lunedì 31 agosto 2009

Berlusconi sulla stampa estera

EL PAIS / 30 agosto 2009

Berlusconi saca la artillería pesada

La ruptura con el Vaticano y las agresiones a los enemigos y a la prensa dejan aislado al primer ministro. Su esposa afirma que ha caído en "el ridículo"

SUNDAY TELEGRAPH / 30 agosto 2009

Silvio broke the rules of open marriage

Last week, Veronica Lario, the Italian premier Silvio Berlusconi's long-suffering wife, revealed that they were in an open marriage – until she could no longer tolerate his increasingly shameless affairs. The etiquette of marital indiscretion is a modern minefield

IRISH INDEPENDENT / 30 agosto 2009

Berlusconi's rivals are taught a lesson in sexual politics

Silvio has shown that it doesn't matter who you're screwing as long as it's not the electorate, writes Eilis O'Hanlon

LA VOZ DE GALICIA / 30 agosto 2009

Berlusconi tensa más la relación con el Vaticano tras atacar un diario de su familia a un obispo

Todos los esfuerzos realizados en las últimas semanas por los colaboradores de Silvio Berlusconi para hacerse perdonar por el Vaticano tras los escándalos en torno a su vida privada parecen haber saltado por los aires tras el editorial aparecido en Il Giornale , periódico de la familia del primer ministro, y en el que se ataca con dureza a Dino Boffo, director de Avvenire , el diario de los obispos italianos.

LE MATIN / 29 agosto 2009

Pourquoi la femme de Berlusconi a craqué

Il Cavaliere a fait très fort: photos en galante compagnie publiées partout, suspicion de liaison avec une mineure, proposition de carrière politique à des starlettes de la télé

THE TIMES / 29 agosto 2009

Silvio Berlusconi’s rift with Vatican after attack on Catholic editor

Silvio Berlusconi’s relationship with the Catholic Church was in the deep freeze last night after he was forced to pull out of a Mass intended to begin his religious rehabilitation and his family’s newspaper mounted a personal attack on the editor of Avvenire, the bishops’ newspaper.

WALL STREET JOURNAL / 29 agosto 2009

Vatican Slights Berlusconi Over Newspaper Attack

Prime Minister Misses Out on Annual 'Pardoning of Sins' Service as Holy See Withdraws Its Dinner Invitation

EL PAIS / 29 agosto 2009

Guerra abierta de Berlusconi contra la prensa y la Iglesia

Silvio Berlusconi ha vuelto de vacaciones a lo grande, atacando frontalmente a la prensa y a la Iglesia, los dos poderes que todavía osan importunar sus delirios de impunidad. Su abogado, Niccolò Ghedini, anunció ayer querellas y demandas contra La Repubblica, a la que pide un millón de euros de resarcimiento, y contra otros diarios de Francia, España y Reino Unido

TRIBUNE DE GENEVE / 29 agosto 2009

Silvio Berlusconi fait une rentrée tonitruante

Le Cavaliere dépose plainte contre plusieurs journaux et frise l’incident avec le Vatican.

VOZ DE GALICIA / 29 agosto 2009

Silvio Berlusconi anuncia una batería de demandas por difamación contra varios periódicos europeos

Tras la publicación de las fotografías y conversaciones que han convertido en un escándalo su vida privada, Silvio Berlusconi ha decidido pasar al contraataque y presentar denuncias por difamación contra medios de su país, así como españoles, franceses y británicos.

CLARIN / 29 agosto 2009

Estalla una crisis entre Berlusconi y el Vaticano, su antiguo aliado

El Vaticano anuló ayer una cena en L'Aquila del secretario de Estado, cardenal Tarcisio Bertone, de la que iba a participar el premier Silvio Berlusconi, quien buscaba reanudar buenas relaciones con la Iglesia tras la crisis surgida hace varios meses por historias sexuales que lo involucran.
da repubblica.it

Il Cavaliere s'inchina a Gheddafi


di U. De Giovannangeli

Non visita un centro di «accoglienza». Non accenna al rispetto dei diritti umani. In compenso, pone la prima pietra dell’autostrada «risarcitoria». E si esalta per l’esibizione delle Frecce Tricolori. Domenica 30 agosto. È il giorno del «Grande abbraccio» tra il Cavaliere e il Colonnello. Silvio Berlusconi sbarca a Tripoli per celebrare il primo anniversario della firma del Trattato di amicizia Italia-Libia. Un amicizia che mette tra parentesi i diritti dei più deboli. Ed esalta gli affari.

«Noi rispettiamo tutte le leggi. Se vogliamo davvero procedere ad una politica vera di integrazione, dobbiamo essere rigorosi per non aprire l’Italia a chiunque». Così Berlusconi risponde ai cronisti sul respingimento in Libia dei 75 immigrati intercettati ieri nel canale di Sicilia. Quei migranti senza diritti né speranza non devono turbare la giornata di gloria del Cavaliere tripolino. Le cose «importanti» sono ben altre. Altre le «imprese storiche» da celebrare. L’autostrada costiera che percorrerà tutta la Libia dalla Tunisia all’Egitto la cui realizzazione sarà finanziata dall’Italia è «un’impresa storica». Così il premier italiano a margine della cerimonia a Shabit Jfarai (40 chilometri da Tripoli) della posa simbolica della prima pietra dell’autostrada voluta dal leader libico Muammar Gheddafi tra le contropartite per chiudere il contenzioso sul passato coloniale italiano.

Non è il caso di tirare fuori argomenti spinosi (per l’amico Colonnello): quei centri di accoglienza regno della sopraffazione e della violenza; il diritto d’asilo negato...Italia e Libia stanno andando «verso la realizzazione dell’accordo (firmato un anno fa) che ritengo sia molto conveniente per entrambi i Paesi e che sia positivo in tutte le direzioni», dice il Cavaliere. «C’è la volontà assoluta di concretizzare tutti i punti dell’accordo», assicura il Cavaliere. «Ne abbiamo parlato - spiega Berlusconi - con il primo ministro Bagdadi Mahmoudi e anche con il leader» Muammar Gheddafi.

Sono arrivati insieme, in macchina, il Cavaliere e il Colonnello a Shabit Jfarai, zona predesertica ad una quarantina di chilometri da Tripoli, per posare la prima pietra simbolica dell’«autostrada della riconciliazione» tra Roma e Tripoli. Il resto sembra materiale buono per cinegiornali di altri, e brutti, tempi: insieme Berlusconi e Gheddafi - accolti da ovazioni e da loro gigantografie che spiccavano tra numerose bandiere italiane e libiche - salutano, sorridono e stringono le mani alla folla venuta ad assistere alla cerimonia. Per il premier il progetto dell’autostrada «serve anche alla pace perché - dice - collega tutti i Paesi del Maghreb». «Si tratta della concretizzazione dell’accordo (tra Italia e Libia, ndr). Ad appena un anno dalla sua firma c’è già un progetto e c’è già tutto», aggiunge Berlusconi. Bene l’autostrada. L’asilo (inteso come diritto), neanche a parlarne. Certo non con il Colonnello.

