venerdì 31 luglio 2009

Ricatti e Riscatti

Miccichè, Lombardo e Tremonti


di Dario Campolo

Bossi, Tremonti, Berlusconi, ......
di fronte ai potenti di Sicilia non si può dire no.

Era nell'aria, Miccichè aveva premuto l'acceleratore, a tavoletta per intenderci, il partito del sud che stava per crearsi (non è detto che non si faccia comunque) rischiava di fare implodere nella maggioranza una crisi inevitabile.

Ed ecco l'annuncia di Re Silvio, 4miliardi e 313 milioni di euro di Fondi per le aree sotto-utilizzate (Fas) destinati alla Sicilia. Il 43% sarà dedicato ai progetti per infrastrutture.

Lombardo, Miccihè & C. sono soddisfatti, è un buon inizio (alla faccia) adesso si ragiona, questi i primi commenti. Eh Tremonti? Fino a ieri irritatissimo e oggi sorridente al fianco di Miccichè????

Che volete, io non sono nè un politologo nè un giornalista, mi piace solo scrivere quello che penso e confronarlo in rete, ma secondo me qua gatta ci cova....

Lo scenario attuale è impressionante, i processi delle stragi Falcone e Borsellino che si riaprono con la paura per qualcuno al ritorno dei famosi "MANDANTI OCCULTI", Riina che lancia messaggi dal carcere come se nulla fosse, politici che hanno taciuto per 17 anni sulla strage Borsellino ora ricordano, ex giudici oggi politici (Ajala per citarne uno) che entrano in gioco, politici come Lombardo e Miccichè con supporter del calibro di Dell'Utri che ricattano politicamente parlando il Governo Berlusconi e ottengono nell'arco di 48 ore ciò che chiedono con le vacanze estive alle porte,.....

.......cos'altro vi devo dire?

Io una mia idea ce l'ho, E voi?

Servizi segreti, il Copasir chiede gli atti dell'omicidio Borsellino

L'annuncio del presidente Rutelli nel tracciare il bilancio del Comitato di vigilanza
Audizione del procuratore di Caltanissetta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia


ROMA - Il Comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti ha chiesto gli atti dell'omicidio Borsellino. La notizia trapelata a margine della relazione annuale del Copasir illustrata a palazzo San Macuto dal presidente del comitato Francesco Rutelli.

E' intenzione del Comitato parlamentare invitare a Roma il procuratore di Caltanissetta per un'audizione: "Ho parlato con il magistrato - ha spiegato Rutelli - e ho concordato che una volta completata l'analisi della documentazione che ha nei suoi uffici, per la quale ci vorranno alcune settimane, tutte le eventuali informazioni riguardanti nel passato funzionari dei Servizi segreti, saranno oggetto di una sua informativa e di una sua audizione al Copasir".

La scelta del Comitato di controllo, giunge dopo la pubblicazione dell'inchiesta di Repubblica che ha svelato presunte "operazioni sporche" in Sicilia di agenti segreti coinvolti in una trattativa segreta fra Mafia e Stato forse all'origine nel '92 della strage del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta.

Rutelli chiede che al Copasir venga anche Berlusconi a parlare: "Abbiamo rivolto ripetutamente l'invito al presidente del Consiglio per un'audizione - ha detto il presdiente del Comitato parlamentare - ma Berlusconi non mai ha trovato il tempo di venire". Le audizioni periodiche del presidente del consiglio davanti al Copasir sono previste, tra l'altro, dalla legge di riforma dei servizi del 2007. "Un incontro ancora più importante - ha aggiunto Rutelli - perchè spetta al presidente del Consiglio dare le indicazioni generali sul lavoro da svolgere".

da repubblica.it


Palermo, sparita una prova dei contatti fra Stato e mafia

L'ultimo mistero siciliano è una carta sim scomparsa nelle stanze della Corte d'Appello
Dentro c'è anche il numero dell'agente segreto che trattò con Vito Ciancimino


di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano

PALERMO - L'ultimo mistero siciliano è una carta sim, una scheda telefonica scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo. La cercano da molto tempo e non la trovano. Dentro c'è anche il numero del cellulare di "Carlo", l'agente segreto che ha trattato con Vito Ciancimino prima e dopo le stragi del 1992. Il suo nome è sconosciuto agli investigatori, la sola via per identificarlo era quella carta sim requisita nel giugno del 2006 a Massimo, il figlio di don Vito, al momento dell'arresto. C'è il verbale di sequestro di uno dei suoi telefonini, c'è anche il verbale di sequestro della scheda ma la carta è sparita.

Dalla procura di Palermo sono partite più richieste e "sollecitazioni" alla Corte di Appello però - dopo mesi di ricerche - non è stata consegnata ancora ai pubblici ministeri che indagano sul patto fra Stato e Mafia. O qualcuno l'ha sottratta o qualcun altro l'ha infilata in un posto sbagliato. Forse fra un giorno o fra un anno salterà fuori da qualche scatolone o forse non ricomparirà più. E "Carlo", se non ci sarà nessuno che dirà chi è, resterà nell'ombra.

E' il personaggio centrale di tutta l'inchiesta siciliana sugli avvenimenti di quell'estate del 1992. Più dello sfregiato, quell'altro agente segreto con la "faccia da mostro" che i magistrati di Palermo e di Caltanissetta stanno inseguendo da mesi. Più degli "irregolari" del Sisde che per anni si sono aggirati nelle borgate palermitane "camminando" insieme a boss e a picciotti - questa l'ipotesi - per mettere bombe o far paura a Falcone e Borsellino.

E' "Carlo" l'uomo cerniera di più "alto livello" fra Mafia e Stato prima e dopo le stragi di diciassette anni fa. E' lui - lo racconta Massimo Ciancimino - che aveva materialmente in mano il famigerato "papello" alla vigilia del massacro di via D'Amelio mentre discuteva con suo padre sulle prossime mosse per far contento Totò Riina. Il figlio di don Vito non conosce l'identità di "Carlo" e quella scheda telefonica scomparsa era l'unica traccia per risalire all'oscuro 007.

Ha fra i sessanta e i sessantacinque anni, Vito Ciancimino aveva una frequentazione con lui dal 1980. Un vero "intermediario" fra pezzi dello Stato e poteri criminali. Uno che poteva entrare e uscire dalle carceri italiane quando voleva. Uno che ha fatto avere a Vito Ciancimino anche un passaporto turco subito dopo l'uccisione di Salvo Lima, all'inizio del 1992. E' stato "Carlo" a portarglielo a casa sua, a Roma in via San Sebastianello. "Se dovesse averne bisogno, se avesse necessità di allontanarsi in fretta dall'Italia", gli disse "Carlo". La foto che servì per quel passaporto, don Vito l'ha fatta in uno studio a pochi passi dalla sua abitazione. Si è messo in posa con una barba finta.

Ma quel passaporto l'ex sindaco di Palermo non l'ha mai usato. E' fra le carte ereditate dal figlio.
E' un potente "Carlo". Con "licenza" di fare scorribande dappertutto. Quando andava da don Vito arrivava sempre in auto blu e chaffeur. E' sempre stato lui - nell'autunno del 1984 - a far visita più volte a Rotello, in Abruzzo, a don Vito che era al soggiorno obbligato. In quel periodo "Carlo" incontra pure i figli. Li pedina anche. Quando escono di casa. Quando lasciano la Sicilia. Quando hanno i "colloqui" in carcere con il padre. Capita anche che "Carlo" prova a usare come "postini" i figli di Vito Ciancimino per mandargli a dire: "Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda". L'agente segreto e i suoi hanno sempre avuto paura che don Vito potesse parlare.

Le "visite" in carcere si fanno sempre più frequenti. E anche la "libertà" di don Vito in galera è tanta. Può chiamare con un cellulare di "Carlo". E può incontrare, anche quando è ufficialmente in isolamento, altri detenuti. Come per esempio Nino Salvo, il grande esattore mafioso della Sicilia, con Salvo Lima l'uomo più potente della corrente andreottiana nell'isola che Giulio Andreotti ha sempre negato di conoscere. Ecco cosa raccontava il 17 marzo 1993 Vito Ciancimino al procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, al sostituto Antonio Ingroia e - guarda caso presente all'incontro - al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il fedelissimo del generale Mario Mori che fu il primo ad "agganciare" Massimo Ciancimino per avviare la "trattativa".

Allora don Vito non raccontò come poteva aggirare l'isolamento, però ricordò: "Nino salvo mi disse: 'Hai capito di quali romani ci parlò Salvo Lima? Non hai capito niente... Ti comunico in termini perentori che a decidere l'assassinio del generale Dalla Chiesa e dell'onorevole Pio La Torre è stato Giulio Andreotti". All'epoca don Vito fu bollato come un "depistatore".
Un rapporto antico quello fra l'agente "Carlo" e l'ex sindaco. Fino ai giorni del "papello". Fino a quando si ritrovarono a "ragionare" insieme sulle richieste che Totò Riina aveva avanzato allo Stato per fermare le stragi.

