enac nello scalo sardo.

Si andrà velocemente sulla riforma della giustizia. È quanto avrebbe assicurato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, incontrando i giovani del Pdl del circolo di Olbia-Tempio, prima del suo intervento al convegno organizzato dall'Enac. Si sa, avrebbe proseguito il premier, che la maggior parte della magistratura è di sinistra e cerca sempre un pretesto per dovermi attaccare. È dalla nascita di Forza Italia che provano a farlo, avrebbe aggiunto, insistendo sulla necessità di arrivare alla separazione tra pm e giudice.

da l'unità.it

L'incubo di B. "Proc. n°11531/09-2"


Una data e un numero tolgono il sonno al premier e al suo staff di legali. Il numero è quello del procedimento penale 11531/09-2 della procura antimafia di Firenze. La data è il 4 dicembre 2009. Per uno di quegli strani scherzi che il destino ogni tanto si diverte ad organizzare, quel giorno, il prossimo venerdì, potrebbero, essere chiarite varie questioni che hanno a che fare con la tenuta di questa legislatura e con l’immagine pubblica del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

A Milano riprenderà ufficialmente il processo Mills, poche udienze per sapere se il Premier è colpevole o meno di corruzione in atti giudiziari. Nell’aula bunker di Torino la Corte d’Appello di Palermo in trasferta ascolterà il boss pentito Gaspare Spatuzza, prima linea operativa di Cosa Nostra fino all’arresto nel 1997, reggente del mandamento di Brancaccio tra il 1995 e il 1997, killer di don Puglisi, autore delle stragi che Cosa Nostra ha voluto firmare in continente nel 1993, da Roma a Milano passando per Firenze, la più grave. Pedegree criminale di altissimo profilo. Così come il livello di conoscenza delle strategie di Cosa Nostra. Per evidenti motivi di sicurezza è stato deciso che Spatuzza è preferibile muoverlo su Torino anzichè su Palermo. Il pg Antonino Gatto, pubblica accusa nel processo d’Appello in cui Dell’Utri è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa (9 anni la condanna in I°), il 23 novembre ha chiesto e ottenuto di riaprire il dibattimento - già arrivato alle arringhe - per poter interrogare Spatuzza.

E ascoltare dalla sua voce quello che il boss da quattordici mesi sta raccontando al procuratore Antimafia Piero Grasso, al procuratore di Firenze Pino Quattrocchi e ai sostituti Nicolosi e Crini. Centinaia di pagine di verbale che stanno riscrivendo la storia delle stragi (deve essere in parte rifatto il processo per via D’Amelio) e degli intrecci tra Cosa Nostra e politica. E’ questa la parte che da settimane - dal 24 novembre quando Firenze ha dovuto trasmettere a Palermo gli atti fino a quel momento gestiti in relativo silenzio - toglie il sonno al premier e al suo staff di legali. Spatuzza racconta che Cosa Nostra nel 1993 aveva trovato «nuovi referenti politici», che c’era un rapporto «diretto, senza mediatori» con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Ha spiegato come il boss Giuseppe Graviano nel ‘93, poco dopo le bombe a Firenze, Milano e Roma, liquidasse i dubbi di Spatuzza su quella strategia sanguinosa: «Io ne capisco di politica, tu no».

E come, nel gennaio 1994, sempre Giuseppe dicesse: «Abbiamo ottenuto tutto quello che cercavamo, abbiamo il paese in mano, grazie a Berlusconi e al nostro compaesano Dell’Utri». Tra luglio e ottobre Giuseppe e Filippo Graviano, messi a confronto con Spatuzza, non lo hanno confermato. Ma hanno accettato il confronto. Nel codice di Cosa Nostra vale moltissimo. Le conferme alle dichiarazioni di Spatuzza sono arrivate da altri pentiti doc come Romeo e Grigoli. Ora l’attesa è massima per quello che U tignusù dirà nell’aula bunker di Torino. Il Presidente del Consiglio ci scherza su: «Di mafia mi sono occupato solo per raccontare storielle». Il sottosegretario Paolo Bonaiuti smentisce che «siano in arrivo avvisi di garanzia da Palermo o da Firenze». Tutto vero. Infatti quello che toglie il sonno è quel fascicolo n°11531/09-2 della procura fiorentina che prevede un registro degli indagati. Fu aperto anche nel 1998. Erano iscritti “ Autore Uno” e “Autore Due”. L’ipotesi era concorso in strage.

