martedì 31 marzo 2009

PDL - Il popolo dell'infelicita'


di Dario Campolo

Dopo le nauseanti immagini dei tg sul 1° congresso del PDL seguito da una puntata a tema di Porta a Porta con intervista esclusiva a seguito al Re, si scopre che molti elettori del centro destra iniziano ad essere molto delusi.

Una cosa è certa, a nessuno è piaciuta la grande festa voluta dal PDL alias Re Silvio perché non rispecchia la situazione attuale con la crisi che fa da padrona, molti amici che mi circondano e che da sempre votano il centro destra non digeriscono questa frittata di Forza Italia e An, iniziando a ragionare per chi votare.

Sicuramente molti riconosciutosi da sempre in Fini non condividono la fusione con a capo il Re, anzi essendo molto delusi non vogliono regalare il loro voto, positivo o no spero da ITALIANO VERO che Re Silvio si prenda uno di quegli SCHIAFFI ELETTORALI enormi che neanche la scorta può evitargli, in modo da farlo sparire per un po', l'unico modo democratico che oggi ancora abbiamo, solo così potremo cominciare a respirare un po' di aria pulita.

Una notizia di poco fa conferma l'accordo Lega-PDL per le amministrative, con un primo rospo da digerire, An vuole il referendum sulla legge elettorale e la Lega NO, chi la vincerà?

Una cosa è certa, Fini ha messo in atto la sua strategia, prendere le distanze dal Re, ovviamente in pubblico la scusa sarà sempre rivolta alla carica istituzionale che ricopre ma comunque vada il meccanismo si è messo in moto..

Ultima considerazione, rivolgo i miei complimenti più sinceri a Franceschini, devo dire che si sta comportando bene e se devo dirla tutta, mi piace, inizialmente non avrei puntato un centesimo su di lui ma la sua tenacia sarà premiata.

Avanti Popolo.

I nuovi padri della patria


di Marco Travaglio

"Buongiorno a tutti.
Non per guastare la festa a questa bella incoronazione imperiale del leader del popolo delle libertà che, come avete visto, a sorpresa è stato eletto primo, unico, ultimo imperatore del partito che aveva fondato sul predellino di una macchina e che quando l'aveva fondato Gianfranco Fini l'aveva subito fulminato dicendo: “siamo alla comica finale, noi non entreremo mai nel Popolo della Libertà e Berlusconi non tornerà mai più a Palazzo Chigi con i voti di Alleanza Nazionale”.
E quando qualcuno gli aveva chiesto “Possibilità che AN rientri all'ovile?”, risposta di Fini: “Noi non dobbiamo tornare all'ovile perché non siamo pecore”. Poi come avete visto sono tornati all'ovile quindi ne dobbiamo concludere che sono pecore o pecoroni.
Ecco, non è per guastare il clima idilliaco anche perché avete visto che sono talmente uniti che su 6000 delegati non se n'è trovato uno che votasse per un altro candidato; potevano pagarne uno almeno per votare per un altro candidato almeno facevano finta di averne due, invece no. E' stata proprio una cosa unanime che ha molto commosso il Cavaliere che non se l'aspettava: avete visto l'emozione con cui ha scoperto di essere stato eletto leader in quei congressi che proprio all'ultimo momento ti riservano questo colpo di scena finale. Chi l'avrebbe mai detto.
Ma diciamo che questo stava nelle cose. La cosa interessante è che a poco a poco si cominciano, con quindici anni di ritardo, a vedere i nomi e i cognomi dei veri padri fondatori di quest'avventura che adesso si chiama Popolo della Libertà, che prima si chiamava Casa della Libertà , che prima ancora si chiamava Polo della Libertà e che in realtà ha un unico padrone che si chiama sempre Forza Italia.
Quante volte abbiamo sentito rievocare la storia di Forza Italia, le origini... adesso c'è anche quel libro scritto in caratteri gotici, molto grosso per i non vedenti, probabilmente è la versione braille quella che Berlusconi ha mostrato in televisione, che invece della fiaba di cappuccetto rosso, di Cenerentola racconta la fiaba di uno dei sette nani: l'ottavo nano, anzi, come l'avevano ribattezzato i fratelli Guzzanti e la Dandini.

Craxi, questo sconosciuto

L'ottavo nano che nel 1993 cominciò a macinare idee, progetti che poi si tradussero in Forza Italia.
All'inizio ci dicevano che fu lui ad avere questa intuizione meravigliosa, anzi quando qualcuno insinuava che ci potessero essere dei rapporti, dei suggerimenti di Bettino Craxi, di alcuni strani personaggi siciliani che poi vedremo, veniva tutto negato: “non sia mai, noi non c'entriamo niente”. Anzi Berlusconi Craxi faceva proprio finta di non conoscerlo. Per la precisione, il 21 febbraio del 1994, ad un mese ed una settimana delle prime elezioni che Berlusconi vinse, tre settimane dopo il famoso discorso televisivo a reti unificate spedito in videocassetta ai telegiornali, quello della discesa in campo, Berlusconi era a Mixer, ospite di Giovanni Minoli che, conoscendo anche lui molto bene Craxi gli chiese quale fosse il suo rapporto con Craxi.
All'epoca Craxi era un nome impronunciabile, era il numero uno dei tangentari, stava facendo di gran fretta le valige perché di li a poco con l'insediamento del nuovo Parlamento i vecchi parlamentari avrebbero perso ipso facto l'immunità e sarebbe finito dentro. Allora stava apprestandosi alla fuga, alla latitanza verso Hammamet. Era un nome pericoloso, e Berlusconi, fedele alle amicizie e fedele come sempre, rispose a Minoli: “è una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto CAF”.
Un anno dopo, lui aveva già fatto il suo primo governo, era già cascato, c'era il governo tecnico Dini, alla Repubblica gli chiesero notizie di Craxi perché era venuto fuori da un vecchio consulente di Publitalia che aveva partecipato alla progettazione, addirittura pare fin dall'estate del 1992, Ezio Cartotto, alla nascita di Forza Italia, aveva raccontato che in queste riunioni, in quella decisiva di aprile del 1993, mente lui era li ad Arcore con Berlusconi si aprì una porta ed entrò Craxi e diede alcune indicazioni. Per esempio che bisognava mettere insieme le truppe berlusconiane con i leghisti, ma Craxi disse “mai con i fascisti”. Craxi aveva tanti difetti ma essendo un socialista i fascisti non li voleva vedere mentre, come abbiamo visto, Berlusconi si è portato dentro i fascisti e anche qualche nazistello per non disperdere i voti.
In ogni caso i giornali pubblicarono le dichiarazioni di Cartotto, che chi di voi vuole vedere nel completo trova nel libro “L'odore dei soldi”, lì c'è proprio il racconto di questa riunione nella quale Craxi spalancò una porta.
Berlusconi replicò negando. Io mi ricordo che in una conferenza stampa in quei giorni a Torino, al Lingotto, io gli chiesi se era vero che Craxi avesse partecipato a queste riunioni e lui, invece di rispondermi, mi disse “si vergogni di farmi questa domanda”. Era una conferenza stampa: in un altro paese immagino che tutti i giornalisti avrebbero rifatto la stessa domanda fino a ottenere la risposta, invece i colleghi, che sono quelli che fanno parte del codazzo, che sono ormai quasi di famiglia per lui, mi guardarono come dire: “ce lo disturbi, così ci rimane male, ci rimane storto per tutta la giornata”. Io mi ritirai in buon ordine, non conoscendo queste usanze altamente democratiche.
Berlusconi disse di nuovo: “Forza Italia e Craxi sono politicamente lontani anni luce. Posso assicurare che politicamente non abbiamo a che fare con Craxi e siamo stati molto attenti anche alla formazione delle liste elettorali”. Come dire, quello è un pregiudicato e noi i pregiudicati non li vogliamo. Non vogliamo neanche gli indagati, infatti Forza Italia nel 1994 faceva firmare una dichiarazione ai suoi candidati nella quale dichiaravano non solo di avere condanne ma nemmeno di avere mai ricevuto un avviso di garanzia, che è addirittura eccessivo come dicevamo la settimana scorsa. Per essere indagati basta essere denunciati da qualcuno, che magari si inventa le accuse.
“Non rinnego l'amicizia con Craxi ma è assolutamente escluso che Forza Italia possa aver avuto o avere alcun rapporto con Craxi”. 2 ottobre 1995.
Craxi è rimasto latitante dal 1994 al 2000 ad Hammamet. Nel gennaio del 2000 è morto. Stefania Craxi ha aspettato per sei anni che l'amico Silvio, che doveva molto se non tutto a Craxi, andasse a trovare suo padre e Berlusconi non c'è mai andato, è andato a trovarlo da morto al funerale.
Infatti, parlando al Corriere della Sera nell'agosto del 2004, Stefania Craxi dichiarava: “A Berlusconi non perdono di non essere mai stato a trovare mio padre neppure una volta.”.
L'avete vista, l'altro giorno piangeva felice durante la standing ovation riservata a Craxi su invito di Berlusconi dall'assemblea dei congressisti; evidentemente si è dimenticata o forse ha perdonato, o forse il fatto che l'abbiano portata in Parlamento l'ha aiutata a perdonare.
Sta di fatto che Craxi era un appestato, non si poteva dire che Craxi era uno dei padri fondatori di Forza Italia e poi dei suggeritori, visto che da Hammamet non faceva mai mancare i suoi amorevoli consigli, come emerse dalle famose intercettazioni depositate nel processo sulle tangenti della metropolitana di Milano, quelle che il giovane PM Paolo Ielo tirò fuori in aula per dimostrare la personalità criminale di Craxi che anche dalla latitanza continuava a raccogliere dossier a distribuire suggerimenti, ed era in contatto con il gruppo parlamentare di Forza Italia. Tant'è che il portavoce del gruppo parlamentare si dovette dimettere perché era solito sottoporre a Craxi le interrogazioni e le interpellanze parlamentari, e Craxi dava ordini su come orchestrare le campane contro i magistrati... anche questo lo trovate mi pare in “Mani Pulite” se non ricordo male.