Terminata la cerimonia - una quindicina di minuti appena - Berlusconi e Gheddafi risalgono in auto insieme. Pronti per un faccia a faccia seguito da una cena per fare il punto sullo stato degli accordi contenuti nel Trattato di amicizia. Ma prima della cena c’è lo spettacolo offerto dal munifico Cavaliere. Berlusconi e Gheddafi assistono insieme in un parco sul lungomare di Tripoli al passaggio delle Frecce Tricolori. La pattuglia acrobatica italiana effettua varie figure completando l’esibizione rilasciando alla fine la classica striscia di fumo tricolore in un passaggio a bassa quota.

Poi l’incontro finale. «Molto cordiale», raccontano i collaboratori del Cavaliere. Dagli ultimi sondaggi risulta che «il mio gradimento è al 68,4%», confida Berlusconi a Gheddafi. Che apprezza e si complimenta. «Siamo venuti qui per dare attuazione al trattato italo-libico che per noi è molto importante», dice il premier al suo ospite. I due leader si sono poi scambiati dei doni: Gheddafi ha offerto a Berlusconi due targhe commemorative del Trattato italo-libico, una su sfondo d'oro e l'altra d'argento; il premer invece ha portato in dono due candelabri e un’alzata di vetro di Murano.

È notte. Il «Grande abbraccio» è finito.

da l'unità.it

lunedì 17 agosto 2009

Maroni e Berlusconi (tiratissimo) su Fondi....Giudicate Voi...





L'antimafia delle parole - Il premier non tocca Fondi

Il Comune di Fondi? Per Berlusconi il problema non c'è


di Claudia Fusani

Smentire i magistrati è tra le più antiche consuetudini del premier. Ma smentire il ministro dell’Interno che gli siede accanto davanti alla telecamere, ancora non l’aveva fatto. Succede il 15 d’agosto, succede al Viminale e su un fatto – il caso Fondi, comune dell’agro pontino di cui è stato chiesto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose da oltre un anno - che l’Italia in vacanza forse conosce poco ma è la spia di come viene gestita la sicurezza in questo paese. E di come la Lega si preoccupi di arrestare i clandestini ma poi giri la testa dall’altra parte quando il nemico sono le mafie e la criminalità organizzata.

Quest’anno il premier in crisi di credibilità e di modi con cui impiegare il tempo libero, ha voluto condividere con il ministro dell’Interno Roberto Maroni il bilancio di Ferragosto sulla sicurezza. Si è presentato al fianco del ministro leghista anche per ribadire che la politica della sicurezza, tema che premia molto negli umori del paese, non è solo made in Carroccio ma anche opera sua. Ed ecco che tra le meraviglie del governo il premier non ha avuto difficoltà a dire che «il comune di Fondi non sarà sciolto poiché molti ministri, nelle riunioni del Consiglio dei ministri, hanno fatto notare che nessun componente della giunta e del consiglio comunale è stato toccato da un avviso di garanzia».

Non serve, quindi, un provvedimento così estremo e traumatico come quello dello scioglimento del consiglio comunale che comporta le dimissioni della giunta, del sindaco e, soprattutto, di tutti gli incarichi legati all’amministrazione. Boom, nel senso che Berlusconi non poteva spararla più grossa come del resto il ministro Maroni, seduto accanto a lui, sa bene visto che a febbraio 2009 ha chiesto lo scioglimento del comune di Fondi per infiltrazioni mafiose.

L’enormità dell’affermazione del premier necessita una cronistoria. Nel settembre 2008 il prefetto di Latina Bruno Frattasi ha chiesto l’accesso al comune di Fondi guidato da un sindaco del Pdl Luigi Parisella. Il risultato, dopo due mesi, sono 500 pagine che spiegano il livello delle infiltrazioni di camorra e ‘ndrangheta nell’agro pontino. La relazione si basa soprattutto sulle rivelazioni di Riccardo Izzi l’ex assessore ai lavori pubblici del comune che ha raccontato per filo e per segno come i clan della camorra e della ‘ndrangheta si sono divisi le attività commerciali di Fondi dove si trova il più grosso mercato ortofrutticolo del sud Europa.

La relazione di Frattasi arriva al Viminale in ottobre ma occorrono mesi – arriviamo fino al febbraio 2009 – perché il ministro Maroni condivida l’analisi del prefetto e chieda, a sua volta, lo scioglimento del comune. Ma interrogato dal Pd a Montecitorio il 18 maggio è costretto a dire: «Ho fatto quello dovevo ma non decido l’agenda». Infatti. L’agenda in questione, cioè il destino di Fondi, viene deciso probabilmente da altre parti.

Di sicuro uno molto attivo nella difesa del comune dell’agro pontino è il senatore Claudio Fazzone, 48 anni, astro nascente del Pdl nel basso Lazio, ex poliziotto, autista di Mancino quando era ministro dell’Interno, incarichi presso la presidenza del Consiglio negli anni novanta, di nuovo al fianco di Mancino quando diventa presidente del Senato. Nel pacchetto sicurezza – lo stesso che ha introdotto il reato di clandestinità – spunta anche una norma che modifica rendendoli più complessi i criteri di scioglimento degli enti locali per infiltrazioni mafiose.

In sei mesi, per un motivo o per l’altro, non c’è stata la volontà politica di sciogliere il comune. È stato preso tempo. Nell’ultimo consiglio dei ministri la scusa è stata proprio l’imminente entrata in vigore del pacchetto sicurezza. «Non sciolgo» ha detto Berlusconi. Maroni fa sapere, imbarazzato, «di aver incaricato il prefetto di svolgere nuovi accertamenti». Le opposizioni alzano barricate. I prefetti anche. La mafia fa affari. La Lega esulta per le ronde.

da l'unità.it

domenica 16 agosto 2009

La trave nell'occhio



di Beppe Grillo

L'aria è pesante in questo Ferragosto. Troppi girano ormai con una trave nell'occhio. In modo sfacciato. Non temono più alcuna conseguenza. La trave nell'occhio, se esibita con disinvoltura in pubblico, è diventata un segno di riconoscimento sociale. Uno status symbol. L'Italia è un Inferno che simula il Paradiso.
Il Parlamento è il girone infernale più ambito. Una volta giunto lì puoi fare tutto quello che è proibito ai comuni cittadini. Alle anime morte che sono diventate oggi tanti italiani. Puoi consentirti un tal numero di travi nell'occhio da mettere su una falegnameria. Droghe pesanti, mafia, camorra, corruzione, prostituzione. Un deputato cocainomane non commette peccato, un falegname che coltiva canapa viene ammazzato. Il secondo cerchio, oltre il Parlamento, è ugualmente protetto. E' la Borsa Italiana, terreno di vita e di guadagni di Tronchetti, Geronzi, Tanzi, Cragnotti, dell'ubiquo Berlusconi e dei discendenti della famiglia Agnelli. Nel terzo cerchio prosperano i faccendieri, gli amministratori locali, i picciotti o più semplicemente i leccaculo. Sono legioni e legioni. Portano sulle pupille travi più piccole dei loro padroni, ma, tra tutti, sono i più sfrontati, i più beceri.Insultano ragazzi in pubblico e li fanno trascinare via dalle forze dell'Ordine. Il quarto cerchio contiene i quaqquaraquà, i boccachiusa, gli indifferenti, i mivoltodallatraparte, i miononnohacampatocentanniperchèsifacevaicazzisuoi. Sono eserciti, sono infiltrati ovunque, nelle famiglie, negli uffici, nelle chiese.
A protezione di questo fantastico mondo di travi ci sono i cultori della menzogna. Allevati nelle redazioni dei giornali, negli uffici stampa dei partiti, negli studi televisivi. Mentitori di razza che starnazzano come le oche del Campidoglio contro ogni accenno di verità. Cercatori di peli nell'uovo negli avversari del Sistema. Trasformano il bianco in nero. La merda in oro. Un cialtrone in presidente del Consiglio. Una velina in un ministro. Un guitto in un portavoce del Senato. Sono i maghi moderni della parola di Stato. Professionisti della diffamazione. Vomitatori di calunnie grazie alle sovvenzioni, alle tasse dei cittadini.
Fa caldo in questa Italia, in questo agosto. Un caldo insopportabile.Fuori da gironi ci sono i precari, i disoccupati, i pensionati a 500 euro al mese, i laureati senza un futuro. Ci sono gli onesti, gli umiliati, i cercatori di verità, i rompicoglioni, coloro che si informano attraverso la Rete e la stampa internazionale. Sono tanti e sono ancora pochi. Ma è una marea crescente. Quando gli informati saranno maggioranza, le pale dell'elicottero cominceranno a girare. Forse ci vorrà un cargo per trasportarli tutti, forse non basterà. Beati i fuggitivi, perché non subiranno la collera degli onesti. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