Poi, dopo la morte di don Vito e dopo le disavventure del figlio Massimo arrestato per riciclaggio, "Carlo" non ha mai voluto abbandonare i contatti con i Ciancimino. Soprattutto con Massimo. E' stato lui a fargli avere le aragoste vive il giorno di Ferragosto del 2007, quando Massimo era agli arresti domiciliari. E' stato lui a presentarsi come "un carabiniere" sotto la sua casa di Palermo qualche mese fa. E' stato sempre lui il 10 luglio scorso, nel primo pomeriggio, a entrare segretamente nell'appartamento bolognese di Ciancimino jr per lasciare un messaggio: "Ma chi te lo fa fare? Perché ti sei messo in questa situazione? Non pensi alla tua famiglia?". E ieri, Massimo Ciancimino, ascoltato di sera in procura a Palermo, forse ha parlato anche dell'ultimo incontro con "Carlo" e dei suoi avvertimenti.

da repubblica.it

giovedì 30 luglio 2009

Strage Borsellino, il processo si rifarà


Il giudice disse: "Mi ha tradito un amico"


di Attilio Bolzoni

CALTANISSETTA - Il processo per l'uccisione di Paolo Borsellino è oramai da rifare. Il primo pezzo sta già andando verso la revisione: usciranno di scena i falsi attentatori, entreranno nel nuovo dibattimento gli ultimi sospettati, resteranno sospesi sui loro ergastoli i mandanti mafiosi e resteranno coperti nel segreto ancora per un po' di tempo quei "mandanti altri" - gli occulti - che avrebbero deciso la strage insieme ai boss. Si ricomincia daccapo per tutti i massacri siciliani dell'estate 1992. I pubblici ministeri di Caltanissetta studiano in questi giorni le carte per inviare alla Corte di Appello di Catania, competente per territorio, una tranche del primo processo Borsellino. E intanto hanno spedito una raffica di richieste ai capi dei servizi segreti, il vecchio Sisde e il vecchio Sismi, per "l'identificazione" di almeno una dozzina di agenti segreti coinvolti in "operazioni sporche" in Sicilia. Sono investigazioni ad incastro. Ogni giorno, a Caltanissetta, sfilano testimoni eccellenti che ricostruiscono vicende di 17 anni fa. Come due magistrati che, a metà mese, si sono presentati al procuratore capo Sergio Lari e al suo vice Domenico Gozzo. Due giovani colleghi di Paolo Borsellino a Marsala, un uomo e una donna. Hanno messo a verbale: "Un giorno di quell'estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: "Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito..."". I pubblici ministeri di Caltanissetta ora stanno provando a scoprire il nome di quell'"amico" e provando a capire se il "tradimento" sia legato alla trattativa fra Mafia e Stato forse proprio all'origine della morte di Borsellino. S'interrogano testimoni e s'indagano nuovi protagonisti dei misteri e dei crimini siciliani. Mafiosi e funzionari di polizia che al tempo seguirono l'inchiesta, uomini dei "servizi", picciotti che trasportarono auto e esplosivi. Cambia anche l'"epicentro" mafioso delle indagini. Si sposta dalla "famiglia" della Guadagna (quella del pentito fasullo, Vincenzo Scarantino, che si autoaccusò della strage) a quella di Brancaccio (quella di Gaspare Spatuzza, il pentito che ha smentito Scarantino ammettendo di essere stato lui a portare l'autobomba in via D'Amelio), cambiano gli scenari mafiosi e non solo quelli. La caccia è anche agli altri, agli "esterni" a Cosa Nostra, quelli che insieme ai boss avrebbero "ideato e organizzato" la strage. Si cerca ancora il misterioso agente segreto con "la faccia da mostro", l'uomo che sarebbe stato visto sia "nei pressi dell'Addaura" - quando mafiosi e "servizi" volevano far saltare in aria Falcone nel giugno dell'89 - e l'uomo - secondo le rivelazioni di Massimo Ciancimino - che complottava con suo padre, don Vito. Nelle ultime ore si è diffusa la voce che "faccia da mostro" era stato identificato. Falso. Poi, ieri, un foglio locale ha riportato la notizia che l'agente con quel volto deformato è stato avvistato anche in via D'Amelio il giorno della strage. Falso. Nella convulsa nuova fase d'indagine sulle stragi siciliane si rincorrono notizie vere e taroccate, come se qualcuno avesse ricominciato ancora con manovre e depistaggi. In questo clima i pm di Caltanissetta si preparano a trasmettere gli atti del primo processo Borsellino alla procura generale, che poi li invierà alla Corte di Appello di Catania per la revisione.
In tutto sono 47 gli imputati condannati nei tre processi contro sicari e mandanti della strage. La revisione coinvolgerà sicuramente i protagonisti del primo dibattimento. E cioè il falso pentito Vincenzo Scarantino e il suo compare Salvatore Candura, poi Salvatore Profeta che era indicato da Scarantino come il "committente" del furto della Fiat 126. E infine Giuseppe Orofino, il proprietario del garage dove fu "preparata" l'autobomba. Molti degli imputati del processo bis e ter non saranno trascinati in un nuovo processo. Soprattutto quelli della Cupola, già condannati come mandanti. Al contrario, alcuni dei loro vice potrebbero vedersi annullato l'ergastolo. Ma c'è già un primo ostacolo "tecnico" per la revisione: a Catania, dove dovrebbe rifarsi il processo, procuratore generale è oggi Giovanni Tinebra che era procuratore capo a Caltanissetta quando si avviarono le indagini sulla strage Borsellino. C'è il rischio serio che il processo venga trasferito in un'altra Corte di Appello ancora: quella di Messina. In attesa di nuovi riscontri su via D'Amelio i magistrati raccolgono informazioni anche su Capaci. Il pentito Gaspare Spatuzza ha raccontato che "una parte dell'esplosivo per uccidere Falcone viene dal mare". L'hanno pescato nel Tirreno, polveri di bombe della seconda guerra.
Sarà classificato top secret il famigerato "papello" che dovrebbe consegnare Massimo Ciancimino. Oggi i magistrati lo aspettano a Palermo. Chissà se il figlio prediletto di don Vito questa volta porterà il suo "tesoro" di carte.

da repubblica.it

mercoledì 29 luglio 2009

Addio Tenebra, ripartono le indagini!

di Benny Calasanzio

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all'esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

da bennycalasanzio.blogspot.com

Poliziotti indagati per depistaggio sulla strage di via D’Amelio


di Giovanni Bianconi

CALTANISSETTA — C’è l’inchie­sta sulla strage e c’è l’inchiesta sul­le indagini svolte 17 anni fa, per la stessa strage. A questo sdoppia­mento è giunto il lavoro dei magi­strati di Caltanissetta intorno all’ec­cidio del 19 luglio 1992, nel quale morirono Paolo Borsellino e cin­que agenti della sua scorta. Strage mafiosa ma non solo, come quasi tutti ormai pensano; strage con eventuali «mandanti occulti» non individuati; strage con alcuni col­pevoli condannati da sentenze defi­nitive, ma forse non tutti davvero colpevoli. Ecco perché le inchieste sono ancora aperte.

Da un lato si cercano i responsa­bili rimasti impuniti, di tutte le ca­tegorie. Tra gli «uomini d’onore» rimasti fuori dalle precedenti inda­gini, le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza - boss del quar­tiere palermitano di Brancaccio, che riempie verbali su verbali da un anno, dopo averne trascorsi 11 a regime di «carcere duro» - hanno portato ad almeno un nuovo inda­gato; su di lui sono in corso accerta­menti e riscontri alle accuse del nuovo collaboratore di giustizia. Oltre la mafia, nel campo di ipotiz­zate collusioni e del ruolo di possi­bili «apparati deviati dello Stato», compresi esponenti dei servizi se­greti, la situazione è più comples­sa; si continua a scavare su coinci­denze, parentele, contatti telefoni­ci sospetti emersi nei processi già celebrati, per tentare di arrivare a conclusioni più concrete.

Dall’altro lato gli inquirenti gui­dati dal procuratore Sergio Lari hanno riaperto il capitolo delle in­chieste avviate nel ’92, subito dopo la strage. Quelle che hanno portato a tre diversi processi e alle senten­ze confermate dalla Cassazione. Ora una parte di quella verità giudi­ziaria potrebbe essere riscritta, pro­prio a partire dalle dichiarazioni di Spatuzza, dai riscontri effettuati e dalle conseguenti ritrattazioni di al­meno un altro pentito, vero o pre­sunto che sia.

Il neo-collaboratore — autore tra gli altri delitti dell’omicidio di padre Pino Puglisi, il parroco anti­mafia di Brancaccio ucciso nel 1993 — ha svelato di essere l’auto­re del furto della Fiat 126 utilizzata per fabbricare l’auto-bomba esplo­sa in via D’Amelio. Offrendo indica­zioni precise, puntualmente verifi­cate. Del furto s’era accusato, nel 1992, tale Salvatore Candura, mez­zo balordo e mezzo mafioso che og­gi, di fronte alle rivelazioni di Spa­tuzza, confessa di essersi inventato tutto. O meglio, di aver ripetuto ciò che alcuni investigatori lo ave­vano costretto a riferire ai magi­strati. Di qui la nuova indagine aperta dalla Procura di Caltanisset­ta a carico di quegli investigatori: i nomi di due o tre poliziotti che fa­cevano parte del Gruppo investiga­tivo Falcone-Borsellino, creato al­l’indomani delle stragi, sono già fi­niti sul registro degli indagati. Ipo­tesi di reato, calunnia.

Di fatto si ipotizza un possibile depistaggio messo in atto con le fal­se dichiarazioni di Candura, che hanno portato alle confessioni del­l’altro «pentito» Vincenzo Scaranti­no, su cui sono fondate parte delle condanne confermate in Cassazio­ne; confessioni false, se sono vere quelle di Spatuzza e ora di Candu­ra. Indotte dagli investigatori, se­condo la nuova ricostruzione di quest’ultimo. I magistrati nisseni hanno riassunto la situazione nel parere col quale hanno aderito alla proposta di protezione per Spatuz­za; lì scrivono che uno dei riscontri alle dichiarazioni del neo-pentito consiste proprio nella ritrattazione di Candura. Il quale «ha formulato pesanti accuse nei confronti di al­cuni esponenti della Polizia di Sta­to, a suo dire responsabili di averlo indotto a dichiarare il falso».