L'altro padrino fondatore

Ma, andando avanti, l'altro giorno finalmente c'è stato lo sdoganamento postumo di Craxi: quindici anni esatti dopo la prima vittoria elettorale di Forza Italia Berlusconi ci ha fatto sapere pubblicamente, durante la standing ovation, che uno dei padri fondatori era Bettino. Non è male un partito che ha fra i suoi padri fondatori un latitante, no?
Ecco, per chi pensasse che non è bello un partito co-fondato da un latitante, fermi la propria indignazione o la propria riprovazione perché tra i padri fondatori Craxi probabilmente è il più pulito. Nel senso che, magari ci arriviamo al prossimo congresso, prima o poi sentiremo il Cavaliere ammettere anche il nome di altri padri fondatori di Forza Italia, che per il momento restano ancora abbastanza nell'ombra.
Quando voi vedrete a un prossimo congresso, non so... quando gli metteranno la corona o gli poseranno la spada sulla spalla o si metterà lo scolapasta in testa e il mestolo in mano e comincerà a declamare in lingue strane, se solleciterà una standing ovation per Vittorio Mangano sappiate che quello è il momento: finalmente un altro padre, o padrino, fondatore di Forza Italia verrà allo scoperto. Per il momento ci dobbiamo accontentare di quello che siamo riusciti a scrivere nei nostri libri, perché noi scriviamo nei nostri libri delle cose e poi dieci anni dopo Berlusconi arriva e le dice, e tutti i giornali le annotano dicendo “Berlusconi rivela...”. No, Berlusconi non rivela niente: confessa tardivamente, di solito quando le cose sono andate in prescrizione.
Allora, per essere precisi perché molto spesso si fa letteratura, Mangano, non Mangano, sarà vero o non sarà vero.
Io vi cito semplicemente quello che noi sappiamo per certo sul ruolo che ebbe Vittorio Mangano in tandem con Marcello Dell'Utri nella nascita di Forza Italia.
Un po' di date: il 25 maggio del 1994, strage di Capaci. Qualche giorno dopo Ezio Cartotto, che è un vecchio democristiano della sinistra DC milanese che teneva delle lezioni e delle consulenze ai manager e ai venditori di Publitalia e che quindi lavorava per Dell'Utri, viene chiamato da Dell'Utri. Siamo nell'estate del 1992, tangentopoli è appena esplosa, non c'è ancora nessun nessun politico nazionale indagato dal pool di Mani Pulite: hanno preso Mario Chiesa, hanno preso i due ex sindaci di Milano Tognoli e Pillitteri, hanno preso un po' di amministratori locali democristiani, comunisti, socialisti.
Eppure Dell'Utri, evidentemente con le buone fonti che ha a Palermo, ha già deciso che la classe politica della prima Repubblica è già alla frutta e non si salverà e quindi a scanso di equivoci chiama Cartotto e, in segreto, senza nemmeno parlarne con Berlusconi, gli commissiona – dice Cartotto - “di studiare un'iniziativa politica legata alla Fininvest”.
Poi c'è la strage di Via D'Amelio, preceduta dalla famosa intervista dove Paolo Borsellino ha detto che a Palermo ci sono ancora indagini in corso sui rapporti fra Berlusconi, Dell'Utri, Mangano e il riciclaggio del denaro sporco.
Dopo avere dato quell'intervista, passano nemmeno due mesi e Borsellino viene eliminato a sua volta. Intanto Cartotto lavora come una talpa: lo sa solo Dell'Utri. Berlusconi, questo lo trovate negli atti del processo Dell'Utri e noi in Onorevoli Wanted e anche nel libro arancione “L'amico degli amici” abbiamo raccontato dilungandoci questa vicenda che ha semplicemente dell'incredibile. O almeno, avrebbe dell'incredibile se qualcuno la conoscesse, se qualcuno l'avesse raccontata in questi giorni in cui tutti facevano i retroscena della nascita di Forza Italia. Si sono dimenticati questi popò' di retroscena.
Nell'autunno del 1992 Berlusconi viene informato del fatto che farà un partito, perché i primi a saperlo sono Dell'Utri e Cartotto. Da' il suo via libera al progetto, che prosegue tramite le strutture di Publitalia all'ottavo piano di Palazzo Cellini a Milano 2, dove ha gli uffici Dell'Utri.
Il progetto viene chiamato “Progetto Botticelli”, viene camuffato da progetto aziendale, in realtà è un progetto politico che sfocerà in Forza Italia, e poi ci sono tutte le riunioni di quando Berlusconi comincia a consultarsi con i suoi uomini.
Ovviamente, non solo i manager del gruppo ma anche i direttori dei giornali e dei telegiornali, che sono sempre i vari Costanzo, Mentana, Fede, Liguori e ovviamente Confalonieri, Dell'Utri, Previti, Ferrara. Montanelli non ci andava, ma ci andava Federico Orlando che poi ha scritto un libro, anche quello molto interessante: “Il sabato andavamo ad Arcore” pubblicato dalla Larus di Bergamo.
Poi ha scritto un altro libro “Fucilate Montanelli”, nel quale si raccontano, per gli Editori Riuniti, questi fatti.

Le riunioni ad Arcore

In queste riunioni ci sono discussioni, perché Berlusconi è preoccupatissimo. C'è il referendum elettorale che ha portato l'Italia alla preferenza unica e si va verso l'uninominale, c'è la scomparsa nella primavera del 1993 dei vecchi partiti che gli avevano garantito protezione per vent'anni, c'è la necessità di sostituirli con qualcosa che sia talmente forte da sconfiggere la sinistra che sembra approfittare del degrado morale che sta emergendo soprattutto, ma non solo, per i partiti del centrodestra – poi il PCI era coinvolto anche nella sua ala milanese ma non a livello nazionale nello scandalo di tangentopoli. E soprattutto c'è tutto il problema delle concessioni televisive e di chi andrà a governare il Paese e quindi a regolare la materia delle concessioni televisive che Berlusconi aveva appena sistemato con la famosa legge Mammì e quei famosi 23 miliardi finiti sui conti esteri della All Iberian di Craxi subito dopo la legge Mammì.
Allora c'è grande allarme, c'è grande preoccupazione: sarà meglio entrare o sarà meglio non entrare? C'è tutta la manfrina “facciamo un partito di centrodestra e poi lo consegniamo chiavi in mano a Segni e Martinazzoli perché vadano avanti loro, oppure lo facciamo noi?”. Questo era il dibattito, che nell'aprile del 1993 segna la benedizione ufficiale di Craxi con quella riunione che vi dicevo prima ad Arcore con Ezio Cartotto.

La mafia e la nuova Repubblica

Poi ci sono altre discussioni, ci sono ancora i frenatori come Confalonieri, Gianni Letta, Maurizio Costanzo che sono piuttosto ostili al progetto, o meglio temono che per Berlusconi sia un autogol.
Sarà un caso, ma proprio il 14 maggio del 1993 la mafia fa un attentato a Roma, il primo attentato a Roma nella storia della mafia, il primo attentato fuori dalla Sicilia nella storia della mafia viene fatto a Roma nel quartiere dei Parioli. Contro chi? Ma guarda un po': Maurizio Costanzo che sfugge poi, fortunatamente, per un centesimo di secondo.
Quel Costanzo che stava nella P2: evidentemente qualche ambientino non si aspettava che fosse ostile alla discesa in campo. Perché lo dico? Perché in quello stesso periodo in Sicilia e in tutto il sud ovest, anche Calabria, si muovevano delle strane leghe meridionali che, in sintonia con la Lega Nord – c'era stato addirittura a Lamezia Terme con un rappresentante della Lega Nord – si proponevano di secedere, di staccare Sicilia, Calabra... infatti si chiamavano “Sicilia libera”, “Calabria libera”. Era tutto un fronte di leghe molto strano: invece di esserci i padani inferociti lì c'erano strani personaggi legati un po' alla mafia, un po' alla 'ndragheta e un po' alla P2 e uno di questi, il principe Orsini che aveva legami con questi personaggi, aveva legami anche con Marcello Dell'Utri.
Quindi noi sappiamo che Dell'Utri – lo ha dimostrato Gioacchino Genchi, ma guarda un po', andando a incrociare i telefoni e i tabulati di questi personaggi – aveva contatti diretti con questo Principe Orsini. Dell'Utri inizialmente tiene d'occhio questi ambienti, perché sono le organizzazioni mafiose, legate a personaggi della P2 e dell'eversione nera, che si stanno mettendo insieme perché sentono odore di colpo di Stato, sentono odore di nuova Repubblica e vogliono far pesare, ancora una volta, la loro ipoteca con un partito o una serie di partiti nuovi.
Come Sicilia Libera, della quale si interessano direttamente boss come Tullio Cannella, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e Giovanni Brusca.
Dopodiché succede qualcosa, succede che dopo l'attentato a Costanzo e dopo gli attentati che seguono – alla fine di maggio c'è l'attentato a Firenze, ci sono addirittura cinque morti e diversi feriti; poi alla fine di luglio ci sono gli attentati di Milano e Roma con altri cinque morti e diversi feriti – questa strategia terroristica ad ampio raggio, della mafia, sortisce i risultati sperati: Riina non stava sparando all'impazzata, stava facendo la guerra per fare la pace con lo Stato, così disse ai suoi uomini.
Una nuova pace con nuovi soggetti e referenti politici che però, a differenza di quelli vecchi che ormai erano agonizzanti, fossero vivi, vegeti, reattivi e in grado, fatto un accordo, di rispettarlo.
E' l'estate del 1993 quando Forza Italia è ormai decisa: Berlusconi nell'aprile-maggio ha comunicato a Montanelli che entrerà in politica e che quindi il Giornale dovrà seguirlo nella battaglia politica. Montanelli gli ha detto che se lo può scordare: tra l'estate e l'autunno sono mesi in cui si consuma la rottura tra Montanelli e Berlusconi perché Montanelli continua a scrivere che Berlusconi non deve entrare in politica perché c'è un conflitto di interessi, perché non si può fare due mestieri insieme.
Dall'altra parte, ci sono le reti Fininvest che bombardano Montanelli per indurlo alle dimissioni, perché era diventato un inciampo: il giornalista più famoso dell'ambito conservatore che si scatenava contro quello che doveva diventare, secondo i desideri di Berlusconi, un partito moderato, liberale, insomma il partito che avrebbe dovuto incarnare gli ideali di cui Montanelli era sempre stato l'alfiere e che invece Montanelli sapeva benissimo non avrebbe potuto incarnare perché Berlusconi è tutto fuorché un moderato e un liberale: è un estremista autoritario.
In quei mesi la mafia decide di abbandonare il progetto di Sicilia Libera che essa stessa aveva patrocinato e fondato e tutto ciò avviene in seguito a una serie di riunioni, nell'ultima delle quali Bernardo Provenzano – ce lo racconta il suo braccio destro, Nino Giuffré che ora collabora con la giustizia e che è stato ritenuto attendibile in decine e decine di processi compreso quello Dell'Utri – convoca le famiglie mafiose, la cupola, per sapere che cosa scelgono: se preferiscono andare avanti col progetto del partitino regionale Sicilia Libera o se invece non preferiscano una soluzione più tradizionale come quella che sta affacciandosi a Milano grazie all'opera di un loro vecchio amico: Marcello Dell'Utri che conoscevano fin dai primi anni Settanta come minimo, cioè da quando Dell'Utri, in rapporto con un mafioso come Cinà e un mafioso come Mangano, aveva portato quest'ultimo dentro la casa di Berlusconi.
Si potrà discutere se l'ha fatto consapevolmente o inconsapevolmente, ma il fatto c'è: ha dato a Cosa Nostra la possibilità di entrare dentro la casa privata e di stazionare con un proprio rappresentante dentro la casa privata di uno dei più importanti e promettenti finanzieri e imprenditori dell'epoca. Berlusconi era costruttore, in quel periodo, poi sarebbe diventato editore e poi politico.

Gli incontri tra Mangano e Dell'Utri

E' strano che non si trovi più nessuno, ma nemmeno all'estrema sinistra, che ricordi questi fatti documentati. Ancora nel novembre del 1993 quando ormai per Forza Italia si tratta proprio di stabilire i colori delle coccarde e delle bandierine, c'erano i kit del candidato, stavano facendo i provini nel parco della villa di Arcore per vedere i candidati più telegenici; in quel periodo, a tre mesi dalle elezioni del marzo del 1994, Mangano incontra due volte Dell'Utri a Milano. E questa non è una diceria, c'è nelle agende della segretaria di Dell'Utri: Palazzo Cellini, sede di Publitalia, Milano 2, i magistrati arrivano e prendono le agende e nell'agenda del mese di novembre del 1993 si trovano due appuntamenti fra Dell'Utri e Mangano, il 2 novembre e il 30 novembre.
E Mangano chi era, in quel periodo? Non era più il giovane disinvolto del '73-'74 quando fu ingaggiato e portato ad Arcore come stalliere: qui siamo vent'anni dopo.
Mangano era stato in galera undici anni a scontare una parte della pena complessiva di 13 anni che aveva subito al processo Spatola per mafia e al maxiprocesso per droga, due processi istruiti da Falcone e Borsellino insieme.
E' stato definitivamente condannato per mafia e droga a 13 anni, ne aveva scontati 11, uscito dal carcere nel 1991 era diventato il capo reggente della famiglia mafiosa di Portanuova e grazie al suo silenzio in quella lunga carcerazione aveva fatto carriera e partecipato alle decisioni del vertice della mafia di fare le stragi.
E poche settimane dopo le ultime stragi di Milano e Roma, Dell'Utri incontra un soggetto del genere a Milano negli uffici dove sta lavorando alla nascita di Forza Italia.
Io non so se tutto questo sia penalmente rilevante, lo decideranno i magistrati: penso che sia politicamente e storicamente fondamentale saperlo, mentre si vede Gianfranco Fini che cita Paolo Borsellino al congresso che sta incoronando il responsabile di tutto questo, cioè Berlusconi.
Verrebbe da dire “pulisciti la bocca”.
Possibile che invece di abboccare a tutti i suoi doppi giochi, quelli del centrosinistra non – ma dico uno, non dico tutti, li conosciamo, fanno inciuci dalla mattina alla sera e sono pronti a ricominciare con la Costituente come se non gli fosse bastata la bicamerale – uno, di quelli anche più informati, che dica “ma come ti permetti di parlare di Borsellino? Leggiti quello che diceva, Borsellino, di questi signori in quella famosa intervista prima di morire”.
Leggiti quello che c'è scritto nella sentenza Dell'Utri e poi vergognati, perché quel partito lì non l'ha fondato lo spirito santo, l'hanno fondato Berlusconi, Dell'Utri, Craxi con l'aiuto di Mangano che faceva la spola fra Palermo e Milano, infatti le famiglie mafiose decidono di votare per Forza Italia e di abbandonare Sicilia Libera – che viene sciolta nell'acido probabilmente – quando Mangano arriva giù a portare le garanzie.

