domenica 31 maggio 2009

Le dieci domande che MicroMega rivolge a James Bondi

di Andrea Scanzi

Ieri, a Ballarò, Sandro Bondi mi è piaciuto molto. Per equilibrio, nettezza e imparzialità. Ammetto però di essere di parte: Bondi mi piace sempre. Anche fisicamente.

Grazie a James Bondi (e a Maurizio Belpietro), ora sappiamo che Repubblica ha basato la campagna diffamatoria contro Berlusconi affidandosi a un noto pregiudicato, Gino Flaminio, che millanta di essere un ex fidanzato di Noemi Letizia ma che è solo uno che nel giugno 2005 fu arrestato - con rito direttissimo - per rapina.

Grazie Bondi. Se Flaminio è un pregiudicato, non può parlare. Mentre Berlusconi, che mai ha avuto problemi con la legge, o di ciò minimo sentore, può dire e fare tutto quello che vuole.

Come sempre hai ragione tu, James Bondi. Che si vergognino, questi comunisti senza cuore e dignità. Tu sì che sei il Che Guevara del centrodestra: Hasta Bondi Siempre. El Bondi unido jamás será vincido.

Vamos.

Così ieri a Ballarò (nota cellula di Al Qaeda). Ascoltiamolo, leggiamolo. Amiamolo. Anche fisicamente. Con passione, trasporto e fulgore. Perché il suo nome è Bondi, James Bondi.


[continua dopo il video]





James Bondi, File 1: “Lei è ancora più estremista e irrispettoso delle persone, gliel’ho già detto (sta parlando col fantasma di Pol Pot? No, con Don Franceschini). Più irrispettoso delle persone di quanto non sia Di Pietro (preso a massimo esempio di nefandezza umana, manco fosse Mengele). E mi dispiace che un cattolico come lei sia così poco rispettoso della dignità delle persone…No non mi interrompa, non mi interrompa. Leeeei (citazione ravettiana) Franceschini deve vergognarsi in coppia con il direttore de La Repubblica. Voi dovete VERGOGNARVI! Dovete vergognarvi. Nooooo, si vergogni Lei” (sì, abbiamo capito: devono vergognarsi).

James Bondi, File 2: “Le spiego perché deve vergognarsi (oh, ecco: spiegalo). No, non esagero affatto…lei… sta sottovalutando (si rivolge al compagno Floris)… lei…s…st…lei (sì, lei: e poi? Non incepparti proprio adesso, James; sei tutti noi)… questsremersnacsimprt (traduco da Bondi Codice Fiscale Mode On: “questa sera è emersa una cosa importante”). Che il direttore di Repubblica ha fatto un’intervista ad una persona…. Faccio una parentesi (nooooooooooo, la parentesi noooooo)… Franceschini e il direttore di Repubblica (che avrebbe un nome: Ezio Mauro) dicono: “Ma noi non abbiamo fatto niente, noi facciamo informazione” (veramente, che faccia informazione, è forse l’unica sciocchezza che Franceschini non ha mai detto).

James Bondi, File 3: “Sono mesi che atnrano (”attaccano”, credo volesse dire “attaccano”. Bondi mangia tanto: anche le parole)…questa sera è emerso Direttore (ah, è finita la parentesi: daje Sandrino, inchiodali tutti alla loro pochezza) che lei ha fatto un’intervista, l’ho appreso adesso dal direttore di Panorama, a una persona, a un giovane, che è stato…. (qui si era dimenticato di dove fosse)… se non ho capito male (eh, forse)… arrestato e condannato per due anni e sei mesi per rapina… No no no, non si preoccupi (ma chi si preoccupa?)…Le risulta questo? Mi risponda se può rispondermi (eh, magari se lo fai parlare ti risponde)…Lei ha intervistato una persona che ha infangato l’enrdelpresd” (qui, scusate, non ho proprio capito cosa cavolo volesse dire: forse “l’onore del Presidente”, che ha però subito una contrazione semantica oggettivamente spietata).


James Bondi, File 4: “Fcunatrdmnd (”faccio un’altra domanda”), se lei può assistermi (”lei” è Floris, che non si capisce cosa dovesse “assistere“). Lei può dirmi e può dire (ora si rivolge a Mauro) al pubblico che ci ascolta se il suo giornale ha dato diciamo così un cachet… (qui fa una pausa perché impaurito dal suono della parola “cachet”, a lui ignoto)… a questa persona che ha rilasciato l’intervista…glielo chiedo… e lei è disposto a mettere in gioco anche il suo ruolo di giornalista per questo (Mauro risponde “certo“)… benissimo… la ringrazio”. E qui si ferma, lasciando intendere che ha dimostrato di avere ragione. Ovviamente non ha dimostrato una beata ceppa, ma è uguale.

James Bondi, File 5: Franceschini gli dà del tu, scatenando l’ira funesta di James Bondi. “Nooooo, nmddt (”non mi dia del tu”), nsnsmico (”non sono suo amico”)… Franceschini non mi dia del tu… io non la cono… (voleva dire “io non la conosco”, ma sarebbe stata una bischerata troppa grossa anche per lui)…io non ho rapporti di amicizia con lei (e nemmeno con la democrazia, verrebbe da aggiungere, ma in fondo chi se ne frega)…. E non ho rapporti di amicizia con persone che trattano così delle altre persone (direi un’altra volta “persone”: così, per amor di ridondanza)…. Va bene… noooo, non faccia delle ironie, non faccia delle battute (Franceschini lo aveva appena chiamato “Eccellenza”)… lei fa delle battute di cattivo gusto, sa fare soltanto quelle (se per Bondi il buon gusto sono le sue poesie, Franceschini è autorizzato ad andare a Zelig)… sa soltanto offendere le persone, questo sa fare lei… n, nn asclt (”no, non ascolto”. Bondi è golosissimo di “o”: sono tonde come lui) una persona che mi dà del tu”.

Tale e tanta è la forza di questi messaggi, che quasi ci tremano le gambe (e un po’ pure il duodeno). Tale e tanta la fascinazione che sento l’esigenza - un po’ criminosa, ma giusto un po’ - di rivolgere anch’io, come Repubblica, dieci domande a James Bondi. Certo che non rimarranno inevase.

  1. Santissimo Bondi, Lei c’è o ci fa?
  2. Come ha conosciuto Vanity Fair e perché ogni settimana si ostinano a pubblicare ciò che Lei chiama - con invidiabile licenza poetica - “poesie”?
  3. Come è riuscito a far passare per bravo e urticante persino Franceschini?
  4. La Sua pettinatura è naturale o un tributo al Ventennio?
  5. Borbottava anche da comunista o è diventato così dopo aver conosciuto Borghezio?
  6. Lei ha scritto: “Bellezza del soccorso/ sensuale ironia/ vigore dell’amore/ intrepida solitudine“. Stava parlando di Veronica Lario. Lo riscriverebbe ancora?
  7. Quando scrive cose tipo “Vita assaporata/ vita preceduta/ vita inseguita/ vita amata/ vita vitale/ vita ritrovata/ vita splendente/ vita disvelata/ vita nova” (dedicata a Silvio Berlusconi); oppure “Antro d’amore/ rombo di luce/ parole del sottosuolo/ fiume di lava/ ancora di salvezza” (dedicata a Giuliano Ferrara); oppure ancora “Fra le tue braccia magico silenzio/ fra le tue braccia intenerito ardore/ fra le tue braccia campo di girasoli/ fra le tue braccia sole dell’allegria” (dedicata alle nozze di Elio Vito): ecco, quando scrive queste cose, si droga o come surrogato lisergico Le basta Cicchitto?
  8. Perché ha deciso di farsi doppiare da Rosa Russo Jervolino mentre flirta su Skype con Mario Giordano?
  9. Se Lei dovesse paragonarsi a un grande statista del passato, preferirebbe Bombolo, Mal dei Primitives o Scaramacai?
  10. Ne ha ancora per molto?

E ora scusate, vado a chiedere l’amicizia su Facebook a Sandro Bondi.

da micromega

sabato 30 maggio 2009

Perchè Silvio Berlusconi non risponde alle 10 domande... della "Padania"?


di Stefano Corradino

"Berlusconi mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo". Il titolo di quest'articolo non è nè di Marco Travaglio nè di Peter Gomez. Non è la traduzione dall'inglese o dallo spagnolo di quotidiani come il "Financial Times" o "El Pais", nota stampa comunista... Il titolo è di un articolo scritto nel luglio 1998 da Max Parisi su "la Padania", il quotidiano della Lega. Erano i tempi in cui la Lega sparava a zero contro Berlusconi con molta più veemenza di quanto faccia oggi il centro sinistra... L'articolo è riemerso in questi giorni dal social network Facebook ma è rintracciabile facilmente sulla rete insieme ad altri sferzanti corsivi di quel periodo che il giornale di Umberto Bossi ha poi scrupolosamente rimosso dall'archivio, ossequiando l'attuale stretta alleanza con il Cavaliere.

"Basta", scriveva Parisi. "Basta con questa indicibile manfrina messa in piedi dai mezzi di comunicazione di massa sulle vicende giudiziarie - specialmente quelle palermitane - di Silvio Berlusconi. È arrivata l'ora delle certezze definitive. Di seguito presento al signor Berlusconi una serie di domande invitandolo pubblicamente a rispondere nel merito con cristallina chiarezza affinché una volta per tutte sia lui in prima persona a dimostrare - se ne è capace - che con Cosa Nostra non ha e non ha mai avuto nulla a che fare. A scanso di equivoci e strumentalizzazioni, già da ora - signor Berlusconi - le annuncio che nessuna delle notizie sul suo conto che leggerà in questo articolo è frutto di "pentimenti", e nessuna delle domande che le sto per porre si basa o prende spunto anche fosse in modo marginale dalle parole dei cosiddetti "pentiti". Tutto al contrario, esse si basano su personali indagini e su documenti amministrativi che in ogni momento - se lo riterrà - potrò inviarle perché si sinceri della loro autenticità..."

A questa premessa seguono 11 domande. 11 sciabolate rivolte al presidente del Consiglio: le proprietà, gli affari, i conflitti di interesse, i rapporti con personaggi le cui fedine penali erano non proprio intonse... 11 fendenti così ardimentosi da far apparire i mitici Bob Woodward e Carl Bernstein del Watergate come pavidi cronisti. Silvio Berlusconi allora non rispose e querelò il quotidiano leghista.

In questi giorni il quotidiano diretto da Ezio Mauro continua a pubblicare 10 domande rivolte al premier sull'"Affaire Noemi". Per questo rivolgiamo un accorato appello al Cavaliere: se non vuole rispondere ai dieci quesiti di Repubblica (quotidiano notoriamente bolscevico e sovversivo...) perchè, a 11 anni di distanza non replica agli 11 interrogativi (o anche solo a dieci) posti dal quotidiano di un partito alleato?

"Punto per punto, nome per nome. È un'occasione d'oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d'ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo".

P.S. Quest'ultimo virgolettato non è di Ezio Mauro, Concita De Gregorio o Gabriele Polo, ma la conclusione del sopracitato articolo di Max Parisi. Sulla Padania. Quotidiano della Lega. Luglio. 1998.

da articolo21.info

venerdì 29 maggio 2009

Gip archivia querela Schifani contro pentito


Firenze - Il gip Michele Barillaro ha archiviato la querela che era stata presentata dal presidente del Senato, Renato Schifani, nei confronti del collaboratore di giustizia Francesco Campanella.