da l'unità.it

Il Giramondo

di Ninni Andriolo

Silvio giramondo per legittimo impedimento. In attesa del «processo breve» il Cavaliere si organizza. Quasi un viaggio a settimana tra dicembre e gennaio. Anche il calendario di febbraio, però, si va riempiendo, tenendo d’occhio l’eventualità che l’iter parlamentare del salva-premier vada per le lunghe. Tra Consigli dei ministri, visite di capi di Stato e tour ufficiali all’estero il Presidente del Consiglio avrà poco spazio per le udienze che lo riguardano. Intanto il progetto Pdl per introdurre il legittimo impedimento del premier, in quanto premier, potrebbe compiere passi in avanti. Nell’attesa, però, Ghedini guadagna tempo. Il processo Mills riprenderà il 4 dicembre. Ma ieri l’avvocato-deputato ad hoc del Cavaliere ha ricordato che quel giorno - come ogni venerdì - si riunirà il Consiglio dei ministri. Che, tuttavia - all’occorrenza (qualora le esigenze lo richiedessero) - potrebbe essere convocato in giorni diversi.

Entriamo nel 2010. Il 18 gennaio, data concordata con gli avvocati, Berlusconi dovrebbe presentarsi in aula per il processo Mediaset. Il condizionale è d’obbligo tuttavia. Tra il 15 e il 20 di quel mese, infatti, il Presidente del Consiglio dovrebbe completare il suo tour tra Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. Dopo Jeddah e Doha, tra il 21 e il 24 novembre scorsi, il Cavaliere avrebbe dovuto recarsi a Dubai e Abu Dhabi. Quelle tappe, cancellate all’ultimo momento, ricompaiono, adesso, nell’agenda di metà di gennaio, dalle parti del 18. La disponibilità di Berlusconi a comparire in aula, a Milano, in sostanza, verrebbe vanificata dal viaggio bis nella penisola arabica. Da visite ufficiali che costituirebbero - guarda caso - motivi più che validi di legittimo impedimento. Anche per il 25 gennaio gli avvocati Ghedini e Longo avevano annunciato la disponibilità del premier a partecipare all’udienza per Mediaset. Quella data cade di lunedì, giorno solitamente riservato agli incontri di Arcore tra Berlusconi e Bossi. Dato per scontato che le cene con il Senatur non costituiscono motivo di «legittimo impedimento» , bisognerà capire se il Cavaliere - il 25 gennaio - si farà vedere in tribunale, convocherà un Consiglio dei ministri o sarà costretto a riparare all’estero.

Dando un’occhiata ai numerosi impegni di Berlusconi nel mondo, in realtà, ricaviamo l’impressione - ovviamente di parte - di un premier in fuga dai giudici, ma anche dall’attività di governo. Palazzo Chigi trasformato in una sorta di agenzia di viaggio? L’immagine non rende onore alla casa dell’esecutivo né hai funzionari che vi lavorano. Spulciando tra gli appuntamenti già fissati, o in via di definizione, tuttavia, emerge il dato che Berlusconi, di qui a Natale, in Italia si tratterrà il minimo indispensabile. Lunedì 30 novembre sarà a Minsk, per contribuire «al disgelo dei rapporti tra Bielorussia e Unione europea» e per firmare tre accordi bilaterali: uno economico, uno culturale, e un terzo nel settore veterinario. Il 9 e 10 dicembre volerà a Bonn per partecipare al congresso del Partito popolare europeo. L’11, poi, si sposterà a Bruxelles e il 16 si recherà a Copenaghen per la conferenza Onu sul clima. Ma gli impegni pre natalizi del capo del governo potrebbero includere anche una missione in Malesia e a Singapore. Prima dell’annunciata tappa a Messina del 23 dicembre, data fissata per celebrare l’avvio del cantiere per il Ponte sullo Stretto. A gennaio, poi, oltre agli Emirati, il giro berlusconiano del mondo dovrebbe toccare il Giappone. Per riprendere, poi, a i primi di febbraio, alla volta di Israele. Tranquilli, il programma prevede anche qualche sortita in Italia, sempre che l’amico Putin non organizzi una rimpatriata in dacia, tra Mosca e San Pietroburgo.

da l'unità.it


La mafia e i soldi del Cavaliere - L'asso nella manica dei boss

L'INCHIESTA - Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio sembra legato all'inizio della sua storia di imprenditore-
Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l'asso nella manica dei fratelli Graviano. Più che un eventuale avviso di garanzia per le stragi del '93, il premier dovrebbe temere il coinvolgimento da parte delle cosche sulle storie di denaro affari e politica



di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo

Soldi. Soldi "loro" che non sono rimasti in Sicilia, ma "portati su", lontano da Palermo. "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua". Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha "un asso nella manica". Quale può essere questo "jolly" non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell'interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama "Madre Natura" o "Mio padre") "si giocherà l'asso" contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell'Utri, e l'utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.

Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.
È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt'oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

"Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent'anni un patrimonio immenso". Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di "Gigi il cacciatore" di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? "E' anomalissimo", dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: "Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, (...) Filippo è tutto patito dell'abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del... possiamo dire ... dell'amore che lo lega a Berlusconi e Dell'Utri".
"L'asso nella manica" di Giuseppe Graviano, "il jolly" evocato dal mafioso come una minaccia - sostengono fonti vicine all'inchiesta - non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 - lo conferma anche Spatuzza - , ma nelle connessioni di affari che, "negli ultimi vent'anni", la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E' la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: "[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi".

Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell'Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell'anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso - e i boss che hanno autorizzato la manovra - parlano di un inizio e su quell'epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.

Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento - come mandante - nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l'iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all'indagato tempi certi dell'istruttoria (limitati nel tempo). Quando l'incolpazione diventerà pubblica, l'immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell'Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l'aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l'uomo - l'imprenditore, il politico - da cui si è sentita "venduta" e tradita, dopo "le trattative" del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del '96), le più recenti parole del premier: "Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia" (agosto 2009).
Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le "seconde file" della cosca - manovali del delitto e della strage al tritolo - hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell'Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede - nel passato - per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un'impresa ardua dall'esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l'organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati "una mano d'aiuto per trovare la verità". Occorrono, come li definisce la Cassazione, "riscontri intrinseci ed estrinseci", corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un'aula di tribunale l'impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.

Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra - vagliato allo stato delle cose di oggi - soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell'organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l'allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l'appannato prestigio.

Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell'onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un'eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l'addio alla Sicilia, "la dismissione del loro patrimonio" nell'isola. Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite". "Quando Filippo esce [dal carcere] nell'88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo - sempre lui - si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (...). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell'edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c'è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d'occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

E' l'interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: "Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l'asso [conservato nella manica] di Giuseppe" perché "il jolly" non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell'orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: "Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare".

Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell'Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri - nella metà degli anni settanta - tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, "che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell'Utri", siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che "stalliere"). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l'esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell'avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.

Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell'aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.

Molte testimonianze di "personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo", rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che "sono [di Berlusconi] non meno dell'80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull'altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire". Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all'inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull'inizio della sua storia d'imprenditore.

Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l'altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l'avevano.

Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell'Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.

Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L'uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l'essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), "si avvale della facoltà di non rispondere". Glielo consente la legge (è stato indagato in quell'inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell'ombra così sgradevole e anche dolorosa, un'ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo - nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c'è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo - o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto - da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell'Irlanda del Nord? Che c'è di peggio dell'accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un'evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell'Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po' dove è arrivato e con quale ricchezza!

D'altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c'è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?

E' giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.

da repubblica.it

venerdì 27 novembre 2009

La gestione dei pentiti, una vecchia storia dei soliti magistrati

di Dario Campolo

Sono amareggiato, rattristato, e come se non bastasse NAUSEATO nel vedere un Nicola Cosentino sorridente in sala Stampa per la negazione all'arresto da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.

In questi giorni tutti contro i pentiti, tutti contro i cosiddetti collaboratori di giustizia, dimenticando ciò che si è riuscito a fare ai tempi della lotta al terrorismo (Giancarlo Caselli e Ferdinando Imposimato) passando alla lotta contro la mafia per via del famoso maxiprocesso diretto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino grazie alla loro collaborazione (dei pentiti).

Tutti dimenticano come lo stesso Falcone già allora era attaccato per la gestione dei pentiti, qualcuno ebbe il coraggio di affermare che utilizzava i pentiti di una parte mafiosa per sconfiggerne l'altra parte nemica. Altri tempi ma stessi metodi con la differenza che oggi siamo assefuatti da tutto e per tutto con la conseguenza di non renderci più conto dello schifo a cui oggi stiamo assistendo.

Oggi ad esempio, non riuscirei mai ad immaginare una folla di persone tirare monetine in faccia a Craxi come capitò negli anni di tangentopoli, certo, io lo spero ma ahimè il sistema ha tirato su un ottimo stile di vita (o quasi) per tutti che solo al pensiero di privarsene fa sì che ognuno pensi solo a se stesso e non più alla collettività, rinunciando a quel minimo spazio di libertà, legalità e moralità che ognuno di noi dovrebbe avere di diritto.

