venerdì 30 gennaio 2009

Cesare Battisti: Italia Brasile 0 - 1

Berlusconi, Il presidente Brasiliano Lula e i giocatori Brasiliani del Milan


di Dario Campolo

chissà se l'amichevole che si giocherà a Calcio fra le 2 nazionali finirà come il risultato terminato sul caso Battisti, ma cerchiamo di fare un po' di chiarezza. Battisti è riuscito a scappare dalla Francia e arrivare in Brasile grazie ai servizi segreti Francesi, almeno questo è quello che il Battisti stesso dice, inoltre si parla anche di un interessamento particolare di Sarkozy grazie alla mediazione della compagna Italiana Carla Bruni ma in verità lei ha smentito alla trasmissione di Fazio andata in onda la settimana scorsa su RAI 3. Adesso il Brasile ne nega l'estradizione e da destra a sinistra ne nasce un appello bipartisan riguardo il comportamento scorretto del Brasile, tutti parlano, tranne Lui, il "Nostro Amato Premier" Silvio Berlusconi, parla sempre a sproposito su tutto ma questa volta tace, come mai? Eppure di tempo ne ha, la vicenda Kaka e Fiorello insegna, inoltre non più di un paio di mesi fa il presidente Brasiliano Lula è venuto in Italia e il "Nostro Amato Premier" lo ha fatto ricevere nientepopodimenochè dai suoi giocatori brasiliani in forza al Milan (vedi foto), tutti felici e contenti a dimostrare gli ottimi rapporti fra Italia e Brasile, che dire?

Presidente provi ad andare in Brasile con i giocatori del Milan magari riesce a farci questo regalo: l'estradizione di Battisti.

Di seguito una breve biografia su Cesare Battisti tratta da Wikipedia per capire di chi stiamo parlando.

Chi è Cesare Battisti?

Nel 1968, Cesare Battisti si iscrisse al liceo classico, ma già nel 1971 abbandonò la scuola per muoversi sul terreno della lotta politica nell'area della sinistra extraparlamentare. Dopo i primi problemi con le forze dell'ordine, si trasferì a Milano. Dal gruppo di amici che frequentò nacque una delle numerose formazioni clandestine terroriste dell'epoca, i Proletari Armati per il Comunismo (PAC), a cui sono stati attribuiti alcuni omicidi e varie rapine.

In Italia Cesare Battisti è stato condannato come responsabile di quattro omicidi - tre come concorrente nell'esecuzione, uno co-ideato ed eseguito da altri:

- 6 giugno 1978 a Udine, Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria; omicidio di cui fu accusato dal "pentito" Pietro Mutti che poi si assunse la responsabilità diretta dell'azione, "declassando" il ruolo di Battisti alla sola "copertura". Santoro era accusato dai PAC di maltrattamenti ai danni di detenuti.

- 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (VE), Lino Sabbadin, macellaio di Mestre; Battisti fece da "copertura armata" all'esecutore materiale Diego Giacomin. Sabbadin si era opposto con le armi al tentativo di rapina del suo esercizio commerciale.

- 16 febbraio 1979 a Milano, Pierluigi Torregiani, gioielliere; Battisti fu condannato come co-ideatore e co-organizzatore. Nel corso dell'assassinio di Pierluigi Torreggiani venne coinvolto anche suo figlio Alberto, che da quel giorno vive paralizzato su una sedia a rotelle per un colpo sparato dal padre durante il conflitto a fuoco con gli attentatori. Torregiani, il 22 gennaio precedente, aveva ucciso un rapinatore durante una tentata rapina in una pizzeria in cui si trovava con i gioielli che aveva mostrato ad una vendita televisiva.

- 19 aprile 1979 a Milano, Andrea Campagna, agente della DIGOS; omicidio di cui fu riconosciuto come l'esecutore materiale. Campagna aveva partecipato ai primi arresti legati al caso Torregiani.

Per i fatti sopracitati Cesare Battisti si è sempre dichiarato innocente.Recentemente Battisti si è detto pronto ad incontrare i parenti delle vittime degli omicidi a lui contestati e ha dichiarato di avere già avuto un rapporto epistolare "di amicizia, sincerità e rispetto" con Alberto Torregiani.

Nel 1979 Battisti venne arrestato nell'ambito di un'operazione antiterrorismo di vaste proporzioni e detenuto nel carcere di Frosinone, a seguito di un'istruttoria che si basava, in parte, sulle dichiarazioni di alcuni pentiti.

Il 4 ottobre 1981 Battisti riuscì ad evadere e a fuggire in Francia.

Per circa un anno visse da clandestino a Parigi, dove conobbe la sua compagna e futura moglie, con la quale poi si trasferì in Messico, dove nacque la sua prima figlia. Là iniziò a scrivere, essendo uno dei fondatori della rivista culturale "Via Libre". Terminò il primo romanzo, pubblicato, a sua insaputa, da un suo amico che si spacciò per l'autore — o almeno questo sostiene lo stesso Battisti in un articolo apparso su Paris Match il 22 luglio 2004 in cui comunque non fece il nome né del romanzo, né della persona che se ne sarebbe attribuita la paternità.

Durante la sua latitanza messicana, i giudici italiani lo condannarono in contumacia all'ergastolo perché giudicato responsabile dei quattro omicidi e di varie rapine.

Nel 1990 decise di tornare a Parigi, dove nel frattempo erano andate a vivere sua moglie - con cui il rapporto era entrato in crisi - e sua figlia. Nella capitale francese frequentò la comunità di latitanti italiani che vi viveva grazie alla dottrina Mitterrand. Intanto terminò un romanzo e visse traducendo in italiano racconti di autori noir francesi, tra i quali Didier Daeninckx e Jean-Patrick Manchette.