da beppegrillo.it

Berlusconi firma gli elmetti.....Che Tristezza....

Re Silvio firma gli elmetti degli operai che lavorano in Abruzzo, e loro????


Felici....


Tutti a scattare foto...


Qualcuno anche la pettorina...


Qualcun altro incorincerà
felicemente il suo elmetto sudato...


"Non dite ai sindacati che vi sono così simpatico"


L'ITALIA
LA REPUBBLICA DELLE BANANE


foto tratte da repubblica.it

Berlusconi combatterà il MALE

Lo psiconano ha deciso di combattere il Male. Di distruggere la corruzione, quindi sé stesso, corruttore di Mills. Di disintegrare la mafia, quindi i suoi amici Cuffaro e Dell'Utri condannati in primo grado per frequentazioni mafiose. Di annichilire gli sfruttatori della prostituzione di cui lui è "utilizzatore finale". E' un suicidio politico. Cosa fa? Si arresta da solo? Intanto a Fondi il sindaco del centro destra rimane in sella grazie al Governo, grazie al Difensore del Bene (il suo), Lo scioglimento del consiglio comunale, come denunciato da Kryptonite Di Pietro: "è stato richiesto dal prefetto Frattasi circa un anno fa: cinquecento cartelle che provano l'intreccio tra mafia, politica e comitati d'affari, con 17 arresti". Maroni manderà le ronde anche a Fondi?

da beppegrillo.it


sabato 15 agosto 2009

Bocca della verità

di Marco Travaglio

Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia.


Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: “il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.


Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni - insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) - ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca. Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia.


Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora. Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).


Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”. Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera.


Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra). Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:


1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto - scrivono i giudici di appello a pagina 756 - che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.

2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage - aggiunge la Corte a pagina 758 - attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca. Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…). In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).

3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767).

Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.


Marco Travaglio (Fonte: BLOG Voglioscendere, 14 agosto 2009)

Di Pietro: ''Craxi incallito corrotto e Agnelli corruttore''

Roma - "Una porcata estiva": non usa mezzi termini il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che sul suo blog attacca il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, per aver rifinanziato la Fondazione Craxi per il 2009. "Fin qui - scrive Di Pietro - sapendo che il PdL accoglie in Parlamento condannati per ogni sorta di reato, anche per associazione mafiosa, nulla di che stupirsi: siamo consapevoli di essere di fronte ad un partito ad immagine e somiglianza dei suoi fondatori Berlusconi e Dell'Utri". A indignare il leader dell'IdV è stato però "apprendere che le fondazioni intitolate a Pertini, Di Vittorio e D'Annunzio non riceveranno un euro". "Le fondazioni hanno il compito di promuovere la cultura nel Paese: quali valori vuol promuovere la Fondazione Craxi di cui sua figlia Stefania è presidente?". Di Pietro, dopo aver citato la spiegazione letta su Wikipedia, si chiede se nel patrimonio politico lasciato da Craxi "siano inclusi anche le migliaia di fascicoli giudiziari prova del suo vero valore politico. Craxi non era uno statista, è stato solo il fondatore del sistema dei finanziamenti illeciti ai partiti, un incallito corrotto e corruttore che ha distrutto il sistema economico italiano fondandolo sul meccanismo clientelare piuttosto che su quello meritocratico. Un meccanismo per cui appalti e lavori pubblici finirono nelle mani del miglior offerente invece che del più capace". "Una fondazione, quella Craxi, che scioglierei oggi stesso, poiché - incalza Di Pietro - rifinanziata attraverso il medesimo sistema creato dall'individuo a cui è dedicata: quello del clientelismo. Propongo altre fondazioni ai politici e sodali del Bettino d'Hammamet, dispersi nei maggiori partiti politici italiani: quella dedicata a Mangano o a Rocco Muscari". Per concludere con un attacco a un altro protagonista della vita economica e politica che non c'é più: "nei prossimi giorni darò spazio ad un'altra fondazione all'altezza della precedente: la Fondazione Agnelli, dedicata all'omonimo corruttore, meglio conosciuto dai politici sotto le spoglie di senatore a vita Giovanni Agnelli".

da ansa.it

Qual è la vera infamità?

Che la storia del nostro Paese sia costellata di quelle “tacite regole di coesistenza” tra alcuni esponenti della criminalità organizzata e alcuni rappresentanti dei carabinieri di cui lo scrittore Giorgio Bocca fa menzione nel suo articolo “Quanti amici ha Totò Riina” è qualcosa di evidente.Così come è evidente che la storia del nostro Paese è costellata dall'esempio di altrettanti rappresentanti dei carabinieri uccisi per aver fatto il proprio dovere. Uno su tutti è indubbiamente l'esempio del gen. Carlo Alberto dalla Chiesa, per non parlare dell'omicidio del capitano Emanuele Basile, così come di tutti i carabinieri morti nelle stragi di mafia.
Senza quindi togliere nulla all'impegno costante dei tanti carabinieri che ogni giorno rischiano la vita, molto spesso sottopagati, per quello stesso Stato che poi li celebra alle ricorrenze, non si può chiudere gli occhi di fronte alla realtà.
L'analisi di Giorgio Bocca, al di là della provocazione, mette a fuoco un problema storico e soprattutto attuale.
Non possiamo scordarci che nel 1998 all'interno della Commissione parlamentare antimafia venne costituito un Comitato sull'omicidio di Giuseppe Impastato e che due anni dopo venne approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Nella relazione vennero evidenziate le gravi responsabilità di alcuni militari dell'Arma come il Magg. Tito Baldo Honorati, il Magg. Antonio Subranni e il M.llo Alfonso Travali.
Più recentemente, il processo che ha visto alla sbarra alcuni esponenti dell'arma dei carabinieri per la mancata perquisizione del covo di Riina, anche se concluso con le assoluzioni dei principali imputati, non ha chiarito in virtù di quale “ragion di Stato” sono stati impartiti determinati ordini.
Una “ragion di Stato” di cui oggi si intravede l'ombra nel processo, tuttora in corso, che ha come imputati il gen. Mori e il col. Obinu per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso (PA) nel 1995.
Nell'editoriale di Bocca non vi sono quindi “denunce infamanti”, siamo di fronte a fatti concreti che rilanciano l'esistenza di buchi neri, vere e proprie “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dell'Arma prima e dopo le stragi del '92 e del '93 che sono attualmente al vaglio della magistratura.
A fronte di tutto ciò non ci resta quindi che pretendere la verità totale su questi “buchi neri” che, se non svelati una volta per tutte, rischiano di ricreare il terreno fertile per far ripiombare il nostro Paese negli anni più bui di questa Repubblica.
Un'ipotesi “infamante” che rappresenta il vero scandalo di un Paese che si definisce “civile”.