Bettino, Silvio e Marcello

Io concludo questo mio intervento, che racconta l'altra faccia della nascita e delle origini di Forza Italia e quindi della Seconda Repubblica, semplicemente leggendovi quello che hanno scritto e detto prima Ezio Cartotto, piccolo brano, e i giudici di Palermo.
Cartotto dice: “Craxi ci disse – in quella famosa riunione in cui si aprì la porta – che bisogna trovare un'etichetta, un nome nuovo, un simbolo, qualcosa che possa unire gli elettori moderati che un tempo votavano per il pentapartito. Con l'arma che hai tu, Silvio, in mano delle televisioni, attraverso le quali puoi fare una propaganda martellante”. Mh... “Ti basterà organizzare un'etichetta, un contenitore – una volta è Forza Italia, una volta la CdL, una volta il PdL -, hai uomini sul territorio in tutta Italia, puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che è sconvolto, confuso ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti e salvare il salvabile”.
Vedete che Berlusconi continua a ripetere le stesse cose che gli aveva detto Craxi, quindici anni dopo non ha ancora avuto un'idea originale.
Berlusconi invece era ancora disorientato, in quel momento, tant'è che dice: “mi ricordo che mi diceva: 'sono esausto, mi avete fatto venire il mal di testa. Confalonieri e Letta mi dicono che è una pazzia entrare in politica e mi distruggeranno, che faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte e diranno che sono un mafioso”.
Questo diceva Berlusconi nella primavera del 1993. Domanda: ma come può venire in mente a un imprenditore della Brianza di pensare che se entra in politica gli diranno che è un mafioso? E' mai venuto in mente a qualche imprenditore della Brianza che qualcuno potrà insinuare che è un mafioso? Ma uno potrà insinuare che è uno svizzero, piuttosto, ma che è un mafioso no! Cosa c'entra? Strano che lui avesse questa ossessione, no?
“Andranno a frugare le carte e diranno che sono un mafioso” già, perché evidentemente in certe carte si potrebbe anche trarre quella conclusione lì.
“Che cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere sotto la doccia”. Queste erano le condizioni psicologiche, umane del personaggio, disperato perché sapeva che Mani Pulite sarebbe arrivata a lui ben presto, e non solo mani pulite visto che temeva addirittura di finire dentro per mafia.
I giudici di Palermo, nella sentenza Dell'Utri, nove anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici in primo grado, scrivono: i rapporti tra Dell'Utri e Cosa Nostra “sopravvivono alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla vendetta di Cosa Nostra – i vecchi politici: Lima, Salvo... - e ciononostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso”.
Cioè Dell'Utri nonostante la gente cominci veramente ad appassionarsi all'antimafia dopo la morte di Falcone e Borsellino, rimane sempre lo stesso.
Esistono “prove certe della compromissione mafiosa dell'imputato Dell'Utri anche relativamente alla sua stagione politica – quella di cui abbiamo parlato -. Forza Italia nasce nel 1993 da un'idea di Dell'Utri il quale non ha potuto negare che ancora nel novembre del 1993 incontrava Mangano a Milano mentre era in corso l'organizzazione del partito Forza Italia e Cosa Nostra preparava il cambio di rotta verso la nascente forza politica”.
Dell'Utri incontrava Mangano nel 1993 e poi anche nel 1994 “promettendo alla mafia precisi vantaggi politici e la mafia si era vieppiù orientata a votare Forza Italia”.
Tutto questo è scritto in una sentenza di primo grado, che naturalmente aspetta conferme o smentite in appello e in Cassazione.
Però è strano che non si sia trovato nessuno che la citasse in questi giorni tra un retroscena e l'altro.
Io penso che sia fatta giustizia, spero che prima o poi, invece di usarlo soltanto per raccattare qualche voto sporco in campagna elettorale, tributino finalmente nel prossimo congresso i giusti onori anche al padre fondatore, anzi al padrino co-fondatore, Vittorio Mangano.
Passate parola."

dal blog di Beppe Grillo

lunedì 30 marzo 2009

Dalla “convenscion” aziendale nasce il partito P2 di massa


di Gianni Barbacetto,

Nasce il Pdl.
Non da un congresso, ma da una "convenscion" aziendale, siparietti, stacchi musicali, seguito di spot, interminabile telepromozione, evento per lanciare un nuovo prodotto. Senza discussione, senza dibattito, senza confronto. Alla fine, senza politica. L'effetto Madia da eccezione diventato norma. Interventi preordinati, vallette e comparse invece che delegati (tanto che per tenere il pubblico in sala, in segreteria hanno dovuto appendere questo cartello: «La borsa del delegato verrà consegnata a fine lavori»). Se proprio congresso vogliamo chiamarlo, allora è un congresso nordcoreano, per applaudire la grandezza del caro leader e le sue opere. Un congresso all'incontrario, come l'Italia di oggi, un congresso che comincia dalla fine, cioè dall'annuncio trionfale che è nato il partito unico, il nuovo mirabolante prodotto da collocare sugli scaffali del supermarket della politica italiana. An si era già suicidata, i suoi colonnelli si erano già venduti al nuovo padrone.

La politica, assente dalla "convenscion", la fanno altrove: al governo, in tv. Un piano casa che è una truffa (piano casa era quello di Fanfani, che metteva soldi per costruire case popolari, questo invece è una sanatoria preventiva, un invito all'abuso urbanistico, un via libera alla cementificazione). E poi: una legge sul testamento biologico che è un'altra truffa, imposizione dell'etica vaticana diventata etica di Stato; un cambiamento della legge sulla sicurezza sul lavoro che rende impunite le cosiddette morti bianche; e le leggi razziali, le schedature dei rom, i medici che devono denunciare gli irregolari, le ronde... E poi arriveranno le intercettazioni a disarmare la legge e a mettere il bavaglio alla stampa. Ecco la destra che è nata alla "convenscion" di Roma: un partito P2 di massa, un populismo mediatico-aziendale costruito attorno al capo, dove il potere legislativo è svuotato (ma sì, possono votare solo i capigruppo, così si risparmia tempo), il potere giudiziario è disarmato, il controllo della stampa sulla politica è bloccato. La Costituzione? Un ferrovecchio da cambiare a piacimento. Un progetto autoritario ed eversivo, raccontato con stacchetti al posto giusto.

da societacivile.it

Viva il PDL


di Dario Campolo

Fantastico, avete visto che bel congresso? Mai vista una cosa così. Tutti felici, giovani (ma che bei giovani facoltosi...) in prima fila, 3 giorni fantastici, talmente fantastici da farci dimenticare la crisi. Questo congresso è stato uno bello schiaffo morale, per tutti quegli gli Italiani che cominciano a sentire la crisi.

3.000.000 di euro per festeggiare cosa? Il Re è già al governo ma evidentemente non basta, adesso le iniezioni non servono più, si passa all'intervento chirurgico, la missione è aumentare i poteri al premier.

Che tristezza, sono nauseato, 15 minuti di esclusiva per ogni tg da venerdì a domenica, la crisi? dimenticata, anzi non c'è mai stata.

Inoltre, vedere al termine che tutti i big facevano a gara per mettersi vicino a lui è stata un'immagine vomitevole, la Carfagna spintonava per stare al suo fianco, generali dell'ex AN fieri della sua vicinanza, la Gelmini addirittura si nascondeva, con un eccezione, Fini NO.

Concludo perché solo a discuterne mi viene il Vomito!!!!!

Spero solo che gli Italiani diano una lezione alle Europee al Re Silvio, è l'unico modo che abbiamo, anzi faccio un appello agli elettori del centro destra,

votate lega o Storace ma non il PDL.

Avanti Popolo.

venerdì 27 marzo 2009

Palermo Bologna - STATO & MAFIA


di Dario Campolo

Si stanno toccando fili ad alta tensione è quindi necessaria un’azione forte e rapida, dobbiamo agire prima che sia troppo tardi. Non è un mio pensiero e neanche un virgolettato citato da qualcuno, è una mia percezione che nel governo e non, ci sia qualcuno che ...

In questi giorni si sta svolgendo a Palermo - Bologna un’inchiesta molto temuta dai colletti bianchi con un test particolare: Massimo Ciancimino, figlio del famoso Don Vito. A parte i soliti noti nessuno ha interesse di far conoscere al popolo Italiano le vicende di quest’inchiesta, ecco quindi la necessità di uno spaccato utile a comprendere cosa si sta andando a scoperchiare e cosa il nostro Governo & C. vuole mascherare con metodi da loggia massonica (vedi P2).

Premetto che in questi giorni oltre a essere emersi i nomi del senatore Vizzini (Pdl) e dell’on. Saverio Romano (Udc) è emerso anche il nome di un giudice della Dia, infatti il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Giusto Sciacchitano (padre di Antonello Sciacchitano, ex marito di Monia Brancato) si sarebbe adoperato per “proteggere” la famiglia Brancato cercando di lasciarla fuori dall’inchiesta grazie al suo ruolo istituzionale e alle sue personali relazioni e conoscenze all’interno della Procura di Palermo.

Fermiamoci e facciamo un passo indietro,

ricordate Gaetano Costa?

Il Procuratore Capo di Palermo all’inizio degli anni ’80,fu assassinato dalla mafia la mattina del 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri su una bancarella, sita in un marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua, freddato da tre colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto. Causa di quella spietata esecuzione, il fatto che egli avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei suoi uomini che altri suoi colleghi si erano rifiutati di firmare. Il delitto venne sicuramente ordinato dal clan mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo.

Altro piccolo passo indietro e poi capirete,

Il 4 maggio del 1980 viene ucciso il capitano Emanuele Basile, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale. In manette finiscono tanti personaggi che avevano avuto a che fare, in un modo o nell’altro, con attività di acquisizione, riciclaggio e investimento di proventi di origine illecita: imprenditori edili, funzionari di banca, ma anche boss di Cosa Nostra. Sui giornali spiccano nomi particolarmente significativi: Spatola, Inzerillo, Di Maggio, Vernengo. Ma anche quello di Joseph Miceli Crimi, il medico di Michele Sindona. Gli immancabili garantisti cominciano però a far pressione sulla magistratura sostenendo che si era agito con eccessivo zelo ma senza prove. La Procura, che dovrebbe convalidare gli arresti, entra così in crisi. Il dottor Gaetano Costa, capo dell’ufficio, dice ai sostituti di interrogare subito i detenuti per andare al dunque. Li invita ripetutamente a considerare la delicatezza della situazione, ma i magistrati nicchiano.
Due di questi "Croce e Sciacchitano – scrive Alfio Caruso nel libro “Cose di Cosa Nostra” a pagina 319 – ritengono che non esiste pericolo di inquinamento delle prove" per giustificare la permanenza degli inquisiti in galera. Ma per Costa il dado è tratto: "Dite pure che sono stato io a firmare" fa presente a un certo punto ad alta voce. I sostituti escono dalla stanza con sollievo. "E’ stato lui a firmare" tiene a far sapere uno agli avvocati dei detenuti. La frase è subito colta anche dai giornalisti in attesa. "Quando apprende che Sciacchitano ha informato i legali della difesa – precisa Caruso - Costa capisce che la sua sopravvivenza è legata a un filo".
Sciacchitano finirà sotto inchiesta al CSM, sarà prosciolto, ma subirà un pesante attacco dalla famiglia del procuratore.


Questo è solo l’inzio cari amici blogger, adesso capite perchè scotta quest’inchiesta???

E’ fondamentale sapere che le dichiarazioni di Massimo Ciancimino stanno portando a galla retroscena inquietanti riguardo le stragi del 92 e la presunta trattativa con lo Stato, sarà di questo che parlava alcuni mesi fa Berlusconi dalla Sardegna esclamando: "Sta per uscire uno scandalo che forse sarà il più grande della storia della Repubblica", per adesso è stato eliminato professionalmente Genchi,poi forse tocchera ad uno dei sostituti di Paolo Borsellino, Antonio Ingroia?

a buon intenditore poche parole.


Questo è il link all'articolo di
antimafiaduemila molto interessante dove viene spiegato l’andamento dell’inchiesta su Ciancimino.

E’ utile far girare queste informazioni ovunque, se opportuno stamparle e attaccarle sulle varie bacheche di tutt’Italia, dobbiamo fare girare le notizie come facevano i nostri partigiani.