Poco tempo dopo venne arrestato a seguito di una richiesta di estradizione del governo italiano. Nell'aprile 1991, dopo quattro mesi di detenzione, la Chambre d'accusation di Parigi lo dichiarò non estradabile. Tornato libero, per vivere e continuare a scrivere acquistò una lavanderia automatica, che in seguito fallì. Nel frattempo, nel 1993, Gallimard pubblicò nella sua Série Noire il suo romanzo "Travestito da uomo". La sua attività letteraria proseguì con libri in cui espose la sua analisi sull'antagonismo radicale, il più significativo dei quali fu "Orma rossa".
La magistratura italiana richiese nuovamente la sua estradizione, che venne concessa dalle autorità francesi il 30 giugno 2004: poco prima il presidente Jacques Chirac, successore di Mitterrand, aveva palesato il suo consenso all'estradizione in Italia in caso di esito negativo del ricorso in Cassazione presentato dai legali di Battisti. Il Consiglio di Stato francese e la Corte di Cassazione, con due successive decisioni sulla richiesta di estradizione, autorizzarono la consegna di Battisti alle autorità italiane.
A seguito di tale provvedimento francese Battisti si rese latitante, lasciando la Francia e facendo perdere le sue tracce.

Un ultimo ricorso, presentato alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, contro la sua estradizione in Italia, venne dichiarato dalla stessa Corte inammissibile nel dicembre del 2006 in quanto manifestamente infondato.

Un movimento di solidarietà a Cesare Battisti si è sviluppato in Francia in occasione della seconda richiesta di estradizione accettata dalle autorità francesi. Vari intellettuali e personalità del mondo della cultura e della politica francese hanno aderito, tra i quali Bernard-Henri Lévy, che ha curato la prefazione all'ultimo suo libro ("Ma Cavale"), lo scrittore Serge Quadruppani e Daniel Pennac.

In particolare Cesare Battisti ha ricevuto il supporto della scrittrice francese Fred Vargas, che in questi anni lo ha sostenuto economicamente fino ai giorni dell'arresto in Brasile (dovuto ad una telefonata rintracciata dalle autorità brasiliane fatta dal Battisti proprio alla abitazione parigina della Vargas). Suo il libro La Vérité sur Cesare Battisti, non ancora edito in Italia.

Altre manifestazioni di solidarietà sono venute dallo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez e da 89 tra scrittori, intellettuali e rappresentanti di organizzazioni non governative per i diritti umani brasiliani, firmatari di un documento per la concessione dello status di rifugiato politico a Cesare Battisti.

Solidarietà a Cesare Battisti è arrivata anche dall'Italia. Il sito internet Carmilla Online ha raccolto oltre 1.500 firme, comprendenti nomi di personalità del panorama politico-culturale di Francia e Italia.

I sostenitori di Cesare Battisti contestano le modalità con cui si è svolto il processo contumaciale a carico dell'ex militante dei PAC, in particolare sostengono che le accuse sono state prodotte sulla base delle dichiarazioni del pentito Pietro Mutti, anch'esso appartenente ai PAC, che avrebbe accusato il compagno per garantirsi gli sconti di pena concessi dalla legge speciale antiterrorismo italiana.


Borsellino e il fresco profumo di libertà


di Salvatore Borsellino

"Grazie a tutti.
Ringrazio soprattutto quei tanti ragazzi, quelle tante persone che ho incontrato oggi qui e che vengono da tutte le parti d'Italia. Sono quei ragazzi che incontro quando vado in giro per l'Italia a gridare la mia rabbia e a cercare di suscitare nella gente quella indignazione che ritengo che tutti dovrebbero avere nel vedere il baratro nel quale stanno facendo precipitare il nostro Paese.
Vedete, ieri Sonia Alfano mi ha telefonato e mi ha detto: “dobbiamo proiettare un video nel quale si vedranno delle immagini crude, delle immagini della strage di Paolo”.
Mi ha chiesto se poteva farlo, se sarei stato in qualche maniera colpito, sconvolto. Quelle immagini non mi sconvolgono affatto, vorrei che venissero proiettate ogni giorno in televisione, perché la gente si rendesse conto di quello che è stato fatto. Si rendesse conto di qual è il sangue sul quale si fonda questa disgraziata Seconda Repubblica, che capisse che è fondata sul sangue di quei morti. Vedere quelle immagini non mi sconvolge. Una cosa mi sconvolge: vedere le immagini di quelle stragi dopo aver visto quelle due persone che prima parlavano di Dell'Utri, delle bombe che metteva Mangano, e ridevano.
Ridevano, ghignavano rispetto a quelle cose: questo mi sconvolge.