Ipotesi grave e inquietante. Per­ché il depistaggio, qualora fosse re­almente stato organizzato come fa credere Candura, dovrebbe avere un movente. Dev’essere il frutto di una decisione presa a tavolino nel­le settimane immediatamente suc­cessive all’eliminazione di Paolo Borsellino (e due mesi dopo la mor­te di Falcone nella strage di Capa­ci), per indirizzare le indagini su una falsa verità consacrata fino al verdetto della Cassazione. Per qua­le motivo? Per coprire quale realtà alternativa? E con l’avallo, o su mandato, di chi? A quale livello po­litico o investigativo?

Sono tutte domande alle quali dovrebbe rispondere l’inchiesta, se dovesse accertare che Candura, ora, non mente più. Ma resta aper­ta anche l’altra ipotesi, e cioè che lui allora si sia autoaccusato per sua libera scelta, tirando in ballo un personaggio come Scarantino (sulla cui attendibilità molti hanno nutrito dubbi, a cominciare dal pubblico ministero Ilda Boccassini che li mise nero su bianco nel 1994, al momento di lasciare Calta­nissetta) senza chiamare in causa mafiosi di ben altro profilo. Anche Candura è indagato nel nuovo pro­cedimento (l’ipotesi di reato è auto­calunnia), in attesa che gli accerta­menti portino a fare un po’ di chia­rezza sull’intricata vicenda. E con lui, Scarantino, che anche di fronte alla nuova verità di Spatuzza ha in­vece confermato quanto dichiarato nelle indagini e nei processi prece­denti. Lo ha fatto negli interrogato­ri e durante il confronto con il neo-pentito, seppure dopo qual­che minuto di riflessione.

Nell’ambito dell’indagine sui po­liziotti accusati di aver «imbocca­to » Candura sono già stati ascoltati come testimoni alcuni magistrati che fra il ’92 e il ’94 si occuparono delle indagini sulla strage di via d’Amelio, tra i quali la stessa Boc­cassini, Carmelo Petralia e Paolo Giordano. Gli accertamenti prose­guono per tentare di venire a capo, a 17 anni dai fatti, del presunto de­pistaggio sulla più misteriosa delle stragi di mafia del ’92-’93; oppure, se le accuse si rivelassero false, del depistaggio messo in atto oggi,

Omicidio Borsellino, "Perchè fu accelerata la strage?

Questa la domanda chiave a cui cercano di trovare risposta le nuove indagini sulla strage di via D'Amelio. Il sostituto procuratore di Palermo, Nino di Matteo, ha raccontato a SKY TG24 alcuni dettagli dell'inchiesta.




La Casta & la notizia


di Dario Campolo

La Casta è attenta, fa molta attenzione che certe notizie non facciano il giro del monto dei media, e i media fanno attenzione a non far fare il giro a certe notizie.

E' notizia di oggi che la commissione parlamentare non ha dato il consenso a procedere nei confronti del ministro Matteoli per un indagine avviata nel 2004 di favoreggiamento.

A questo punto mi chiedo, perché lamentarsi del Lodo Alfano che dovrebbe proteggere le prime 4 cariche dello stato (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Presidente del Senato e della Camera), quando, tanto anche se come è dimostrato c'è la possibilità più che fondata di procedere con un indagine nei confronti di un semplice ministro alle infrastrutture, ma, ahimè la procedura viene bocciata dalla commissione, tutto diventa aria fritta per usare un termine tanto caro al nostro Re Silvio, a me non importa sinistra o destra, a me importa che tutti siano processabili come la nostra costituzione prevede: "LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI"

La notizia giustamente non viene ripresa da nessuno, nella mia ricerca solo il Giornale di Berlusconi in senso vittorioso e l'Epolis di Palermo, di seguito il trafiletto riportato nel quotidiano gratuito:

La Giunta salva l'imputato Matteoli

La Giunta della Camera ha deciso di respingere l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, a giudizio dal 2004 e accusato di favoreggiamento per un'inchiesta per abusi edilizi sull'isola d'elba. Insorge l'opposizione che giudica «illegittimo» il voto,«una vittoria della casta».

da EPolis Palermo pag.3

Salvatore, grazie.


di Dario Campolo

I sogni prima o poi si realizzano, l'importante è crederci, ma veramente!!!

1992 un anno terribile, personalmente parlando è l'anno della naia e quindi un po' turbato, per uno che è sempre stato attaccato alla mamma e quindi particolarmente mammone, ma questa un'altra storia.

1992 è l'anno in cui il sottoscritto comincia a conoscere i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, le loro interviste, le loro immagini, la loro presenza sempre più intensa nei luoghi frequentati dai giovani, insomma sempre più presenti ovunque fino a quel dannato 23 maggio 1992.

Il vuoto, le immagini impressionanti sui vari TG, l'attentato a Giovanni Falcone diventa la scena di un film con una verità orrenda e reale, neanche il tempo di capire cosa sia successo ed ecco che arriva il 19 luglio 1992, questa volta tocca all'amico e collega Paolo Borsellino, altre immagini raccapriccianti, un altro film con stessa trama, stessa storia e stessa verità orrenda, reale.

Da qui comincia il mio studio, il mio volere capire, il volere sapere, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fanno come da traino alla mia voglia di sapere che aumenta sempre di più. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mi fanno conoscere Ninnì Cassarà, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Cesare Terranova, Beppe Montana, Calogero Zucchetto, Rocco Chinnici, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Rosario Livatino, Peppino Impastasto ..., devo sapere, ma non basta, ed ecco che Palermo diventa la mia città, comincio a fare la mia visita ogni anno, anche per un solo giorno per fare il giro nei luoghi degli agguati.

Libri, giornali ma non basta, ed ecco che chi mi circonda mi vede come una persona macabra, la domanda più assillante è "ma cosa ci trovi in tutti questi morti ammazzati", ecco la mia risposta è semplice: "la nostra LIBERTÀ'.

Perché persone come Paolo e Giovanni sono morte? Ve lo dico io, per il nostro bene comune, per far sì che questo marciume chiamata MAFIA venisse contrastata perché MAFIA non è una cosa che non ci tocca, anzi ci spinge e ci butta per terra se non viene controllata e contrastata, perché MAFIA vuol dire toglierci qualcosa, privarci di qualcosa e soprattuto vuol dire fare del male ad altri.

Ecco, noi dobbiamo capire questo, io l'ho capito, e cerco nel mio piccolo di portare avanti quel che Giovanni e Paolo volevano fare con il loro lavoro, portando a conoscenza con i loro incontri il loro sapere.

Oggi, c'è internet e tutto è diventato più semplice, anche colloquiare con altre persone che come me oggi cercano e vogliono capire.

Sono passati 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio e oggi come ieri la mia voglia di sapere è sempre lì, presente, viva e vegeta e sapete una cosa? Sta aumentando, si, oggi ho ricevuto un regalo da Giovanni e Paolo, ho conosciuto grazie ad internet una persona fantastica, come un padre, una persona a cui mi sto affezionando sempre di più, una persona che è come se l'avessi sempre conosciuta, una persona che seguirò sempre e comunque perché ne condivido l'obbiettivo, questa persona è SALVATORE BORSELLINO, il fratello del magistrato ucciso in via d'Amelio.

Salvatore, anche se a Palermo abbiamo avuto poco tempo per scambiare 2 chiacchiere ti voglio dire GRAZIE per tutto ciò che fai, non ho mai conosciuto nessuno come te,
GRAZIE!!!

Dario

Nuovi indagati per le stragi del '92

martedì 28 luglio 2009

Massimo Ciancimino: ''Ho paura di essere ucciso''


di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella

Un’alta attenzione mediatica. L’aspettativa da parte di tutti di conoscere le verità sulle stragi del ’92. L’inaspettato intervento del capo dei capi Totò Riina su una trattativa che si concluse con la sua cattura. Il brulicare crescente di informazioni che i politici, non si sa bene perché, iniziano a dare solo oggi, dopo l’annuncio di Massimo Ciancimino (che parla invece ai magistrati da più di un anno) di consegnare ai pm di Palermo: il sostituto Nino Di Matteo e l’aggiunto Antonio Ingroia, i documenti del padre con il famoso “papello”.