Il giudice ha accolto la richiesta della procura che aveva chiesto di archiviare il procedimento a carico di Campanella, nato da una querela di Schifani, su dichiarazioni rese dal pentito durante un'udienza del tribunale di Palermo in trasferta a Firenze. Secondo il gip, infatti, non ci sarebbe stata una "diretta volontà di offendere". Si è trattato di dichiarazioni che non hanno avuto "alcun positivo riscontro" e che sono risultate "in taluni casi, palesemente infondate". Francesco Campanella aveva affermato che nel 1994 l'allora sindaco di Villabate (Palermo), Giuseppe Navetta, aveva conferito a Renato Schifani un incarico di consulente urbanistico relativo al Prg per favorire Antonio Mandalà, ritenuto esponente di spicco della mafia di Villabate. Secondo il giudice, è provato che Schifani venne nominato prima dell'approvazione del Prg e che, nel 1994, Mandalà non era ancora indagato per mafia (venne arrestato nel 1998). Campanella aveva, inoltre, affermato che Schifani e l'ex ministro Enrico La Loggia parteciparono al matrimonio di Mandalà. Schifani, scrive il giudice, "non negava in toto, significando di essere stato presente solo alla cerimonia quale atto di cortesia verso un cliente dello studio ove lavorava". Secondo il giudice, "una mera frequentazione professionale" non impone "l'onere per il professionista di recidere i predetti rapporti per via del sospetto (ammesso che tale fosse) di illecite condotte del proprio assistito in tutt'altri contesti consumate e sfociate peraltro, solo anni dopo, in procedimenti penali".

da ansa.it

Santus: "Sono finiana ma non posso votare Pdl"

È stata presidente del "Comitato per Fini premier", capolista di An alle ultime comunali di Torino, scrive sul "Secolo d'Italia" ed è tra i promotori di "Farefuturo", la fondazione del presidente della Camera. Insomma è, come lei stessa precisa, una «finiana di ferro». Eppure Daniela Santus, docente di Geografia Culturale all'Università di Torino, alle europee voterà Ivan Scalfarotto, candidato del Pd nella sua circoscizione (Nord Ovest).

Lo ha anche scritto in una lettera che ha spedito ad alcuni amici, rassicurandoli sul fatto che da parte sua non c'è «nessuno spostamento a sinistra»: «Io sono sempre la stessa, le mie idee sono quelle di sempre, sulla stessa linea del presidente Gianfranco Fini. Ma è proprio per questo motivo che non posso votare Pdl. Un partito che è l'incarnazione del premier Silvio Berlusconi». In particolare, la docente di Geografia culturale punta il dito contro la riforma Gelmini, la mancanza di rispetto della Costituzione, la vicenda Englaro, la poca difesa della laicità dello Stato.

Raggiunta al telefono, Daniela Santus conferma che quella lettera non è uno scherzo. «Se Fini fosse stato candidato avrei votato lui, chiaro. No, a mio parere non c'è nessuno nella lista del Pdl che rappresenti le sue idee. Sì, ho scelto Scalfarotto, un voto alla persona, non al partito. Perché? Ho fatto un po' di ricerche sul periodo precedente alla sua candidatura (perché sappiamo quanto valgano le promesse fatte in campagna elettorale) e ho visto che si è speso per la laicità dello Stato, per il diritto di tutti a non essere discriminati in base al proprio genere o al proprio orientamento sessuale, per il rinnovamento della classe politica». E poi c'è il fatto che Scalfarotto, «come me, fa parte dell'associazione Luca Coscioni, e non ha avuto paura a prendere le distanze dalla dalemiana equivicinanza e dichiarare che sta con Israele».

È proprio dai tempi del viaggio di Fini in Israele che la Santus si è avvicinata all'attuale presidente della Camera. Gli scrisse anche che aveva «un sogno», cioè «un Kadima italiano costruito dalle migliori menti italiane, di destra e di sinistra». Racconta: «Lui mi rispose di suo pugno che avrebbe partecipato volentieri ad un simile progetto. Da allora tra noi c'è, spero sia anche lui d'accordo, una bella amicizia intellettuale». Dice che al congresso fondativo del Pdl l'ha visto «molto solo» e che lei continua a sperare nella nascita del Kadima italiano «magari sotto la guida di Gianfranco Fini».

Superfluo domandarle che cosa ne pensi di Berlusconi. Un po' perché risponde «volevo Fini premier, non basta?». Un po' perché ribadisce che non voterà Pdl proprio perché è «l'incarnazione» del capo del governo.

da l'unita.it

Lettera di papi Berlusconi agli italiani.

"Cara amica, caro amico,

a un anno dalle ultime elezioni politiche ci troviamo a dover affrontare una breve ma decisiva campagna elettorale. In poche settimane i comunisti sono riusciti nel record negativo di infangare con la menzogna la mia reputazione, costruita con fatica in 50 anni di duro lavoro con l'aiuto dell'avvocato Cesare Previti e del bibliofilo Marcello Dell'Utri. L'ingiusta condanna per corruzione di Mills, che io non ho mai conosciuto, da parte della toga rossa Gandus, e la mia presunta frequentazione con una minorenne di nome Noemi, ragazza di buona famiglia e illibata come ha dichiarato il padre Benedetto Letizia, sono uno scandalo. L'immagine del nostro Paese all'estero è stata gravemente danneggiata per colpa della magistratura deviata e della sinistra.
Per riparare al danno è necessario dare maggiori poteri all'esecutivo e limitare lo strapotere della magistratura e questo sarà un mio preciso e urgente dovere.
Il voto degli elettori alle prossime elezioni europee confermerà la bontà delle scelte del mio Governo: dai termovalorizzatori, alle discariche, alle centrali nucleari, al ponte di Messina, alla designazione dei ministri Carfagna e Brambilla
La sinistra, in questo veramente staliniana, ha accusato il sottoscritto di aver voluto sfuggire al giudizio della magistratura con il Lodo Alfano. Nulla di più falso. Il Lodo Alfano è stato concepito nell'interesse degli italiani, per garantire alle prime quattro cariche dello Stato, e non solo al Presidente del Consiglio, la giusta serenità nell'esercizio delle loro funzioni per la durata del mandato.
In Italia l'informazione è nelle mani della sinistra, per questo Ti chiedo di diffondere questo volantino e di illustrarne i contenuti ai tuoi amici e congiunti.
Sto elaborando in questi giorni un vero e proprio Albo dei difensori della libertà di informazione. Ne fanno parte, tra gli altri, Belpietro, Rossella, Riotta, Giordano, Mimun e Fede. Ti prego pertanto di contattare il tuo coordinamento comunale, quello provinciale o direttamente gli uffici di Milano e Roma per metterti in contatto con loro. Nel caso Tu sia una ragazza maggiorenne e di bella presenza puoi inviare il tuo book unitamente al numero di cellulare.
Ci attende una sfida importante, una partita decisiva per le sorti del nostro Paese, delle nostre famiglie e dei nostri figli. E’ giunto il momento che anche Tu scenda in campo per salvaguardare l’Italia da una dissennata gestione e da un futuro illiberale.
Un forte abbraccio ed un ringraziamento di cuore,
tuo papi, Silvio Berlusconi

da beppegrillo.it

Stampa e diffondi il volantino

Giudici: GRUMO EVERSIVO


di Dario Campolo

In questo paese i giudici sono tutti di sinistra, ovviamente solo quelli che indagano su Berlusconi, e gli ITALIANI? Abboccano!

Siamo all’ennesimo attacco verso i giudici, dopo quello della settimana scorsa all’assemblea di Confindustria "applauditissimo", tocca all’associazione Confesercenti ma, a differenza di Confindustria qualche timido fischio è arrivato associato ad un clima gelido privo di applausi, e chissà perché.

Vorrei chiedere al nostro Re Silvio se l’ultima intervista del Grande Paolo Borsellino dove si parla dei rapporti fra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi fosse andata in onda oggi e il Grande Magistrato Paolo Borsellino fosse ancora vivo (magari), ecco, le chiederei se si sarebbe permesso di chiamare il Grande Paolo Borsellino GRUMO EVERSIVO,
e se l’avrebbe anche titolato di giudice politicizzato dalla sinistra estrema, e si badi bene che chi conosce la Storia e la vita di Paolo Borsellino conosce altrettanto bene che era tutt’altro che di sinistra anzi, conoscenti del magistrato hanno più di una volta espresso senza remore la sua vicinanza ideologica verso la destra, ma quel che è certo, è che era un magistrato che svolgeva il suo lavoro con estrema trasparenza e onestà, ma soprattuto senza COMPROMESSI.

Concludo,

Italiani andate a votare, non mollate, ci sono ITALIANI che sono morti per permetterci il libero voto, fate in modo che questo libero voto almeno in Europa lo sia e ne diventi una libertà per tutti.

Avanti Popolo!

di seguito pubblico i processi terminati e non a carico di Re Silvio, ovviamente non è aggiornatissimo vista la mole dei presunti reati ma può già bastare,

giudicate VOI:

I reati prima della sua discesa in campo:

* 1983 traffico di droga (poi archiviato)
* 1989 imputato per falsa testimonianza sulla P2 (colpevole, ma salvo grazie all’amnistia del 1990).
* 1992-93 vari manager del suo gruppo erano sott’inchiesta per i fondi neri di Publitalia e del Milan, tangenti a Dc, Psi e Cariplo.

I processi in corso:

* Corruzione Saccà
* Corruzione senatori
* Fondi neri Mediaset
* Telecinco in Spagna.

Tra i processi già conclusi ricordiamo:

* 6 per mafia e riciclaggio
* 2 per le stragi mafiose del 1992-’93
* Fondi neri Medusa e le tangenti alla Finanza
* Caso Sme-Ariosto/1
* All Iberian/1 (finanziamento illecito a Craxi)
* All Iberian/2
* Sme-Ariosto/2
* Falso in bilancio sui terreni di Macherio
* Caso Lentini
* Bilanci Fininvest 1988-’92
* 1500 miliardi di fondi neri nel consolidato Fininvest, Mondadori (corruzione giudiziaria del giudice Metta tramite Previti, entrambi condannati).
* ’Processo Mills’. Concorso in corruzione dietro pagamento di 600 mila dollari all’avvocato David Mills

Il gip bresciano Carlo Bianchetti, nel 2001, dichiarava: ’...è probabile che sia sceso in campo per salvarsi dalle inchieste già aperte sul suo gruppo, prevedendo che sarebbero giunte fino a lui’.

Riguardo ai processi già conclusi si precisa che le assoluzioni nel merito sono solo 3:

* 2 con formula dubitativa (comma 2 art.530) per i fondi neri Medusa e le tangenti alla Finanza (“insufficienza probatoria”)
* 1 con formula piena per il caso Sme-Ariosto/1
* 2 assoluzioni (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) recano la formula “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”: l’imputato se l’è depenalizzato (falso in bilancio).
* 2 amnistie per la falsa testimonianza sulla P2 e un falso in bilancio sui terreni di Macherio;
* 5 prescrizioni, grazie alle attenuanti generiche, che si concedono ai colpevoli, non agli innocenti: All Iberian/1 (finanziamento illecito a Craxi), caso Lentini (falso in bilancio con prescrizione dimezzata dalla riforma Berlusconi), bilanci Fininvest 1988-’92 (idem come sopra), 1500 miliardi di fondi neri nel consolidato Fininvest (come sopra), Mondadori (corruzione giudiziaria del giudice Metta tramite Previti, entrambi condannati).

fonte: MICROMEGA del 2 ottobre 2008

E INOLTRE... (Pillole di memoria)

* Alla fine degli anni ’70, Dell’Utri organizzava un incontro a Milano tra Berlusconi e i mafiosi Stefano Bontade e Mimmo Teresi, per stipulare accordi imprenditoriali e per far accrescere il potere della mafia al nord.

* Berlusconi e Dell’Utri incontrarono Totò Riina per organizzare la morte dei Giudici Falcone e Borsellino.