Come Arancia Meccanica

Vorrei che quelle due persone venissero messe in una cella come mettevano quegli assassini di Arancia Meccanica, aprirgli gli occhi e costringerli a vedere, vedere, vedere, vedere in continuazione quelle stragi. Ecco quello che vorrei.
Io ho visto oggi quelle stragi e mi sono ricordato di una cosa che mi ha detto Gioacchino Genchi, che è arrivato sul luogo della strage due ore dopo il fatto. Io ci misi cinque ore a sapere che mio fratello era morto perché la televisione dava notizie contraddittorie: forse è stato ferito un giudice, forse sono stati feriti uomini della scorta. Fu mia mamma che, cinque ore dopo, mi telefonò dall'ospedale e mi disse: “tuo fratello è morto”.
C'era qualcuno, però, che si chiamava Contrada che lo seppe ottanta secondi dopo che mio fratello era stato ucciso e io vorrei, io chiedo, io grido: voglio che queste cose vadano a finire nelle aule di giustizia!
Che ci siano processi per queste complicità che ci sono state all'interno dello Stato!
L'avete sentito di cosa parlavano Berlusconi e Dell'Utri: ecco perché vogliono impedire le intercettazioni, perché quelle cose non possiamo, non dobbiamo sentirle.
Non dobbiamo sentirle se no ci rendiamo conto di quella che è la classe politica che ci governa, ci rendiamo conto di chi oggi ha occupato le istituzioni.Il più grande vilipendio alle istituzioni è che queste persone indegne di occupare quei posti occupino le istituzioni. Questo è il vilipendio alle Istituzioni e allo Stato.
E' il fatto che una persona che è stata chiamata “Alfa”, in un processo che non è potuto andare avanti perché è stato bloccato, come tutti gli altri processi che riguardano i mandanti occulti e esterni, possa occupare un posto così alto all'interno delle nostre Istituzioni.
Genchi arrivò in quella piazza due ore dopo la strage, mi ha raccontato che aveva conosciuto Emanuela Loi un mese prima perché faceva da piantone alla Barbera.
Era una ragazza che non era stata addestrata per fare il piantone, per fare la scorta a un giudice in alto pericolo di vita come Paolo Borsellino. Eppure quel giorno era lì a difendere con il suo corpo, e nient'altro che con quello, Paolo Borsellino. Questi sono gli eroi, non quelli di cui parlano Berlusconi e Dell'Utri, dicendo che Vittorio Mangano è un eroe.

Eroi in fila per andare a morire

Gli eroi sono questi ragazzi che il giorno dopo la morte di Falcone, ce n'erano cento tra poliziotti e Carabinieri, si misero in fila dietro la porta di Paolo per chiedergli di far parte della sua scorta.
Se erano messi in fila per andare a morire, perché Paolo sapeva che sarebbe morto. Quei ragazzi, mettendosi in fila dietro la porta di Paolo, sapevano che sarebbero morti anche loro.
Gioacchino Genchi mi raccontò che due ore dopo la strage, arrivando in via D'Amelio vide i pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall'intonaco del numero 19 di via D'Amelio.La riconobbe perché c'erano dei capelli biondi insieme a quei pezzi.
I pezzi di quella ragazza vennero messi in una bara, vennero riconosciuti perché era l'unica donna che faceva parte della scorta, vennero mandati a Cagliari.Sapete cosa venne fatto? Quello che chiamiamo Stato ha mandato ai genitori di Emanuela Loi la fattura del trasporto di una bara quasi vuota da Palermo a Cagliari. Questo è il nostro Stato. Questo è lo Stato che ha contribuito ad ammazzare Paolo Borsellino e io vi racconto queste cose non per farvi commuovere, non per farvi piangere. Non è il tempo di piangere.
E' il tempo di reagire, di lottare, è il tempo di resistenza! Il tempo di opporsi a questo governo che sta togliendo il futuro ai nostri ragazzi, che ci sta consegnando un Paese senza futuro. E la colpa è nostra che abbiamo permesso che tutto questo succedesse.
Quando Cossiga dice - dopo la manifestazione degli universitari che hanno capito che in Italia si sta cercando di distruggere l'istruzione perché l'istruzione può portare alla resistenza, anche durante il fascismo le scuole erano centri di resistenza e i ragazzi l'hanno capito - e Cossiga cosa ha detto? Ha detto che bisogna mettere infiltrati in mezzo a quei ragazzi perché rompano vetrine, perché vengano distrutte macchine perché le ambulanze sovrastino le altre sirene. Si augura addirittura che venga uccisa qualche donna, qualche bambino perché si possano manganellare quei ragazzi.
Dobbiamo essere noi a metterci davanti a loro, siamo noi che ci meritiamo quelle manganellate per avere permesso che il nostro Paese diventasse quello che è diventato. Un Paese che non è degno di stare nel mondo civile, siamo peggio della Colombia.
Genchi è arrivato in via D'Amelio due ore dopo la strage, ripeto, si è guardato intorno e ha visto un castello. Ha capito che non poteva essere che da quel posto fu azionato il telecomando che ha provocato la strage.
Genchi allora è andato in quel castello, ha cercato di identificare le persone che c'erano dentro, mediante le sue tecniche. Ha capito che da quel castello partirono delle telefonate che raggiungevano cellulari di mafiosi. Perché Genchi ha quelle capacità, le sue conoscenze tecniche sono enormi, egli è in grado, dagli incroci dei tabulati telefonici e non dalle intercettazioni, di riuscire a inchiodare i responsabili di quella strage.
Ecco perché si sta cercando di uccidere Genchi, ecco perché così come hanno ucciso i magistrati si cerca di uccidere anche Genchi. Questo è il vero motivo: per togliere un'altra arma a quello che è la parte sana di Stato che è rimasta.
Cercano di uccidere Genchi, hanno ucciso dei magistrati. Io ieri ho sentito un magistrato – uno di questi uccisi senza bisogno di tritolo – che mi ha detto: “avrei preferito essere ucciso col tritolo piuttosto che così, giorno per giorno, come stanno facendo”. I magistrati oggi, chi ancora cerca di combattere la criminalità organizzata, non viene più ucciso con il tritolo, viene ucciso in maniera tale che la gente non se ne accorga neanche, non reagisca.