Il foglio scritto da Riina, o per sua interposta persona, con le sue richieste allo Stato in cambio della fine delle bombe del ‘92. Un susseguirsi di notizie, dichiarazioni, colpi di scena che stanno creando fermento intorno al coinvolgimento di apparati istituzionali nella trattativa avviata nel 1992 tra lo Stato e Cosa Nostra e il ruolo di questi nella strage di via Mariano d’Amelio. Un capitolo che vede al centro Massimo Ciancimino il quale continua a mantenere fede alla sua promessa di dire la verità.
Una verità che - ci ha subito confessato durante il nostro recente incontro - lo sta esponendo a ritorsioni di ogni genere e tipo. Tanto che è stato costretto a traslocare in un albergo dove vive barricato in una stanza. Non molto tempo fa il comitato per l’ordine e la sicurezza gli aveva affidato una tutela richiesta dalla Procura della Repubblica di Bologna costituita da due uomini in borghese che lo accompagnano nei suoi spostamenti. Una protezione comunque superficiale, certamente non all’altezza della portata delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo che, “riconoscendo lo sforzo” dei suoi “protettori”, noleggerà una macchina blindata: “Devo proteggere mia moglie e mio figlio quando viaggio con loro”.
E ancora, fortemente preoccupato, ci dice: “Temo di non arrivare al processo Dell’Utri”. Un processo in cui in tutta probabilità (i giudici si sono riservati di decidere) sarà chiamato a deporre il 17 settembre prossimo.
Il timore di Massimo Ciancimino non è dovuto alla sua ansia, né al suo protagonismo, nasce invece da altre forme di minacce ricevute da soggetti neppure troppo anonimi. Ma di questo lui non vuole parlare. Ci sono in gioco interessi troppo alti che non devono essere toccati. Di recente rispondendo alle domande dei pm aveva detto “è un gioco più grande di me”. Ci sono equilibri che destabilizzerebbero l’attuale potere politico, nato proprio in quegli anni di stragi e contrattazioni, quando l’era di “Tangentopoli” aveva rastrellato i vecchi partiti storici collusi e corrotti.
Fu lì che Cosa Nostra sferrò il suo attacco allo Stato per dare un segnale a quella certa classe politica che non era riuscita a garantire a dovere alcune promesse. Per questo venne ucciso Lima poi Falcone. Ma lo Stato invece di mostrare il suo pugno di ferro intavolò quella che per tutti è diventata la “Trattativa”. Quel dialogo tra mafia e istituzioni che in realtà, secondo la testimonianza di Ciancimino junior, ebbe tre fasi.
La prima. Quella che - a differenza di quanto sostiene oggi l’on. Mancino – venne avviata dal Ros, quando a fine giugno ’92 il capitano De Donno contattò, durante un viaggio aereo Palermo – Roma, Massimo Ciancimino per chiedergli di convincere suo padre a incontrare il gen. Mario Mori e poter effettuare uno scambio con Riina. Lo svolgimento di questa prima fase lo si conosce dalle varie ricostruzioni processuali. Vito Ciancimino si rese disponibile sperando di poter ottenere qualche beneficio per la sua detenzione e lo stesso Riina accettò di buon grado quel primo passo. Da lì la sua frase “si sono fatti sotto” e la realizzazione di un “papello” pieno di richieste che lo stesso Sindaco di Palermo aveva ritenuto inaccettabili.
Ed è proprio in questo momento che qualcuno, in alto, molto probabilmente all’interno dei servizi o per mandato dei cosiddetti poteri forti, convinse Riina ad accelerare i tempi e mettere a punto la strage di Via d’Amelio. Per sbloccare il dialogo e per eliminare un ostacolo scomodo e pericoloso: Paolo Borsellino.
La seconda fase della trattativa è quella dell’autunno ’92 che vide subentrare Provenzano, finora rimasto spettatore. Binnu, riprendendo in segreto il dialogo con i carabinieri attraverso Vito Ciancimino, condusse questa parte di trattativa facendo di Riina il suo oggetto di scambio.
Chi in effetti avrebbe potuto rivelare a Vito Ciancimino il nascondiglio del padrino che egli stesso indica nelle mappe di Palermo procurate dai Carabinieri?
Il capo dei corleonesi venne così catturato, in cambio di nuovi accordi, nel gennaio del ’93 ma, nonostante il Ros avesse individuato il covo (nel quale avrebbe potuto trovare documentazione importantissima) i carabinieri guidati da Mori trascurarono la casa di via Bernini, rimasta priva di sorveglianza per 18 giorni. Il tempo sufficiente agli uomini di Cosa Nostra per ripulire la villa di ogni carteggio compromettente e per trasferire la famiglia del capomafia a Corleone.
Di qui sarebbe poi partita anche una terza trattativa: quella che ha visto Provenzano scavalcare anche Vito Ciancimino nei rapporti con le istituzioni.
Il Ragioniere di Cosa Nostra infatti era in cerca di referenti politici in grado di garantirgli impunità e agevolazioni legislative per quella che sarà la nuova mafia del dopo stragi. Interlocutori credibili che secondo i collaboratori di giustizia più accreditati, come Nino Giuffé, Provenzano trova nel nascente partito politico di Forza Italia cui sarebbe giunto, tramite Marcello Dell’Utri, già vecchio amico di Cosa Nostra sin dagli anni Settanta. (Infatti molti collaboratori di giustizia hanno dichiarato che Dell'Utri è amico di Cosa Nostra sin dai tempi di Stefano Bontade e Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Berlusconi. Ma è soprattutto Salvatore Cancemi, ex membro della Cupola e ora collaboratore di giustizia, che ascolta, nel 1991 da Riina in persona, le seguenti parole: “Berlusconi e Dell'Utri sono nelle mie mani e questo è un bene per tutta Cosa Nostra).
Per la Cosa Nuova il vecchio sindaco risultava infatti già troppo compromesso.
Don Vito venne così arrestato a dicembre del ’92 ma non smetterà comunque di essere il consigliere di Provenzano che incontrerà nella sua casa di Roma fino al 2002, durante gli arresti domiciliari. Infatti il nuovo capo di Cosa Nostra è a lui che si rivolgerà per un suggerimento quando nel 1994 dovrà recapitare la lettera con le minacce al neo eletto Silvio Berlusconi tramite Dell’Utri. Intimidazioni preventive che Cosa Nostra invia al Presidente del Consiglio per ricordargli “chi comanda” e che “ci sono dei doveri da rispettare”. La lettera – così come ha raccontato Massimo Ciancimino ai giudici – era stata consegnata nelle sue mani nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo, in presenza dello stesso Lipari e Provenzano. Il compito di Ciancimino jr era dunque quello di farla arrivare a suo padre, all’epoca detenuto a Rebibbia affinché esprimesse il suo parere. Una missiva che era rimasta ai Ciancimino mentre un’altra uguale faceva il suo corso fino a giungere al destinatario finale.
Una ricostruzione questa che completa le tesi espresse da diversi collaboratori di giustizia sentiti in tutti questi anni dalle varie Procure e le ipotesi investigative sulle stragi del ’92-’93 le quali più volte si sono fermate, per mancanza di riscontri o per scadenza dei tempi di indagine, al filone delle responsabilità politiche e istituzionali sulle stragi in un periodo che ha segnato il passaggio tra la prima e la seconda repubblica italiana.
Restano da capire alcuni punti che il figlio più piccolo di don Vito ci auguriamo potrà chiarire in dibattimento, con un confronto aperto, se i giudici lo riterranno opportuno, con i signori Riina, Cinà o Provenzano. Il capo dei capi intanto, a sorpresa, ha espresso la sua opinione, a modo suo, negando la prima trattativa, quella portata avanti da lui stesso e chiarendo di essere stato venduto da un accordo segreto tra lo Stato e Vito Ciancimino. “Riina discolpandosi dalla strage di via d’Amelio – ha affermato Ciancimino - implicitamente sostiene per la prima volta il suo ruolo in Cosa Nostra e non citando la strage di Capaci non nega di avervi partecipato”. Dunque Riina non parla a caso, le sue accuse tuonano come messaggi: “io non c’entro con la morte di Borsellino” ha detto, “l’hanno ammazzato loro”. La domanda è: loro chi? A chi Riina sta mandando i suoi avvertimenti? E perché alcuni personaggi protagonisti della politica solo oggi rispondono e, molto parzialmente, a domande che avrebbero dovuto avere risposte esaustive subito dopo le stragi?

da antimafiaduemila.com

Mafia: 10 anni a Mercadante, radiologo ed ex deputato Fi

Per il gip che, nel 2006, ne ordinò l'arresto, sarebbe stato tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di "una Cosa sua", più che di Cosa Nostra. Un'espressione che dà l'idea dello stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico eletto all'Assemblea Regionale Siciliana nelle fila di Forza Italia, oggi condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi. La sentenza è stata pronunciata dai giudici della II sezione del tribunale di Palermo poco prima delle 2 di notte, dopo oltre 17 ore di camera di consiglio.

Radiologo, 61 anni, parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, Mercadante sarebbe stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell'inchiesta e l'arresto. A carico dell'ex deputato, alle accuse dei pentiti, si sono aggiunte le intercettazioni ambientali realizzate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante è emerso tante volte, collegato sempre ad affari illeciti.

Per i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, l'ex parlamentare azzurro sarebbe stato "pienamente inserito nel sodalizio criminoso". Una conclusione riscontrata anche dalle testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia: da Nino Giuffrè ad Angelo Siino e Giovanni Brusca. Giuffrè racconta di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi. Siino parla del professionista come di "uno dei più grossi favoreggiatori" del padrino di Corleone; Brusca lo definisce "persona disponibile".

Per gli inquirenti, il medico-politico avrebbe anche fornito "il proprio ausilio e la disponibilità della struttura sanitaria della quale era socio (l'Angiotac, ndr) per prestazioni sanitarie in favore degli associati mafiosi, anche latitanti, e la redazione di documentazione sanitaria di favore, ricevendo, in cambio, l'appoggio elettorale di Cosa nostra in occasione delle regionali in cui era candidato".


E un ruolo strategico in Cosa nostra avrebbe avuto anche uno degli otto coimputati di Mercadante, Nino Cinà, oggi condannato a 16 anni, l'uomo dei tanti misteri, della presunta trattativa tra Stato e mafia: reggente del mandamento di Resuttana, sarebbe stato "mediatore e pacificatore". Tra le stragi del '92, prima; poi, nel 2005, quando avrebbe tentato di evitare lo scontro fra le cosche a seguito del rientro dei cosiddetti scappati", mafiosi esuli negli Usa dai primi anni '80 per sfuggire alla mattanza dei corleonesi.

Medico di Toto' Riina e di Bernardo Provenzano, Cinà è già stato condannato due volte per associazione mafiosa: "Ma le condanne e la detenzione - secondo i magistrati - non hanno interrotto la sua partecipazione alle attività mafiose".