* Forza Italia nacque per venire incontro alle esigenze di Cosa Nostra e, nel contempo, per salvare Berlusconi dalla galera.

* «Il presente procedimento è stato avviato sulla base delle risultanze investigative emerse in altre indagini contro ignoti relative agli attentati nei quali sono stati uccisi i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i rispettivi uomini delle loro scorte.
In particolare in data 22/7/1998, il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta disponeva con articolato provvedimento l’iscrizione nel registro degli indagati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri in base ad una serie di risultanze che delineavano una notizia di reato a loro carico, quali mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio».

Un Paese civile non può ammettere che un simile mafioso possa amministrare la cosa pubblica.

In un Paese civile queste persone dovrebbero marcire in galera!

Berlusconi ha consegnato l’Italia alla mafia.

La mafia ha poi consegnato Berlusconi all’Italia.

L’Italia e gli italiani attendono che Berlusconi venga consegnato alle patrie galere!


fonte italianimbecilli.blogspot.com/



giovedì 28 maggio 2009

Commissione comunale antimafia a Milano? No, grazie!

di Lorenzo Frigerio


Il Comune di Milano torna sui suoi passi, scoppia la bagarre in aula

Ci sono volute due votazioni, una prima, terminata in parità lo scorso lunedì 18 maggio e una seconda, tenutasi invece ieri pomeriggio, dall’esito più scontato perché il Consiglio Comunale di Milano arrivasse ad approvare la delibera di revoca della Commissione Comunale Antimafia, votata all’unanimità lo scorso 5 marzo. A poco più di due mesi di vita e dopo solo un paio di riunioni risoltesi in un nulla di fatto, proprio per l’assenza dei consiglieri di maggioranza, l’aula di Palazzo Marino ha deliberato di ritornare sui propri passi, cancellando con un colpo di spugna la Commissione che avrebbe dovuto aiutare l’amministrazione comunale nell’approfondire lo studio delle dinamiche delle infiltrazioni mafiose in città e, successivamente, nell’avanzare proposte di intervento politico e amministrativo al riguardo. La maggioranza ha quindi recepito le perplessità del Prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, espresse nell’immediatezza del voto con una lettera inviata al Sindaco Letizia Moratti: “non risulta ipotizzabile la costituzione di una commissione consiliare di inchiesta antimafia”. A seguire arrivarono al Comune di Milano altri dinieghi ad una prima generale richiesta di partecipazione rivolta a magistrati e forze dell’ordine, alcuni dei quali espressi formalmente, altri informalmente, soprattutto dai vertici del Tribunale di Milano.

In sostanza, il punto critico discusso fin dall’inizio era la possibilità o meno che le forze dell’ordine e i rappresentanti della magistratura potessero riferire dell’esito di indagini in corso, per legge difettando la Commissione di poteri di inchiesta. Ad onore del vero, tale pretesa non era mai stata avanzata anche dai consiglieri più intransigenti. I positivi precedenti, portati a supporto della necessità di istituire una Commissione comunale antimafia, invece erano quelli di altre due commissioni comunali: la prima, presieduta dal professor Carlo Smuraglia che licenziò nel 1990 una relazione, peraltro mai pubblicata forse vista la scomodità dei contenuti; la seconda, sulla corruzione nel commercio, presieduta nel 1995 da Nando dalla Chiesa, che siedeva allora tra i banchi di Palazzo Marino.

Preso atto di queste difficoltà, peraltro già discusse all’inizio dell’iter della delibera di costituzione, ma accantonate successivamente alla votazione del 5 marzo, il centrodestra ha fatto ieri marcia indietro provocando l’ira dei consiglieri di opposizione che, in segno di protesta, hanno poi abbandonato l’aula facendo mancare il numero legale ed impedendo la prosecuzione dei lavori del Consiglio Comunale. Hanno votato sì alla proposta di revoca 29 consiglieri di maggioranza, mentre i voti contrari sono stati 24 (tutta l’opposizione compreso l’ex esponente della Lega Pagliarini, oggi passato al Gruppo misto), mentre il Presidente del Consiglio Comunale Manfredi Palmeri si è astenuto, marcando la sua diversità rispetto alla coalizione che governa Milano. Non più tardi di qualche giorno fa, lo stesso Palmeri, intervenendo a Milano alla commemorazione organizzata da Libera in ricordo di Giovanni Falcone, aveva ribadito ad alcuni cittadini che lo incalzavano la sua contrarietà alla decisione presa dal centrodestra; una contrarietà ribadita anche in esito al voto di ieri in aula: “la Commissione era utile e legittima”. Non dello stesso avviso, evidentemente, il capogruppo del PdL Giulio Gallera: “Il centrosinistra voleva usare mafia e antimafia per degli attacchi politici. Li abbiamo smascherati e saranno puniti dagli elettori”.

In esito alla proclamazione del contestato voto, è scoppiata la bagarre in aula, con uno scambio acceso di accuse reciproche. Pesante il giudizio del capogruppo del PD Pierfrancesco Majorino che ha censurato la discutibile concomitanza della chiusura della Commissione Antimafia con due avvenimenti di diversa natura: “Dopo l’omicidio di Quarto Oggiaro, che sicuramente segnala la presenza della criminalità organizzata e a due giorni dalla commemorazione di Giovanni Falcone, questo atto del Consiglio è un insulto”. La successiva replica di Gallera ha innalzato i toni dello scontro tra i diversi contendenti, alla presenza di alcuni cittadini e dei cronisti che seguono quotidianamente i lavori d’aula a Palazzo Marino: “Majorino cita persone in modo inappropriato. Falcone ha fatto il magistrato a Palermo senza confondere i ruoli. È mistificatorio, demagogico attribuire al Consiglio delle responsabilità su ciò che succede fuori di qui”. Per alcuni minuti si è andati avanti con reciproche accuse, si sono sprecati i “vergogna!” rivolti all’indirizzo di questo o di quel consigliere di parte avversa, si è smarrito alla fine il senso delle diverse posizioni nel frastuono scatenatosi.

Il commento più duro è arrivato dal consigliere della Lista Fo, Basilio Rizzo, protagonista in Consiglio Comunale di battaglie epocali contro il malaffare, fin dai tempi precedenti la stagione di Tangentopoli: “Evidentemente ci sono forze fuori dal Consiglio che comandano su quelle dentro al Consiglio. In Sicilia, Campania, Calabria brindano”. Evidentemente Rizzo si è riferito al fatto che le cosche avranno di che brindare se solo si pensa alla quantità di denaro destinata ad arrivare in città e regione, nell’imminenza del prossimo Expo 2015. Molti finanziamenti destinati prevalentemente alle opere pubbliche necessarie, a partire dalle infrastrutture e dall’indotto connesso, che le diverse mafie, ‘ndrangheta in testa, pensano di riuscire ad intercettare, infiltrandosi nei gangli delle procedure amministrative collegate.

In serata, il Sindaco Moratti, intervenendo alla puntata di “Anno Zero” dedicata proprio all’Expo, sollecitata dal conduttore Michele Santoro ha dichiarato di prendere atto del voto del Consiglio Comunale, ma che non per questo i controlli antimafia verranno ridotti, anzi. Moratti ha ricordato anche l’impegno preso dal Governo per tutelare gli investimenti pubblici e privati in arrivo e per approntare tutti i meccanismi utili al monitoraggio delle opere previste, ai fini di prevenire infiltrazioni criminali.

Dopo lo scontro in Consiglio Comunale, le forze politiche si organizzano ora per dare alla cittadinanza un segnale di continua attenzione alla questione delle presenze mafiose in città, che segni la discontinuità con l’aria di smobilitazione connessa invece alla decisione presa ieri a Palazzo Marino. Le opzioni sono ovviamente diverse. Se il PdL annuncia quindi un “grande convegno sulla mafia”, che serva a rilanciare l’impegno della maggioranza nel contrasto alle cosche, volendo motivare nei fatti l’impossibilità di utilizzare lo strumento consiliare a suo tempo adottato, il PD viceversa lancia un appello alla mobilitazione civile: serve un “comitato di volontari” che possa svolgere con serietà il compito che era stato attribuito alla Commissione comunale, ieri cancellata dal voto dell’aula.

“Questo è un regalo fatto alle organizzazioni criminali, è un chiaro segnale che a Milano non si può e non si deve parlare di mafia” è questo il commento lapidario della referente di Libera Milano, l’avvocato Ilaria Ramoni.

E le cosche? Le cosche stanno a guardare…

da liberainformazione.org

Speciale Terremoto - Protezione Civile - Guido, commissario alla qualunque cosa


di Pietro Orsatti

Con l’attuale capo, la Protezione civile da struttura di coordinamento è diventata una forza professionale centralizzata. In deroga alle leggi ordinarie. Ci sono domande che non hanno risposta, e risposte che, se date, suonano stonate. Partiamo dalla domande: perché sui lavori del G8 a La Maddalena sussiste ancora il segreto di Stato?

Per ragioni di sicurezza, è la risposta dell’esecutivo e del super commissario a “la qualunque cosa” (che sia emergenza o no), capo della Protezione civile e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Cavaliere e dottore Guido Bertolaso. Sicurezza? Ma se a La Maddalena il G8 non si fa più che cosa c’entra la sicurezza? Sicurezza e basta. Sicurezza, per caso, che non si verifichi a cosa si è andato in deroga (tipo la Valutazione di impatto ambientale) per, come dire, ragioni di sicurezza? Certe domande prima o poi qualcuno le dovrà porre al “tecnico dei tecnici”, all’uomo buono per ogni emergenza e magagna. E allora andiamo a vederla la carriera di quest’uomo della provvidenza. Ormai si è perso il conto dei commissariamenti, incarichi, competenze accumulate da Bertolaso negli anni. Medico, si è distinto in Cambogia nell’ambito del Dipartimento cooperazione e sviluppo del ministero degli Esteri, poi è passato a direttore della presidenza del Consiglio e subito dopo direttore esecutivo dell’Unicef. Il primo “commissariato” lo ottiene come responsabile del governo nel 1996: Ospedale Spallanzani, specializzato nella lotta all’Aids. Poi il salto, quello vero: commissario al Giubileo, nientemeno, compresa la grande giornata della gioventù a Tor Vergata. Da lì a capo della Protezione civile è stato un attimo. E lo fa con il governo Prodi primo. È l’italiano più amato dagli italiani. Neanche il premier aspira a tanto.
Con lui la Protezione civile cambia radicalmente. Diventa struttura a sé, indipendente, professionalizzata. Prima era soprattutto coordinamento di altre forze, oggi governa ogni aspetto dell’azione. La prima prova seria è lo Tsunami, poi lo scivolone dell’emergenza rifiuti in Campania, la sua rimozione e poi la successiva resurrezione con il Berlusconi tre. Oltre alla stagione degli incendi del 2007, prima del terremoto del 6 aprile non ha mai dovuto gestire interamente un’emergenza come quella di una catastrofe sul suolo italiano con decine di migliaia di sfollati e l’intera gestione dell’emergenza e di supplenza alle dissolte amministrazioni locali. Alla prima fase ha reagito con grande efficienza. I risultati ottenuti nei primi giorni dell’emergenza a L’Aquila sono stati inusuali se paragonati agli standard nazionali. Poi la tentazione del “fare” e del “centralizzare” gli deve aver preso la mano e si è trovato a militarizzare quasi un’intera Provincia. Forse distratto dall’inchiesta della magistratura sui mondiali di nuoto di cui è stato già commissario, o forse sommerso dalle scartoffie da commissario ai beni artisti del Lazio e ancora dalle polemiche sul G8, di cui è sempre commissario, nonché di un’inchiesta sulla gestioni rifiuti in Campania, non si è accorto che intanto le amministrazioni e le comunità locali si stavano riorganizzando mettendo in discussione sia il suo operato di “ricostruttore” che, soprattutto, il decreto del governo di cui è membro. Sarà affaticato? No, non temete. Sta già pensando alla “monnezza” anche nell’aquilano.