Quel fresco profumo di libertà

Le stragi del 1992 portarono a quella reazione dell'opinione pubblica, a quello che mi ero illuso di riconoscere come quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo. Quel profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e fin della complicità. Quel puzzo che oggi ci sta sommergendo. Il puzzo dal quale oggi non possiamo stare lontani perché sta permeando tutto il nostro Stato, tutta la nostra vita politica, tutte le nostre istituzioni.
Io, dopo la morte di Paolo, arrivai a dire che se Dio aveva voluto che Paolo morisse perché il nostro Paese potesse cambiare allora avrei ringraziato Dio di averlo fatto morire. Questo era il sogno di Paolo, Paolo sarebbe stato felice di sapere che era morto per questo.Oggi, guardate il baratro nel quale siamo precipitati: io ringrazio Dio che Paolo sia morto, che non venga ucciso come stanno uccidendo De Magistris, Apicella, Clementina Forleo. Io ringrazio Iddio che Paolo non venga ucciso in questa maniera. Che messaggi ci arrivano dalla magistratura? Il presidente dell'Anm dice: “abbiamo dimostrato che la magistratura possiede gli anticorpi per reagire”. E' una vergogna che un magistrato possa dire queste parole! La magistratura ha dimostrato, semmai, di avere al suo interno quelle cellule cancerogene che la stanno distruggendo, e così come hanno vissuto e pervaso tutte le istituzioni, la classe politica. La magistratura, nei suoi organi superiori, ha dimostrato di essere corrotta al suo interno.
Ormai il cancro sta entrando in metastasi anche negli organi di governo della magistratura.

Mancino mente

Non è difficile, se pensiamo che a vice presidente del Csm, quello che dovrebbe essere l'organo di autogoverno della magistratura, c'è una persona indegna, indegna!, come Mancino! Una persona che mente! Mente spudoratamente dicendo di non avere incontrato Paolo Borsellino il primo luglio del 1992, quando sicuramente a Paolo Borsellino venne prospettata quella ignobile, scellerata trattativa tra lo Stato e la criminalità organizzata per cui Paolo Borsellino è stato ucciso. Perché Paolo non può aver fatto che mettersi di traverso rispetto a questa trattativa, questo venire a patti con la criminalità che combatteva, con chi poco più di un mese prima aveva ucciso quello che era veramente suo fratello, Giovanni Falcone. Paolo non può che essere rimasto così sdegnato da opporsi a questa trattativa e a quel punto andava eliminato, e in fretta.
Tant'è vero che il telecomando della strage di via D'Amelio fu premuto. Queste cose non sono potute arrivare al dibattimento perché tutti i processi sono stati bloccati.
Genchi ha dimostrato che quel telecomando era nel castello Utveggio, dove c'era un centro del Sisde, i servizi segreti italiani, è da lì che è arrivato il comando che ha provocato la strage.
Ecco perché Genchi deve essere ucciso anche lui. Hanno ucciso Paolo Borsellino, hanno ucciso Giovanni Falcone e adesso uccidono anche Genchi, De Magistris, tutti i giudici che cercano di arrivare alla verità.
Così qualunque giudice che arriva a toccare i fili scoperti muore, non si può arrivare a quel punto perché oggi gli equilibri che reggono questa seconda repubblica sono basati sui ricatti incrociati che si fondando sull'agenda rossa.
Un'agenda rossa sottratta dalla macchina ancora in fiamme di Paolo Borsellino, in cui queste trattative, queste rivelazioni che in quei giorni gli stavano facendo pentiti come Gaspare Mutolo, come Leonardo Messina erano sicuramente annotate. Quell'agenda doveva sparire, è questo uno dei motivi della strage. Quell'agenda doveva sparire, su quell'agenda io credo che si basano buona parte dei ricatti incrociati su cui si fonda questa seconda repubblica.
E allora Mancino non può venirmi a dire che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino! Non può soprattutto adoperare quel linguaggio indegno che adopera. Dice: “Io non posso ricordare se fra gli altri giudici c'era anche Paolo Borsellino, che non conoscevo fisicamente”. Ma Mancino non hai visto chi era quel giudice vestito con la sua toga che trasportava la bara di Falcone? Non l'hai visto? Non ti interessavano quelle immagini? Eri ministro dell'interno e non ti interessava che cosa stava succedendo in Italia in quei giorni?
Non ti interessava, a fronte di quell'agenda che ho mostrato e nella quale c'è scritto: “ore 19.30 Mancino” scritto di pugno autografo da Paolo? Lui ha mostrato un calendarietto in cui non c'era scritto niente, l'ha mostrato semplicemente e c'erano tre frasi con gli incontri della settimana.
E' questo quello che fanno i nostri ministri, oltre che cercare di accordarsi con la criminalità organizzata. E' per questo che è stato ucciso mio fratello: perché mio fratello si è messo di traverso rispetto a questa trattativa, per questo doveva essere ucciso. Io chiedo, e non smetterò di chiederlo finché avrò vita, che sia fatta giustizia, che vengano cacciati dalle istituzioni quelle persone che sono complici di quello che è successo. Non che venga data l'impunità a chi dovrebbe essere sottoposto a processi e invece non può essere neanche indagato, intercettato, non si può fare nulla.
Dobbiamo subire, stanno adottando la tecnica della frana, per cui ci hanno infilato in un'acqua che a poco a poco si riscalda e la gente non si accorge il punto a cui arriviamo.
Attenzione! Attenti! Stiamo precipitando nel baratro e da questo baratro dobbiamo uscire perché lo dobbiamo ai nostri morti. Lo dobbiamo a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, a Emanuela Loi, a questi che veramente sono eroi. Dobbiamo riappropriarci del nostro Paese, questo Paese è nostro, lo Stato siamo noi! Non queste persone che indegnamente occupano le istituzioni.
Vi lascio con tre parole che un altro dei giudici che hanno tentato di uccidere ha detto, ed è quello che dobbiamo fare, l'unica cosa che ci resta da fare prima di cadere in un regime dal quale non ci potremo più districare: resistenza! Resistenza! Resistenza!"

Testo integrale dell'intervento di Salvatore Borsellino a Piazza Farnese

giovedì 29 gennaio 2009

Crisi - Il settore Auto e gli incentivi


di Dario Campolo

Il settore che genera più lavoro è sempre messo peggio, ma io dico, abbiamo la "fortuna" di avere un ministro come Tremonti che ha visto la crisi prima di tutti e oggi siamo ancora qui a discutere , così il vantaggio che il Ministro aveva sugli altri paesi si perde come per tutti i decreti anticrisi fatti sino ad oggi e infatti siamo arrivati ultimi in tutto, a questo punto era meglio che Tremonti fosse stato cieco.