Tra gli imputati condannati, anche il boss di Torretta, Lorenzino Di Maggio, ritenuto vicino ai capimafia palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo; Bernardo Provenzano, accusato in questo processo di tentata estorsione. Assolto, invece, Marcello Parisi, figlio di Angelo Parisi, ritenuto vicino al capomafia Nino Rotolo. Secondo la Procura la sua candidatura al Consiglio comunale di Palermo sarebbe stata sponsorizzata da Rotolo e Cinà che si sarebbero rivolti per un appoggio politico proprio a Mercadante. Ma i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove portate a suo carico dai pm.

Nel processo scaturito dall'operazione Gotha, che portò all'arresto di colonnelli e gregario di Bernardo Provenzano, accanto ai vertici delle cosche, c'erano anche quattro commercianti palermitani: accusati di avere negato le richieste di pizzo. Solo uno di loro è stato condannato.

"Un deputato della mafia" nella notte della sentenza

Lunga camera di consiglio del tribunale di Palermo per la sentenza nel processo contro l’ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante, un radiologo molto noto nel capoluogo siciliano, accusato di associazione mafiosa assieme a un altro medico, Antonino Cinà, e a sette imputati, tra i quali (per una estorsione) Bernardo Provenzano. I pm Antonino Di Matteo e Gaetano Paci hanno chiesto la condanna di Mercadante a 14 anni di reclusione, di Cinà (e di un altro imputato, Lorenzino Di Maggio) a 16 e di Provenzano a 9. I giudici si sono riuniti in camera di consiglio alle 10 di ieri mattina.

Un processo delicatissimo. Giovanni Mercadante, al contrario di altri politici che in passato sono rimasti coinvolti in inchieste su Cosa Nostra, è accusato di aver fatto parte dell’associazione e non solo di «concorso esterno». Su di lui pesa il sospetto di essere stato una creatura politica di Bernardo Provenzano. Non solo per aver avuto col padrino dei rapporti d’affari nel settore della sanità, ma per aver stabilito un accordo: in cambio dell'appoggio dei clan alle elezioni regionali del 2001 e del 2006 avrebbe garantito l’ingresso in politica, nelle fila di Forza Italia, del nipote di un boss.

Tutto nasce nel 2005-2006 da un’intercettazione ambientale e prima ancora, nel 2001, da un «pizzino» rinvenuto in un covo di Provenzano. Nel messaggio il figlio del boss chiedeva al padre il permesso di incontrare Mercadante per una visita. Il nome del medico non era indicato in chiaro, ma con un codice numerico, precauzione che ovviamente insospettì gli investigatori. Ma probabilmente non si sarebbe andati oltre un sospetto di connivenza - Mercadante infatti fu candidato e ottenne un ottimo successo personale
- se tra il 2005 e il 2006 non fossero state effettuate delle intercettazioni ambientali in una baracca di lamiera dove Antonino Cinà incontrava il boss Nino Rotolo. Cinà non è un mafioso qualsiasi. E' stato testimone della consegna del papello di Riina nelle mani di Vito Ciancimino a cavallo tra le stragi di Capaci e via D'Amelio. In aula si è definito "un paciere, un po' come l'ONU". «Mi sono visto con Mercadante - dice Cinà a Rotolo -, gli ho fatto una premessa: sono finiti i tempi che ci potevate prendere per fessi, qua non si esce… tu mi dai e io ti do…». È, per gli inquirenti, la prova del patto: in cambio dell'appoggio per le regionali del 2006 Mercadante deve appoggiare alle comunali Marcello Parisi, a cui Cinà tiene molto. Poche settimane dopo l'offerta viene accettata e registrata dalle microspie. Il giovane Parisi entra così nel «motore azzurro», la struttura ideata da Marcello Dell'Utri e inizia la sua carriera. Mercadante viene fotografato con i supporter azzurri del clan Parisi fino a quando il 29 marzo 2006 Cinà si reca nella segreteria elettorale di Mercadante. Bisogna pilotare un concorso per primario al Civico di Palermo - e Mercadante consiglia di rivolgersi a Gianfranco Micciché, oggi leader del neonato partito del sud - e altri affari, il quale ha sempre negato di aver saputo alcunché di questa vicenda.

Poche settimane dopo quell'incontro, scatta l'operazione Gotha. Finiscono tutti dentro. Rotolo, Cinà, il giovane Parisi e altri 40 uomini d'onore. Il 10 luglio 2006 viene arrestato Mercadante.
Al processo contro l'esponente di Forza Italia va anche Massimo Ciancimino, oggi testimone dell'inchiesta sulle trattative tra stato e mafia. Racconta della Palermo alto borghese dove stato, imprenditoria e mafia fanno affari. Il 3 maggio 2009 Ciancimino jr rivela: «Almeno tre volte, fra il 1999 e il 2002, ho visto Provenzano nella casa romana dove mio padre era ai domiciliari, vicino a piazza di Spagna. Mio padre era certo che ci fosse uno pseudo-accordo in base al quale Provenzano si poteva muovere tranquillamente, in Italia e all' estero».

In aula Mercadante ha negato il rapporto con Provenzano ma ha anche fatto chiaramente intendere di non avere alcuna intenzione di diventare il capro espiatorio dei rapporti fra mafia e politica. Nell’ammettere di aver conosciuto Leoluca Di Miceli, già finito in carcere con l'accusa di essere uno dei cassieri di Provenzano, ha fatto un’affermazione che è suonata come un messaggio a tutto il suo ambiente politico, «Nel 1996, non ero candidato. Di Miceli e suo genero Leo Pomilla sostennero Misuraca, candidato di Forza Italia alle regionali, chiamando in causa l’attuale presidente del Senato Schifani, in corsa per le nazionali... L' avrebbero votato a prescindere, perché Schifani era il solo candidato che si opponeva alla sinistra».

da l'unità.it


lunedì 27 luglio 2009

Stato confusionale

di Salvatore Borsellino

Si susseguono e si accavallano le dichiarazioni di Nicola Mancino e di Giuseppe Ayala ma quello che in ogni caso ne emerge è che Nicola Mancino sotto la spinta di quanto trapela dalle indagini in corso presso la Procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta, dalle frammentarie notizie che trapelano sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino e di Giovanni Brusca, dalla notizia delle tre ore di interrogatorio a cui è stato sottoposto Salvatore Riina nel carcere di Opera, sembra essere passato, da uno stato di amnesia profonda, prima a sprazzi di memoria che gli hanno fatto tornare in mente particolari che prima non ricordava, poi a ricordi frammentari che riguardano, guarda caso, persone ormai morte o perché vittima di stragi o per cause naturali, poi ad uno stato confusionale che lo porta a fare affermazioni in contrasto con quanto precedentemente dichiarato o in contrasto con quanto affermato da Giuseppe Ayala che, nell'intenzione dei fornirgli un aiuto, spontaneo o richiesto, lo ha cacciato ancora di più in un vicolo cieco di menzogne e parziali ammissioni dal quale gli riesce sempre più difficile tirarsi fuori.


Potrebbe essere questo il motivo per cui i Magistrati di Palermo e di Caltanissetta non lo hanno ancora convocato per interrogarlo: non essendo a conoscenza di quanto le due procure hanno già in mano grazie alle deposizioni di quanti sono stati interrogati o hanno deposto prima di lui, Nicola Mancino è costretto a giocare al buio e si sta avviluppando in una serie di parziali affermazioni, di parziali smentite, inverosimili "non so" e "non ricordo" che alla fine non potranno fare altro che ritorcersi contro di lui. Davanti a un Magistrato o in un'aula di Giustizia e molto più difficile usare l'espediente del "sono stato frainteso" tanto caro al nostro Presidente del Consiglio.

Sintomatici sono alcuni punti chiave.

L'incontro con Paolo: Nicola Mancino ha sempre negato che questo incontro sia avvenuto o si è rifugiato dietro l'incredibile affermazione di non conoscere fisicamente Paolo e quindi di non potere ricordare l'incontro anche se fosse avvenuto. Poi, a fronte della mia esibizione dell'agenda in cui di pugno di Paolo è annotato l'appuntamento ha cominciato ad ammettere, chiamando a testimone Vincenzo Parisi, ormai morto, che quell'incontro gli fu chiesto dallo stesso ma che poi in realtà non avvenne. Ora, forse dopo aver riletto le sua affermazioni e averne notato le contraddizioni, ritorna a dire che potrebbe essere avvenuto ma lui potrebbe non ricordare di avere stretto anche quella mano, come se si trattasse della mano di un qualsiasi postulante.
Potrebbe usare a sua discolpa ( ? ) la giustificazione di conoscere così poco quello che succedeva in quel tempo in Italia da non aver visto le riprese del funerale di Giovanni Falcone e quindi di non essersi chiesto chi era quel Giudice che trasportava a spalle la bara del suo amico Falcone e di poter credere, come affermò subito dopo la strage che "via D'Amelio non poteva essere considerata un obiettivo a rischio", tanto da non aver ritenuto che fosse necessario predisporre il divieto di sosta davanti al palazzo. Antonino Vullo, l'autista di Paolo scampato alla strage mi ha detto in questi giorni che in Via D'Amelio, quel pomeriggio, non era neppure stata fatta la "bonifica".

La trattativa: L'esistenza di questa trattativa è stata fino ad ieri sempre negata da Nicola Mancino, che la ha sempre definita come una ipotesi fantasiosa e irreale. Ora che le rivelazioni di Ciancimino e di Brusca concordano nel confermare l'esistenza di questa trattativa e ne fanno risalire l'inizio ad una data antecedente alla strage di Via D'Amelio, non può più continuare a negarne l'esistenza ma, continuando ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni, dice in una prima versione che una proposta di trattativa da parte della mafia ci fu ma che fu respinta da parte dello Stato, in una seconda versione che non ne ha mai saputo nulla ma se ne avesse avuto notizia la avrebbe sdegnosamente respinta, così come, dice, "avrebbe fatto Paolo". Nella versione definitiva, davanti ai magistrati forse sarà costretto a dire "come ha fatto Paolo" e a dirci quale siano state le conseguenze di questo rifiuto.