Avanti popolo.



fatti storici e inchieste tratte da
wikipedia.org
19luglio1992.com
antimafiaduemila.com

giovedì 26 marzo 2009

Il Re Silivo e i suoi sudditi


di Dario Campolo

Ci siamo, scendono in campo forze fresche, ieri sera a Ballarò c'era niente di meno che Maurizio Costanzo (tessera P2 n.1819) di fronte ad un Fabrizio Cicchitto (tessera P2 n.2232) molto abbattuto, è formidabile avere la consapevolezza di essere stati compagni di Massoneria e non guardarsi neanche in faccia, è stupefacente come Maurizio Costanzo sia sceso in campo negli ultimi giorni assiduamente e pesantemente sui canali Rai affrontando temi vari, dal Mike Bongiorono che passa a Sky ai ragazzi che si drogano perché non hanno un lavoro etcc...


Movimenti strani in atto, strategie raffinate si stanno azionando, delegittimazioni in corso verso le istituzioni, in che modo?

Un esempio eclatante è come si riesca ad iniettare al popolo italiano che il nostro Re Silvio (tessera P2 n.1816) non ha abbastanza poteri come presidente del consiglio e che quindi sarebbe necessaria una modifica al sistema, iniezioni sempre più frequenti, quasi quotidiane, sembrano preannunciare un inizio di una nuova stagione e comunque una giustificazione alle misure insufficienti contro la crisi globale.

Gli esempi che "loro" fanno sono calzanti, i poteri di Obama sono più forti del nostro Re Silvio (tessera P2 n.1816), i poteri di Sarkozy sono più forti del nostro Re Silvio (tessera P2 n.1816), i poteri della Merkel sono più forti del nostro Re Silvio (tessera P2 n.1816), i poteri di Gordon Brown sono più forti del nostro Re Silvio (tessera P2 n.1816). E' doveroso però sottolineare come nessuno dei potenti citati si candidi alle elezioni Europee a differenza del nostro Re Silvio (tessera P2 n.1816) che è il capolista di tutte le liste europee, consapevole che in caso di vittoria a quel posto non si potrà mai sedere.

Certo è che nessuno dei potenti citati ha un grosso conflitto d'interessi paragonabile al nostro Re Silvio (tessera P2 n.1816) a parte un certo Bush che come abbiamo visto nel recente passato di danni ne ha fatti e anche tanti.

Le cose che però possono interessare nessuno le cita, come l'Obama più forte del nostro Re (tessera P2 n.1816) abbia cominciato a togliere ai ricchi per dare ai più poveri, sicuramente una goccia nel mare ma pur sempre una goccia, nessuno cita che l'Obama più forte del nostro Re (tessera P2 n.1816) ha limitato gli stipendi ai grandi Manager americani, in Italia ahimè non se po fà, il nostro Re (tessera P2 n.1816) non può toccare l'oro dei suoi sudditi, e così via.

La Meloni, ospite anche Lei del programma cerca di difendere il Re (tessera P2 n.1816) in maniera molto più diplomatica ribattendo a D'Alema che in Europa nessuno può venire a insegnarci niente e che non siamo inferiori a nessuno, ha ragione, peccato è che in Europa stanno ancora aspettando il tanto e promesso "piano casa" da visionare e come a detta dal nostro Re (tessera P2 n.1816) per prenderne magari spunto, ma ahimè, la confusione impazza nel nuovo PDL, prima viene emanata una bozza del piano casa dalla "presidenza del consiglio", poi viene detto dalla Meloni che è solo una bozza per le Regioni, e ancora dopo arriva la smentita del Re (tessera P2 n.1816) che dice di non essere sua, una cosa è certa, ne beneficeranno solo le VILLE, mi spiace per tutti gli Italiani che già si stavano sfregando le mani.

La strada è ancora lunga e ne vedremo delle belle, gli strani movimenti si cominciano a vedere, Costanzo, Cicchitto, magistrati massacrati professionalmente, istituzioni demonizzate, e avanti così, ma state tranquilli perché c'è il "Senatur" Umberto Bossi che mantiene la calma e usa la sua diplomazia per mandare avanti un federalismo importantissimo che forse vedrà la luce nel 2014 intanto però c'è da mandare un po' di liquidità a Catania e non basta un bonifico con firma Lega Nord in aiuto all'Mpa di Lombardo per supportane il movimento, e no, non basta, ma questo il "Senatur" lo sa.

Per i pochi informati non è una novità, è tutto scritto nel progetto di rinascita della loggia massonica P2 di Licio Gelli (controllare la magistratura, controllare l'informazione, modificare la costituzione....), ovviamente anch'essa modernizzatasi in chiave moderna.

Avanti popolo, il nostro Re (tessera P2 n.1816) impazza di gioia.

mercoledì 25 marzo 2009

Primo piano: P2, P3, P4... Uno alla volta, nottetempo, casa per casa

di Carlo Vulpio

Lo avevamo detto. Anzi lo avevamo predetto.
Questa sospensione dalle funzioni di poliziotto del vicequestore Gioacchino Genchi - per aver risposto su Facebook a un cronista di Panorama che gli dava del bugiardo, e quindi per essersi difeso con la parola da un'accusa infamante - non sorprende, anche se rattrista.

L'ultimo in ordine di tempo era stato Luigi de Magistris. Il giorno dopo l'annuncio della sua candidatura come indipendente nell'IdV, sono arrivate in contemporanea: la notizia dell'apertura di un'inchiesta a suo carico da parte della procura di Roma per concorso in abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio, la "richiesta" del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, di dimissioni dalla magistratura (cosa che Mancino non ha mai osato chiedere, né fatto notare a nessun altro, da Violante in poi), la notizia della richiesta di archiviazione, avanzata dalla stessa procura di Roma, della querela che Luigi de Magistris e Clementina Forleo presentarono contro Letizia Vacca, membro laico del Csm in quota Pdci, che definì i due magistrati "due figure negative, due cattivi magistrati", offendendoli e anticipando il giudizio prima ancora che se ne discutesse in Csm.
Oggi, tocca a Gioacchino Genchi. Vogliono fargliela pagare a tutti i costi perché è una persona onesta e ha dimostrato di avere carattere, non lasciandosi intimidire.
Lo avevamo detto. Anzi, predetto, che piano piano, uno alla volta, sarebbero venuti a cercarci, casa per casa, magari nottetempo, per portarci via "in nome della legge", o per farci sentire il loro fetido fiato sul collo.
Stanno mettendo mano a ogni arma a disposizione. La stampa amica, i giudici disponibili, le forze dell'ordine condiscendenti, i killer politici a orologeria. Per ora, si fermano a questo. In attesa di capire come si metteranno le cose, e in quale direzione spirerà il vento. Per esempio, il vento delle elezioni prossime venture.
Non meravigliamoci se faranno altro ancora, e se ne faranno di ancor più sporche.
Non sottovalutiamo. Ma non intimidiamoci. Teniamo gli occhi aperti e diciamo fin da ora a tutti - dagli osservatori inviati dall'OSCE in Italia per controllare la regolarità delle elezioni, ai vertici dei corpi armati dello Stato, dalla magistratura fino al Parlamento e ai cittadini - che non osino metterci le mani addosso. Nemmeno metaforicamente. Perché sappiamo chi sono e si saprebbe subito chi è stato.
Genchi, purtroppo, è un altro caso da "esperimento". Ancora una volta, si vuol vedere "l'effetto che fa" e misurare il polso all'intero Paese, colpendo con una ingiusta persecuzione una persona che ha fatto solo il proprio dovere, dal giorno in cui scoprì da dove partirono i segnali per uccidere Falcone e Borsellino con le rispettive scorte fino a oggi, quando con le inchieste nate in Calabria e allargatesi in tutta Italia ha "rivisto" quelle stesse facce del piduismo elevato a potenza che stavano insanguinando l'Italia e continuano a spolparla dal di dentro.
Non sanno cos'altro inventarsi. Sono in grave difficoltà. Per questo adesso sono più deboli, e quindi più pericolosi.
Ma non ce la faranno. Questo forse è il loro ultimo giro.
Sospendere dal servizio un poliziotto onesto, o indagare un magistrato integerrimo, o fare qualsiasi altra cosa che assomigli a queste a qualcun altro, non gli servirà a nulla. La gente ha capito chi ha ragione e chi ha torto. game over.

dal blog dell'autore

Processo Ciancimino JR


di Felice Cavallaro

BOLOGNA —
Rivela l'identità del prestanome di suo padre, Vito Ciancimino, e apre un inquietante scenario sulla famiglia di un alto magistrato antimafia. Elenca i soci occulti e palesi di politici in affari con l'ex sindaco di Palermo. Racconta di tre milioni di euro come «cassa» aperta alla vigilia delle europee del 2004. E fra le pieghe di questo nuovo look da quasi pentito Massimo Ciancimino, il rampollo del defunto Don Vito, sussurra un dubbio atroce: «Qualcuno potrebbe avere ucciso mio padre». Una rivelazione choc estranea al processo d'appello per riciclaggio tenuto ieri a Bologna, ma consegnata con la copia di un verbale del '93 ai due magistrati di Palermo che lo stanno interrogando sulla «trattativa » fra Stato e mafia: «Ho sempre avuto mille dubbi. Io ero in Sicilia quando lui morì a Roma, solo con la badante rumena poi subito espulsa dall'Italia. Era uscito quella mattina da una clinica per un check-up. Aveva visto il suo medico personale. Tutto a posto. Cosa accadde nel pomeriggio e la sera nessuno lo sa...».

Forse non ha mai letto «La provincia dell'uomo» di Elias Canetti, ma Ciancimino junior fa riecheggiare la frase ripresa anche da Sciascia in epigrafe all'«Affaire Moro»: «Qualcuno è morto al momento giusto». E lo dice vagando e sospettando su questa morte finora senza sospetti: «Sì, potrebbe essere stato ucciso al momento giusto...». Dice e non dice, come da tradizione di famiglia, pronto a correggere e smentire, ma gelando i suoi eccellenti interlocutori, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Davanti a loro avrebbe tirato fuori un dimenticato verbale del '93 quando l'allora procuratore Caselli, con lo stesso Ingroia vicino, provò a stanare Ciancimino padre. «Foste voi a chiedergli di collaborare, di saltare il Rubicone », ricostruisce Massimo Ciancimino. E tira fuori il verbale: «Ecco la risposta di mio padre: "Quando Andreotti sarà condannato anche a un solo giorno, non disperate, verrò io a trovarvi" ».

E il figlio di Don Vito s'aggrappa al calendario: «La prima condanna di Andreotti a Perugia per il processo Pecorelli è del 17 novembre 2002. E mio padre muore alle 5 del mattino del 19». Poi, ancora più esplicito: «Quando al cinema ho visto il Divo ho pensato a tutto questo. Perché Andreotti, al di là della sua persona, forse era il simbolo che bloccava tutto...». La suggestione potrebbe prevalere e il ragazzo non sa se andare fino in fondo: «So che per rispondere ai miei dubbi bisognerebbe riesumare il cadavere, ma darei un dolore infinito a mia madre, ai miei fratelli che mi rimproverano questo e altro, "Chi te lo fa fare?" ». Ecco una pagina destinata ad alimentare una tempesta di polemiche. Come i temi rilanciati ieri a Bologna dentro e fuori l'aula. A cominciare dalla ricostruzione del «Tesoro Ciancimino» e dall'indicazione del presunto «prestanome»: «Faceva tutto Ezio Brancato, consuocero dell'alto magistrato della Direzione nazionale antimafia Giusto Sciacchitano. Finora non hanno indagato come si doveva su Brancato, nemmeno dopo il divorzio della figlia Monia...».

E dopo questo attacco contenuto anche nei verbali del suo coimputato, Gianni Lapis, ecco i riferimenti alla composizione della «Gas», il contenitore inventato da Ciancimino padre, una società venduta a un gruppo spagnolo per 112 miliardi di euro: «Oltre Lima, Calogero Pumilia e altri, nella compagine con o senza quote ufficiali c'era pure Carlo Vizzini, come mi disse mio padre». Ricordi legati agli intrighi degli anni Ottanta: «C'era dietro un mondo democristiano e un pezzo del partito socialdemocratico. Davano la copertura politica alla Gas...». E il suo avvocato Giuliano Dominici quasi lo blocca, prima dell'inizio dell'udienza, davanti a un gruppo di cronisti: «Ma ti stai zitto?».


da Udine Debora Serracchiani

Il futuro Obama Italiano?
E' presto per dirlo, ma l'inizio è interessante.

martedì 24 marzo 2009

Nucleare in Sicilia?


di Gianluca Ricupati

Mentre Silvio Berlusconi pronunciava il fatidico sì al collega Sarkozy, il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, approvava con entusiasmo l’unione tra i due sul nucleare e coglieva la balla al balzo palesando l’intenzione dell’isola di ospitare uno dei reattori nucleari.