Gli altri paesi hanno già decretato leggi e stanziato soldi e noi siamo ancora qui a ragionare su cifre e metodi da utilizzare?
Servono ancora 10 giorni?
Si ipotizza un aiuto alla vendita con la famosa rottamazione di 1500 euro?

Secondo me ci vogliono 10 giorni perché nella maggioranza sono divisi se aiutare o no il gruppo Fiat, e a parte le cifre stanziate già discusse nel blog ieri (l'Italia da 350 a 500 milioni per il settore e la Francia 5 miliardi) l'unico effetto che avremo nei prossimi giorni sarà che nessuno si recherà dal concessionario per acquistare con il risultato che oggi siamo a -40% di immatricolazioni e febbraio forse raggiungerà -80%, il doppio.

Bravi, complimenti, pensate agli insulti di Di Pietro nei confronti di Napolitano (che insulti non erano) e andate avanti così, maggioranza e opposizione, destra e sinistra.,siete diventati identici in tutto e per tutto, ma attenzione a non tirare troppo la corda perché si potrebbe rompere.

W l'Ital ietta

Stupri di Stato

di Marco Travaglio

Solo l’avvocato Guido Calvi, mi pare, ha denunciato sul Corriere l’«esposizione indecorosa come trofei alla gogna» dei giovinastri rumeni arrestati per lo stupro di Guidonia. Parole sante: se, se al posto di quei giovinastri, ci fosse stato un consigliere di circoscrizione, avremmo il Parlamento in stato d’assedio che discute l’abolizione degli arresti e i tromboni dei giornalini che strillano contro le «manette facili», la «gogna mediatica», l’«accanimento giudiziario». Invece niente, zitti e mosca. Purtroppo anche quell’immonda sceneggiata è figlia dello sfascio programmato della giustizia. Quando si riesce ancora ad acchiappare qualche presunto colpevole, si enfatizza il risultato, come a dire: vedete che, nonostante i tagli alle forze di polizia e alla giustizia, c’è ancora chi fa bene il proprio dovere? La brillante operazione del Ros è stata possibile grazie all’incrocio di intercettazioni e tabulati telefonici: quel che fa da 20 anni Gioacchino Genchi, il servitore dello Stato costretto da giorni a difendersi da ignobili attacchi politici. Ma ora, con la legge sulle intercettazioni, chi intercetterà un branco di presunti stupratori dovrà sperare che si tradiscano subito: scaduti i primi 45 giorni, bisognerà interrompere gli ascolti. La geniale trovata Pdl-Pd prevede intercettazioni di un mese e mezzo, non di più. Se uno viene sorpreso a dire «La violentiamo», o fa il nome della vittima designata entro 45 giorni, o non si saprà mai chi è. E lo stupratore porterà serenamente a termine il suo delitto. Dopo le stragi di Stato, avremo gli stupri di Stato.

Intercettazioni, così Berlusconi ha già vinto la partita

di Giuseppe D'Avanzo

E' AVVENTATO sostenere che Berlusconi sia stato costretto a ridimensionare il desiderio di vedere distrutte le intercettazioni come strumento investigativo. Il premier l'ha avuta vinta su tutta la linea, nonostante quel che sostiene un discorso pubblico infarcito di molte menzogne. La vittoria del premier, in realtà, è completa.

E' un successo politico. E' un trionfo legislativo. Erano a confronto due idee di riforma. La visione di Berlusconi è nota. Avverte l'autonomia della magistratura come una minaccia al suo comando che desidera unico e senza controlli. Pretende che sia burocratizzata la funzione giudiziaria e depotenziato ogni strumento di quel potere in toga, dalle intercettazioni alla direzione delle indagini. Opposto l'approccio di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera, in una lettera molto apprezzata anche dall'opposizione, invita a risolvere le patologie del sistema giudiziario guardando non al riequilibrio dei poteri, ma all'interesse del cittadino che ha diritto a una giustizia che sia servizio giusto, imparziale, efficiente, ragionevolmente rapido. Questa, per Fini, la "stella polare" che deve guidare la riforma. Vediamo ora quel che è accaduto e accadrà.

Angelino Alfano, il segretario di Berlusconi diventato ministro di Giustizia, va in parlamento per la relazione sullo stato di giustizia. I numeri che propone danno ragione all'invito di Fini: le lentezze, le inefficienze, i ritardi dell'amministrazione della giustizia sono oltre il limite di guardia. Questa radiografia è uguale da troppo tempo. Più che lagne sono necessarie riforme. Riforme dei codici e delle procedure; innovazione nell'organizzazione; maggiori risorse umane e finanziarie. Come è abituato a fare da mesi a ogni intervista o spot, Alfano giura e garantisce che è pronto davvero a riformare i processi e le norme. L'unico passo concreto che però muove non è nella direzione invocata da Fini: è la riforma delle intercettazioni voluta da Berlusconi. Riforma che non taglierà di un solo giorno i tempi del processo, non lo renderà più equo né per le vittime del reato né per gli imputati. La priorità per la giustizia è l'ascolto telefonico, aveva detto d'altronde il Capo. Così è stato.