dal blog dell'autore

Brusca, Riina e Ciancimino sanno chi e' il ''terminale'' della Trattativa

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella

La sparizione di documenti importanti è sempre il finale di ogni delitto eccellente. In questo caso potrebbe essere la premessa di qualcosa di grave che potrebbe accadere. Per evitare il peggio il sostituto della Dda di Bologna Walter Giovannini ha ottenuto così l’assegnazione immediata di una scorta a Massimo Ciancimino che nei giorni scorsi aveva denunciato la sparizione di un verbale d’interrogatorio e di alcuni promemoria che lui stesso aveva scritto in vista della sua comparsa come testimone chiave al processo Mori – Obinu. Dopo però nemmeno una settimana dalla disposizione, il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica di Bologna ha indietreggiato e l’altro ieri, con una nota all’agenzia di stampa Ansa, ha rettificato “di non aver disposto alcuna tutela” ma solo “una protezione - su iniziativa del Questore - che sarà trasformata a breve in vigilanza radio collegata”. Uno sbaglio di valutazione o un segnale di discontinuità? Sicuramente una scelta che espone il figlio di don Vito a pesanti conseguenze proprio nel periodo cruciale che precede la sua convocazione in aula nell’ambito del processo sulla mancata cattura di Provenzano nel quale sarà interrogato sulla spinosa questione della Trattativa.
Massimo Ciancimino è un obiettivo sensibile perché è il custode dei molti segreti che legano la vita di suo padre a quella di Bernardo Provenzano. Per lui la prima condanna a morte la decretò negli anni ’90 Totò Riina quando seppe del suo ruolo di tramite nei contatti tra suo padre e i carabinieri. Anche il boss di Trapani Matteo Messina Denaro con lui avrebbe un conto in sospeso per il mancato pagamento di una tangente nel territorio di Alcamo. Oggi però il pericolo più forte è rappresentato dalle dichiarazioni che sta rilasciando alle Dda di Palermo, Caltanissetta e Catania nelle quali, su suo input, hanno avviato e riaperto una serie di inchieste destinate ad allargarsi a settori della politica e del mondo imprenditoriale che hanno stretto rapporti con la mafia. La revoca della scorta dunque si traduce in un segnale negativo non solo per lui ma anche per coloro che, impegnati nell’accertamento di verità scomode in queste attività investigative, colgono la drammatica assenza delle istituzioni. “In quei documenti vi erano una serie di appunti di cui avrei dovuto parlare con i magistrati di Palermo – ci aveva detto al telefono Ciancimino junior – ma, rientrato da un mio recente viaggio, mi sono accorto che quei fogli erano spariti”. La cosa inquietante è che chi è entrato in casa non ha forzato la porta. “E’ rimasto tutto in ordine”. Massimo Ciancimino sa che chi ha fatto irruzione nella sua abitazione ha certamente voluto dargli un messaggio preciso per scoraggiarlo a parlare. D’altra parte, da quando ha deciso di collaborare con le procure siciliane, malgrado i pedinamenti, le lettere anonime, la benzina sull’auto e la siringa di propano davanti casa, il figlio dell’ex Sindaco di Palermo non ha retrocesso di un solo passo. Le sue intenzioni erano quelle di raccontare, dopo tanti anni di silenzio, tante verità. La più delicata è certamente quella sulla famosa Trattativa a cui nel 1992 il padre partecipò come mediatore tra il Ros dei Carabinieri e Cosa Nostra.

L’appuntamento in aula del 23 maggio scorso era stato fissato dalla quarta sezione penale di Palermo per sentirlo proprio in merito a questi temi ma alla fine la sua deposizione è stata rinviata. In compenso la Corte ha ascoltato i pentiti Ciro Vara e Giovanni Brusca ed entrambi hanno confermato quanto già in passato avevano detto. Brusca, in particolare, ha riferito alcuni dettagli vissuti in quei primi mesi del ’92 quando le condanne della Cassazione del primo maxiprocesso erano divenute definitive con la sentenza del 30 gennaio di quell’anno. Un tradimento che aveva spinto Salvatore Riina a ideare la strategia stragista per reagire con violenza a certe promesse che non erano state mantenute. Per questo fece uccidere Salvo Lima, il suo referente della democrazia cristiana vicino ad Andreotti e Giovanni Falcone, suo acerrimo nemico. Il capo di Cosa Nostra voleva spingere lo Stato a trattare e così avvenne, secondo il collaboratore, subito dopo la strage di Capaci. Successivamente alla morte di Falcone Riina arrivò “con aria soddisfatta” dicendo che “qualcuno dello Stato” “si era fatto sotto” e che, indicandolo con le mani, “gli aveva fatto un papello tanto”. “Cioè – spiega Brusca - tutta una serie di richieste per migliorare la nostra condizione”. L’obiettivo principale dei capi mandamento a livello regionale era infatti quello di ottenere la revisione del maxi uno ma anche l’alleggerimento di alcune leggi sulla confisca dei beni e l’applicazione dei benefici carcerari previsti dalla legge Gozzini. Altre pretese invece erano state probabilmente ritenute inaccettabili. Per questo a un certo punto la trattativa aveva accusato uno stop. Siamo a cavallo delle due stragi e questa risposta negativa trovò “Riina un pò nervoso perché la trattativa si era arenata”. Inaspettatamente anche Brusca venne fermato durante la preparazione dell’attentato all’on. Mannino. Un delitto che rientrava nella strategia iniziale di Riina per controbattere alle promesse mancate dei politici. Dopo qualche giorno esplose la bomba in via d’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Era il segno di un cambiamento nel programma stragista. Ma da cosa nasceva l’esigenza di eliminare il giudice? La risposta è da ricercare in quell’intreccio atavico tra potere mafioso, politico e imprenditoriale che in quella stagione sfociò in una trattativa che pezzi dello Stato intavolarono con Cosa Nostra. Una negoziazione di cui Brusca conosceva le fasi per averle apprese da Riina in persona ma che non portò avanti direttamente perché “nelle mani di altri”. Solo in seguito al suo arresto Brusca, durante una successiva fase processuale, apprese che il tramite della Trattativa era Vito Ciancimino in contatto con carabinieri del Ros, precisamente col generale Mario Mori e il capitano De Donno. La cosa però non lo sorprese affatto, Brusca le sue deduzioni le aveva già fatte. I militari glielo confermarono soltanto in sede di dibattimento, con la differenza che posdatarono quel “dialogo” con Cosa Nostra dopo luglio del ’92, motivandolo con la loro intenzione di catturare Riina e Provenzano.

Una data che però non coincide con le dichiarazioni dell’ex boss di San Giuseppe Jato e nemmeno con quanto sostiene Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, il quale colloca la trattativa al mese di giugno del 1992. Resta da chiarire chi potrebbe essere stato il terminale di questa Trattativa. Brusca, con un colpo di scena in udienza, ha detto di conoscere questo nome perché glielo disse Riina. Nonostante le insistenti domande della difesa di Mori e Obinu (avv. Milio e Musco) e quelle del Pubblico Ministero, rappresentato in aula dall’aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, il collaboratore si è trincerato dietro la formula della facoltà di non rispondere. Il motivo? Indagini in corso secretate. L’unica frase che la difesa riesce a scucirgli è “feci quel nome in tempi non sospetti, in fase d’indagine”. In effetti, tornando indietro negli anni Brusca parlò solo una volta di quel personaggio. Lo fece durante un dibattimento sulle Stragi, affermando che l’identità del terminale la disse ai procuratori Chelazzi e Grasso, in occasione di un interrogatorio in carcere, dopo l’approvazione della legge che limita il tempo delle dichiarazioni dei pentiti a 180 giorni. Così Brusca esordiva: la «buonanima» del procuratore Chelazzi (stroncato da un infarto il 17 aprile 2003) e il procuratore Grasso «mi hanno fatto fare dei ragionamenti in base a chi poteva essere colui che faceva da tramite per Salvatore Riina in questi contatti e io ho detto subito di Antonino Cinà, di Ciancimino e altri... Comunque anche se lo immaginavo non avevo le prove. Trovandomi a Palermo poi per altri problemi giudiziari leggo da Repubblica (che mi attacca quando conviene, sono bravo e non sono bravo, dipende dalle circostanze...) e trovo riscontro a quello che io avevo detto e viene fuori a chi Salvatore Riina aveva mandato il famoso papello per ottenere i benefici per Cosa Nostra (…)». Anche se allora Brusca non fece quel nome direttamente indicò con precisione che era contenuto nell’articolo scritto da Viviano in cui l’unico nome che emerge è quello dell’attuale vicepresidente del CSM Nicola Mancino. Scriveva infatti Viviano: «I due pm (Grasso e Chelazzi citati da Brusca ndr.) sono gli autori del verbale di interrogatorio che è ancora secretato ed in quel verbale Brusca fa riferimento all’ex Ministro degli Interni, Nicola Mancino che s’insediò al Viminale il primo luglio 1992, proprio il giorno in cui Borsellino interrogava a Roma il pentito Gaspare Mutolo, (interrogatorio ndr) che interruppe per qualche ora per recarsi proprio al ministero dell’Interno. Mancino smentì però l’incontro con il giudice Borsellino sostenendo di non sapere nulla della trattativa».

Episodi che potrebbero essere invece attualizzati dalle rivelazioni di Massimo Ciancimino, testimone diretto di quella trattativa di fine primavera ‘92 e che potrebbero coinvolgere l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino il quale non si esclude possa averne fatto cenno al giudice Paolo Borsellino. Se così fosse sarebbe di rilevanza cruciale l’annotazione dell’agenda grigia del giudice nella quale alle ore 18.30 del 1 luglio 1992, diciotto giorni prima della sua morte, aveva segnato l’incontro col neo-ministro da cui era ritornato sconvolto. Un appuntamento che l’attuale vicepresidente del Csm non ricorda perché “fra tante strette di mano e persone che quel giorno (ad appena un mese dalla strage di Capaci non ricordava il volto di Borsellino, ndr) andavano ad omaggiarlo per il suo insediamento al Viminale non sa se ci fosse anche il giudice di Palermo”. Ricordi di Mancino a parte, l’unica cosa che sembra ormai certa è che la trattativa, contrariamente a quanto sostengono Mori e De Donno, a quella data era già ampiamente avviata.
E siccome don Vito non era un ingenuo né tantomeno uno sprovveduto non avrebbe mai portato avanti un affare di quella portata se non avesse avuto delle garanzie che i due militari non fossero portatori di un mandato superiore che ne garantiva il suo delicato intervento. E allora se è plausibile ritenere che Borsellino quel primo luglio 1992 fosse venuto a conoscenza di una negoziazione tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra e ancora più certo che lui mai e poi mai, soprattutto dopo la morte di Giovanni Falcone, avrebbe potuto accettare un simile compromesso. In questo modo, come deducono varie sentenze, Borsellino si sarebbe messo di traverso ostacolando quel dialogo che irrimediabilmente causò l’accelerazione della sua morte, progettata in tutta fretta al posto di quella dell’on. Mannino. Ipotesi che, chissà, potrebbero trovare conferma nei documenti scottanti che Ciancimino potrebbe aver ereditato dal padre e rispondere alle tante, troppe domande che tutt’oggi non trovano risposte acclarate.
Per questo la sparizione di alcuni fascicoli nell’appartamento di Massimo Ciancimino desta grande preoccupazione così come la notizia della scorta, revocata non si sa bene perché, dopo nemmeno una settimana dalla sua applicazione. Episodi che minano la serenità del testimone eccellente. E forse è questo ciò che qualcuno vorrebbe ottenere, proprio adesso che le indagini sulla mancata cattura di Provenzano nel 1995 stanno prendendo vigore a Palermo così come quelle sulla strage di via d’Amelio a Caltanissetta. Non è una coincidenza che proprio Salvatore Riina nelle sue dichiarazioni spontanee del 2004, di fronte alla Corte che lo processava, aveva chiesto come mai nessuno fosse ancora andato a chiedere a Massimo Ciancimino il perché Mancino sapesse, cinque o sei giorni prima del suo arresto, che il capo di Cosa Nostra sarebbe stato catturato. Riina, anticipando anche le dichiarazioni del figlio di don Vito, rivela l’esistenza di una trattativa in cui lui stesso sarebbe stato “venduto” per poi venire usato come capro espiatorio per coprire le responsabilità di alti poteri che, come legittimamente lasciano supporre le sentenze, concorsero alla determinazione della strage di Capaci e quella di Via d’Amelio.