L'agenda: A fronte dell'esibizione dell'agenda di Paolo Nicola Mancino, in una sua intevista a LA7, ha mostrato fugacemente un planning in cui, alla data del 1° luglio non c'è annotato niente, come se questo fosse sufficiente a smentire quanto scritto di pugno nello stesso Paolo, nella sua agenda grigia.
Che quella mostrata possa essere l'agenda di Mancino è inverosimile, il 1° luglio era il giono dell'insediamento di Nicola Mancino al Viminale e, per una persona che ci teneva tanto ad essere "omaggiato" dalla folla di persone che dice fosse presente quel giorno nella sua stanza e nei corridoi del Viminale, il non avere quel giorno neanche un appunto nell'agenda é cosa al di fuori del credibile. Dalle dichiarazioni, concordate o meno, con Ayala, sembra emergere l'esistenza di un'altra agenda zeppa di appunti e in questa agenda, a quanto sostiene Ayala Mancino gli ha mostrato in quel giorno ancCorsivohe una annotazione relativa a Paolo Borsellino.
Sempre che di queste agende non ne esista tutta una serie da mostrare a seconda delle occasioni, Nicola Mancino farebbe bene ad esibire almeno anche questa seconda fantomatica agenda. Noi non abbiamo altre agende da esibire, quella più importante, quella rossa, in grado di inchiodare tutti i traditori che si annidano all'interno dello Stato e delle Istituzioni è stata sottratta e non sicuramente dalla mafia e su di essa si basano di sicuro i ricatti incrociati che reggono questa nostra disgraziata seconda repubblica.
Il pericolo è che venga utilizzata per far nascere una terza repubblica ancora più disgraziata di questa.

da 19luglio1992.com

A chi parla Toto' Riina

di Pietro Orsatti

Giancarlo Caselli ripercorre anni di lotta a Cosa nostra per spiegare le esternazioni del capo dei capi. Ecco i pericoli che rischiano ogni volta i pm quando si occupano di malaffari e politica, toccando imputati eccellenti.
«I rapporti fra mafia e politica, fra mafia e affari, sono materia torbida. Per capirlo, per fare una premessa, le cito una frase di Giovanni Falcone che ho inserito nel mio libro, una cosa che Giovanni scrisse quando questi richiedeva una legge sui pentiti, non ottenendola, legge che arrivò solo dopo le stragi: “Se è vero come è vero che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti con il mondo della politica e con centri di potere extraistituzionali, potrebbe sorgere il sospetto nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sugli inquietanti misteri di matrice politico mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.


Questo per dire che i rapporti fra mafia e politica sono un piatto sporco, e che in questo piatto sporco Riina, con i suoi ultimi messaggi, ha infilato le sue mani sporche». Questa la premessa. È indignato, il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli. Totò Riina ha utilizzato il momento di attenzione mediatica creatosi subito a ridosso dell’anniversario della strage di via d’Amelio, e grazie anche alle continue rivelazioni relative alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla cosiddetta trattativa fra mafia e pezzi dello Stato, per lanciare messaggi dal carcere di Opera attraverso il suo avvocato. Messaggi che «non vanno presi nel loro senso letterale », ma che comunque, pur se nascosti, sarebbero rintracciabili dietro alle parole del capo di Cosa nostra e perciò destano allarme.

Non a caso a Opera, ieri, si sono recati a interrogare il “capo dei capi” i magistrati che stanno seguendo il caso Borsellino e Caltanissetta. «Non è la prima volta che Riina parla da capo di Cosa nostra - racconta l’ex procuratore di Palermo -. Lo fece già a Reggio Calabria durante il processo per l’omicidio del giudice Scoppelliti nel maggio del ’94. In quell’occasione disse testualmente in aula davanti alle televisioni di mezzo mondo, a “reti unificate” si potrebbe quasi dire: “Il governo deve guardarsi dai comunisti. Ci sono i Caselli, i Violante, poi questo Arlacchi che scrive libri. La legge sui pentiti dev’essere abolita perché sono pagati per fare queste cose”. Anche allora, al di là della minaccia insita nel rivolgersi a Caselli, Violante e Arlacchi, voleva dire certamente qualcosa a qualcuno. Non so a chi. Come allora ancora oggi parla da capo di Cosa nostra, almeno di una parte, forse dei mafiosi detenuti».

La stagione di Caselli a Palermo è stata fondamentale per la lotta a Cosa nostra, con centinaia di arresti e condanne e sequestri di miliardi delle vecchie lire in beni e denaro. Una stagione che è stata anche quella dei processi “eccellenti”, come quello a Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri.

«Non dobbiamo mai dimenticare che Falcone e Borsellino, e il pool di Caponnetto che stava vincendo la mafia spiega Caselli - sono stati spazzati via professionalmente parlando. Il pool è stato distrutto, un metodo di lavoro vincente demolito, e Falcone fu costretto a lasciare Palermo. Tutto questo perché a un certo punto cominciarono a occuparsi di Ciancimino, dei cavalieri del lavoro di Catania, dei cugini Salvo e di mafia, affari, politica e istituzioni. Dopo le stragi, anche per noi finché ci siamo occupati di mafia bene, poi appena cominciammo ad occuparci di imputati eccellenti iniziarono i vuoti. Nulla di nuovo sotto al sole».

E i magistrati di Caltanissetta e Palermo che stanno riaprendo capitoli scottanti come quello delle stragi e quello dei soldi di Ciancimino, rischiano anche loro?

«Spero che non si ripeti per loro quello che è già avvenuto. Che appena ti avvicini a determinati livelli prima in maniera sorda poi sempre più esplicita iniziano le polemiche e sei accusato di questo o di quello. Spero che non succeda ma purtroppo è successo molte volte». Come accadde anche a Caselli per il quale venne addirittura confezionata una legge ad personam, poi risultata anticostituzionale, per impedirgli di concorrere alla procura nazionale antimafia.

da antimafiaduemila.com


Memento Mori

di Marco Travaglio

L'ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno.
Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante.

A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l’abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso). Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione». Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l’erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la strada del suo ufficio?).

Poi torna a negare: «È così,ho buona memoria. Del resto c’è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto). Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli - eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?

sabato 25 luglio 2009

Riina, tre ore di colloquio con i pm "Del patto mafia-Stato non so nulla"




per la prima volta il boss parla. Verbale secretato


di Salvo Palazzolo

PALERMO - "Io unni sacciu nenti di sti cose". Totò Riina perde presto l'aria di vecchietto ottantenne di paese che parla sottovoce, i suoi occhi sembrano incendiarsi quando il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari comincia a rivolgergli una domanda dietro l'altra sul "papello" e la trattativa durante le stragi del '92. In ogni domanda ci sono riferimenti precisi alle indagini e ai processi. Riina taglia corto: "Io non so niente di queste cose. Da me non è venuto nessuno". Dentro una stanzetta del carcere milanese di Opera, il capo di Cosa nostra in cella dal 1993 perde presto la pazienza quando si parla di "papello", si accalora, poi il tono della voce ritorna un sussurro. Comunque, ad ogni domanda c'è una risposta: è questa la vera novità che offre Riina rispetto al passato. Un tempo il padrino rifiutava qualsiasi contatto con i pm antimafia.

Per tre ore si è protratta ieri mattina l'audizione del capo di Cosa nostra davanti al procuratore di Caltanissetta Lari, al suo aggiunto Domenico Gozzo e al sostituto Nicolò Marino. I magistrati avevano deciso l'incontro dopo aver letto sui giornali le parole che il 18 luglio Riina aveva affidato al suo legale, Luca Cianferoni: "Io sono stato oggetto e non soggetto della trattativa".

Durante l'interrogatorio, Riina resta il capo di Cosa nostra che conserva tanti segreti. Declina gentilmente, ma con decisione, qualsiasi offerta di collaborazione con la giustizia. Però il verbale è stato secretato. E al termine dell'audizione Lari dichiara: "L'avevo detto che Riina voleva parlare con noi magistrati di Caltanissetta". I dettagli dell'audizione restano top secret. Di certo, i pm hanno fatto tante domande, anche sui punti più delicati del discorso fatto da Riina qualche giorno fa. Aveva detto: "Borsellino l'ammazzarono loro". Chi sono "loro"? Riina avrebbe risposto anche a questa domanda, naturalmente a modo suo. Aveva detto: "Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi". Davanti ai magistrati si sarebbe lanciato in un'analisi che vede un complotto di non ben identificati apparati. Anche qui c'è il Riina di sempre, con allusioni che adesso vorrebbero proporsi come "ragionamenti" da offrire alla valutazione ai magistrati.

Al termine dell'audizione, l'avvocato Cianferoni dice: "Abbiamo elementi nuovi per dire che ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori. Il processo celebrato per via d'Amelio è stata una montatura". Il riferimento è al dichiarante Gaspare Spatuzza, che a Caltanissetta sta mettendo in discussione gli ergastoli che sembravano acquisiti. Cosa c'entrino le rivelazioni di Spatuzza con l'audizione di Riina è un altro punto che resta top secret. Di certo, il tema della revisione dei processi è stata sempre una delle "passioni" di Riina. Evidentemente, anche dopo 16 anni di carcere, il padrino resta attento alle esigenze del suo popolo di mafiosi in cella.