Gran successo politico, vince il premier, perde la ragionevolezza di Fini, e soprattutto l'interesse pubblico. Per far digerire l'arroganza del capo del governo, bisogna allora escogitare due magnifiche bubbole: le intercettazioni sono troppe (inseguono 128mila "bersagli") e costano molto (226 milioni l'anno). Non si capisce (né il segretario-ministro lo spiega né alcuno ha voglia di chiederglielo) rispetto a quale parametro gli ascolti sono troppi. L'economia criminale rappresenta, senza contare la delinquenza politico-amministrativa, una quota non trascurabile del prodotto nazionale. Non meno del 10 per cento, secondo gli economisti del lavoce. info. Rispetto a questo troppo criminale, sono troppi 128mila "bersagli", un numero che peraltro sovrappone in uno solo e confuso dato statistico le persone, i tabulati, i telefoni fissi e mobili, le comunicazioni informatiche, telematiche, ambientali? Non c'è spacciatore di quartiere che non abbia tre cellulari in tasca. Totò Cuffaro, l'ex-presidente della Regione siciliana (condannato per il favoreggiamento di un mafioso) utilizzava addirittura 31 cellulari diversi. Troppi per le risorse dello nostro Stato, a quanto pare, nonostante quel che - a proposito di costi - una buona indagine con intercettazioni consegna alle casse dell'Erario.

L'inchiesta romana sulle manovre finanziarie dei "furbetti" Stefano Ricucci e Danilo Coppola (intercettati) ha consentito di recuperare 100 milioni di tasse evase. L'indagine Antonveneta, costata alla procura di Milano 8 milioni di euro (6 milioni spesi soltanto per la custodia giudiziaria), ha permesso allo Stato di incassare 102 milioni con i primi patteggiamenti e di sequestrarne 350 (saranno confiscati in caso di condanna o patteggiamento). Fatti i conti, due soli processi pagano l'intera spesa delle intercettazioni italiane per due anni, più o meno. Costano troppo, le intercettazioni? Le frottole, che sembrano affascinare anche le fondazioni di Casini e D'Alema, servono a Berlusconi e corifei per fare il passaggio successivo che - va detto - il Capo non ha mani nascosto di voler fare. Ancora domenica scorsa in un'intervista a Repubblica, il premier ha ripetuto che "il sistema delle intercettazioni è marcio" e "va tagliato del tutto", al più le intercettazioni dovranno essere un strumento "aggiuntivo" delle investigazioni. L'uomo è stato di parola. Lo ha fatto davvero e appare oggi insensata la soddisfazione di chi ripete di avergli fatto fare un passo indietro perché il disegno di legge prevede le intercettazioni per tutti i reati. La vittoria di Berlusconi è anche legislativa, infatti. L'esclusione degli ascolti per i reati sotto i dieci anni è stato soltanto il drappo rosso agitato davanti al muso del toro. Il toro ha caricato il drappo e ha consegnato il collo alla lama della spada. Conviene guardare, allora, alla lama che nel nostro caso si nasconde in un paio di regole annunciate dal segretario-ministro o già presenti nel disegno del governo. Le stupefacenti norme riguardano il chi, quando, dove e perché della riforma: chi autorizza gli ascolti; i tempi delle intercettazioni; il luogo dove effettuarle; il loro obiettivo.

Chi. Sarà un collegio di tre giudici a dare il consenso alle intercettazioni. Stravagante. Un solo giudice può infliggere l'ergastolo, ma devono essere in tre per un ascolto e poi non c'è dovunque una terna di toghe a disposizione per quella decisione. Ottanta tribunali hanno soltanto venti magistrati o meno. Bisognerebbe accorparli, i tribunali. Dovrebbe essere lavoro per il segretario-ministro che non ci pensa punto perché il Capo ha già fatto sapere che ci sarebbero sgradevoli proteste a difesa degli interessi locali. Niente da fare, allora. In ottanta tribunali dovranno scegliere o le intercettazioni o i processi. Quando. Le intercettazioni non potranno durare più di due mesi. Come se si dicesse che è legittimo indagare per sei mesi (quanto durano oggi le indagini), ma si può pedinare l'indagato soltanto per due mesi. Chi comprende questa mattana? Dove. Si potrà intercettare soltanto nei luoghi ove si ha il fondato motivo di ritenere che vi si stia svolgendo l'attività criminosa. Dunque, per esempio, non nelle caserme o nei commissariati (dove spesso gli indagati complici sciolgono la lingua per accordarsi). Non nelle carceri. Non con le telecamere negli stadi. Non si potrà più piazzare una microspia in una autovettura a meno non si sappia già che, in quell'auto, si prepara un delitto e non genericamente un delitto, ma quale delitto. Perché. Lo ha ripetuto ancora ieri il vero ministro di giustizia, l'avvocato del premier Ghedini: "Potranno essere intercettati solo coloro che sono colpiti da gravi indizi di colpevolezza".

E' questo il capolavoro che, come ha chiesto Berlusconi, annullerà, "taglierà via" (per usare le sue parole) le intercettazioni dalla scatola degli attrezzi della magistratura. Finora erano sufficienti "gravi indizi" per chiedere un'intercettazione "indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagine". Detto in altro modo, l'intercettazione doveva essere indispensabile per chiudere un'indagine. Da domani (approvata la legge) sarà necessario aver concluso l'indagine per ottenere un'intercettazione. Bisognerà già aver già intascato la colpevolezza dell'indagato per poter chiedere un ascolto. Nel mondo capovolto di Berlusconi, le prove delle colpevolezza devono esserci già per chiedere l'intercettazione che da strumento essenziale diventerà aggiuntivo, un extra a lavoro finito. Con un paradosso che a ogni persona assennata apparirà illogico, quel che oggi è sufficiente per proporre l'arresto dell'indagato o addirittura il suo rinvio a giudizio diventerà appena adeguato, domani, per chiedere un'intercettazione. Con quali effetti lo si può già prevedere. Un'indagine per omicidio contro ignoti non potrà contare più sulle intercettazioni.