Una decisione, entrata a far parte del Piano energetico ambientale siciliano approvato il 3 febbraio, a poche settimane dal vertice dei Ministri dell’Ambiente degli 8 paesi più industrializzati al mondo che si terrà proprio in Sicilia, a Siracusa dal 22 al 24 aprile. Naturalmente sono già partite le mobilitazioni. Paradossale che siano otto ministri a decidere le sorti del globo, di 6 miliardi di esseri umani, in materia di fonti alternative di energia, cambiamenti climatici, sicurezza energetica, economia e ambiente. Per di più, lasciando fuori tutte le altre nazioni (eccetto qualcuna, che potrà partecipare al summit) e le associazioni ambientali. Ancora più paradossali il luogo stabilito, Siracusa, dove da anni si denuncia lo scempio ambientale ai piedi del cosiddetto “triangolo della morte Augusta-Priolo-Melilli”, e chi l’ha scelto, il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, sul cui conto pendono accuse abbastanza gravi da parte dei comitati contro il G8 riguardo un possibile conflitto d’interesse. La famiglia Prestigiacomo lavorerebbe infatti a pieno regime, possedendo quote del capitale sociale di varie società (vedi Coemi, Ved, gruppo Sarplast), nel settore della plastica e delle trivellazioni petrolchimiche in Val di Noto e nel triangolo sopra citato. Il trinomio petrolio-ambiente-affari sembra di fatto non reggere.

Al danno perciò si è aggiunta la beffa. Una centrale nucleare nel ragusano o nell’agrigentino se il territorio ne condivide la scelta. E quindi un’invocazione di referendum, mentre già gli amministratori del luogo prendono posizione nella disputa. La polemica non si è fatta attendere, così se il presidente della provincia di Ragusa ha risposto con un secco no, il sindaco della medesima città si è detto molto favorevole. Chi l’avrà vinta, lo si scoprirà soltanto più in là col tempo.

Intanto Lombardo ha fortemente voluto alla conferenza di presentazione del Piano energetico ambientale siciliano l’economista, consigliere per l’Energia di Obama, Jeremy Rifkin, che tuttavia lo ha bacchettato sulla scelta del nucleare, definita una strada sbagliata, di “retroguardia”. In un paese che non possiede l’uranio, ma ha sole, vento e tante potenzialità può avvenire la “terza rivoluzione industriale”, un sistema distribuito in cui ognuno produce la propria energia rinnovabile e la scambia con altri mediante “reti intelligenti”, come in Spagna e Germania, che in questo modo hanno creato centinaia di migliaia di posti di lavoro attraverso la nascita di nuove piccole e medie imprese. Nel frattempo, Lombardo boccia 139 impianti eolici in attesa di autorizzazione. Saranno anti-estetici come li definisce Sgarbi?

da agoravox.it

AN diarrea


di Beppe Grillo

Alleanza Nazionale si è sciolta nel PDL. Nella Storia d'Italia è il primo caso di diarrea politica. Al congresso di AN Fini ha detto NO al Pensiero Unico, ma anche NO al culto della personalità, ma anche NO al PDL come partito di destra, ma anche NO a un Parlamento messo in un angolo, ma anche NO a un ordine da caserma. Il discorso di uno schizofrenico che nega tutto ciò che è diventato per sopravvivere a sé stesso. Gianfranco, vai che lo psiconano ti chiama. Non farlo più aspettare.

La Lega Nord e, Sud?





di Dario Campolo

E' da giorni che un dubbio atroce mi affligge, che cosa accomuna Lombardo e Bossi? Di primo acchito nulla ma cerchiamo di analizzare meglio che non ci sfugga qualcosa perché secondo me sono molto più vicini di quanto possiamo immaginare.

Mpa: Movimento per le autonomie con a capo Raffaele Lombardo ex vice sindaco di Catania, ex Presidente della Provincia di Catania, oggi presidente della Regione Sicilia.
Va ricordato che nel 2007, nell'ambito di una ricerca eseguita da Ekma Monitor, Raffaele Lombardo è risultato essere il miglior amministratore d'Italia, posizionandosi primo nella classifica dei Presidenti di Provincia più apprezzato e nel gennaio 2009 un sondaggio Ipr - Sole 24 Ore - conferma la popolarità del Presidente e ne ribadisce la fama di Governatore più apprezzato d'Italia, così è scritto sul sito del Movimento di Lombardo.

Lega Nord: La storia della Lega la conosciamo tutti, bisogna ricordare l'impegno che Gianfranco Miglio diede per l'indipendenza che la Padania voleva e "vuole" ancor oggi? Il matrimonio tra Miglio e Bossi si ruppe proprio per via dell'indipendenza che Miglio voleva dal governo centrale contrariamente a Bossi, oggi sul sito della Lega si legge: "La mia voce si alza volutamente senza diplomazia, perché noi padani rifiutiamo di essere coinvolti nell’astuzia della palude romana che non si accorge che così tutto muore. Noi vogliamo il cambiamento." Umberto Bossi.

Ecco, oggi il Senatur è al Governo con PDL (Forza Italia, An e altri piccoli partitini), e l'Mpa di Lombardo.

Cosa Lombardo abbia in comune con Bossi noi non lo sappiamo ma cerchiamo di capire.

Domenica 15 marzo 2009 Report ha mandato in onda un servizio su Catania molto interessante ma questa è un'altra storia, il documento che è emerso da Report è che la Lega Nord di Bossi ha versato del denaro al Movimento di Lombardo per ben 2 volte, si avete capito bene, la Lega Nord del Senatur Bossi ha sborsato 387 mila euro,302 per il 2007 e 292 mila euro,182 per il 2008.

Così come sottolineato dalla Gabanelli viene da chiedersi sul come mai, in Sicilia una regione a statuto speciale nasce un movimento per l'autonomia che continua a chiedere soldi al governo centrale e su come mai la Lega contraria a tale sperpero ne sovvenzioni addirittura il movimento con degli esborsi onerosi, è complicato ma vediamo se tutti insieme riusciamo a tirare fuori un ipotesi.

Innanzitutto dobbiamo fare una premessa, il Governo di Re Silvio (non solo quello di oggi) è sempre stato benevolo nei confronti della Sicilia, Catania ha già avuto molto da questo Governo e la Lega ha già manifestato più volte di aver dovuto ingoiare il Rospo (come disse Castelli a Ballarò), ma a questo punto mi sorgono un paio di domande per Bossi & C.,

Senatur Lei pensa veramente di attivare in Italia un Federalismo VERO senza dover fare i conti con i voti del Sud?

Senatur, ma Lei ha visto Report dove si parlava di Catania?

Senatur ma Lei cosa pensa quando Re Silvio dice: "A CATANIA CI PENSO IO"?

Risposte che non avremo mai, ma a questo punto mi sorge spontanea una riflessione,
i leghisti che tanto odiano Roma sono sempre di più in parlamento (il popolo li vota),
i leghisti che tanto combattono il sistema "Roma ladrona" sono stati sorpresi (solo qualcuno per ora) a fare i pianisti,
i leghisti che tanto rivendicano il federalismo sovvenzionano Lombardo.......e così via,
non sarà che si stanno un po' alla volta adeguando al sistema?

Riguardo a Lombardo e al rapporto tra Mpa e Lega secondo me ci sono menti raffinatissime al quale nessuno di noi può essere in grado di spiegarne il senso, le stesse menti raffinatissime di cui Falcone parlava riguardo l'attentato dell'addaura, sembro pazzo ma probabilmente menti raffinate guidano le strategie del nostro paese, ne sono Convinto.

Giovanni Falcone diceva: "Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini", io aggiungo, che la stessa cosa vale anche dalla parte dei cattivi.


lunedì 23 marzo 2009

Sono stato sospeso dal servizio della Polizia di Stato


di Gioacchino Genchi

Cari amici, poco fa mi è stata notificata la sospensione dal servizio dalla Polizia di Stato.
Col provvedimento di sospensione dal servizio mi sono stati ritirati il tesserino, la pistola e le manette. Il provvedimento è fondato sulla mia replica al giornalista Gianluigi Nuzzi di Panorama, che mi aveva dato del bugiardo su facebook. Il mio amico Marco Bertelli ha ripreso la chat, pubblicandola sul mio blog “Legittima difesa”. Il senso dello Stato ed il rispetto che ho per le Istituzioni mi impongono di tacere e subire in silenzio. Sono vicino e solidale con chi in questo momento, probabilmente, è sottoposto a pressioni politiche assai maggiori delle violenze e delle mistificazioni che sto subendo io. Confermo da cittadino e da poliziotto la mia assoluta stima e subordinazione al Capo della Polizia – Prefetto Antonio Manganelli – che ha adottato il provvedimento di sospensione. Mi difenderò nelle sedi istituzionali senza mai perdere la mia fiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni. Vi ringrazio di tutto e spero che le mie sofferenze servano al trionfo della Verità ed alla vittoria dei giusti. Un forte abbraccio per tutti quanti mi siete stati e mi sarete vicini!

Gioacchino Genchi

Gli annunci bluff di Lombardo promesse da 1,6 miliardi


Il governatore Raffaele Lombardo e i componenti della sua giunta hanno annunciato contro la crisi aiuti a pioggia a tutti: alle imprese, agli agricoltori, ai Comuni, agli Ato rifiuti, ai tassisti, ai proprietari di case in centri storici o di appartamenti da ristrutturare. Annunci che sulla carta costerebbero non meno di 1,6 miliardi di euro. Soldi che al momento sono in gran parte virtuali
In questi mesi di crisi il governatore Raffaele Lombardo e i componenti della sua giunta hanno annunciato aiuti a pioggia a tutti: alle imprese, agli agricoltori, ai Comuni, agli Ato rifiuti, ai tassisti, ai proprietari di case in centri storici o di appartamenti da ristrutturare.

Annunci che sulla carta costerebbero non meno di 1,6 miliardi di euro. Soldi che al momento sono in gran parte virtuali e che non potrebbero essere garantiti nemmeno con i fondi Fas, comunque bloccati visto che il Cipe non ha dato l´autorizzazione definitiva ai trasferimenti. Di certo c´è che, mentre si annunciano finanziamenti a pioggia, al Bilancio è iniziata la corsa contro il tempo per recuperare almeno i 15 milioni di euro che servono per prorogare di un mese i contratti ai 30 mila precari regionali, e nel pacchetto anticrisi non saranno inseriti più di 100 milioni.
Non a caso ieri il governatore Lombardo è tornato a far pressing sul governo nazionale e sul Cipe, in particolare, che ha bloccato il trasferimento di 4 miliardi di euro di fondi Fas destinati alla Sicilia. Soldi bloccati perché «la Regione Sicilia non ha completato l´iter burocratico per ottenere i fondi», come ha detto il ministro degli Affari regionali, Raffaele Fitto. «A questo punto chiedo al ministro Fitto di dirci quali sono gli adempimenti burocratici che noi dovremmo ancora compiere, abbiamo presentato tutta la documentazione e siamo in regola - dice invece Lombardo - Questi soldi sono necessari alla Sicilia e non si faccia polemica sul loro utilizzo per i precari, perché questi lavoratori li impieghiamo già per attività produttive e non per non fare nulla».
Peccato che per mantenere le promesse fatte dal governatore in queste ultime settimane non basteranno nemmeno i fondi Fas, visto che metà dei 4 miliardi di euro sono impegnati per infrastrutture (1,4 miliardi di euro) o per i precari regionali (450 milioni), e il resto per progetti che hanno a che fare con la tutela ambientale e l´edilizia scolastica. Il governatore e la sua giunta, in primis l´assessore al Bilancio Michele Cimino, hanno però assicurato l´istituzione di un fondo per coprire i debiti degli Ato rifiuti che superano gli 800 milioni. E, ancora, l´istituzione di un fondo da circa 70 milioni di euro per le anticipazioni dei prestiti ai Comuni, che in cambio dovranno dare in garanzia degli immobili. Oppure l´avvio di un contributo de minimis da 50 mila euro alle imprese agricole, per un costo stimato in oltre 30 milioni, e la cartolarizzazione dei crediti vantati dalle imprese nei confronti degli enti locali stimati da Confindustria in 1,6 miliardi di euro. Il presidente della Regione ha poi dato la sua disponibilità a rilevare le quote dell´Irfis rimaste a Unicredit, dopo che la Banca d´Italia ha stoppato la vendita alla Popolare di Vicenza. Ma il governatore dove troverà gli 80 milioni di euro? Per non parlare del fatto che, al di là dell´acquisizione dell´Irfis, andrebbero poi rifinanziate le leggi gestite dall´istituto, come quella per il credito ai pescherecci o al comparto turistico (costo complessivo di 17 milioni di euro). Tra gli annunci fatti anche un contributo da 1.230 euro a licenza per tassisti e noleggiatori di auto con sosta in piazza, per un ammontare di 1,2 milioni. Ci sono poi promesse sulle quali non è stata quantificata la spesa, come l´ingresso della Regione negli istituti di credito, il finanziamento di norme per chi ha appartamenti da ristrutturare o case nei centri storici, per non parlare della disponibilità di Lombardo a coprire parte del costo del Ponte sullo Stretto con fondi regionali.