La Redazione di ANTIMAFIADuemila


Quanti amici ha Totò Riina
di Giorgio Bocca - 13 agosto 2009

I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza

L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.

Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale. Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia.

Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.

Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'.

Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia. In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori. E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?

Tratto da: l'Espresso


Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri
V Reparto - SM - Ufficio Stampa

Roma, 13 agosto 2009
Comunicato stampa

Il settimanale l’Espresso pubblica oggi un articolo a firma di Giorgio Bocca dal titolo ”Quanti amici ha Totò Riina” nel quale si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in Sicilia l’ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando Generale respinge con fermezza e con indignazione. Basterebbe a confutarla la menzione dei 33 caduti per mano della mafia, tra i quali il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sorprendentemente accostato a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri.
All’eroica testimonianza dei caduti si affianca quella delle migliaia di Carabinieri che in Sicilia continuano ad offrire quotidiane prove di abnegazione e di riconosciuta efficienza. Sono i Carabinieri che ieri hanno arrestato lo stesso Riina e oggi hanno stroncato sul nascere il tentativo di riorganizzazione di Cosa Nostra.
Sorprendono, quindi, le ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato.
Il Carabiniere è pienamente consapevole del rischio che corre ed è invero “innaturale” insinuare che risponda a “tacite regole di coesistenza”, perché obbedisce con coraggio e lealtà unicamente all’imperativo del dovere, per la difesa della legalità e l’affermazione del bene comune. E sulla via di quel dovere muore a Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Platì come a Nassyria, a Torre di Palidoro come alle Fosse Ardeatine.

venerdì 14 agosto 2009

Mafie: l'impunita' culturale tutta lombarda della politica del non fare


Passano d’agosto i circhi vecchi delle dispute politiche officiate dagli strateghi della politica dello “stare”: quelli per cui ogni comunicato stampa serve a tranquillizzare e tranquillizzarsi, e per i quali l’azione politica si riduce ad un “tenere in bilico” la barca dalle onde di collaboratori troppo ingombranti o peggio ancora di magistrati e forze dell’ordine che osano esimersi dalle ronde (alcoliche e analcoliche) o dalle persecuzioni legittimate. Se perseverare è diabolico, la Lombardia, pure ad Agosto, sottolinea la propria perseveranza (diabolicamente incendiaria e cornuta) nell’arroccarsi tra codicilli e competenze pur di non prendere decisioni e tanto più negarne il diritto agli altri.


A Milano che “la mafia non esiste” o perlomeno “non appartiene a questa città” la sindachessa Moratti ha provato a ripeterlo ovunque dai consigli comunali, alle televisioni in prima serata fino ad abusarne favoleggiandoselo (probabilmente) la sera per addormentarsi. Non soddisfatta ha poi lanciato comunque la commissione comunale antimafia che è durata poco meno di uno starnuto (come un coniglio dal cilindro) per rimangiarsela subito dopo adducendo competenze prefettizie che non andavano scavalcate. Ora, saputo che nella sua “Milanoland delle fiabe” un’intera cittadella è in mano alla criminalità organizzata come segnalato dal pm Gratteri (che di ‘ndangheta un po’ ne conosce avendone studiato la storia, morsicato alcune locali e reativi capibastone e annusandone tutti i giorni l’odore tra gli stipiti blindati che il suo lavoro gli impone) la sindachessa e la politica milanese tutta rimbalza responsabilità di intervento a non precisati enti o ruoli. Mentre La Russa si ridesta invocando l’esercito. Intanto tutti felici e contenti concordano nel ritenere i 6 caseggiati popolari di Viale Sarca e via Fulvio Testi in mano agli onomatopeici fratelli Porcino (bossetti di periferia legati alle cosche di Melito di Porto Salvo), i nomadi Hudorovich e i Braidic semplicemente un “neo”, una pozzanghera piccola piccola in quel placido, enorme e ligresteo tappeto di cemento che è il capoluogo lombardo spiato dall’alto.

A Lonate Pozzolo (come descrive puntualmente nel suo sito il bravo Roberto Galullo) il leghista Modesto Verderio, dopo aver denunciato gli interessi della famiglia Filipelli tutta in odore balsamico di ‘ndrangheta all’interno dell’areoporto di Malpensa finisce accantonato come si compete al visionario del rione. Intanto una statua di San Cataldo arriva da Cirò Marina a Lonate Pozzolo per scalzare Sant’Ambrogio nella festa del patrono santo con prepotenza laica.

A Buccinasco perde la pazienza addirittura la Lega che sul proprio giornale cittadino (”El giornalin de Bucinasc”) scrive contro il sindaco Loris Cereda: “Nonostante il sindaco Cereda continui a prodigarsi per dichiarare che a Buccinasco la mafia non è un problema e non riguarda le istituzioni i cittadini sono sempre più allarmati dalle notizie dei telegiornali che parlano di arresti e di commistioni fra politica e malavita organizzata. Noi siamo stanchi di sentire ripetere le solite litanie: la ‘ndrangheta è un’invenzione dei giornalisti, delle istituzioni, delle commissioni parlamentari, ecc. Come cittadini vorremmo finalmente capire cosa c’è e cosa non c’è di vero al di là delle strumentalizzazioni politiche. E non ci bastano le prese di posizione di alcuni consiglieri che dichiarano di ritenersi calabresi nel consiglio comunale aperto alla presenza dei magistrati Castelli e Pomodoro“.

A Desio (fine 2008) Il Consiglio comunale ha respinto un ordine del giorno contro la mafia (’ndrangheta, camorra e quant’altro) in Brianza. Hanno votato contro tutte le forze di maggioranza. L’o.d.g. era stato presentato in seguito alla scoperta delle discariche abusive di rifiuti tossici a Desio e a Seregno.

A Corsico diventa quasi una vergogna una targa di marmo in onore di Silvia Ruotolo, donna, moglie e madre innocente, uccisa durante una sparatoria tra clan rivali della Camorra, a Napoli. Lei rincasava. Loro si spartivano a pistolate due piazze di spaccio, che fruttavano 20 milioni a sera. Il Comune voleva affiggere la targa in ricordo di Silvia Ruotolo sotto i portici di via Malakoff, al civico 6: oggi sede di un’associazione che si occupa di disabili psichici, ieri supermarket gestito da un mafioso della famiglia siciliana Ciulla, confiscato dallo Stato e poi riassegnato a fini sociali, come prevede la legge 109. Durante l’ultima assemblea di condominio, l’ordine del giorno relativo a quella “etichetta” commemorativa (concedere o meno al Comune l’autorizzazione di affiggerla sulla parete esterna dell’edificio, ben visibile a tutti) era sul fondo della “scaletta”. Alla fine l’amministratore ha deciso da sé, perché se n’erano già andati quasi tutti. Il permesso non è stato concesso. E i famigliari di Silvia Ruotolo (il marito e il figlio di 17 anni) hanno assistito alla cerimonia di scopertura della targa da parte del sindaco Sergio Graffeo all’interno dell’immobile confiscato. Pochi i presenti. Cerimonia quasi intima. Come se i panni sporchi della mafia si debbano lavare nel silenzio. Di soppiatto. Quasi per effetto di una forzatura. Di coscienza civica, di fatto, ne gira poca nel supercondominio di Corsico, che a est si affaccia sul quartiere Lorenteggio di Milano. Duecentodieci famiglie. Qualche negozietto sotto i portici che continua a cambiare gestore, a parte due o tre che resistono a che cosa, bene, non si sa. Qualche cognome “importante” sui campanelli, soprattutto di siciliani.