Contro ignoti, non si può intercettare. In questi casi, solitamente si scrutano l'ambiente della vittima e i suoi nemici per rilevare le ragioni del conflitto, gli interessi in gioco, i sospetti dei familiari della vittima. Berlusconi pretende che se il pubblico ministero non ha già un nome, se non ha già raccolto prove della sua responsabilità e colpevolezza, si può scordare le intercettazioni. Quasi che l'ascolto telefonico fosse per la magistratura la ciliegina sulla torta, il premio per un lavoro ben fatto. I "cattivi" faranno festa e l'Italia diventerà un paese a criminalità immune. Vale la pena fare un esempio. Nella primavera del 2007 una parola di troppo in una conversazione intercettata in Sicilia lasciò capire che a Milano si stava preparando il sequestro di Paolo Berlusconi. I rapinatori furono arrestati alla vigilia dell'agguato, sotto casa del "bersaglio". Con le nuove regole l'illustre fratello si sarebbe salvato? Troppe cose avrebbero dovuto incastrarsi per il verso giusto: un'ipotesi di reato che consente un ascolto oltre i due mesi; gravi indizi di colpevolezza già raccolti contro i "cattivi"; i "cattivi" che discutono del prossimo delitto proprio in quei due mesi in un luogo dove è stato documentato che si preparano traffici loschi. Una sciarada, un terno al lotto. Che renderà più insicuri gli italiani, più potente e soddisfatta la criminalità (potrà far crescere la sua quota di Pil), contento come una pasqua il sovrano, che distrugge le intercettazioni e sbanca con gli oppositori anche gli alleati.

da repubblica.it

Commissione Parlamenteare Antimafia - Se ci sei, batti un colpo

di Roberto Morrione

Se ci sei, batti un colpo. L’antico adagio potrebbe adattarsi bene alla nuova Commissione Parlamentare Antimafia. Costituita l’11 Novembre scorso, con l’elezione di Beppe Pisanu a presidente, frutto di un accordo che ha visto l’astensione dell’opposizione e l’intesa per la nomina “bipartisan” dei vice-presidenti, dopo due mesi non solo non abbiamo ancora visto concreti progetti operativi, ma neppure un indirizzo di fondo, uno di quegli atti forse simbolici, ma che attestano di fronte al parlamento e all’opinione pubblica la precisa volontà di sviluppare quanto la precedente Commissione aveva intrapreso. Non vogliamo qui risollevare le polemiche che segnarono il faticoso avvio dell’impegno nella precedente legislatura, con una presenza di alcuni personaggi inquisiti e al centro di vicende giudiziarie, pur non mancando anche nel nuovo organismo bicamerale alcuni nomi per lo meno opinabili e sindacabili…Il fatto che nonostante i dubbi iniziali la Commissione guidata da Francesco Forgione in poco più di un anno abbia lavorato bene e in modo unitario sgombra di per sé il campo da polemiche pregiudiziali, che devono però essere seguite da atti concreti. A partire dalla richiesta di piena attuazione da parte di tutti i partiti di quel Codice Etico allora approvato per la formazione delle liste elettorali, con l’esclusione di imputati per procedimenti di mafia e di condannati in vicende giudiziarie, che rappresenta un rilevante segnale di discontinuità nel rapporto fra la politica e la società, la riaffermazione di una responsabilità pubblica di trasparenza che escluda ogni contiguità affaristica e di scambio con interessi di origine illegale. Le imminenti elezioni europee e soprattutto quelle amministrative costituiscono un obiettivo che la Commissione Antimafia deve riproporre con determinazione. Così le numerose inchieste giudiziarie aperte in Regioni e grandi Comuni, che coinvolgono trasversalmente amministratori di diversa estrazione politica, in una contaminazione e a volte complicità fra settori dell’amministrazione pubblica e imprese, mentre la corruzione è dilagante in forme più sottili e complesse di quelle che risalgono a “tangentopoli”, non possono vedere assente l’organismo parlamentare, sia pure nel rispetto dell’autonomia del potere giudiziario. Per non parlare della necessità per lo meno morale, se non istituzionale, di prendere posizione su casi estremi quale quello della permanenza nel governo del sottosegretario Nicola Cosentino, nonostante le concomitanti accuse di collegamenti con esponenti di clan camorristici da parte di pentiti ritenuti giudizialmente attendibili…Ma è soprattutto nell’attacco frontale alle ricchezze illegali delle mafie e alla loro immersione nell’ economia legale, che è improrogabile la concreta ripresa d’attività della Commissione Antimafia. E’ sotto gli occhi di tutti il dilagare in Italia, in Europa e nel mondo, di investimenti di origine mafiosa debitamente riciclati attraverso le maglie del sistema bancario e finanziario, che l’aggravarsi della crisi economica e della recessione su una miriade di imprese renderà ancora più agevole, considerata l’enorme capacità di liquidità di cui dispongono le mafie attraverso il pizzo e soprattutto i traffici internazionali di droga, armi, rifiuti tossici, esseri umani. Gli arresti che si susseguono nel cuore della capitale, ormai invasa da camorra e ‘ndrangheta che rilevano esercizi commerciali e supermarket, come le inchieste aperte nelle altre regioni italiane o i rischi che si intravedono già negli investimenti sull’Expo di Milano, dicono quanto sia urgente riprendere le proposte della precedente Commissione in tema di riciclaggio, anche in chiave di normativa europea, come sul costituire subito l’Agenzia per la gestione dei beni sequestrati, su più incisive norme in materia di controllo degli appalti pubblici e di scioglimento dei consigli comunali collusi, colpendo anche gli apparati burocratici. Si avverte infine la necessità di un intervento sulla controversa riforma della Giustizia, se non altro per denunciare l’inquietante impoverimento della presenza numerica dei PM nelle procure delle zone ad alta densità mafiosa, frutto di norme sbagliate che risalgono al precedente governo Berlusconi e i rischi derivanti dal decreto sulle intercettazioni ancora in discussione.