L´assessore al Bilancio, Cimino, assicura che al di là dei fondi Fas, i 2 miliardi di euro per mantenere le promesse ci sono: «Abbiamo ampi margini di manovra nel nostro bilancio e non dimentichiamo i fondi Europei - dice - Inoltre abbiamo rimanenze di vecchi Fas non spesi che possiamo ancora utilizzare. Manterremo tutte le promesse». Dello stesso parere il presidente della commissione Bilancio dell´Ars, Riccardo Savona: «Troveremo tutti i soldi necessari ad avviare queste iniziative, essenziali per rilanciare l´economia siciliana».

da repubblica-palermo.it

Almunia: "Ci saranno altre crisi anche l'Italia tra i paesi a rischio"

BRUXELLES - "Sì, possiamo aspettarci altre crisi in Europa, anche nella zona euro, ma siamo attrezzati per contrastarle". A lanciare l'allarme è il commissario agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, nel suo intervento al forum organizzato a Bruxelles dal German Marshall Fund si è mostrato fiducioso sulla capacità dell'Unione Europea di far fronte alla crisi. Tra le preoccupazioni di Almunia, "Paesi come Italia e Grecia" che non hanno consolidato le finanze pubbliche prima della crisi. E intanto la Bce si prepara ad abbassare ancora i tassi per contrastare la
recessione.

"Non escludo che vi possano essere problemi anche nella zona euro, li abbiamo già", ha detto Almunia nel suo intervento al forum trasatlantico organizzato dal German Marshall Fund a Bruxelles. "Ma - ha spiegato - abbiamo anche gli strumenti tecnici e politici per risolverli, e per non lasciare che la crisi diventi una questione a cui non ci si può opporre".

Tra le preoccupazioni del momento, spiega Almunia, vi sono "quei Paesi Ue che non hanno consolidato le finanze pubbliche prima della crisi, come Italia e Grecia, i due esempi più conosciuti", dove il debito pubblico è tra i più alti d'Europa. E ancora più preoccupanti quegli Stati membri "dove il debito pubblico cresce molto rapidamente a causa degli sforzi per il sostegno alle banche e allo stimolo fiscale".

Bruxelles non esclude, al momento, un possibile aumento dei pacchetti di stimolo per gli Stati membri: "Considerata l'incertezza di questi tempi l'aumento non si può escludere", ha aggiunto il commissario. E una tale decisione, ha spiegato, si potrà prendere al prossimo G20 di Londra dove tutti sono già in allerta: "Siamo pronti ad adottare qualunque misura per reagire alla recessione ed evitare che la situazione si aggravi". Anche se ora, ha precisato, occorre prima di tutto valutare le misure fin qui prese.

Il commissario ha poi ricordato che la Ue ha già "messo a punto piani di salvataggio per l'Ungheria, la Lettonia e con la Romania sono stati avviati i negoziati", e anche se "possiamo aspettarci crisi in altri Paesi fuori dall'euro, siamo attrezzati per affrontarle".

Dal canto suo Axel Weber, governatore della Bundesbank e membro del Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, ha ribadito che la Bce è orientata verso un ulteriore taglio dei tassi, ipotesi alla quale ha già accennato più volte anche il presidente Jean-Claude Trichet.

da repubblica.it

La disoccupazione non esiste!

Governare gli italiani non è impossibile, come diceva Mussolini. E' invece molto facile. Basta disporre del controllo dei mass media e raccontare balle dalla mattina alla sera. Lo predicava Gelli, lo applica lo psiconano per il quale la nostra disoccupazione è la migliore in Europa. I nostri disoccupati ci sono invidiati da tutti. Pochi, bene educati, con protezioni sociali. Il professor Mauro Gallegati dimostra il contrario. In Italia ci sono tre milioni di disoccupati in più della media europea.
I soldi per la cassa integrazione stanno per finire e le aziende crollano come castelli di carte. Chissà che effetto fa a chi ha perso il lavoro essere preso per il culo dal suo presidente del Consiglio?
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

"L’ISTAT dice che il tasso di disoccupazione nell’ultimo anno è salito dal 6.1 al 6.7%. I dati sulla disoccupazione in Italia "sono i migliori" nel contesto europeo. Lo ha affermato Berlusconi in una conferenza stampa alla fine dei lavori del Consiglio europeo. Come può sostenere una simile bestialità senza che nessuno si indigni? In fondo, se ci prendono per idioti è solo colpa nostra.
Nell’ultimo anno è aumentata la disoccupazione nelle nazioni della zona-euro. Secondo Eurostat, il tasso dei disoccupati è salito al 7,8% con forti differenze (dall’Olanda 2,7%, alla Spagna 13,4%). Il tasso di disoccupazione americano è del 6,7%, quello giapponese 3,9%.
Come può sostenere B. che stiamo meglio degli altri Paesi europei? I numeri sembrano dargli ragione: il tasso di disoccupazione italiano è più basso della media europea. Le statistiche però vanno lette, perché dietro un numero sono nascoste molte altre storie. Così è per la disoccupazione, un rapporto tra due numeri: tra chi cerca lavoro o un lavoro l’aveva e l’ha perso e forza lavoro, cioè le persone disposte a lavorare. Se la situazione generale peggiora e uno si scoraggia e smette di cercare lavoro, il tasso di disoccupazione scende! Gli "scoraggiati" sono persone senza lavoro che a domanda dell’ISTAT: “Perché non sta cercando lavoro?” barrano la X su “Ritiene di non riuscire a trovarlo". Per evitare questo problema che offre statistiche inaffidabili, gli economisti suggeriscono di guardare al tasso di occupazione. Ancora un numero: stavolta tra chi lavora e chi è disposto a lavorare.
E qui arriva l’inghippo: il tasso di occupazione italiano è tra i più bassi in Europa. Secondo l'Eurispes da noi è il 58,7%, inferiore di otto punti percentuali rispetto ai Paesi dell’euro, pari al 67%. Tradotto in numeri, se il tasso di occupazione fosse paragonabile a quello europeo, equivarrebbe a tre milioni di posti di lavoro in meno. Il tasso di disoccupazione reale sarebbe compreso tra l’11 ed il 13%. Non c’è lavoro.
Qualcuno dica ai nostri politici di voltarsi: il futuro è dall’altra parte, loro guardano al passato, non dobbiamo permettergli di rubare il domani dei nostri figli. Gli perdoneremo così anche le stupidaggini sulla disoccupazione e sulle presunte tremontiane “previsioni” sulla crisi: Ministro non ci voleva Nostradamus, stavolta, bastava il mago Otelma. Un abbraccio." Mauro Gallegati, Facolta' di Economia Giorgio Fua' dell’Universita' Politecnica delle Marche.

da beppegrillo.it

Caso De Magistris: Genchi diffidato, Manganelli intervenga

di Giorgio Bongiovanni

Lettera aperta del direttore di ANTIMAFIADuemila al Capo della Polizia Manganelli dopo i nuovi risvolti del “caso Genchi”

Egregio Dott. Antonio Manganelli,

mi rivolgo in nome della sua amicizia con Giovanni Falcone e per la sua grande professionalità dimostrata tra l’altro con la cattura del boss Nitto Santapaola. “Un regalo per Giovanni” come lei stesso ebbe a dire.

Apprendiamo che con una lettera di diffida e una serie di addebiti contestati dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno si vuole impedire al Dott. Gioacchino Genchi, in qualità di consulente e di perito dell’Autorità Giudiziaria e, ora, di indagato della procura di Roma, di difendersi legittimamente dalle violente, infondate ed illecite accuse perpetrate ai suoi danni. Con una vera e propria persecuzione mediatico -politico-giudiziaria basata sul nulla giuridico, così come hanno dimostrato le indagini condotte dalla procura di Salerno e riportate in un documento (il decreto di sequestro probatorio sfociato nelle perquisizioni dello scorso 2 dicembre) ritenuto perfettamente legittimo dal Tribunale del Riesame di Salerno.

La preghiamo pertanto, in quanto massimo rappresentante dell’organo della Polizia, di attivarsi presso i suoi dipendenti degli uffici del dipartimento di P.S. al fine di impedire che vengano attuati provvedimenti disciplinari di per sé pericolosi per la Democrazia del nostro Paese poiché mettono in atto metodologie tipiche della polizia di stampo fascista.
Atti che potrebbero, anche, compromettere le importanti indagini in corso per le quali il Dott. Genchi svolge ancora la sua attività di consulente. Attività che negli anni ha dimostrato di saper condurre con estrema correttezza portando a notevoli e fondamentali successi investigativi. Cito per tutti quelli che riguardano l’identificazione dei responsabili materiali delle stragi del 1992 in cui persero la vita proprio Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte.

Dopo una attenta lettura delle carte che riguardano la vicenda del Dott. Genchi mi sento di poter serenamente dichiarare che i provvedimenti disciplinari enunciati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, se attuati, correrebbero il rischio di contribuire al rafforzamento di un vero e proprio clima di regime. Che già si respira e che rischia di riportare il nostro Paese agli anni bui del fascismo.

Fiducioso nella sua trasparenza e conscio delle possibili pressioni politiche che in questo momento difficile possono gravare sulla sua persona, attendo un suo riscontro e cordialmente saluto

da antimafiaduemila.com

giovedì 19 marzo 2009

I magistrati antimafia oscurati dai media nazionali




Giornali e televisioni hanno deciso di calare il sipario sulle denunce provenienti dai magistrati antimafia. La verità sulle stragi deve essere sepolta definitivamente.

I mandanti occulti protetti. I rapporti collusivi tra i boss e le classi dirigenti di questo paese insabbiati. Il Dott. Antonino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, lancia accuse molto pesanti. Anche in questo caso il circuito informativo lo ignora. Politica e informazione nascondono le verità scomode ai cittadini.

A seguire parte delle dichiarazioni rilasciate dal Dott. Di Matteo durante la presentazione palermitana del libro “Colletti sporchi” il 7 marzo scorso. Riferendosi al periodo delle indagini sulle stragi mafiose del ’92, svolte a Caltanissetta, il magistrato ricorda come fosse:

“un momento in cui sentivamo intorno a noi l’impegno di tutte le articolazioni dello Stato, delle Forze di Polizia che facevano a gara per collaborare”, “sentivamo l’attenzione dell’opinione pubblica, la viva attenzione dei mass-media”, “ricordo che alla procura di Caltanissetta vennero destinati in applicazione magistrati più esperti, vennero destinate risorse, mezzi e uomini che ci consentirono di andare avanti fino ad arrivare alle condanne definitive di esecutori e mandanti mafiosi delle stragi”.

“A quel punto, però, qualcosa è cambiato: abbiamo cominciato ad assistere a questa lenta ma inesorabile caduta di attenzione e di impegno”, “c’è stata una disattenzione da parte della politica”, “c’è stata la disattenzione dei mass media e quindi dell’opinione pubblica, è calata la sordina”.

“Oltre agli esecutori di Cosa Nostra, nelle stragi, sono stati coinvolti altri soggetti che hanno ispirato e armato le mani dei mafiosi, c’è scritto nelle sentenze definitive”, “un paese serio avrebbe dovuto avvertire e dovrebbe avvertire ancora oggi come immanente e impellente il bisogno dell’approfondimento e non è stato così”.