La Procura di Caltanissetta continua a cercare fra i 57 giorni che restarono a Borsellino dopo la morte di Falcone. "Il magistrato aveva scoperto la trattativa?", è la domanda chiave dell'inchiesta. Ieri, l'ex pm Giuseppe Ayala ha detto di aver saputo dall'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino di un suo incontro "del tutto casuale" con Borsellino, il giorno dell'insediamento al Viminale. Replica Mancino: "Ayala afferma ciò che non ho mai escluso, e cioè che è stato possibile aver stretto, fra tantissime mani, anche quella di Borsellino. Cosa ben diversa da un incontro e da un colloquio".

da repubblica.it

venerdì 24 luglio 2009

I documenti di don Vito e la cassaforte di Ciancimino jr, indagini trattativa ad una svolta

Vito (sn) e Massimo Ciancimino in una foto d'archivio del 1991

di Silvia Cordella

Palermo - Si profila una nuova stagione di fermento investigativo intorno alle indagini delle Procure antimafia impegnate a scoprire le trame occulte ancora nascoste dietro la morte del giudice Paolo Borsellino. La strada imboccata dai magistrati palermitani Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, titolari del processo all’ex capo dei servizi segreti Mario Mori, sembra quella giusta.
I risultati li vedremo presto ma gli ottimi presupposti sono già sotto gli occhi di tutti. Le dichiarazioni dell’ultimogenito di casa Ciancimino, testimone diretto della trattativa che nel 1992 interessò parti dello Stato e Cosa Nostra, hanno riaperto il dibattito sulle responsabilità politiche che probabilmente determinarono l’accelerazione della morte di Borsellino. Il livello delle indagini è alto come alti sono stati gli interessi dietro la strage di via d’Amelio, tanto che lo stesso Massimo Ciancimino messo alle strette dai magistrati, ha esclamato “sono cose più grandi di me”.
Per questo forse dopo la morte di suo padre, avvenuta il 19 novembre 2002, il giovane Ciancimino si era eclissato senza mai dire una parola in una Palermo che restava invece molto attenta alle sue folli spese tra barche di lusso e borse di Hermes. Un marchio indelebile e un cognome pesante da portare. Fino al gennaio 2008 quando lui, l’erede del patrimonio e dei segreti di don Vito, ha deciso di rompere il silenzio con un’intervista a Gianluigi Nuzzi, giornalista di Panorama. Da allora Massimo Ciancimino ha maturato la convinzione crescente di dire la verità su suo padre e su quel mondo che fin da piccolo lo ha legato a Cosa Nostra. Così si è raccontato negli studi televisivi di “Iceberg”, una trasmissione di carattere politico condotta da David Parenza su TeleLombardia in occasione della presentazione del libro “Vaticano Spa” scritto dallo stesso Nuzzi, con la presenza di Giacomo Galeazzi (vaticanista de “La Stampa), Luigi Li Gotti (avvocato e Senatore Idv in Commissione Giustizia), Giuseppe Lo Bianco (cronista Ansa di Palermo) Nando dalla Chiesa (Senatore Pd, sociologo) e Gaetano Pecorella (avvocato e Senatore Pdl). “Nel 2008 – ha detto Ciancimino Jr. - sono stato chiamato a rispondere a delle domande dai magistrati che conducono le inchieste sulla trattativa”. “Ho Risposto ai pm non perché cerco impunità” - ha precisato – “non sono un pentito e non aspiro ad entrare in nessun programma di protezione”, ma sono un “testimone”. Tecnicamente un teste di reato connesso, perché Ciancimino è stato condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione per aver speso e reinvestito soldi provenienti dal patrimonio accumulato illecitamente da suo padre. “Una volta – ha continuato – mentre andavo a trovare il dottor Falcone per parlare della condizione di mio padre, allora detenuto a Roma, mi disse che i miei guai sarebbero finiti quando mio padre non ci fosse stato più. Successivamente quando glielo raccontai lui commentò questa frase affermando: i tuoi guai cominceranno quando io non ci sarò più”. E in effetti, ha sottolineato Ciancimino, per una strana coincidenza, il giorno stesso della morte di don Vito lui è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di riciclaggio con l’aggravante dell’art. 7, per aver favorito Cosa Nostra. Aggravante archiviata in sede di rinvio a giudizio.
Massimo davanti alle telecamere si è sottoposto alle domande degli ospiti in studio ma a Lo Bianco che gli chiedeva se avesse consegnato alla Procura il famigerato “papello” (il foglio contenente le richieste che nel ’92 Riina inoltrò allo Stato in cambio della fine delle stragi) Ciancimino si è trincerato dietro il silenzio: “non posso rispondere – ha detto - la magistratura ha le carte, ha tutto e avrà tutto”. Sono passati quasi vent’anni da quel 1992 e benché lo stesso Vito Ciancimino avesse chiesto per sette volte di parlare alla Commissione parlamentare Antimafia nessuno mai ha voluto sentirlo. In realtà, ha detto Nando Dalla Chiesa, “Vito Ciancimino non è mai stato convocato perché si temeva che usasse la Commissione per intorbidire le acque e lanciare messaggi difficilmente decifrabili e per rendere più difficilmente comprensibile quello che era accaduto”. Al contrario, il carattere delle rivelazioni di suo figlio non sembra così. Bisogna però capire qual è il filo che collega tutti i più grandi misteri o omicidi eccellenti del nostro Paese. Per esempio perché don Vito incontrava Provenzano, all’epoca latitante, nella sua casa di Roma durante i domiciliari tra il 2000 e il 2002? Perché è stato perquisito con un ritardo di diciotto giorni il covo di Riina? Perché i carabinieri non andarono a catturare Provenzano nelle campagne di mezzojuso? E ancora chi ha preso l’agenda rossa di Paolo Borsellino? Chi e perché è entrato nella casa del Gen. dalla Chiesa la notte del delitto? Perché è stata aperta la sua cassaforte? Il processo ha chiarito che erano stati uomini delle istituzioni. “Il fatto – ha spiegato dalla Chiesa – è che c’è una linea che parte da Portella della Ginestra con personaggi diversi che ereditano le stesse relazioni. Che si trasmettono per cultura, per mentalità, per compromissioni, intrecci e dunque è vero, come ha detto anche Nuzzi, che Ciancimino agli arresti domiciliari doveva essere sorvegliato”. “Non era l’unico mafioso politico ma era quello più vicino ai corleonesi”. Insomma anche se “è sbagliato generalizzare” i punti in chiaro-scuro sono davvero tanti. La parola d’ordine a questo punto è “verità” ma l’istituzione di una nuova commissione stragi oggi è tardiva “ci sono già le Procure che se ne stanno occupando” e che hanno già iniziato ad interrogare i politici di allora come l’ex presidente della Camera Luciano Violante, all’epoca presidente della Commissione parlamentare Antimafia.
Insomma all’indomani della commemorazione del 17° anno della strage di via d’Amelio le indagini sono a un punto di svolta. Le anticipazioni sui documenti di don Vito chiusi in una cassaforte mai perquisita e i manoscritti sugli incontri avvenuti tra l’ex sindaco di Palermo e i militari del Ros stanno suscitando sgomento, tanto da richiamare l’attenzione di Totò Riina che ribadisce ancora una volta attraverso il suo avvocato di essere stato venduto. Ma c’è un fatto nuovo in tutto questo scenario, come ha affermato l’avv. Li Gotti. Esiste “la conferma del vicepresidente del Csm Nicola Mancino dell’esistenza della trattativa finora negata”. Mancino infatti affermando su “La Repubblica” del 20 luglio scorso, “noi l’abbiamo sempre respinta” ha presupposto per la prima volta che “c’era un tentativo di Cosa nostra di avviare una trattativa”. Dunque di quale contrattazione si tratta? E “quando si colloca il suo inizio?” “Ciancimino dev’essere in grado – ha concluso Li Gotti – di fornire punti di riferimento certi perché riuscire a collocare nel tempo l’inizio della cosiddetta trattativa ci aiuterebbe a capire anche il perché della strage di via d’Amelio”.

da antimafiaduemila.com

NEWS - Riina interrogato in carcere per oltre tre ore


Milano - Totò Riina, a lungo uno dei capi di Cosa Nostra, è stato interrogato oggi per circa tre ore nel carcere di Opera (Milano) dai magistrati della procura di Caltanissetta che indagano sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, nelle quali furono uccisi rispettivamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre agli uomini di scorta. Al termine dell'interrogatorio, i magistrati hanno lasciato l'istituto di pena senza fare dichiarazioni. L'avvocato Luca Cianferoni, che ha assistito Riina, si è intrattenuto brevemente con i giornalisti, senza tuttavia entrare nello specifico delle dichiarazioni fatte da Riina ai magistrati.

Legale Riina: "Per stragi innocenti in carcere"


Milano - Per le stragi del '92 ''ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori". Lo ha detto l'avvocato di Totò Riina, Luca Cianferoni, lasciando il carcere di Opera (Milano) dove il boss è stato interrogato stamani dai giudici di Caltanissetta che indagano sulle stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L'avvocato non ha voluto confermare quanto il suo assistito avrebbe dichiarato nei giorni scorsi riguardo il coinvolgimento di una mano esterna alla mafia negli eccidi di Capaci e via D'Amelio. "E' una domanda a cui non posso rispondere". Luca Cianferoni ha aggiunto che, a sua avviso, il processo, già celebrato, per la strage di via D'Amelio "é stata una montatura". "Ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori", ha aggiunto il legale, secondo il quale "ci sono elementi nuovi per poterci difendere".

da ansa.it

La morsa delle bugie


di Salvatore Borsellino

Ricevo in questo momento la trascrizione di una intervista telefonica di Floriana Rullo a Giuseppe Ayala realizzata il 23 luglio 2009 per il quotidiano online "Affari Italiani.it"


Giornalista (posizione 5' 45"): "L'agenda rossa di Borsellino, tanti misteri attorno a quest'agenda che non si trova più. Mancino che dice di non aver mai incontrato Borsellino. Pare che ci fosse un appuntamento scritto con Borsellino. Che fine ha fatto secondo lei quest'agenda?" Ayala: "Ma guardi, io ho parlato personalmente con Nicola Mancino che naturalmente è persona con cui ho un ottimo rapporto, siamo stati per diversi anni colleghi in Parlamento, in Senato. Mancino ha avuto un incontro con Borsellino del tutto casuale il giorno in cui Mancino andò per la prima volta al Viminale a prendere possesso della sua carica ministeriale". Giornalista: "Ma perchè lui allora continua dire di no, che non ha mai avuto quest'incontro?"