Negli uffici della Direzione Nazionale Antimafia Enzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, parla da profeta inascoltato. «Che la ‘ ndrangheta stesse colonizzando Milano lo dicevo negli anni 80. L’ ho confermato due anni fa e i fatti mi danno ragione. Ora c’è l’ Expo e non so più come dirlo».

Solo per citare alcuni esempi.

Stupirebbe questo atteggiamento impermeabile in un paese normale, dove normalmente i politici dovrebbero essere eletti per prendere posizione, dare segnali forti e non solo per banalmente amministrare capitoli di spesa e distribuire (scaricandosene) ruoli e responsabilità. Qui non si tratta di disquisire i ruoli di governo e ordine pubblico come stabilito dalla legge; qui si rimane a supplicare un segnale, un lampo in cui ci si illuda che Marcello Paparo non possa sentirsi “libero” di collezionare bazooka come nei peggiori scenari di desolazione metropolitana post industriale, o Morabito non sfrecci impunito a parcheggiare il ferrarino in un posteggio dell’Ortomercato con l’arroganza di uno zorro a quattro ruote, o che Andrea Porcino (classe 1972, giusto per identificarlo meglio là fuori dal suo fortino dove gioca a seminare terrore) possa addirittura inventarsi intermediario con arie da tour operator mentre raccomanda ai secondini del carcere milanese di San Vittore dei buoni servigi e una residenza confortevole per i suoi amici Nino, Ettore e Massimo.

L’impunità dentro le teste (oltre alle tasche) dei capibastone ‘ndranghetisti o dei prestanome camorristi o dei ragionieri di Cosa Nostra in Lombardia è una responsabilità politica. Risolvibile semplicemente con la voglia e l’onestà di volere dare al di là di tutto un segnale. Per restituire dignità anche nella forma.

Una regione che controlla la carta d’identità di un mojito e cammina su fiumi di cocaina. Una regione che s’abbuffa alle conferenze stampa delle grandi opere e che inciampa al primo gradino del primo subappalto. Una regione che convoca gli stati generali dell’antimafia per ribadire di stare tranquilli. Una regione che ci convince di aver risolto tutto spostando i soldatini del Risiko con la scioltezza di un tiro di dadi. Una regione diventata maestra perspicace nel strappare con la pinzetta delle ciglia l’allarmismo mentre grida all’emergenza dei rom che scippano le nonne. Una regione che se il fenomeno criminale non emerge allora non esiste. Una regione che mette i moniti dei procuratori antimafia nei faldoni di “costume e società”. E intanto ride. Nel riflesso degli eroi diventati onorevoli che “la mafia l’hanno debellata decenni fa” e se così non fosse è semplicemente perchè non l’hanno mai trovata.

Una regione che è sacerdotessa della clandestinità diventata finalmente illegale e intanto finge di non sapere che l’illegalità pascola clandestina.

Ma c’è un tempo che è quello della memoria che supera le circostanze brevi della politica tutta a parare i colpi mungendo voti: la memoria sulla pelle dei nostri figli, delle prossime generazioni, quella che non entra nei libri di storia ma rimane sotto pelle come una traversata nella stiva mai raccontata. E allora pagheranno pegno davanti alla storia tutti i politici pavidi, cravattari amministratori tra la casetta in centro e l’incenso delle sciantose; pagheranno i sindaci dell’ “insabbia et impera” e i tranquillanti per professione. Pagheranno l’ignoranza e la persecuzione di uno stuolo di attivisti messi al muro per discolparsi di uno sguardo fatto di fatti. Sorrideranno a leggere che qualcuno, metti per caso una sindachessa di Milano calpestando i cadaveri delle antiestetiche vittime milanesi delle mafie, sia riuscita a mettersi nella situazione di dover essere smentita per un allarme che da decenni è già rientrato perchè metabolizzato: endovena, silenzioso. Impunito, appunto.

Nel gioco dei segnali così caro alla pochezza criminale, se esistesse un santo dell’estetica contro il diavolo della politica per comunicati stampa, da domani partirebbero le ronde della legalità nei crani dei politici a cercare con il lumicino la responsabilità della dignità.

E intanto è ferragosto così cinico e vacanziero, mentre qualcuno, tra i pochi ostinati, scrive anche d’agosto di una storia che parla da sola come Gianluca Orsini sull’Unità:

ASSALTO ALL’EXPO

L’Unità – Edizione Nazionale – 10/08/2009 10/08/2009 29 Inchiesta Nazionale GIANLUCA URSINI Gli affari languono nel Meridione, per le imprese legate ai clan che negli anni hanno monopolizzato i mercati del calcestruzzo, del movimento terra e inerti, fino a essere presenti in ogni cantiere pubblico e privato in Calabria: nei prossimi anni la torta più grande verrà dalle opere legate alla Esposizione universale prevista a Milano nel 2015. È il tam tam che si sta diffondendo in quella ristretta comunità di ingegneri e costruttori che si contendevano gli appalti da Caserta in giù. «Dopo aver lavorato ai macrolotti Gioia – Palmi e di recente Palmi – Villa san giovanni dell’autostrada Salerno – Reggio – spiega un ingegnere veneto trasferitosi da un decennio- la mia ditta, emiliana, mi chiede se sono disposto a programmare i prossimi dieci anni a Milano: si apre un ufficio lì, ci saranno fin troppi appalti da gestire». I clan hanno capito che non c’è più da fare affidamento sui grandi appalti in queste regioni, e così come le ditte “pulite” direzionano la bussola degli affari verso l’altro polo. «Qui stanno smobilitando tutti – continua l’ingegnere, sotto garanzia di anonimato – fino a febbraio mi chiedevano ancora se avevo intenzione di restare perché c’erano grosse aspettative legate al Ponte sullo Stretto, ma poi si è capito che per 5 anni soldi non ne arrivano. Sono previsti 2 anni per il progetto esecutivo, ma sappiamo tutti che ce ne vorranno più del doppio. Cantieri a breve non apriranno,quindi tutte le ditte hanno una sola preoccupazione: non rimanere indietro a Milano. È lì che si lavorerà bene. Quelli del posto che ho visto per anni sui cantieri della Salerno- Reggio mi dicono da mesi: ci vediamo in Lombardia». È tempo di preparare i bagagli per il Nord: per i calabresi non è certo un mercato nuovo. Le imprese legate ai clan hanno messo radici da almeno due generazioni nelle terre tra il Ticino e l’Adda: già nel 1999 il magistrato milanese Armando Spataro avvisava la commissione parlamentare antimafia di Beppe Lumia come nel capoluogo padano «il 90 percento delle inchieste riguarda clan di ’ndrangheta: le mafie della Locride stanno penetrando il cuore finanziario d’Italia». Infiltrazione andata a buon fine dieci anni dopo, se nell’ultima relazione della procura antimafia, su 900 pagine si dedica un lungo capitolo a Milano e ai calabresi in Lombardia, passando a setaccio territori diversi. La metropoli e il suo hinterland sono «appannaggio delle cosche reggine, sia della costa Jonica che Tirreniche come pure le famiglie di Reggio città, che agiscono in sintonia con i siciliani di Cosa Nostra legati da antichi rapporti con i clan della Locride, in mano a loro la gestione del pizzo degli investimenti immobiliari e le infiltrazioni nel commercio». L’ortomercato si era rivelato terreno di casa dei Morabito di Ardore dopo un blitz della polizia nel 2007. E in provincia gli investigatori scoprono crotonesi e vibonesi sempre più presenti in alta Brianza e Valtellina, nelle provincie di Lecco Como e Sondrio. Già nel 2006 la procura di Lecco riesce a incriminare 20 persone legate ai clan Coco-Trovato che in zona hanno creato un loro “locale” (come vengono chiamate le nuove cellule) collegato con i clan Arena di Isola Capo Rizzuto a Crotone e con i potentissimi De Stefano di Reggio. I Farao Marincola, crotonesi di Cirò Marina, sono presenti nei cantieri e si occupano di recupero crediti, tra Varese Legnano e Busto Arsizio, a ovest del capoluogo, monopolizzando anche il traffico di cocaina. I Mancuso di Limbadi (Vibo) controllano Monza, nella periferia milanese di Sud ovest, tra Buccinasco, Cesano Boscone e Assago, le famiglie dell’Aspromonte si sono radicate da tre generazioni creando un «consorzio del Nord» che impone le proprie imprese in subappalto in ogni cantiere. Fanno capo ai Barbaro di Platì, che coordinano le famiglie Perre, Trimboli Sergi e Papalia, già inserite negli appalti per l’Alta velocità, come pure al raddoppio della Venezia-Milano, adesso aspettano Pedemontana lombarda e nuova Tangenziale est milanese. Lo scorso marzo tre pm del Tribunale di Milano hanno chiesto 21 arresti per i compari di Marcello Paparo, imprenditore edile che riforniva di bazooka i parenti di Isola Capo rizzuto dalla sua ditta di Cologno Monzese. Dalle 400 pagine del gip Caterina Intelandi emerge una «cabina di regia» unica delle cosche sugli appalti lombardi, che impongono «quale impresa lavora e quale no» e dividono la torta in parti uguali, anche per Tav a quarta corsia della A4. Nella stessa inchiesta emerge anche un fattore nuovo: queste imprese dai profitti elevati fanno gola generano una devianza insospettabile: i lumbard che si affiliano alle cosche. Almeno quattro nominativi di contabili, geometri e piccoli imprenditori del Milanese sono stati indicati dalla gip Interlandi. Cinque kalashnikov, tre mitragliette Uzi, tre pistole Sig sauer. «Su ordine del boss Trovato le consegnai ad un capofamiglia alleato nel ristorante “Il Portico” di Airuno in Brianza», confidava un testimone di giustizia al gip milanese Vittorio Foschini a inizio anno, «le forniture di armi erano iniziate nel 2002, dopo che clan rivali nel milanese avevano ordito un attentato contro Peppe De Stefano e Franco Trovato a Bresso (periferia nord di Milano, a ovest di Sesto San Giovanni)». Gli arsenali vengono preparati in vista della possibile guerra degli scissionisti, per il sostituto procuratore antimafia Pennisi «inchieste come la Over size del 2006 dimostrano il graduale affrancamento dei clan calabresi di Lombardia dalla regione d’origine, con la sostanziale autonomia dei nuovi clan brianzoli e milanesi», una novità segnata dal fatto che le nuove famiglie possono comprendere elementi che provengono da province, paesi diversi, sfuggendo «all’elemento di radicamento con la comunità originale», con un territorio calabrese ben definito, come aveva già segnalato il magistrato antimafia Nicola Gratteri. E queste nuove famiglie hanno fame di appalti, di altri soldi. Tanto da far temere che ben presto, con l’Expo, i kalashnikov si faranno sentire anche in Lombardia. «I sempre più rilevanti interessi nel settore dell’edilizia e dei subappalti per opere pubbliche, possono far saltare alleanze consolidate da tempo», avvisa la Direzione investigativa antimafia nella sua ultima relazione. Le avvisaglie ci sono già: il 27 marzo 2008 Rocco Cristello, ex alleato dei Mancuso caduto in disgrazia, viene ucciso in Brianza, il 14 luglio tocca a Carmelo Novella a San Vittore Olona, territorio dei Farao Marincola, che pagano con il sangue del loro affiliato Aloisio Cataldo, ucciso fuori Legnano il 27 settembre scorso.

da giuliocavalli.net

lunedì 10 agosto 2009

Berlusconi contro il TG3 - NO COMMENT


Le mani in tasca


di Francesco Zanfardino

Dopo lo scandalo dell'emergenza rifiuti a Palermo, che l'Italia ha conosciuto per pochi giorni ma che in tutta la Sicilia dura da anni "ad intermittenza" e a "macchia di leopardo" (cioè ad intervalli periodici ed un giorno qua, un giorno là), non per mancanza di discariche ma a causa delle amministrazioni locali di centrodestra che accumulano debiti su debiti (a voi giudicare se è questo è peggio o no della situazione che si è creata in Campania), il Governo Berlusconi salva ancora una volta gli amministratori amici con un bel "colpo di spugna" fatto con i soldi dei cittadini, ed ovviamente nel silenzio più totale dei principali mezzi d'informazione.

Dopo i 140 milioni di euro di fondi FAS regalati a Catania per salvare dal fallimento la città che fu di Lombardo e Scapagnini, il Governo ha infatti autorizzato il sindaco di Palermo Cammarata ad aumentare l'Irpef per risanare l'Amia, l'azienda locale per i rifiuti con 130 milioni di euro di debiti, e quindi porre fine, almeno temporaneamente, allo scempio dell'immondizia per strada. Cammarata ci aveva già provato ad aumentare le tasse proprio durante la fase acuta dell'emergenza, infatti, ma l'azione dell'opposizione e i dissidi della maggioranza erano riusciti a fermarlo. Ora invece Cammarata potrà aumentare l'Irpef senza passare dal Consiglio Comunale, ma con una semplice delibera di Giunta.

Insomma, per interposta persona, Berlusconi "ha messo le mani nelle tasche" dei palermitani. Il tutto mentre nel resto della Sicilia continua l'emergenza debiti/rifiuti (ecco qualche esempio: Cefalù, Paternò, hinterland catanese). Tanto paghiamo noi.

da discutendo.ilcannocchiale.it

Le stragi di Cosa nostra Personaggi e interpreti

di FRANCESCO LA LICATA

PALERMO - Ci sono parole della cronaca che entrano nell’immaginario, evocano fatti e situazioni come icone immaginifiche. Eppure non sempre chi osserva o legge dall’esterno riesce a comprenderne il senso esatto. Un piccolo dizionario forse può aiutare.