“Noi abbiamo una mafia che è stata, è e sarà sempre consapevole della centralità e della importanza dei rapporti con la politica, con le istituzioni, l’imprenditoria, il mondo delle professioni”, “e dall’altra parte a che cosa assistiamo? Assistiamo ad una situazione in cui i partiti politici continuano a candidare personaggi in conclamati ed accertati rapporti con i mafiosi, quando addirittura non già condannati per fatti di mafia, anzi in un sistema elettorale, come quello che ci caratterizza in cui non c’è più il voto di preferenza, hanno anche cura di metterli nei primi posti della lista per garantire loro l’elezione”, “i Consigli degli Ordini, penso per esempio al Consiglio dell’Ordine dei medici di Palermo, al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Palermo non adottano alcun provvedimento disciplinare nei confronti di loro iscritti, già condannati per concorso in associazione mafiosa oppure, anche se non già condannati, oggettivamente sorpresi dalle microspie nei salotti dei boss mafiosi a chiedere favori e raccomandazioni politiche al capo mandamento di turno”, “nessuno fa niente, esiste soltanto l’azione penale e il contrasto delegato ai magistrati, tutti si riempiono le bocche di belle parole e di belle intenzioni ma i fatti non sono susseguenti a quelle parole, molti troppi imprenditori, al di la delle iniziative e dei proclami antiracket di mera facciata, continuano a mantenere con Cosa Nostra nell’ottica del reciproco vantaggio, sistematici rapporti di scambio di favori”.

“E’ calata la sordina sui temi della lotta alla mafia non appena è stato investigato il livello dei mandanti esterni delle stragi”.

“E’ in atto il Piano di Rinascita della P2”.

dal blog dell'autore

Sardegna: le promesse di Berlusconi


E’ passato un mese dalle elezioni sarde, vinte dal centrodestra con Ugo Cappellacci grazie all’appoggio del governo e del presidente Berlusconi. E’ stata una campagna elettorale lunga, con tanti colpi bassi, accuse e soprattutto promesse. Tante promesse. Andiamo a vedere alcune delle promesse del premier ai sardi e che fine hanno fatto, per dovere di cronaca e d’informazione:

- Euroallumina. E’ una fabbrica in terra sarda, di proprietà di un russo. In campagna elettorale, di fronte alla crisi di questa fabbrica e allo spauracchio della chiusura e quindi della perdita di lavoro per i suoi dipendenti, Berlusconi telefonò al suo amico Putin, che in diretta assicurò il suo interessamento. Titoloni sui giornali e sui tg: Berlusconi salva Euroallumina grazie alla sua amicizia con Putin. Come previsto è arrivata la brutta definitiva notizia della chiusura di Euroallumina. Nessuno dei telegiornali che avevano fatto titoli fiduciosi su quella telefonata, l’hanno ricordata. «C’erano delle aspettative – dice ora Marco Greco, sindacalista Cgil del Sulcis – gli operai si sono fidati di Berlusconi. Ci sono state frange considerevoli che hanno votato il centrodestra: venivano in molti, senza dire la verità»;

- la Sassari-Olbia. E’ una strada molto pericolosa che ha causato tantissimi incidenti e morti: per questo viene inserita (durante il governo Soru e grazie al lavoro dell’ex assessore Carlo Mannoni con l’esecutivo Prodi) tra le infrastrutture urgenti in vista del summit mondiale di luglio a La Maddalena. Berlusconi in campagna elettorale promette finanziamenti (un miliardo di euro per la Sassari-Alghero e per la Sassari-Olbia 722 milioni di euro). Il ministro Matteoli assicura: «E’ tra le opere prioritarie per la Sardegna e non ci saranno problemi per la sua realizzazione». Bene: arriva il cipe del 6 marzo e dei fondi per la Sassari-Olbia nessuna traccia: cancellati tutti i finanziamenti (anche quelli per i lavori già avviati), gli unici soldi stanziati per la Sardegna sono 130 milioni di euro a Cagliari per la metropolitana, da dividere con Bari. Nessun finanziamento neppure per le bonifiche di Porto Torres e Portovesme e il Governo continua a ignorare anche il problema energetico della Carbosulcis. Il 10 marzo al question time alla Camera, i due parlamentari del nord Sardegna Giulio Calvisi e Guido Melis domandano spiegazioni. Elio Vito (ministro dei rapporti con il parlamento) risponde che "l’intervento sulla Sassari-Olbia già rientrava in una programmazione prevista per il 2010 ". Ma come? Non era invece previsto che venisse unito ai lavori per il G8, fatto confermato anche negli annunci dello stesso Berlusconi in campagna elettorale?;

- Elezioni europee. In campagna elettorale Berlusconi promette la separazione della Sardegna dalla Sicilia per le elezioni europee: un impegno concreto perché il disegno di legge che assegna alla regione sarda due seggi al parlamento europeo di Strasburgo viaggiasse a velocità sostenuta. Poi però cambia idea: vuole una legge elettorale europea con uno sbarramento al 5%, con 5 circoscrizioni, senza preferenze e con liste preparate dalle forze politiche. Richiesta incompatibile con i due seggi alla Sardegna. E infatti alla Sardegna non andrà alcun seggio, verrà accorpata alla Sicilia in un’unica circoscrizione. Una promessa però Berlusconi l’ha mantenuta: ha chiamato i presidenti delle Regioni Veneto e Sardegna per concordare preliminarmente con loro il provvedimento sulla rivoluzione “edilizia libera”. La promessa in campagna elettorale era: abbasso il Ppr di Soru, via i vincoli. Fatto: tutti liberi! In questo caso la fiducia dei sardi è stata ben riposta. Secondo il Rapporto dell’Osservatorio, in Sardegna tra Settembre 2006 e Ottobre 2007 le amministrazioni comunali isolane hanno denunciato del governo del territorio della Direzione generale dell’Urbanistica 1694 abusi edilizi. Per meglio monitorare e arginare questo fenomeno la Giunta Soru aveva istituito dei Gruppi di monitoraggio territoriali in grado di integrare le funzioni della vigilanza amministrativa con quella operativa sul territorio, che avevano come obiettivi la prevenzione e la repressione degli abusi di natura urbanistico-edilizia e paesaggistica. Grazie alla "rivoluzione" berlusconiana dell’edilizia si torna ai bei vecchi tempi. Si torna all’edificazione selvaggia residenziale e turistica nelle coste, si potranno ampliare gli edifici esistenti del 20% (in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori), abbattere gli edifici costruiti prima del 1989 per ricostruirli con il 30% di cubatura in più e, soprattutto, lo si potrà fare senza controlli. Viene abolito il permesso di costruire, sostituito da una certificazione di conformità del progettista.

E per concludere, chi non ricorda il grande cavallo di battaglia di Cappellacci in campagna elettorale: il dialogo e gli ottimi rapporti tra governo nazionale e sardo. Ora: Berlusconi ha stretto un patto con Sarkozy per il nucleare, dicendo che ormai è sicuro sotto ogni profilo; Cappellacci e gli esponenti sardi del centrodestra hanno garantito che mai e poi mai un impianto sarà ubicato nell’isola (che tra l’altro è la candidata principale ad ospitare le centrali per vari motivi).

Se Berlusconi dice che non c’è rischio, perché il suo governo regionale la fa lunga, dato che il territorio sardo è pure il più adatto allo scopo secondo gli esperti del settore? Non si fida del premier? Cappellacci in campagna elettorale disse: "Sono pronto ad incatenarmi se Berlusconi non manterrà le promesse". Manterrà almeno lui questa, di promessa?

da agoravox.it

mercoledì 18 marzo 2009

L’ex sindaco Scapagnini premiato verso l’Europa


di Paolo Praolini

Dopo una intensa giornata trascorsa tra famiglia e lavoro mi stavo avviando a concluderla rubando qualche stralcio d’ascolto alla TV, ormai divenuta specchio dei mali del nostro paese.

Il mio approccio mirava a concedere qualche minuto alla visione di qualche trasmissione che raramente riesce a rubare qualche momento della mia attenzione, soprattutto per la mancanza di trasmissioni di buon contenuto.

Purtroppo o per fortuna non saprei dire, domenica sera mi sono imbattuto nella trasmissione Report su Rai 3 condotta dalla imperturbabile e mirabile conduttrice Milena Gabanelli, che mi ha tirato dentro rubandomi tempo per più di qualche minuto.

La trasmissione iniziata con la sequela di fatti scandalosamente ‘catanesi’ come i milioni spesi per la candelora, i finanziamenti allegramente elargiti e finiti in tasca a politici, gli imbrogli del Cipe etc., tutto ciò mi ha raggelato il sangue.

Ero a conoscenza dei fatti e del dissenno perpetrato dalla società a delinquere Scapagnini & Co, ma la conoscenza così dettagliata dei fatti e delle connivenze in odor di mafia così articolate e magistralmente rappresentate sul grande schermo dalla redazione di ‘Report’, mi ha realmente rovinato la chiusura di quella mia giornata.

Lo sperpero di denaro pubblico continuativo, operato a largo raggio e realizzato alle spalle del resto di tutto il nostro paese, con il contrapposto volto dell’ex sindaco Umberto Scapagnini sorridente e gioviale come un angioletto illibato, ha messo a dura prova la mia proverbiale tranquillità e credo che molti italiani come me abbiano terminato di vedere questa trasmissione in maniera scomposta e non in posizione di relax, come la conclusione di una lunga giornata avrebbe meritato.

Non voglio tornare sui fatti raccontati magistralmente dai puntuali ed impeccabili redattori di ‘Report’, in quanto molti di voi l’avranno seguito in diretta e digerita con grossa difficoltà.

Ma voglio far notare quello che in fondo è il fatto dolente e che più mi rattrista e non mi lascia far sperare per un futuro migliore.

Umberto Scapagnini ex sindaco di Catania, dopo il disastro generato con la sua amministrazione che ha portato un indebitamento del comune di oltre un miliardo di euro, generando una voragine nel bilancio del comune etneo per oltre 360 milioni di euro, viene ora premiato dai dirigenti del PDL con la candidatura alle elezioni Europee del prossimo giugno 2009.

Ma è possibile che in un paese civile possano accadere simili accadimenti?

Qualcuno che ha il ‘comando dei bottoni’, non avrebbe dovuto segregare costui in una locazione dove non avrebbe potuto o dovuto più nuocere?

Non ho parole a descrivere questo affronto a tutti noi italiani, che veniamo in tal modo considerati carne da macello senza una propria ratio, inanimati a prescindere dai valori che costituiscono il ns popolo italiano.

Dopo questo agire della politica nazionale sono certo che Costui condurrà la sua campagna elettorale fino alla fine, raccoglierà pure molti consensi raggiungendo la poltrona di rappresentante italiano in Europa come è accaduto in altre situazioni similari.

Ma con quale faccia può presentarsi a Bruxelles a nome di noi italiani ed ivi rappresentarci?

Allora questa Sicilia e l’intero Sud hanno veramente voglia di recuperare il gap che li separa dal resto d’Europa?

A questo punto se la Sicilia volesse realmente mostrare il cambiamento, faccia un’azione d’orgoglio e si muova a ricacciare costoro la’ dove non possano più generare pubblico danneggiamento, ma lo faccia già dalle prossime scadenze elettorali.

Mediaset mangia spot


Nonostante la crisi economica e il calo di ascolti, Mediaset aumenta la raccolta di spot a danno della Rai. Perché i grandi gruppi investono nelle televisioni del premier

di Marco Lillo

Nel pieno della crisi peggiore degli ultimi settant'anni, Silvio Berlusconi predica ottimismo: "Nessun dramma". Effettivamente il Cavaliere ha le sue ragioni per vedere rosa. Il gruppo del presidente del Consiglio può vantarsi di essere riuscito ad aumentare (di poco) la raccolta pubblicitaria (pari a 3 miliardi e 35 milioni di euro) nel 2008. Lo dicono le stime di Nielsen Media che 'L'espresso' pubblica in esclusiva. Secondo questi dati, anche nell'anno in corso la corazzata Mediaset reggerà l'onda della recessione meglio dei competitori. Nonostante l'Auditel in ribasso e la crescita del concorrente Sky, la concessionaria Publitalia, guidata da Giuliano Adreani, riesce ancora a condire di spot i programmi delle reti guidate da Piersilvio Berlusconi e Fedele Confalonieri.

I grandi clienti, come Wind, Infostrada, Barilla, Telecom Italia e Fiat non resistono all'appeal delle reti Fininvest. Nel primo anno del governo Berlusconi i primi 15 inserzionisti del nostro mercato hanno aumentato i loro investimenti su Mediaset di 30 milioni di euro mentre la Rai è rimasta al palo. Eppure le reti Mediaset hanno perso telespettatori sia nel prime time che nell'intera giornata. Proprio quando Mediaset perde colpi, più della Rai, il gruppo del presidente del Consiglio aumenta le quote di pubblicità rispetto a viale Mazzini e agli altri media. La stessa situazione si pose nel 2002 e allora l'opposizione, sulla base di stime parziali, gridò al 'conflitto di interessi'. 'L'espresso' ha provato a ricostruire l'andamento della raccolta pubblicitaria per capire se davvero le aziende del presidente del Consiglio hanno beneficiato di una particolare attenzione delle imprese.