“Signor Presidente – aveva esordito Riina – le voleva dire che io in questo processo (per le stragi del continente, ndr) mi domando che cosa ci sto a fare. Perché praticamente io…quando è successo di queste stragi di Firenze, di Roma, di Milano io sono stato arrestato il 15 gennaio del ’93.. e quando sono stato arrestato mi hanno portato in isolamento a Roma. Quindi non avevo contatti con nessuno… telecamere dietro la porta, dietro le feritoie. Mi hanno messo le guardie penitenziarie quindi 5 anni e mezzo ho avuto sempre questa situazione per i primi mesi, sette, otto mesi fino al mese di luglio io non sentiva televisione, telegiornali, non sapeva se era vivo o se era morto cioè ero isolato da tutti. (…) Ecco perché io mi domando “io perché sono imputato in questo processo?” Allora mi si dice in un primo tempo mandante, poi mi si dice in un’altra maniera, ora all’ultimo nella sentenza mi si dice “ideatore”. Quindi io sono ideatore, condannato per ideatore, però signor Presidente la verità è che forse allo Stato servo per parafulmine perché tutto quello che succede in Italia e che è successo in Italia all’ultimo si imputa a Riina. Riina è parafulmine e Rina sta bene per tutte le pietanze per tutte le processe che si vengono fatte a Riina o ai compagni di Riina. Quindi che cosa succede che in questa situazione qua, di Firenze, ma se io sono lì che non ho contatti con nessuno a chi lo mandai a dire? come lo mandai a dire? come sono ideatore? Come lo ideai? (…) Poi ci sono i discorso degli altri processi. Per dire io mi trovavo nel processo Falcone. Nel processo Falcone c’è un aereo nel cielo che vola nel mentre che scoppia la bomba, questo aereo non si può trovare di chi è, chi è … e allora quindi si ombra-web.jpgcondanna Riina perché certamente Riina fa comodo. Mi troviamo nel processo di Borsellino e lì sul Monte Pellegrino c’è l’hotel e nell’hotel ci sono i servizi segreti e quando scoppia la bomba i servizi segreti scompaiono e non vengono mai citati perché si condanna Riina… perché l’Italia così è combinata! Cioè quando Scalfaro dice ‘io non ci sto’, io devo dire signor Presidente: io non ci sto. Io non ci sto a queste condanne fatte così. Queste sono condanne fatte a tavolino. Non sono condanne perché si cerca la verità perché io ho commesso questi delitti o ho fatto commettere questo delitto. Sono delle cose … delle trovate assurde… perché se lei vede il Di Carlo viene creduto quando accusa me o ad altri ma quando il Di Carlo dice che ad andare a trovarlo nel carcere dell’Inghilterra i servizi segreti americani e quelli italiani e quell’dell’Inghilterra perché volevano aiuto ad uccidere Falcone lui ci ha nominato a suo cugino quello che si venne trovato poi impiccato lì al carcere di Roma. Quindi che cosa succede che il cugino… poverino si è messo a disposizione però poi ci ha lasciato le penne… (…). C’è Brusca che dice che ai Boboli feci mettere un proiettili e Riina non sapeva niente però tutte cose vanno avanti signor Presidente… sa quando l’avvocato chiede come testimonio il figlio di Ciancimino. Il figlio di Ciancimino non è stato mai citato, mai sentito. Perché non si sente dire il figlio di Ciancimino che era in contatto con il colonnello dei carabinieri che era allievo di quelli che mi hanno arrestato? Perché il figlio di Ciancimino che collaborava con sto colonnello non ci dice perché cinque, sei giorni prima l’onorevole Mancino ci dice: ‘Riina questi giorni viene arrestato’. Ma a Mancino chi ce lo disse cinque, sei giorni prima ‘Riina veniva arrestato’? E allora ci sono questi signori che mi ha venduto e allora cercare la verità non è che significa (…. ) La verità sta bene a tutti signor Presidente, può stare pure bene a me ma perché mi si deve condannare a me per cose che io non so, non ho commesso e non ho fatto. Io signor Presidente ringrazio lei e la Corte per avermi sentito però mi sento la persona additata per dire ‘tu sei il parafulmine d’Italia. Tu devi pagare il conto di tutti”.

da antimafiaduemila.com

mercoledì 27 maggio 2009

Dall'Estero - Berlusconi ha istigato il suo avvocato a deporre il falso

Secondo il tribunale di Milano, negli anni novanta il premier italiano Silvio Berlusconi ha istigato l’avvocato inglese David Mills a deporre falsa testimonianza. Per averlo fatto, a febbraio Mills è stato condannato a quattro anni e mezzo di reclusione.

Anche Berlusconi sarebbe stato condannato, se non avesse fatto una legge che gli concede l’immunità giudiziaria. Ciò si estrapola (delle) dalle motivazioni della sentenza sul caso Mills che il tribunale ha rilasciato ieri.
Mills, così si legge nel rapporto, “ha operato come falso testimone per garantire il verdetto di innocenza per Berlusconi e il suo gruppo Fininvest, o per fare in modo che gli introiti ottenuti con operazioni finanziarie illegali fossero protetti’. Per farlo, Mills ha ricevuto 600.000 dollari come ricompensa.

All’inizio degli anni ‘90, Mills era consulente fiscale di Berlusconi, e architetto della sua complessa rete di società all’estero, all’interno della quale circolavano soldi in nero. Alla fine degli anni novanta, questo conglomerato di società venne indagato per falso in bilancio e finanziamenti illegali ai partiti. Nel corso della sua deposizione Mills ommise di dire che Berlusconi era direttamente a capo di queste società. Inoltre non disse di aver parlato telefonicamente con Berlusconi a proposito di una donazione illegale di 5 milioni di euro all’ex premier Bettino Craxi. L’accusa di finanziamento illegale ai partiti entrò in prescrizione, e il falso in bilancio non è più perseguibile penalmente, dopo che la legge è stata modificata da Berlusconi.

In seguito, Berlusconi e Mills furono denunciati a causa di quella falsa testimonianza. Subito dopo la sua elezione l’anno scorso, Berlusconi fece approvare una legge che gli garantisce l’immunità per quanto riguarda questo procedimento.
Ieri, Berlusconi ha reagito furiosamente e ha definito la sentenza “semplicemente scandalosa”. Ha annunciato che a breve andrà in parlamento a dire cosa pensa già da tempo di “un particolare tipo di giudici”.
Alla domanda di un giornalista se non sarebbe meglio evitare di ricorrere alla sua immunità Berlusconi ha risposto: “Con questi giudici non si può fare”.

da italiadallestero.info

articolo originale olandese

Dall'Estero - Un pericoloso clown

"Ho deciso di fondare un partito. Se non entro in politica vado a finire in galera e fallisco per debiti".

Questo è ciò che disse Silvio Berlusconi nell’estate del 1993 a Indro Montanelli, fondatore e direttore de «Il Giornale», chiedendogli di trasformare il giornale in un organo del suo nuovo partito, che si sarebbe chiamato Forza Italia. Montanelli, uno dei più autorevoli giornalisti che l’Italia abbia avuto, rifiutò e pochi mesi più tardi, sotto forti pressioni, fu costretto a dimettersi. Da allora, fino alla sua morte nel 2001, non ha cessato di denunciare il berlusconismo, un fenomeno che considerava più pericoloso anche del suo stesso leader Berlusconi, in quanto porta gli italiani ad accalcarsi sotto al «balcone» del Messia. Montanelli paragonava spesso Berlusconi a Mussolini e gli piaceva ripetere una frase di quest’ultimo: «Come si fa a non diventare dittatori in un paese di servi?».

Il berlusconismo è quindi un fascismo contemporaneo? No, risponde Marco Bellocchio, che partecipa quest’anno per la sesta volta a Cannes con il film Vincere. Il fascismo neutralizzava i suoi avversari con la violenza e proibiva la libera espressione, dice il regista sessantanovenne a Libération [quotidiano francese, N.d.T]. Oggi le elezioni sono libere, ma si tratta di una libertà condizionata. Berlusconi si presenta come un buon papà. Gestisce una democrazia autoritaria e offre una nuova ed unica cultura: la televisione commerciale, modello Berlusconi. La mediocrità predomina ovunque e i giovani non possono distinguere tra la realtà e ciò che vedono in televisione. Berlusconi può essere teoricamente in linea con i valori di libertà e di tolleranza, ma in pratica imita ciò che viene trasmesso in televisione.

Ciò che manca in Italia, come diceva Tacito, non è la libertà, ma la gente libera. Poche persone oggi osano mettersi contro Berlusconi e i pochi che lo fanno sono di solito persone di ottima reputazione e di una certa età, che non temono ritorsioni. Come era Montanelli. O persone che non vivono in Italia e che quindi non possono avere un coinvolgimento diretto nelle questioni politiche. Secondo Laurent Joffrin, direttore di Libération, Berlusconi somiglia sempre di più a Putin. Controlla l’informazione, vuole controllare tutto, soffoca qualsiasi critica, qualsiasi opinione contraria. Non è un dittatore, assomiglia più ad un tiranno comico che usa le battute e le risate per nascondere ai cittadini il suo conflitto di interessi e la sua mancanza di integrità. Si tratta di un clown pericoloso, simile al mitico Ubu re, il personaggio teatrale creato da Alfred Jarry alla fine del 19° secolo.

Come è noto, Jarry è morto per il troppo vino, l’assenzio e l’etere. Ma la sua opera sembra abbia già ottenuto l’immortalità.

da italiadallestero.info

articolo originale Greco


Financial Times: Berlusconi "un pericolo per l'Italia"


LONDRA - "Un pericolo" per l'Italia. Due grandi giornali inglesi, il Financial Times e l'Independent, usano stamane la stessa espressione parlando di Silvio Berlusconi, alla luce delle vicende che hanno recentemente coinvolto il primo ministro e del suo rifiuto di rispondere alle domande che gli ha posto "la Repubblica".

Dopo i numerosi servizi dei corrispondenti da Roma della stampa britannica, e due editoriali molto critici verso Berlusconi apparsi sul Times di Londra, quotidiano filoconservatore, e sul Guardian, quotidiano filolaburista, oggi a occuparsi del caso sono il quotidiano della City, considerato l'organo di informazione più autorevole d'Europa, e l'Independent, che dedica alla questione un ampio ritratto del premier italiano su due intere pagine.