A Addaura. Luogo di villeggiatura marina dei palermitani. In una delle ville della costa trascorreva l’estate Giovanni Falcone e la moglie, Francesca. Il 21 giugno del 1989 gli agenti della scorta trovarono sugli scogli una borsa da sub con 75 candelotti di dinamite innescati. L’attentato fu sventato, ma Falcone ne denunciò immediatamente l’anomalia parlando di «menti raffinatissime» che stavano dietro quella bomba. Per la prima volta si intuisce, in una grande affaire di mafia, la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra che si servono dei boss come di una sorta di «service» adatto ai «lavori sporchi». Il processo sull’attentato fallito si concluderà in un nulla di fatto, tranne una condanna nei confronti di un sottufficiale del Sismi che - sbagliando - aveva fatto brillare il detonatore della bomba distruggendo così un importante reperto per le indagini. Infortunio o premeditazione?

B Boccassini Ilda. Magistrato a Milano, nel ‘92 - davanti allo scempio compiuto su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, suoi grandi amici - chiese e ottenne l’applicazione alla Procura di Caltanissetta, titolare delle indagini su Capaci e via D’Amelio. Dopo due anni di lavoro lasciò l’incarico con qualche frizione originata da divergenza di vedute con alcuni dei colleghi-investigatori. Esistono agli atti due relazioni scritte, nel 1994, da Ilda Boccassini che testimoniano una certa diffidenza del magistrato nei confronti di alcuni pentiti. I dubbi principali riguardavano le rivelazioni dei collaboratori Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.
I non idilliaci rapporti della Boccassini coi colleghi sono evidenti nella relazione al procuratore Tinebra e all’aggiunto Giordano del 10 ottobre. Ilda Boccassini dopo avere appreso che sarà «il collega Tescaroli a sostenere l’accusa in dibattimento», dichiara di aver offerto la propria disponibilità a «fornire al più giovane collega ogni assistenza nello studio degli atti». Ma «il collega Tescaroli non ha però ritenuto di dover attingere alla mia conoscenza degli atti». E, quindi, la stoccata sul pentito che non le piace: «...non sono stata interpellata sugli indirizzi investigativi da seguire in conseguenza delle sorprendenti dichiarazioni recentemente rese da Scarantino Vincenzo - ufficialmente assunte a verbale nei primi giorni dello scorso settembre - né sono stata avvisata del compimento di atti istruttori di decisiva importanza». Più avanti, sempre su Scarantino, giudicherà «le suddette dichiarazioni, scarsamente credibili sulla base di argomenti logici». Argomenti, questi, tornati all’attualità con le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, uomo di punta dei fratelli Graviano, capi del mandamento di Brancaccio.

C Ciancimino Massimo. Figlio di don Vito, ex sindaco di Palermo condannato per mafia (morto nel 2002) e in rapporti assidui con Bernardo Provenzano, sembra diventato un teste importate perché detentore del «patrimonio conoscitivo» lasciatogli dal padre. Si trova nella singolare posizione di condannato (riciclaggio in primo grado) e personaggio «socialmente pericoloso», ma contemporaneamente teste protetto per il contributo delle sue rivelazioni sulla «trattativa» fra Stato e mafia condotta dal padre nel ‘92, sulla costante presenza dei servizi segreti nelle vicende stragiste di Cosa nostra.
Massimo Ciancimino oggi viene interrogato da quattro Procure. Attualmente, seppure guardato ancora con diffidenza da più di un magistrato, è stato messo sotto protezione e gli è stato «sconsigliato» di soffermarsi a lungo a Palermo. Il «valore aggiunto» del nuovo teste è il famigerato «papello»: la lista di richieste che Totò Riina fece avere allo Stato - attraverso Vito Ciancimino - per offrire, in cambio, la fine delle stragi.

D Dia, Direzione investigativa antimafia. E’ lo strumento investigativo (insieme con la Superprocura) che Falcone e Gianni De Gennaro crearono all’inizio dei Novanta per far fronte all’attacco mafioso. E’ stato l’organismo che si è occupato dell’analisi sui fatti siciliani più cruenti, quelli che hanno caratterizzato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Quando la spinta stragista mafiosa si spinse, nel ’93, ad attaccare Roma, Milano e Firenze con gli attentati del 14, 27 maggio e 27 luglio, proprio la Dia fornì l’analisi più «politica» di quella scelta di Cosa nostra, rintuzzando i tentativi di altri apparati della sicurezza che collocavano il movente delle stragi nel terrorismo internazionale (allora inesistente). «E’ mafia - scrisse la Dia in una relazione del 10 agosto 1993 - ma anche altro». Quegli investigatori facevano partire la strategia dall’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima. Strategia che proseguiva con l’assassinio di Ignazio Salvo, uno dei cugini esattori (l’altro, Nino, era scomparso per cause naturali), per sfociare a Capaci, via D’Amelio e poi a Roma, Firenze e Milano. Uno scenario, secondo la Dia, tale da far ipotizzare la volontà criminale di conseguire «obiettivi di portata più ampia e travalicanti le esigenze specifiche dell’organizzazione mafiosa». E ancora: «..si riconosce una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali». Quindi il commento: «Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d’assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano». Una vera predizione, a giudicare da quanto sta emergendo.

E Esplosivi. La materia prima della strategia «corleonese». Una strategia indotta, sembra dai recenti sviluppi investigativi, per trasformare la «normale violenza mafiosa» in una forma di terrorismo politico teso a condizionare le Istituzioni.

F Falcone Giovanni. Vittima, insieme con la moglie e con la scorta, dell’attentato di Capaci del 23 maggio 1992. Quella strage oggi viene considerata una delle tappe della guerra dichiarata da Cosa nostra: una vendetta della mafia, certo, ma anche una mossa preventiva per sgomberare il campo dall’ostacolo principale in vista di un cambio politico-finanziario alla guida del Paese. Una strage che colpirà duramente l’immaginario collettivo e persino una mente fredda come quella di Vito Ciancimino che allora comincerà la sua collaborazione coi carabinieri del Ros.

G Gaspare Spatuzza. Uomo d’onore del mandamento di Brancaccio. Tentò di collaborare subito dopo il suo arresto ma dovette rinunciare per l’avversione dei familiari. E’ tornato a parlare nel giugno del 2008. In un colloquio col Procuratore nazionale, Piero Grasso, ha fornito una versione della strage di via D’Amelio che stravolge la verità processuale già codificata in sentenze passate in giudicato. In sostanza afferma di essere stato l’organizzatore del furto della Fiat 126 servita come autobomba. Una versione che smentisce la confessione dei pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, autoaccusatisi del furto. Gli accertamenti condotti dalla Procura di Caltanissetta hanno dato ragione a Spatuzza, aprendo uno scenario completamente nuovo.Trattato con molto sospetto all’inizio, oggi Spatuzza è nella lista dei pentiti credibili ed è entrato nel programma di protezione dei collaboratori di giustizia. Lo scenario che ha aperto non è di facile gestione. Le indagini hanno appena introdotto il tema delle presunte pressioni della polizia per indurre Scarantino e Candura e dichiarare il falso. I magistrati dovranno stabilire perché tanta menzogna non per discolparsi ma per accollarsi la responsabilità di una strage mai commessa. Misteri.