Nielsen: Publitalia aumenta
Il punto di partenza sono i dati contenuti nel monitoraggio effettuato quotidianamente da Nielsen Media, la principale società di ricerche del settore. Nielsen rileva le inserzioni pubblicate o trasmesse per poi ricostruire (in base al listino) il valore dell'investimento del cliente. Le stime fotografano in tempo reale lo stato di salute del mercato pubblicitario e quindi dell'editoria e della televisione.


Cosa dicono i dati? Per i giornali e, in misura minore, per radio, tv e Internet è in corso una gelata senza precedenti. Solo Mediaset e pochi altri (come le radio del Centro-Sud) sembrano beneficiare dell'ultimo scampolo di primavera. Il totale degli introiti derivanti dalla pubblicità commerciale in Italia scende nel 2008 da 8 miliardi e 172 milioni di euro a 7 miliardi e 978 milioni. E invece Publitalia sale, anche se di poco: 3 milioni. La concessionaria del Cavaliere riesce ad aumentare la sua quota di un punto percentuale fino al 38 per cento. La Rai invece sembra vittima di un paradosso opposto. Sipra, la società del gruppo che raccoglie la pubblicità per viale Mazzini lascia sul campo ben 53 milioni di euro.

Il crollo della Rai
Le ragioni di questa Caporetto vanno ricercate in tre fenomeni: lo spostamento di pubblicità da Rai a Mediaset da parte di alcuni grandi investitori; l'incremento maggiore della quota riservata al network berlusconiano e infine l'aumento della pubblicità 'amica', che comprende quella che proviene dall'imprenditore Berlusconi (Medusa, Mondadori e Mediolanum) e quella che viene invece dalle aziende e dalle istituzioni controllate dal governo: ministeri, Poste, Eni ed Enel (vedi scheda a pagina 35).

L'effetto di questi tre fattori è ben descritto dai grafici della Nielsen, che raccontano un'Italia nella quale la pubblicità si concentra sempre di più nelle reti radiotelevisive e si focalizza su un solo gruppo. Quello del presidente del Consiglio. Apparentemente stiamo parlando di merendine e automobili, in realtà è in ballo qualcosa di più importante. La pubblicità è la principale fonte di sostentamento non solo delle radio e tv, ma anche dei giornali. Solo chi raccoglie pubblicità oggi ha i mezzi per produrre buona informazione, che costa. La concentrazione del 38 per cento delle risorse nelle mani del colosso televisivo del premier, il contestuale indebolimento della tv pubblica e della carta stampata non incidono solo sul mercato, ma anche sulla quantità e sulla qualità delle fonti alle quali può attingere l'opinione pubblica per informarsi. Ovviamente le aziende inserzioniste non pensano a tutto questo quando pagano per pubblicare o trasmettere uno spot. Pianificano le loro campagne cercando solo di massimizzare il ritorno. Non è colpa loro se in Italia esiste una situazione paradossale determinata dall'oligopolio televisivo e dal conflitto di interessi. Non è colpa loro se devono fare i conti con un presidente del Consiglio che nell'ottobre scorso arriva a dire a un gruppo di imprenditori: "Non capisco come fate ad accettare che i vostri prodotti siano pubblicizzati dalla Rai".
Eppure, nonostante l'enormità del problema della concentrazione della pubblicità nelle mani di un solo gruppo, non si può spiegare questo dato solo come una forma di captatio benevolentiae verso il circolo di potere dominante. Dietro le cifre impressionanti che documentano la presa di Publitalia e quindi di Berlusconi sul sistema di comunicazione italiano c'è un problema strutturale che impedisce una concorrenza ad armi pari.

Le reti Rai, per legge, possono ospitare un quinto degli spot ammessi su Mediaset. Quindi l'agente di Publitalia (oltre a essere pagato con provvigioni più alte) è avvantaggiato rispetto a quello Sipra perché può presentare al cliente un pacchetto più ampio di offerte. La Rai invece deve concentrare i pochi spazi che ha nelle ore di punta, e deve far pagare di più. Non proprio il massimo, per le aziende che hanno pochi soldi da investire in un momento come questo.

La dieta Bondi Per questa ragione, quando il direttore generale Rai Claudio Cappon ha letto la proposta del ministro Sandro Bondi di trasformare una rete pubblica in un canale senza pubblicità, finanziato solo con il canone, è saltato sulla sedia. Alla Sipra stimano che la proposta Bondi produrrebbe un calo secco nel bilancio di circa 400 milioni di euro all'anno. Inoltre si acuirebbe l'asimmetria con Mediaset.

Già in questa situazione Publitalia è destinata ad aumentare il suo vantaggio anno dopo anno, come è accaduto nel 2008. Prendiamo la Barilla. L'investimento totale per le sue campagne basate sulla tradizione e i buoni sentimenti è diminuito di una decina di milioni, ma a farne le spese è stata proprio la Rai, scesa di 11 milioni di euro in due anni mentre Mediaset è salita di ben 4 milioni.

Stesso schema è stato deciso dalla Fiat: taglio (sempre stimato da Nielsen) di 15 milioni di euro in due anni per la Rai e, contemporaneamente, un aumento di 3 milioni per Publitalia che così finalmente supera la concorrenza anche in casa Fiat.

Telefono amico Accanto a investitori sostanzialmente stabili come Ferrero, Unilever e Procter & Gamble, non mancano casi nei quali la Rai guadagna quote, come avviene con Renault e Volkswagen. Ma si tratta di valori poco rilevanti rispetto al vero tesoro degli spot sullo schermo: le telecomunicazioni.

Le aziende di telefonia in questo periodo di crisi sono tra le poche che continuano a investire. Sembra che gli italiani possano fare a meno di tutto salvo che del cellulare. Quando mancano i soldi, ci si muove di meno e si telefona di più anche per ottenere rassicurazione da una voce amica. Gli operatori telefonici continuano a macinare utili e sono tra i pochi in grado ancora di stanziare centinaia di milioni di euro per gli spot.

Secondo le stime Nielsen, per esempio, il gruppo Telecom Italia ha investito 91 milioni su 194 milioni di budget complessivo nelle reti del network guidato da Fedele Confalonieri, mentre la Rai si è dovuta accontentare di 37 milioni. In particolare, nel 2008 è stata la Tim a privilegiare per i suoi spot con Christian De Sica le reti Mediaset, e gli investimenti pubblicitari sono cresciuti da 54 a 60 milioni. Mentre la Rai è scivolata da 24 a 23 milioni.

Anche Francesco Totti, Rino Gattuso e Hillary Blasi sono scesi in campo con il Biscione. Vodafone investe metà del suo budget sulle aziende del premier (89 milioni nel 2008, contro i 73 del 2006): la Rai invece è tornata a quota 29 milioni, dopo un calo di sei milioni nel 2007. Di tutte le aziende telefoniche, però, la più attenta al gruppo Berlusconi è Wind. La società del magnate egiziano Naguib Sawiris, amico del Cavaliere, sempre secondo le stime Nielsen, ha portato alle casse di Publitalia 107 milioni di euro, contro i 43 milioni concessi alla Rai. Nel 2008, rispetto al 2007, stando ai dati Nielsen, Wind avrebbe aumentato di 18 milioni la quota Mediaset e ridotto di 4 milioni quella Rai. Sembra in particolare che Sawiris abbia decretato la sparizione del suo marchio dagli schermi di Raitre dopo un servizio sgradito nella trasmissione 'Report'.
Tra Arcore e viale Mazzini
La forza di Mediaset è lo zoccolo duro di decine di inserzionisti che investono solo sul network fondato dal Cavaliere. In alcuni casi sfruttano le telepromozioni, vietate in Rai (vedi Eminflex e il Gruppo Global, che pagano circa 25 milioni di euro a testa), ma spesso sono spot tradizionali come per Giochi preziosi (18 milioni per Gormiti e altri gadget nelle fasce ghiotte per l'infanzia), Johnson Wax (30 milioni per Raid, Autan e simili) o la Saiwa di Genova (18 milioni).

Questi imprenditori non danno niente a Sipra, o al massimo qualche spicciolo come il consorzio che gestisce il marchio McDonald's, diretto per anni dall'amico del Cavaliere Mario Resca (che paga circa 2 milioni di spot alla Rai e 18 a Mediaset). Anche Microsoft sceglie prevalentemente l'azienda del premier.

Quelli che privilegiano la tv pubblica si contano sulle dita di una mano: Coop (6 milioni), Conad (15 milioni), Lidl (17 milioni) e poi c'è il caso anomalo di Toyota che sprona spavaldo il cavallo di viale Mazzini investendo 30 milioni di euro sulla Rai e zero su Mediaset. Le case automobilistiche più grandi come Opel, Renault e Volkswagen e anche i marchi storici dell'alimentare come Peroni, Lavazza e Danone dividono equamente le quote tra i due colossi dell'etere mentre negli ultimi tempi le aziende del gruppo Berlusconi stanno facendo quadrato attorno alla loro concessionaria.

Medusa, Mondadori e Mediolanum nel 2006 investivano 8 milioni sulle reti Rai per reclamizzare meglio i loro prodotti. Oggi, con la crisi che addenta Publitalia, hanno trasferito gran parte di quei soldi sulle reti Mediaset. Una solidarietà che evidentemente non scatta nella nomenklatura Rai: la casa di distribuzione di Rai cinema, 01Distribution, continua a investire un terzo del suo budget (circa 2 milioni di euro) su Publitalia.

Sky: concorrente e contribuente Tra le aziende più fedeli alle reti del presidente del Consiglio troviamo a sorpresa un concorrente di Mediaset. Anzi 'Il concorrente'. Perché, come testimoniano le telefonate intercettate sull'utenza di Agostino Saccà nel 2007, non è la Rai, ma il gruppo del magnate Murdoch a preoccuparlo.

Secondo Nielsen, Sky nel 2008 ha quasi raddoppiato la sua raccolta da 54 a 90 milioni di euro e nei primi mesi del 2009 la progressione è continuata. Il governo Berlusconi le ha messo molti bastoni tra le ruote. Prima finanziando il decoder digitale terrestre, poi innalzando l'aliquota Iva (un'agevolazione concessa peraltro alla pay tv nel 1991 quando si chiamava Telepiù ed era ancora controllata da Fininvest). Eppure Sky ha ringraziato il premier per la concorrenza agevolata, per le disdette degli abbonamenti e le polemiche, versando senza fiatare diversi milioni di euro nelle casse del suo gruppo.

Nel 2007 e nel 2008 Sky ha pagato 34,5 milioni di euro a Publitalia. Alla Rai nel 2007, secondo Nielsen, ha pagato 360 mila euro. Nel 2008 l'obolo è salito a 3,6 milioni. Nei primi due mesi del 2009 Sky ha continuato a spendere circa 2,8 milioni su Mediaset e 600 mila sulla Rai. E se è vero che molti anni fa l'allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo pose un veto agli spot del concorrente, è vero anche che quel veto è stato cancellato da almeno un paio di anni.

In questi giorni, tra l'altro, si vocifera di un accordo in esclusiva Sky-Publitalia. A dimostrazione del fatto che con Silvio Berlusconi è meglio fare la pace e gli affari. La guerra non conviene.

Il grande freddo
I dati del primo bimestre del 2009 confermano la tendenza di Publitalia a fare meglio degli altri concessionari ma, dopo anni di crescita, per la prima volta il segno meno arriva anche nei conti di Segrate.

A 'L'espresso' risulta che, secondo Nielsen Media, gli spot su Mediaset si sono ridotti del 19 per cento nel primo bimestre. Le altre tv e la carta stampata però vanno peggio. I cali oscillano attorno al meno 30 per cento. Mentre la Sipra della Rai sta andando incontro a un periodo difficilissimo. Mancano all'appello circa 80 milioni di raccolta in due mesi: un crollo del 33 per cento rispetto allo scorso anno. Si naviga a vista. Se una volta le prenotazioni degli spazi da parte dei clienti arrivavano un mese prima, ora si fissano settimana per settimana. In Sipra circola una battuta: se continua così a fine anno mancheranno almeno 400 milioni all'appello e sarà contento il ministro della Cultura Sandro Bondi. La rete senza pubblicità ci sarà davvero. Non per decisione del governo, ma del mercato.

da l'espresso