Dobbiamo capire che la verità fa male, ma se riscontrata e giudicata attendibile va allo stesso tempo accettata, chi vuole capire capisca, non si può pensare sempre e solo che tutti i magistrati sono comunisti o politicizzati, posso capire 1, 10, 30, ma non tutti perchè nasce spontaneo pensare come l'anomalia non sia più la magistratura.

Ieri sera sono andato a scovare nella mia libreria e ho ritrovato uno spaccato molto interessate presente sul libro "Cose di cosa nostra" di Giovanni Falcone e Marcelle Padovane, ne giudico fondamentale la lettura per capire al meglio l'argomento in questione.

Nel dramma dei pentiti
di Giovanni Falcone

I motivi che spingono i pentiti a parlare talora sono simili tra loro, ma più spesso diversi. Buscetta durante il nostro primo incontro ufficiale dichiara: “Non sono un infame. Non sono un pentito. Sono stato mafioso e mi sono macchiato di delitti per i quali sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia “. Mannoia: “Sono un pentito nel senso più semplice della parola, dato che mi sono reso conto del grave errore che ho commesso scegliendo la strada del crimine”. Contorno: “Mi sono deciso a collaborare perché Cosa Nostra è una banda di vigliacchi e assassini”.
Mannoia è quello che più ha risvegliato la mia curiosità. Avevo avuto a che fare con lui nel 1980, in seguito a una indagine bancaria che indicava come sia lui sia la sua famiglia tenessero grosse somme di denaro su diversi libretti di risparmio. Mannoia al termine del processo fu condannato a cinque anni di carcere, il massimo della pena previsto allora per associazione a delinquere. Non ero riuscito a farlo condannare per traffico di droga. Durante gli interrogatori mi era sembrato un personaggio complesso e inquietante. Non antipatico, dignitoso e anche coerente. Nel 1983 evase di prigione e fu arrestato di nuovo nel 1985.
Nel frattempo Buscetta mi aveva parlato di un certo Mozzarella – era il soprannome di Mannoia -, “killer di fiducia di Stefano Bontate”. Nel 1989 al Mannoia uccidono il fratello, Agostino, che adorava. Capisce che il suo spazio vitale nell’ambito di Cosa Nostra si sta restringendo. Perché o hanno ucciso suo fratello a torto – e deve chiederne conto e ragione -, oppure lo hanno ucciso a ragion veduta; in entrambi i casi significa che anch’egli sarà presto eliminato. Fa una lucida analisi della situazione e decide di collaborare.
Le cose sono andate così. Nel settembre 1989 il vicequestore Gianni De Gennaro mi chiama per avere informazioni sull’attuale situazione giudiziaria di Francesco Marino Mannoia. Una donna, che si era qualificata come la sua compagna, era andata a trovarlo per dirgli che Mannoia era pronto a collaborare, ma che voleva avere a che fare solo con due persone: con lui e con Falcone dato che, diceva la donna, “non si fida di nessun altro”.
Con l’aiuto del Dipartimento penitenziario del ministero di Grazia e Giustizia, Mannoia viene trasferito in una speciale struttura carceraria, allestita a Roma appositamente per lui. Ufficialmente è detenuto a Regina Coeli, dove peraltro viene condotto per i suoi incontri. Per tre mesi abbiamo parlato in tutta tranquillità. Poi, diffusasi la notizia della sua collaborazione, Cosa Nostra gli uccide in un colpo solo la madre, la sorella e la zia. Il pentito reagisce da uomo e porta a termine le sue confessioni.
Mannoia è un superstite; “soldato” di Stefano Bontate, quindi membro di una famiglia ritenuta perdente a seguito della guerra di mafia, era riuscito a rimanere neutrale e aveva continuato, fra il 1977 e il 1985, a raffinare eroina – era il miglior chimico dell’organizzazione – per tutte le famiglie che gli facevano ordinazioni. Anche in carcere aveva continuato a mantenere buoni rapporti con tutti i detenuti. Applicava al meglio un antico proverbio siciliano: “Calati, juncu, ca passa la china – Abbassati, giunco, che passa la piena”. Aspettava in silenzio di prendersi la rivincita sui “Corleonesi”. Da qui la sua straordinaria confessione, una delle più dense mai rilasciate, e una massa di informazioni che siamo ben lontani dall’avere completamente sfruttato.
Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti “intimistici”, del tipo “conversazione accanto al caminetto”. Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni. Hanno insinuato che nascondevo “nei cassetti” la “parte politica” delle dichiarazioni di Buscetta. Si è giunti a insinuare perfino che collaboravo con una parte della mafia per eliminare l’altra. L’apice si è toccato con le lettere del “corvo”, in cui si sosteneva che con l’aiuto e la complicità di De Gennaro, del capo della polizia e di alcuni colleghi, avevo fatto tornare in Sicilia il pentito Contorno affidandogli la missione di sterminare i “Corleonesi”!
Insomma, se qualche risultato avevo raggiunto nella lotta contro la mafia era perché, secondo quelle lettere, avevo calpestato il codice e commesso gravi delitti. Però gli atti dei miei processi sono sotto gli occhi di tutti e sfido chiunque a scovare anomalie di sorta. Centinaia di esperti avvocati ci hanno provato, ma invano.
La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico, e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono.
Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi.