Ayala: "No, No, lui ha detto che l'ha avuto questo incontro, come no. Lo ha detto anche a me. Le dirò addirittura di più, forse svelo una cosa privata. Mi ha fatto vedere l'agenda con l'annotazione perchè lui è di quelli che ha le agende conservate con tutte le annotazioni. Per cui francamente io non ho elementi per leggere nessuna dietrologia dietro a quest'incontro. C'era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della Polizia di allora Parisi, arriva il nuovo ministro e Parisi gli dice "C'è da me il giudice Borsellino, gradisce salutarlo?" Mancino gli dice "Si figuri". E Borsellino fu accompagnato nella sua stanza in mezzo a tanta altra gente e tutto si risolse in una stretta di mano. Con la scomparsa dell'agenda rossa io il collegamento con Mancino faccio molta fatica a farlo, ma molta fatica. Sono certo che quell'agenda è scomparsa...".



Resto interdetto di fronte a questo inaspettato "assist" che Giuseppe Ayala, il quale dichiara nei confronti dello stesso una stima che sicuramente non condivido, fornisce a Nicola Mancino il quale, stretto nella morsa delle sue bugie relativamente all'incontro avuto con Paolo in una stanza del Viminale il 1° luglio del 92, è stato finora costretto a cambiare periodicamente versione ammettendo ogni volta qualcosa di più rispetto a quello che aveva ammesso fino a quel momento.

Non so però quanto questo "assist" fatto da Giuseppe Ayala e non so se "chiamato", volendo usare un linguaggio calcistico, possa risultare valido e quanto possa risultare utile a chi, ormai messo nell'angolo dalle concordanti dichiarazioni di più collaboratori di giustizia, sembra sempre più freneticamente cambiare la propria versione su quell'incontro passando nel corso del tempo da una completa negazione dello stesso a una parziale ammissione di una richiesta di un incontro con Paolo Borsellino da parte di Parisi, incontro poi non avvenuto. Il tutto suffragato, a suo avviso, dall'assurda dichiarazione di non conoscere fisicamente Paolo Borsellino e dal puerile tentativo di far parlare i morti mettendo in bocca a Paolo una negazione dell'incontro della quale non c'è alcun riscontro.

Ora Ayala, nel suo tentativo di assistere Mancino credo non faccia altro che metterlo ancora di più con le spalle al muro.

Finora Mancino ha sempre negato di avere incontrato Paolo Borsellino o, al massimo, di non poterlo ricordare. Ayala dice che quell'incontro è stato ammesso da Mancino seppure nel corso di una conversazione privata e che quella fatidica mano che Mancino non ricorda di avere mai stretto invece adesso ricorda di avergliela stretta nella sua stanza e in mezzo a tanta gente.

Quella gente non era gente qualsiasi, era gente che veniva ammessa al Viminale a salutare un ministro, anzi ad "omaggiare" un ministro come ha detto in passato lo stesso Mancino. Mancino soffre oggi di una grave amnesia, sembra anzi avere dei seri problemi che lo portano ad una grave alterazione dei ricordi, ma non ci sarà stato tra la "folla" di persone presenti qualcuno che non ha gli stessi problemi e che, meglio di lui sia in grado di ricordare?

Ma ancora più grave, nello "assist" di Ayala, è la storia dell'agenda.

Pochi mesi fa, in una intervista a LA7 registrata dalla giornalista Silvia Resta, io esibii una pagina relativa al primo luglio 1992 dell'agenda grigia di Paolo, nella quale era chiaramente riportato alle ore 19:30 un appuntamento con Mancino, sicuramente avvenuto perchè Paolo compilava quell'agenda, annotandovi anche le sue spese giornaliere, alla fine della giornata.

Nella intervista di risposta sulla stessa emittente Mancino esibì, tirandola fuori da un cassetto chiuso a chiave della sua stanza, quella che secondo lui avrebbe dovuto essere la risposta all'appunto autografo di Paolo. Si trattava di un planning settimanale, come quelli che usano le segretarie per annotare gli appuntamenti, nel quale, seppure tenuto davanti alle telecamere per pochi istanti, si riusciva a distringuere la compilazione di sole 3 (tre !) righe nel corso dell'intera settimana.

Mi chiedo allora, o meglio chiedo a Nicola Mancino : si tratta della stessa agenda di cui parla oggi Giuseppe Ayala, o c'è una serie di agende da mostrare a seconda delle circostanze e delle convenienze e soprattutto chiedo a Nicola Mancino se accusa Paolo di avere preparato, con quella annotazione fatta il 1° luglio, un falso da utilizzare dopo la sua morte per accusarlo, visto che allo stato attuale delle cose di una vera e propria accusa si tratterebbe, di un incontro che non ci sarebbe mai stato ?


Non sarebbe meglio per Nicola Mancino uscire invece da questa spirale di amnesie e versioni sempre differenti della stessa circostanza e dire, prima di essere costretto a farlo davanti a un giudice, la verità rispetto a quell'incontro?

O quella verità è troppo terribile per poterla confessare?

da 19luglio1992.com

Dopo 13 anni, oggi Riina interrogato

di Guido Ruotolo
Giustifica
ROMA - L’aveva detto, il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, l’altro giorno, dopo il messaggio trasmesso attraverso il suo legale: «Totò Riina vuole dirci qualcosa. E’ abbastanza chiaro che quel suo messaggio era diretto a noi, ai titolari delle indagini sulle stragi: i magistrati di Caltanissetta». E così, oggi, quei magistrati che indagano sulle autobombe di Capaci e di via D’Amelio andranno a trovarlo nel carcere di Opera, Milano. Chissà se questa volta il capo dei Corleonesi, Totò Riina, risponderà alle domande del procuratore Lari, dei pm Domenico Gozzo e Niccolò Marino (accompagnati dai funzionari della Dia). Chissà se vorrà spiegare, fornire forse anche degli elementi a sostegno della sua accusa. Venerdì, il suo legale, l’avvocato Luca Cianferoni comunicò il suo pensiero: «La strage Borsellino l’hanno fatto loro». Insomma lo Stato. Chissà se oggi vorrà spiegare quel suo riferimento alla trattativa tra Stato e Cosa nostra: «Quella trattativa è stata fatta sopra di me». Insomma, lui è stato la vittima designata, l’agnello sacrificale. Chi ha trattato e per conto di chi? L’avvocato Cianferoni ha escluso che Riina pensi che a venderlo sia stato Bernardo Provenzano. Sono passati tredici anni dall’ultima volta di Riina di fronte ai magistrati. Era il 22 aprile del 1996, aula bunker di Firenze. L’allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, e quello di Palermo, Giancarlo Caselli, provarono a farlo parlare. Neppure il tempo di finire la prima domanda che Totò Riina interruppe Vigna: «Dottore, la prego si fermi lì...». Niente da fare: «Lei ha sbagliato persona... la prego di risparmiare il fiato... mi faccia il piacere io non parlo, io ho il diritto di non rispondere... non vorrei fare il maleducato...». Fu un tentativo andato a vuoto. Non che il Capo dei Corleonesi, in questi anni, non abbia mai esternato. Lo ha fatto attraverso il suo legale, l’avvocato Cianferoni. O direttamente, dalle gabbie dei processi, rispondendo alle domande dei presidenti delle Corti d’assise. Per scagliarsi contro i pentiti. Come quella volta a Reggio Calabria, nel corso del processo per l’omicidio del giudice Scopelliti, che doveva sostenere l’«accusa» in Cassazione contro Cosa nostra. Allora sputò veleno contro i «comunisti», contro Luciano Violante e Giancarlo Caselli. I pentiti, erano il suo tarlo: «Sono gestiti, vanno a braccetto, non portano riscontri». E nelle aula dei processi, si è difeso negando addirittura l’esistenza di Cosa nostra: «Non ne ho mai sentito parlare se non attraverso i giornali e le televisioni». Altre volte, è stato anche più provocatorio: «Signor Presidente, mi domando e ci domando, io in questo processo che ci sto a fare?». Il tempo trascorso in carcere, un figlio all’ergastolo, un altro scarcerato. La famiglia, gli acciacchi dell’età. Il procuratore di Caltanissetta ipotizza che Riina immagini cosa abbia rivelato sulle stragi palermitane il pentito Gaspare Spatuzza, e che si aspetti una svolta nelle indagini. A «Repubblica» che gli chiedeva se avrebbe ascoltato Riina, il procuratore Lari aveva risposto: «Bisognerà valutare se vuole davvero parlare. Certo, noi siamo pronti e faremo tutti i passaggi necessari». Evidentemente, l’incontro di stamani non dovrebbe essere al buio. I magistrati di Caltanissetta potrebbero avere avuto dei contatti e delle risposte affermative dal suo avvocato. E, dunque, oggi nel carcere di Opera, per la prima volta, il capo di Cosa nostra potrebbe dettare al verbalizzante: «Intendo rispondere...». Ricordava Luciano Violante nell’intervista a «La Stampa»: «Quando parla un capo di Cosa nostra non lo fa certamente per favorire la democrazia o lo Stato».

da lastampa.it