Silvio Berlusconi "non è chiaramente un altro Mussolini" e il suo potere non comporta il rischio di un ritorno al fascismo, "ma è un pericolo per l'Italia e un maligno esempio", afferma l'editoriale non firmato, dunque espressione dell'opinione della direzione del giornale, collocato al primo posto frai tre commenti del giorno nella pagina "Op-Ed" (opinioni ed editoriali) del Financial Times, subito al di sotto del motto del Ft, "Without fear and without favor", ossia senza timori reverenziali e senza fare favori a nessuno. "Mentre vengono poste pesanti domande sulla sua relazione con un'adolescente che sogna di diventare una star, domande che sua moglie è stata la prima a sollevare, Berlusconi si è rivolto contro il suo più ostinato interrogante, il quotidiano di centro-sinistra la Repubblica, ha lanciato velate minacce tramite un suo associato e ha cercato di invalidare le domande sostenendo che sono viziate da un pregiudizio politico. Egli ha mostrato simile belligeranza verso i magistrati che lo hanno giudicato corruttore dell'avvocato inglese David Mills, definendoli "militanti di sinistra, sebbene il parlamento lo abbia reso immune dall'essere processato. E insoddisfatto anche di un così utile parlamento, ha detto che dovrebbe essere drasticamente ridotto a 100 deputati, mentre il potere del premier dovrebbe essere accresciuto".

Il pericolo rappresentato da Berlusconi, prosegue l'editoriale del quotidiano finanziario, è di "svuotare i media di serio contenuto politico, rimpiazzandolo con l'intrattenimento, di demonizzare i nemici e rifiutare di accettare la legittimazione di ogni critica indipendente". Il pericolo è "mettere una fortuna al servizio della creazione di un'immagine di massa, composta da affermazioni di successi ininterrotti e sostegno di popolo". Che Berlusconi sia così dominante è "in parte colpa di una sinistra titubante, di istituzioni deboli e talvolta politicizzate, di un giornalismo spesso subalterno. Ma più di tutto è colpa di un uomo molto ricco, molto potente e sempre più spietato. Non un fascista, ma un pericolo, in primo luogo per l'Italia, e un esempio maligno per tutti".

Il lungo articolo dell'Independent, firmato dall'ex corrispondente da Roma, Peter Popham, ricostruisce punto per punto tutti gli sviluppi della "Berlusconi's story", chiedendosi se un leader coinvolto in casì tanti scandali, controversie e processi, possa finire per perdere il potere a causa di una vicenda apparentemente minore, come la partecipazione al compleanno di una ragazza diciottenne, riportata inizialmente in un trafiletto di giornale da Repubblica, ma poi gonfiata dalla decisione di Veronica Lario di chiedere per questo il divorzio, sostenendo che suo marito ha incontri "con minorenni", che "non sta bene" e che "ha bisogno di aiuto". L'implicita allusione dell'Independent è allo scandalo Watergate, anch'esso iniziato con una piccola notizia di cronava, un apparente tentativo di forto nel quartier generale del partito democratico americano, ma poi terminato con le dimissioni di Richard Nixon. Il quotidiano londinese conclude che oggi Berlusconi è di fronte al "rischio reale" di perdere consensi alle prossime elezioni europee, particolarmente dopo le critiche espresse da alte autorità della Chiesa cattolica per il suo comportamento. La questione dei suoi rapporti con Noemi Letizia, afferma il giornale, "non è triviale". Vivere in Italia oggi è "come essere intrappolati in un campo di lava che sta lentamente ma inesorabilmente scivolando giù da un pendio". Gli scandali di Mani Pulite, anziché portare alla nascita di una rivitalizzata "Seconda repubblica", hanno condotto a una "Età di Silvio e al lento ma costante degrado delle istituzioni democratiche della nazione". Se il primo ministro può "mentire così spudoratamente" sulla sua relazione con una teen-ager, allora l'Italia "è in pericolo".

da repubblica.it

martedì 26 maggio 2009

Tg1 - La Vera Informazione

di Dario Campolo

Oggi sarò molto breve, l'argomento è la nomina del direttore del Tg1 della settimana scorsa, tutti sapete che è stato scelto dal Premier in persona e a casa sua (le famose nomine fatte a casa di Berlusconi, ricordate?) nonché Augusto Minzolini.

Tutti si sono lamentati del fatto che non si è mai vista una cosa del genere e cioè nominare dei direttori di testata in campagna elettorale, ma noi sappiamo che Re Silvio sà perfettamente cosa vuole, ed ecco che il piatto è servito:

Domenica Berlusconi ha rilasciato un'intervista alla CNN per il CASO NOEMI, naturalmente il Tg1 l'ha trasmesso nel Tg delle 20 con una piccola modifica: l'aggiunta del simbolo del PDL con Berlusconi Presidente con una bella ombra lavorata per dare un tocco in più alla modifica.

Naturalmente nel video della CNN non c'era.

Eh eh eh eh.......
Meditate gente, meditate......

Prima:


Dopo:

Ecco come il Governo celebra le vittime di mafia Falcone & Borsellino

di Roberto Galullo

Palermo. Basta disattivare una password per rafforzare Cosa Nostra. Una sequenza di numeri e lettere che dal 5 marzo è stata tolta alla Procura di Palermo che, da oltre due mesi, non può più monitorare e sequestrare i conti correnti bancari dei boss.

Mentre la repressione va avanti senza sosta – con un'azione investigativa costante anche sul fronte dei rapporti deviati tra mafia e politica, decine di processi in corso e centinaia di arresti di boss e affiliati che sfiancano l'esercito delle cosche - la lotta ai capitali mafiosi, vale a dire il cuore dell'azione di contrasto, fatica.
Con quella password – che apre i file dell'Anagrafe dei rapporti finanziari – magistrati e polizia, sotto copertura, dal 5 gennaio al 4 marzo, accedevano ogni giorno ai conti, ai depositi, ai dossier titoli e alle transazioni da un capo all'altro del mondo di Cosa Nostra. «Dalla sera alla mattina – spiega il procuratore aggiunto di Palermo, Roberto Scarpinato – i ministeri della Giustizia e dell'Economia ce l'hanno tolta per motivi burocratici dopo avercela data, per grazia ricevuta, a distanza di 18 anni dalle previsioni legislative. La restituzione di quella password, a noi e a tutte le Procure, è la maniera migliore per onorare con i fatti e non a parole la memoria di Giovanni Falcone, della moglie e della scorta, morti 17 anni fa a Capaci».
«Con questa revoca – prosegue Scarpinato – siamo tornati agli anni in cui bisognava fare richiesta di informazioni a ogni singola banca. Nelle regioni del Sud c'è un problema ulteriore: il tessuto creditizio è profondamente inquinato, molte operazioni sospette vengono fatte sparire e non manca chi avvisa i boss delle indagini in corso. In questi mesi, a causa di questo scippo, abbiamo perso l'occasione per sequestrare miliardi. Scandalo nello scandalo, la password non è stata data neppure alla Banca d'Italia che ha il compito di contrastare il riciclaggio dei capitali sporchi».
Battere Cosa Nostra sul terreno dei capitali e dei patrimoni inquinati è un chiodo fisso per magistrati, Forze di polizia e Gdf, che spingono l'acceleratore su sequestro e confisca dei beni immobiliari, la cui gestione è affidata a un Commissario straordinario, anche se i più spingono per la creazione di un'Agenzia autonoma. Alla fine del 2008 i beni confiscati erano 8.466 (di cui 3.930 in Sicilia), con un valore di mercato di decine di miliardi.
Ma prima che gli immobili sequestrati rientrino nel pieno godimento della collettività passano anche 17 anni e sono numerosi i casi di prestanomi della mafia che ne sono rientrati in possesso.
La Procura di Palermo, di fronte alle difficoltà, rilancia: a giorni sarà potenziato il Dipartimento "Mafia ed economia" che conta su un pool di magistrati e investigatori specializzati nella lotta all'economia illegale. Finora i risultati non sono mancati: da gennaio 2008 a oggi la Procura ha sequestrato 2,7 miliardi tra beni mobili e immobili. «La lotta a Cosa Nostra – conclude Scarpinato – passa da qui, il resto sono chiacchiere. L'arresto di 100 estorsori serve ma tra due mesi ce ne saranno altri 100 pronti a chiedere gli arretrati con gli interessi. Per questo chiediamo a commercianti e imprenditori di denunciare e a Confindustria Sicilia, che espelle chi paga il pizzo, sollecitiamo un passo in più: l'allontanamento di tutti coloro che hanno avuto una sentenza passata in giudicato o hanno processi in corso per mafia». «Nonostante la ribellione di Confindustria e associazioni come Addio Pizzo – aggiunge il magistrato della Direzione nazionale antimafia Roberto Alfonso – il fenomeno estorsivo non è arretrato di un millimetro. Anzi: è in pericolosa crescita». I dati della Direzone investigativa antimafia, diffusi ieri, sembrano confermarlo: le denunce 2008 per estorsione, usura e riciclaggio sono in calo (si vedano grafici). Ad Andrea Vecchio – a capo degli edili catanesi e una vita blindata, il prezzo pagato al coraggio della denuncia – spetta un commento. «Burocrazia e malapolitica – spiega – non aiutano chi denuncia e chi si espone. La repressione dello Stato fa passi in avanti ma non basta, non basta».
Insomma, il circuito di legalità che parte dal basso fa fatica. Gli imprenditori condividono e criticano. A partire da Giuseppe Catanzaro, vicepresidente di Confindustria Sicilia, altra esistenza blindata per le continue minacce di morte. «Dobbiamo capire – afferma – che Cosa Nostra ha il solo fine di creare profitto. Per sconfiggerla bisogna però avere la certezza che chi viene condannato resti in cella e viva da povero. Invece le scarcerazioni dei boss e degli estorsori si susseguono e non vedo né il Governo né il Parlamento asserire in maniera corale questo banale principio. Quanto all'invito di Scarpinato, Confindustria Sicilia lo ha già fatto suo: è sospeso chi ha un processo, viene cacciato chi è stato condannato. La stessa severità vorrei vederla nelle pubbliche amministrazioni che devono cacciare i dirigenti che ritardano i procedimenti amministrativi a danno delle imprese oneste e a favore di quelle mafiose. Ci sono ancora troppi politici locali che non adottano i principi di questa catena di legalità».
Nel giorno in cui sarà posata l'ennesima corona di fiori a piedi dell'albero Falcone a Palermo, servirà forse spostare lo sguardo un pò più in là, verso il porto di Palermo, dove oggi attracca la nave con studenti provenienti da ogni parte d'Italia, partita ieri da Napoli. «E allora converrà ricordare – rammenta Maria Falcone, sorella del giudice – le parole di Gesualdo Bufalino». La mafia - amava ripetere lo scrittore di Comiso - sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari. Speriamo che sappiano insegnare che una password non serve solo per accedere a Facebook ma anche per bruciare i soldi sporchi e con loro l'anima di Cosa Nostra.