tratto da Cose di cosa nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovane

giovedì 26 novembre 2009

Operai Alcoa a Roma scontri al corteo

Ore di tensione e incidenti: i lavoratori dell'azienda sarda dell'alluminio con i caschi verso Palazzo Chigi. Lancio di bottiglie, un operaio sviene colpito da una manganellata. La chiusura decisa negli Usa.

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da repubblica.it

“Schifani incontrava Graviano, l’uomo delle stragi e dei contatti milanesi”


di Peter Gomez e Marco Lillo

Il presidente del Senato Renato Schifani, quando era ancora un semplice avvocato civilista e assisteva molti imprenditori legati a Cosa Nostra, aveva rapporti diretti con Filippo Graviano, uno dei due boss di Brancaccio che organizzarono ed eseguirono le stragi di mafia del 1992 e 1993. A rivelarlo è Gaspare Spatuzza, il collaboratore di giustizia che sta riscrivendo la storia politica mafiosa di quella stagione di sangue e tritolo. Davanti ai pm di Firenze prima e a quelli di Palermo poi, il pentito ha detto di essere stato testimone diretto di un incontro tra Filippo Graviano e Schifani. Nei suoi verbali il nome della seconda carica dello Stato viene fatto quasi per caso quando Spatuzza affronta il capitolo dei legami tra il boss, suo fratello Giuseppe e Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. A quel punto il pentito dice:“Ho cercato nella mia memoria di collocare i rapporti di Filippo Graviano su Milano. In proposito preciso che Filippo talvolta utilizzava l’azienda Valtras dove lavoravo, come luogo d’incontri. Accanto a questa c’era il capannone di cucine componibili di Pippo Cosenza dove pure si svolgevano incontri, dove ricordo di avere visto diverse volte la persona che poi mi è stata indicata essere l’avvocato del Cosenza. Preciso che in queste circostanze questa persona contattava sia il Cosenza che il Filippo Graviano in incontri congiunti. La cosa mi fu confermata da Filippo a Tolmezzo allorquando commentando questi incontri Graviano (all’epoca non latitante, ndr) mi diceva che l’avvocato del Cosenza, che anche io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l’attuale Presidente del Senato. Preciso che anche io avendo in seguito visto Schifani sui giornali e in televisione l’ho riconosciuto come la persona che all’epoca vedevo. Cosenza è persona vicina ai Graviano con i quali aveva fatto dei quartieri a Borgo Vecchio, ben conosciuta anche da Giovanni Drago” (un altro pentito, ndr). L’accusa è politicamente gravissima. Non appena l’Ansa ha diffuso la notizia, Schifani pallido come un cencio ha reagito minacciando querele: “Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano e non l’ho mai assistito professionalmente. Questa è la verità. Sia chiaro: denuncerò in sede giudiziaria, con determinazione e fermezza, chiunque, come il signorSpatuzza, intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili. Sono indignato e addolorato. Ho sempre fatto della lotta alla mafia e della difesa della legalità i valori fondanti della mia vita e della mia professione. I valori di un uomo onesto” Schifani però non può smentire, come già rivelato da Il Fatto quotidiano, di aver avuto tra i propri clienti Giuseppe Cosenza, un imprenditore poco più che sessantenne al quale, tra il 1996 e il 1998 la Finanza ha sequestrato un patrimonio di 10 milioni di euro. Secondo una sentenza del tribunale di Palermo, che ha sottoposto Cosenza a tre anni di sorveglianza speciale, i residence e gli appartamenti dell’imprenditore sarebbero infatti stati costruiti con denaro di clan mafiosi. Le prime indagini a riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza non fanno dunque ritenere le sue parole prive di fondamento. La Dia (Direzione investigativa antimafia) ha anche accertato che Spatuzza era guardiano alla Valtras. E nel corso delle indagini sulle stragi il numero telefonico fisso della Valtras è risultato essere stato contattato dal cellulare in uso a Spatuzza. Inoltre è stato accertato un altro testimone, Agostino Trombetta, arrestato nel ‘96, ha detto: “Spatuzza e Graviano si vedevano alla Valtras”. Basta tutto questo per avvicinare l’ombra ingombrante dei fratelli Graviano alla figura del presidente del Senato? Certamente no, anche se sono un fatto i rapporti professionali come avvocato amministrativista o di affari tra Schifani e molti altri personaggi che gravitavano attorno a Cosa Nostra. A volte come vittime. A volte come complici. Schifani, come rivelato da Il Fatto, ha assistito tra gli altri Innocenzo Lo Sicco, vittima dei Graviano che lo avevano indotto a costruire palazzi nel loro interesse. Innocenzo Lo Sicco, nipote di un altro costruttore mafioso, però, a un certo punto ha avuto il coraggio di rompere con la famiglia e con le sue paure, denunciando i boss di Brancaccio. Il problema, per il momento politico, rappresentato dalle indagini sulle stragi condotte a Firenze e Caltanissetta e da quelle sulla trattativa portate avanti a Palermo, per il Pdl diventa insomma sempre più grande. Nelle mille e passa pagine di carte depositate al processo di appello contro Dell’Utri, in vista dell’udienza di Spatuzza, emerge lo spaccato di una classe dirigente con molti rapporti con i boss. Per questo mentre la maggioranza sembra fare quadrato, crescono le preoccupazioni per gli sviluppi delle inchieste. I magistrati stanno infatti cercando di rispondere alla domanda delle domande: perchè Filippo e Giuseppe Graviano, che con Spatuzza sostenevano di aver raggiunto un accordo politico con Berlusconi, sono stati latitanti per mesi proprio a Milano? Chi li ha assistiti nella latitanza? Chi hanno incontrato? La risposta, forse, arriverà dall’analisi dei tabulati di vecchi cellulari.