I Ilardo Gigino. Era un mafioso che il colonnello dei carabinieri Michele Riccio aveva infiltrato dentro la cupola di Cosa nostra. Fu ucciso prima che potesse assumere lo status ufficiale di pentito (e quindi prima che le sue dichiarazioni assumessero altro valore processuale). Raccontò agli investigatori una lunga storia di connivenze tra mafia e politica, anche in direzione della spiegazione delle stragi del ‘92 e del ‘93.

L Lima Salvo. Ex sindaco Dc di Palermo. Poi eurodeputato, fu ucciso nel marzo del 1991. Secondo molti collaboratori Totò Riina decise la sua soppressione perché non aveva saputo mantenere la promessa di «neutralizzare» il maxiprocesso di Giovanni Falcone. Con l’omicidio Lima si è aperta la campagna politica di Cosa nostra e dei suoi amici «esterni».

M Mostro. E’ un agente segreto affetto da una grave malformazione al viso. E’ stato collocato da diverse fonti (anche Massimo Ciancimino e Gigino Ilardo) sulla scena di svariati crimini: all’Addaura durante l’operazione contro Falcone, accanto ad un altro «agente» molto intimo di don Vito Ciancimino e presente durante l’agguato che uccise l’agente Agostino e la giovane moglie incinta. Il mostro, raccontò Ilardo, aveva avuto un ruolo anche in occasione dell’omicidio di Claudio Domino, un bambino ucciso come un boss da un killer. Per smentire il convogliamento della mafia, per la prima volta un boss, per l’occasione Giovanni Bontade, lesse un comunicato dalla gabbia del maxiprocesso.

P Papello. Per i palermitani è la pergamena che viene imposta, dietro pagamento di una «tassa», alle «matricole» universitarie. Da qualche tempo, però, il papello è diventata una sorta di «parola chiave» che introduce ai misteri delle stragi siciliane e non. Il termine è stato inventato dal pentito Giovanni Brusca: «Riina presentò il papello allo Stato». La sua esistenza è stata negata dal prefetto Mario Mori (uno dei protagonisti della cosiddetta «trattativa») e oggi viene confermata da Massimo Ciancimino che sostiene di averne copia ben custodita all’estero. Il pezzo di carta sarebbe stato recapitato a Vito Ciancimino e conteneva le richieste che la mafia inoltrava «per far cessare le bombe». Dice Massimo Ciancimino di aver visto coi propri occhi il papello, «girato» dal padre al «signor Franco», un altro agente segreto molto intimo con la famiglia dell’ex sindaco. Il papello però non è ancora nelle mani dei magistrati perché Massimo Ciancimino non lo ha consegnato. Lo usa sapientemente come «carta vincente» (nella partita che sta giocando coi giudici per trattare qualche beneficio processuale), ma non lo caccia fuori. Sembra sia custodito in una cassaforte del Liechtenstein, da dove è difficile recuperarlo perché la procedura prevede la presenza contemporanea di Massimo e di un altro familiare che non può spostarsi. Il ricorso alla delega non sembra sufficiente, sarebbe necessaria una procura speciale che Ciancimino, a quanto pare, non riesce (o non vuole) chiedere. Insomma il papello è bloccato. Altre carte, invece, il teste protetto Ciancimino le ha consegnate: una intimidazione a Silvio Berlusconi, firmata Bernardo Provenzano, altre due lettere e un assegno, che col premier hanno a che fare. Tra i «reperti» sequestrati a Massimo Ciancimino nel 2005, c’era anche una carta Sim col numero di telefono del «signor Franco» il cui vero nome non è stato rivelato. Ciancimino sostiene di non conoscerlo, ma attraverso la carta Sim si potrebbe identificarlo. Solo che la traccia elettronica sembrava si fosse persa nella confusione dei corpi di reato. Solo qualche giorno fa i carabinieri l’avrebbero ritrovata nei propri archivi. Resta da verificare se è possibile che un agente, segreto per quanto possa essere, abbia avuto contatti per più di vent’anni coi Ciancimino, fornendogli documenti, notizie, passaporti, protezione e persino brillanti da fare avere a Totò Riina, senza rivelare la propria identità.

R Riina. Don Totò il padrino stragista. E’ diventato improvvisamente loquace, anche coi giornali. Le notizie sulle «presenze esterne» a Capaci e in via D’Amelio sono manna dal cielo per lui, che, sorretto da una buona strategia difensiva del suo legale, tenta di scaricare tutto sullo Stato. «Borsellino l’hanno ucciso loro», dice il boss attraverso l’avv. Luca Cianferoni. Nega, poi, ogni trattativa con lo Stato per affermare di essere stato lui oggetto di un accordo che ha portato alla sua cattura. Perché parla? Parla senza rispondere a nessuna domanda, tanto che si dice disponibile addirittura a firmare un memoriale. Tutto pur di non sedersi davanti a un giudice che possa cominciare: «A domanda risponde...».

S Scarantino Vincenzo. Si è accusato della strage di via D’Amelio ed ha fornito una sua verità confermata dalla Cassazione. Verità che oggi sembra andare in frantumi. Non è mai stato un gran collaboratore, Scarantino. Durante il dibattimento ha ritrattato una prima volta, poi è tornato in aula a ritrattare la ritrattazione. Insomma, anche se ha retto per anni, non sembra un buon teste d’accusa.

T Trattoria. «La Carbonara» a Campo de’ fiori. Lì Falcone cenava spesso e lì i killer venuti da Palermo nel febbraio ‘92 avrebbero dovuto ucciderlo. Ma la squadra sbagliò «ricetta» ed andò a cercarlo al «Matriciano», in Prati. Ovviamente non lo trovarono, poi Riina li richiamò perché aveva deciso per la strage.

U Utveggio. Il castello in cima al Monte Pellegrino di Palermo. Lì è possibile sia stata pianificata la strage di via D’Amelio. Accertata la presenza di un ufficio di copertura del Sisde, dentro la sede del Cerisdi. «Guardate all’Utveggio», dice ora Riina.

V Via D’amelio. Strage Borsellino: quelle indagini rappresentano la crepa, uno squarcio al velo sulla commistione tra potere mafioso e politico-finanziario che ha prodotto lo stragismo degli anni novanta. La scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, la presenza dei servizi segreti sulla scena degli attentati, le rivelazioni di Ciancimino, la trattativa e il coinvolgimento di uomini delle istituzioni (Mori, l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, l’allora presidente dell’Antimafia Luciano Violante che oggi ammette di essere stato contattato da Mori per conto di Ciancimino): forse non tutta la verità verrà fuori, ma che qualcosa di strano sia avvenuto sembra certo.

Z Zio. E’ uno dei nomignoli riservati a Bernardo Provenzano. Un altro è «signor Lo Verde», il nome con cui, da latitante, andava a trovare a casa l’ex sindaco, in via Sciuti a Palermo. Provenzano è un perno della trattativa del ‘93 che, tuttavia, non è la sola intrattenuta con lo Stato. Più interessante del papello, infatti, ci sarebbe il «contatto originario» che in qualche modo indusse Riina ad imbarcarsi nella strategia stragista. Racconta Spatuzza che Falcone doveva essere ucciso a revolverate in un ristorante di Roma e che, improvvisamente, arrivò il contrordine: si fa a Palermo e si fa con le bombe. Perché? Forse per trasformare l’omicidio di un giudice nell’inizio di una campagna di intimidazione nazionale e politica?

da lastampa.it