da ilsole24ore.com

lunedì 25 maggio 2009

A Giovanni Falcone. Brusca: ''Riina mi disse chi era il terminale della Trattativa'

di Anna Petrozzi e Silvia Cordella

Roma - “Siamo qui per accertare la verità”. Con una semplice quanto ovvia dichiarazione il giudice Mario Fontana, che presiede il processo a carico del generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, interroga e lascia interrogare più volte dalle parti i collaboratori di giustizia Ciro Vara e Giovanni Brusca nel corso delle due udienze che si sono tenute a Roma, presso l’aula bunker di Rebibbia il 21 e il 22 maggio scorsi. Accertare la verità in questo caso non significa soltanto stabilire, come sostengono a gran voce gli avvocati difensori dei due imputati, di chi sia la responsabilità della fallita cattura di Provenzano quel 31 ottobre 1995 a Mezzojuso, ma anche e soprattutto comprendere quali possano essere state le ragioni che potrebbero aver spinto uomini dello Stato a proteggere la latitanza del capo di Cosa Nostra, colpevole di decine di omicidi e delle peggiori stragi che hanno insanguinato la Sicilia e l’Italia.
Non è quindi materia semplice e nemmeno si può fingere di poter valutare il singolo fatto senza incastonarlo nell’enorme quadro che abbraccia il biennio più buio della recente storia della Repubblica. Tra il 1992 e il 1993 infatti non solo sono esplose le bombe di Capaci e via D’Amelio e poi “in continente”, ma sono mutati radicalmente gli equilibri politici del nostro Paese e Cosa Nostra ha gettato le basi per risorgere dopo un’apparente disfatta. E tutti questi eventi dopo anni e anni di faticosa ricostruzione sembrano essere più collegati di quanto si creda.
Non sorprende affatto perciò che le domande poste dal Pubblico Ministero, rappresentato in aula dai procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, a Giovanni Brusca si siano concentrate in modo particolare sulla cosiddetta “trattativa”, il dialogo avvenuto tra mafia e stato a cavallo delle stragi in cui morirono i due giudici simbolo della lotta alla mafia.
Giovanni Brusca collabora con la giustizia dal 1996. Si decise a “saltare il fosso” quando sentì dire da Salvatore Cancemi, altro collaboratore, che Riina, l’uomo che ammirava e serviva più di suo padre stesso, voleva ucciderlo.
L’ex boss di San Giuseppe Jato è stato sentito decine di volte sulle manovre che Salvatore Riina aveva pianificato per ottenere dallo stato nuovi interlocutori politici e soprattutto benefici carcerari e giudiziari. Dopo la sentenza di Cassazione del 31 gennaio 1992 l’allora capo di Cosa Nostra in carica aveva dato inizio al suo particolare modo di colloquiare facendo assassinare Salvo Lima, il grande interlocutore politico della mafia. Tanto per lanciare un segno chiaro ed inequivocabile. Poi toccò al grande nemico: Giovanni Falcone.
Fu dopo Capaci, secondo Brusca, che “qualcuno” dello Stato si era “fatto sotto” per chiedere una tregua in cambio della concessione di qualche privilegio.
“Quando vidi Riina aveva una faccia, un’espressione, di grande soddisfazione”, spiega il collaboratore, “mi disse, indicandolo con le mani, che gli aveva fatto un papello tanto, cioè tutta una serie di richieste per migliorare la nostra condizione”.
Solo in sede processuale, quindi dopo il suo arresto, Brusca apprese che il generale Mori e il capitano De Donno erano gli interlocutori di Riina che aveva come tramiti Vito Ciancimino e il dottore Antonino Cinà.
Se i nomi dei due fiancheggiatori non lo sorpresero affatto, poiché ne conosceva il ruolo, il pentito si scandalizzò invece di sapere che il suo capo stava trattando il nemico, che aveva fatto il patto con il “diavolo”, secondo la visuale distorta dei valori mafiosi.
In ogni caso se si sono individuati i tramiti resta da stabilire chi sia il “terminale”, cioè chi riceveva le richieste e decideva in merito.
Mori e De Donno hanno sempre negato che vi fosse qualsiasi altra entità dietro al loro operato e che il fine fosse quello della cattura dei latitanti, ma Brusca rivela di essere a conoscenza di quel nome. E quella confidenza gliela fece Riina in persona.
Di fronte alle domande del Pubblico Ministero, degli avvocati e persino del Presidente, però, Giovanni Brusca tace, si avvale della facoltà di non rispondere; ormai avvezzo ai trucchi del dibattimento, non cede di un passo e si trincera nel più assoluto silenzio poiché specifica: “vi sono indagini in corso”.
Semplicemente concede un unico: “feci quel nome in tempi non sospetti”.
Ripercorrendo documenti e articoli inerenti le decine di deposizioni di Brusca ai tantissimi processi per i fatti di quell’epoca l’unico nome che sia mai emerso è quello dell’allora Ministro dell’Interno Nicola Mancino quale possibile ricevente ultimo delle richieste della mafia.
Brusca non lo ha mai fatto direttamente. Fu Francesco Viviano in un articolo del 2001 a scrivere il nome del politico che però ha sempre smentito di aver saputo di una qualsivoglia trattativa.
Non è dato di sapere se Brusca si riferisca a questa vicenda oggi, conforta apprendere che vi siano ancora indagini in corso in questo senso e si spera che approdino presto a fatti da poter accertare.
E’ possibile che la tanto attesa audizione a questo processo di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito e testimone diretto proprio degli episodi della trattativa, possa fornire quei riscontri finora mancanti.
L’eventuale coinvolgimento del ministro Mancino si ricollega anche con il mistero che avvolge la morte di Paolo Borsellino. E’ un dato storico assunto che il giudice si fosse guadagnato l’odio di Cosa Nostra con il suo operato, ma la tempistica così accelerata e le modalità esecutive, in parte ancora non individuate, con cui è avvenuta la strage di Via D’Amelio hanno sempre lasciato presagire responsabilità altre come il giudice stesso ebbe a confidare alla moglie e alle persone a lui più vicine. Sull’agenda del magistrato infatti è segnato l’incontro con il Ministro che oggi dice di non ricordare se tra le tante mani strette in quel giorno ci fosse anche quella del giudice simbolo della lotta a Cosa Nostra con il volto segnato dal brutale assassinio del suo amico e collega più intimo avvenuto poco più di un mese prima.
Delitti, terribili, di cui è intriso il nostro Stato e tutti connessi l’uno all’altro.
Allo stesso modo infatti non è stata affatto accertata la ragione dell’omicidio di Luigi Ilardo, il confidente del colonnello Riccio, freddato a Catania il 10 maggio 1996, ad una settimana esatta dalla sua formale richiesta di divenire un collaboratore di giustizia a tutti gli effetti.
Era stato lui infatti, con un’operazione rischiosissima di infiltrazione nelle famiglie del nisseno, tornando dopo anni di reclusione ad occupare il suo ruolo di vertice nella provincia di Caltanissetta, a portare il colonnello Riccio e gli uomini del Ros ad un passo dalla cattura di Provenzano a Mezzoiuso che per l’appunto non avvenne.
Sentita nell’ambito del medesimo procedimento, nell’udienza del 17 aprile scorso, il procuratore aggiunto Teresa Principato, che partecipò a quella riunione in cui Ilardo si presentava per la prima volta davanti ai magistrati, ha riferito di essere rimasta estremamente turbata dalla scelta dei procuratori capo di allora: Caselli per Palermo e Tinebra per Caltanissetta di non verbalizzare il contenuto dell’incontro con il confidente.
“Fu una decisione presa alla fine, io ero contraria a quel metodo ma mi fidavo dei due magistrati, considerata la loro caratura”.
Secondo la dottoressa Principato Ilardo doveva sistemare delle questioni personali e soprattutto voleva provare ad ottenere un ulteriore appuntamento con Provenzano. Il colonnello Riccio assicurò loro che si sarebbe occupato personalmente della protezione di Ilardo ma nello stesso giorno in cui questi ripartì per far rientro a Genova Ilardo fu assassinato.
Da chi? E perché?
Il magistrato non ha fatto mistero dell’ormai diffusa consapevolezza che le istituzioni non diano quella garanzia di riservatezza che sarebbe d’obbligo, “le notizie volano da qualsiasi fonte”, ha specificato senza tanti giri di parole.
Brusca e Vara forniscono invece il quadro generale in cui potrebbe essere maturato il delitto.
Ciro Vara, uomo di spicco della famiglia di Vallelunga, racconta che in quegli anni vi erano rivalità molto accese all’interno dei diversi schieramenti interni a Cosa Nostra che si ripercuotevano anche negli equilibri locali.
In particolare Gino Ilardo era in aperto contrasto con Peppe Cammarata e quindi quando apprese dell’uccisione del primo ne ricondusse il movente alla violenta dialettica interna alle famiglie nissene.
Fu solo più tardi che comprese perché Pietro Balsamo, della famiglia di Catania, con lui detenuto nel carcere di Enna, apprese la notizia dell’omicidio con particolare soddisfazione e gli disse di prepararsi che sarebbe scoppiata una bomba.
“La bomba – ha spiegato il pentito – era il fatto che Gino Ilardo collaborava con i carabinieri, ma lo compresi solo dopo”.
Balsamo secondo Vara era sempre al corrente di quanto si muoveva negli ambienti giudiziari, “evidentemente – ha precisato – aveva qualcuno che lo informava”.
Brusca invece ha introdotto un interessante retroscena.
Già verso la fine del 1995 aveva ricevuto richiesta da Aurelio Quattroluni, della famiglia di Catania, di uccidere Luigi Ilardo. Una richiesta stranissima perché in quegli anni Brusca e Bagarella erano sostanzialmente su una posizione contraria a Provenzano, e Ilardo, nipote di Piddu Madonia, apparteneva invece proprio allo schieramento del vecchio padrino.
Brusca, insospettito di essere stato incaricato di quel delitto, ancor più perché il mandante risultava essere proprio Piddu Madonia, ne chiese conto a Provenzano il quale, “come suo solito”, disse di non saperne nulla e di attendere nuove disposizioni. Che arrivarono però troppo tardi. Ilardo infatti fu assassinato e la settimana successiva Brusca fu arrestato.
A mistero si aggiunge mistero.
Nonostante l’omicidio di Ilardo e nonostante questi avesse portato i carabinieri nella zona in cui Provenzano si nascondeva il padrino e i suoi protettori non cambiarono ne abitudini ne nascondigli. Rimasero a Mezzoiuso e dintorni fino all’arresto di Benedetto Spera nel 2001.
Nessuno andò a disturbarli.
Oggi, 23 maggio 2009, nel ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro noi italiani tutti abbiamo il dovere di ricordare sempre che abbiamo un debito nei confronti di questi servitori dello Stato: cercare e accertare la verità.

da antimafiaduemila.com


Rubati verbali a Ciancimino, assegnata scorta

Palermo - Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito, condannato per mafia, ha denunciato che ignoti si sarebbero introdotti nella sua abitazione di Bologna e hanno rubato le copie di alcuni verbali di interrogatorio da lui resi all'autorità giudiziaria di Palermo.

Ed ora il comitato per l'ordine e la sicurezza di Bologna gli ha assegnato la scorta. Come riporta il Giornale di Sicilia, si tratta di deposizioni, finite agli atti del processo al prefetto Mario Mori, generale dell'Arma dei carabinieri, accusato di favoreggiamento alla mafia. Nei verbali l'imprenditore parla, ai pm di Palermo della presunta trattativa intrapresa, dopo le stragi mafiose del '92 tra lo Stato e Cosa nostra. Ciancimino, condannato dal tribunale di Palermo per riciclaggio, nei mesi scorsi ha rivelato di avere subito atti intimidatori a Palermo e per motivi di sicurezza ha deciso di trasferirsi a Bologna.

da antimafiaduemila.com

Palermo, 23 maggio 2009: dove è finita l´agenda rossa di Paolo Borsellino?


Il 23 maggio 2009 si è svolta a Palermo la cerimonia di commemorazione della strage di Capaci (23 maggio 1992) in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo ed Antonio Montinaro. Due cortei sono partiti dall´aula bunker del carcere Ucciardone e da via Mariano D´Amelio e si sono uniti sotto l´albero Falcone in via Notarbartolo.
Al corteo hanno preso parte i cittadini del "comitato 19 luglio 2009" per ricordare all´opinione pubblica che non è stata ancora fatta piena luce sulle connivenze interne alle Istituzioni dei mandanti e degli esecutori della strage di via D´Amelio (19 luglio 1992) nella quale furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. ll comitato cittadino proporrà nelle prossime settimane una serie di iniziative in preparazione alla manifestazione del 19 luglio 2009 per chiedere pubblicamente che sia fatta Giustizia.