da il FattoQuotidiano


Se questo è uno Stato


di Antonio Padellaro

È vero, Renato Schifani è stato l'avvocato di mafiosi patentati (o non ancora definiti tali) ma era la sua professione.

E poi, i mafiosi qualcuno dovrà pure difenderli nelle aule di giustizia o no? E' vero, Renato Schifani è stato l'avvocato di un costruttore palermitano poi risultato legato a Cosa Nostra, proprietario di un palazzone dove, forse non casualmente, andarono ad abitare alcuni tra i boss più sanguinari.

Ma lui che c'entra con le questioni di condominio? Adesso esce fuori l'informativa Dia nella quale il pentito Gaspare Spatuzza sostiene di aver visto, nei primissimi anni Novanta, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. Sì, quello successivamente condannato all'ergastolo per le stragi mafiose del '92-‘93 e per l'omicidio di don Puglisi. Legittimo che Renato Schifani difenda la sua onorabilità. Altrettanto legittimo domandarsi, serenamente, se questi suoi, diciamo così, agitati trascorsi professionali lo mettano nella condizione più adatta a esercitare le funzioni di presidente del Senato, che è poi la seconda carica dello Stato. Sappiamo che Schifani resterà tranquillamente al suo posto, circondato dalla calorosa solidarietà della maggioranza e forse anche di una parte dell'opposizione. Noi però quella domanda continueremo a farla, immaginando di vivere in un paese normale.

Ma è un paese normale quello nel quale la casta dei parlamentari si autoassolve regolarmente anche di fronte alle accuse più gravi e infamanti? Sempre ieri quello straordinario lavacro di ogni nequizia che è la Giunta per le autorizzazioni della Camera si è pronunciata contro la richiesta d'arresto dell'onorevole Cosentino indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pdl si è stretto attorno al sottosegretario mentre dall'opposizione si è levato alto il grido: che messaggio stiamo dando al paese? Ce lo chiediamo anche noi mentre giungono notizie sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa di Totò Cuffaro, già presidente della regione Sicilia e serbatoio di voti dell'Udc. Il partito alfiere del nuovo centro ispirato ai valori della legalità e della famiglia.

da il FattoQuotidiano