In queste pagine il reportage video-fotografico della giornata a cura di Giorgio Ciaccio.






da 19luglio1992.com

La memoria violata di Giovanni Falcone

di Fedora Raugei

Le vittime delle strage di Capaci sono state ricordate ieri 23 maggio 2009. Ci sono uomini della Magistratura e delle forze dell´ordine che hanno onorato nel modo migliore possibile la memoria di Giovanni Falcone, della moglie e degli agenti della scorta, cioè lavorando ogni giorno con la massima professionalità per individuare mandanti ed esecutori della strage stessa. Il loro contribuito per l´accertamento dei fatti è stato fondamentale, come espressamente riconosciuto in numerose sentenze definitive e come egregiamente ricostruito in questo articolo di Fedora Raugei. Alcuni di questi uomini hanno pagato e pagano tutt´oggi un prezzo molto alto per loro coerenza. Uno di questi uomini è il dott. Gioacchino Genchi.

17 ANNI DOPO — L’inquietante storia delle agende elettroniche del giudice. Nei supporti informatici, ripuliti immediatamente dopo l’esecuzione, il diario contenente fatti, episodi, nomi.

E’ il 14 luglio ’92, a meno di mese dalla strage di Capaci. Due consulenti informatici sono incaricati dalla Procura di Caltanissetta di effettuare una perizia su agende elettroniche e altro materiale rinvenuto nell’ufficio e nelle abitazioni di Roma e Palermo del giudice Giovanni Falcone.

Gli esperti sono Luciano Petrini, ingegnere elettronico e Gioacchino Genchi, funzionario di polizia. Per analizzare il materiale informatico i due esperti impiegano sei mesi, ed esaminano i supporti anche alla ricerca del presunto diario del giudice. Un’ipotesi materializzatasi un mese dopo la strage, quando Il Sole 24 Ore pubblica due pagine di appunti che Falcone ha consegnato, nel luglio 1991, alla giornalista Liliana Milella.
Vi sono annotati episodi che testimoniano le difficoltà vissute dal magistrato nella Procura di Palermo. L’articolo suscita molti interrogativi. La giornalista, il 25 giugno, consegna le cartelle ai magistrati affermando che provengono dal diario di Falcone.


Si tratta di due pagine scritte così, di getto, oppure Falcone teneva veramente un diario? è un’ipotesi che alcuni escludono e altri, al contrario, confermano. Due dei colleghi di Falcone, in particolare, non sembrano avere dubbi. Sono Antonino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di Palermo, e Giuseppe Ayala che ne parla già prima dell’uscita dell’articolo della Milella . «Una mattina lessi sul Sole 24 Ore che erano stati pubblicati i suoi diari, per lo meno quelle due cartelle - scrive Caponnetto (I miei giorni a Palermo, Garzanti, 1993) -. Le altre non so dove siano andate a finire, perché ce n’erano sicuramente delle altre, che coprivano tutto il periodo della Procura». E da testimone privilegiato racconta un episodio: «Ricordo una frase di Falcone: “Mi sto divertendo con un ordigno che ti farebbe impazzire”. Conosceva la mia avversione verso i meccanismi di informatica.

Gli chiesi: “Come va con i tuoi diari? Te li porti sempre appresso?”. Rispose: “Ora non ne ho più bisogno. Ho un’agenda elettronica che è una cosa meravigliosa, nella quale trasferisco (...) la mia vita di ogni giorno”. “Ah!”, gli dissi “ti sei messo anche tu a fare un diario…”(…). “No” disse, “non è che stia facendo un diario. Solo che ci sono dei fatti, degli episodi che preferisco memorizzare e annotare a futura memoria”.

Queste furono le sue testuali parole. Questo avveniva agli inizi dell’89 (…)». Anche le affermazioni fatte da Giuseppe Ayala il 20 giugno 1992, prima della pubblicazione degli appunti di Falcone, concordano con quanto affermato da Caponnetto: «Falcone aveva un diario puntualissimo, della cui esistenza ha messo a conoscenza soltanto me e, forse una volta, Paolo Borsellino; in quel diario scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché scriveva su un computer. (…)» (L’agenda rossa di Borsellino, Chiarelettere, 2007).


Queste sono solo due delle voci autorevoli, vicine al magistrato, che affermano l’esistenza di un suo presunto diario. Ciò che è certo, è che Falcone era preciso, meticoloso e si avvaleva di computer e agendine elettroniche sulle quali annotava tutto. Altrettanto certo, come testimonieranno i due esperti davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta, è che dopo la morte di Falcone, qualcuno cancella i dati presenti sulle sue agende elettroniche e sul suo computer portatile Toshiba.

Qualcuno, forse maldestramente, apre e risalva diversi file presenti nel computer dell’ufficio del magistrato al ministero di Grazia e Giustizia . Una ricostruzione tecnica complessa che seguiamo attraverso gli atti. L’8 e 9 gennaio 1996, Genchi e Petrini testimoniano sulla perizia che hanno svolto davanti ai magistrati della Corte d’assise di Caltanissetta, al processo per la strage di Capaci. Hanno classificato ed esaminato 101 reperti appartenuti al giudice Falcone.

Sono precisi, preparati, parlano di memorie cancellate, di file modificati e rieditati nel periodo successivo alla strage. E di anomalie. La prima è quella relativa al computer portatile di Falcone, un modello Toshiba. Viene rinvenuto dai familiari del magistrato, insieme all’agendina elettronica Casio, nella sua abitazione palermitana di via Notarbartolo.


Dopo la pubblicazione del citato articolo di Liana Milella, e nonostante i primi sopralluoghi già effettuati dalla polizia, computer e agendina elettronica sembrano riapparire dal nulla. Genchi e Petrini accertano che dopo la strage, il 9 giugno ’92, sul portatile qualcuno ha installato un programma pc tools, utilizzato sia per recuperare che per cancellare definitivamente i file.

La memoria del Toshiba è stata “ripulita”. Anche l’agendina portatile Casio, ritrovata in via Notarbartolo, ha subito la stessa sorte. «è stata trovata totalmente cancellata (…)», testimonia Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta. I due consulenti ne ripristinano il contenuto. Però manca qualcosa di non trascurabile. L’agenda Casio aveva la predisposizione per l’espansione di memoria con una ram card esterna.

Questa ram card e il cavetto di collegamento al pc non vengono ritrovati. «La ram card - testimonia il consulente Genchi -, era stata sicuramente in possesso del giudice Falcone in quanto, per quanto mi riguarda e mi risulta, l’aveva e forse ne aveva pure più di una (…)». I due consulenti informatici recuperano anche i dati che qualcuno ha cancellato dall’agenda elettronica Sharp di Falcone. Sono stati tutti recuperati i dati?

«Se si fosse modificato un numero telefonico di un soggetto che risultava già inserito nell’agenda - spiega Genchi - o gli si fosse cambiato il nome o si fosse cancellato un numero di un’annotazione già precedente o cambiato l’oggetto di un appuntamento calendarizzato con una certa data, in nessun modo la consulenza avrebbe mai potuto rilevare il contenuto di un’operazione di editazione avvenuta prima della consegna dei reperti».


A strage avvenuta, gli inquirenti appongono i sigilli all’ufficio romano di Falcone, presso il ministero di Grazia e Giustizia. I computer e i supporti informatici utilizzati dal magistrato, però, non vengono sequestrati. Il successivo 30 maggio 1992 si procede alla ricognizione dei “reperti” rinvenuti nell’ufficio. Anche questa volta il prezioso materiale non viene sequestrato e, anzi, si restituisce alla libera disponibilità della Direzione generale degli affari penali.

Solo il 23 giugno, a distanza di un mese dalla strage di Capaci, e dopo l’uscita dell’articolo di Liana Milella, la Procura ritorna nello stesso ufficio e dispone materialmente il sequestro dei computer e dei supporti informatici utilizzati dal magistrato. Come testimonierà Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta che «in quel computer sequestrato, nella stanza sequestrata sono stati, diciamo, editati in epoca successiva al 23 maggio dei file».

Quando «ci sono delle rieditazioni sul supporto magnetico, cioè allorché si rivà a rieditare, quindi a riscrivere o per errore o per dolo o per imperizia, con qualunque volontà e intenzione - come spiega Genchi nella testimonianza del 9 gennaio ’96 -, si va a rioccupare una parte dell’hard disk e si va a incidere sulla possibilità di recuperare eventuali dati cancellati, quindi il supporto perde quella verginità, diciamo, quella originale forma fisica logica di contenuto di dati che in effetti aveva dal momento in cui il suo legittimo titolare ne aveva cessato la disponibilità».


Nel computer Compact rinvenuto nell’ufficio di Falcone, presso la Direzione affari penali, è installato anche il programma Perseo. Come spiegherà l’ingegnere Luciano Petrini, si tratta di «un prodotto che è stato sviluppato espressamente per conto del ministero di Grazia e Giustizia, per le automazioni di taluni uffici giudiziari (…). Lo stesso prodotto è stato utilizzato per l’acquisizione della documentazione relativa ai fascicoli, ai faldoni Gladio».

Non è quindi un programma comune. Per utilizzarlo occorre avere conoscenze specifiche. Il 19 giugno 1992, nell’ufficio sigillato del ministero di Grazia e Giustizia, Direzione affari penali, qualcuno apre e legge i file del programma Perseo contenuti nel computer di Falcone. Tra questi, anche la sintesi delle schede di Gladio. La data di apertura viene registrata automaticamente dal sistema, anche se non vengono materialmente effettuate modifiche.

Quindi, in un ufficio sigillato, qualcuno ha avuto accesso a quelle informazioni. L’operazione avviene il 19 giugno 1992. «L’ora è le 15:08 - come afferma Genchi - tra l’altro nella successione oraria in cui si rilevano queste modifiche operate e queste editazioni in epoca successiva alla strage, si può cogliere anche la sequenza cronologica con cui chi materialmente ha operato, ha ispezionato, questi sistemi informatici (…)».

Qualcuno, quindi, ha cancellato i dati delle agendine di Falcone, ha fatto sparire la ram card dell’agenda Casio, ha “ripulito” la memoria del portatile Toshiba, riapparso nell’abitazione palermitana del magistrato. Nell’ufficio sigillato del ministero, ha quantomeno letto e risalvato i file del suo computer e ha avuto accesso alle informazioni contenute nel programma Perseo. Solo casualità, maldestre operazioni? Può darsi. Ma chi e perché si è precipitato a cancellare i dati delle agende e del Toshiba?


Al termine del processo per la strage di Capaci si sosterrà che dalle perizie eseguite sui computer “non si evince manipolazione dei supporti informatici”. Perché, allora, Genchi subisce un trattamento ostile di cui parla nel corso della sua testimonianza a Caltanissetta?

«Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno - afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile».


Sei mesi dopo l’udienza, accade una tragica fatalità. Il 9 maggio 1996, Luciano Petrini viene trovato morto nel suo appartamento di via Pallavicini, a Roma, con il cranio fracassato. Gli investigatori puntano a una pista gay, poi caduta nel vuoto. Il pm Luca Tescaroli esclude che la sua perizia possa costituire movente del delitto. Sono molti gli interrogativi che rimarranno intorno alla morte di Falcone e su ciò che avvenne dopo.

“Manine o manone” silenziose appaiono immancabilmente in ogni omicidio e strage della nostra storia recente. Il mistero dei documenti trafugati dalla cassaforte del generale Dalla Chiesa, l’agendina scomparsa del giudice Mario Amato, l’agendina rossa di Paolo Borsellino. Sono “mani” mosse da intrecci complessi che tentano di cancellare la storia. Le sentenze non si possono riscrivere, ma la storia, prima o poi sì.


da 19luglio1992.com