Per arrivare a unificare in un unico testo di legge la complessa e ramificata normativa antimafia, per dare un indirizzo unitario all’azione di contrasto nei procedimenti, certo encomiabili per l’impegno di tanti magistrati e delle forze investigative, ma scoordinati e frammentati.
C’è qualcuno, almeno all’interno della Commissione istituzionalmente preposta, che si pone la domanda se ci sono le condizioni di costruire su scala nazionale un modello e un quadro unitario di riferimento che si rifaccia all’azione straordinaria che il pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino impressero a Palermo contro Cosa Nostra? Questa sì che sarebbe un vero passo avanti nella riforma della Giustizia, all’altezza della sfida lanciata dalle mafie e dai loro complici dai colletti bianchi, sfida che lo Stato, purtroppo, sta finora perdendo.

da liberainformazione.org

mercoledì 28 gennaio 2009

Elezioni Sardegna - Soru o Berlusconi?


di Dario Campolo

Ma l'avete visto il candidato del PDL? Ugo Cappellacci, figlio del commercialista di Silvio Berlusconi, è impressionate non parla mai, parla solo Silvio Berlusconi e lui applaude. Probabilmete la Sardegna verrà governata da Berlusconi compatibilmente con l'incarico di Capo del Governo visto che il tempo per Fiorello e Kaka lo ha trovato lo troverà anche per la Sardegna in caso di vittoria del suo commercialista, e poi che ci vuole a far cementificare la Bellissima Sardegna. Ma passiamo ai fatti, ormai ogni sabato e domenica è in Sardegna per la campagna elettorale e a parte le battute infelici sugli stupri e su Lampedusa cerca di offendere l'ex Governatore Soru, siamo alle solite, si offende il concorrente con la mistificazione dei fatti. Spero vivamente che la Sardegna non consegni le chiavi a Silvio Berlusconi perché se così fosse allora altro che Briatore che si compra le spiagge, sarebbe l'inizio della fine. Di seguito pubblico informazioni sul figlio del commercialista gentilmente offerte da alcuni amici sardi presenti su Facebook chiedendomi di diffonderle, eccoli accontentati.

da Facebook:

Ugo Cappellacci, figlio del commercialista di Berlusconi, non è, come vorrebbero far credere, una novità della politica regionale.

Le cronache iniziano a occuparsi di Ugo Cappellacci nel 2001, quando, anziché in politica, scende nel mondo dell’impresa anche se non con una propria azienda: viene nominato dai canadesi presidente della Sardinia Gold Maining, la multinazionale - c’è anche capitale australiano - che dal 1996 è autorizzata a divorare intere colline della Marmilla per cercare oro. All’inizio del 2003, Cappellacci, pare per contrasti con i proprietari, lascia questo Eldorado che ha deturpato l’ambiente.

E’ stato assessore al Bilancio ai tempi della giunta Pili-Masala, anni 2003-2004: ovvero l’amministrazione di centrodestra che ha portato il bilancio regionale (di cui proprio lui era responsabile) alla drammatica situazione di indebitamento di cui si è detto. Risultato: debito di 3,5 miliardi di €. il più alto mai avuto dai sardi.

Lo stesso Masala è stato condannato dalla Corte dei Conti a rimborsare 470.000 euro (La Nuova Sardegna, 16 giugno 2008).

Cappellacci è poi diventato assessore al bilancio del Comune di Cagliari: anche qui, con risultati pessimi che hanno condotto le casse comunali ad una situazione disastrosa.


Il Giornale e nuovi veleni su Di Pietro

di Elia Banelli

Manifestazione in ricordo di Falcone, Borsellino e Dalla ChiesaNon sanno più cosa inventarsi. Dopo settimane di calunnie e infuocate campagne di stampa contro Antonio Di Pietro, che intanto nei sondaggi vola oltre il 10%, Il Giornale della famiglia Berlusconi è uscito in edicola con un nuovo sensazionale scoop gettato in pasto ai suoi lettori. Titolo: "le manie hollywoodiane dell’ex ministro". Si sbatte in prima pagina un "pezzo forte", più importante dei 60.000 licenziamenti annunciati alla Fiat: Di Pietro avrebbe chiesto a Filippo Cecchi Gori di fare un film su di lui, interpretato niente di meno che da Robert De Niro. La firma calibrata è del solito Filippo Facci. A prescidendere dalla rilevanza della notizia (una semplice battuta di circostanza raccontata a cena tra amici è diversa da un progetto serio, tra l’altro mai andato in porto) l’articolo si indirizza su un binario preciso: la presunta megalomania di Di Pietro. Si parte da un episodio marginale, per ricordare le solite storie confenzionate ad arte su di lui: la Mercedes ed i 100 milioni di Giancarlo Gorrini, i progetti strategici di Di Pietro per una riforma dei servizi segreti all’indomani di Mani Pulite, i rapporti personali con il costruttore amico Gianni Rizzo. Vicende prive di rilevanza penale, come accertato dalle numerose sentenze di archiviazione e assoluzione "perchè il fatto non sussite", ma senza nemmeno un’ombra di responsabilità morale ed etica, come si evince dalle risposte che lo stesso Di Pietro ha fornito più volte, incalzato dal direttore di Libero Vittorio Feltri, sia sul blog sia sulle pagine de "Il Guastafeste", il libro-intervista con il giornalista Gianni Barbacetto. E’ comprensibile però che il Popolo delle Libertà e gli house organ berlusconiani si sentano minacciati dalla continua ascesa elettorale dell’Italia dei Valori, un partito che fa vera opposizione e non concede sconti ai continui tentativi d’inciucio del Palazzo. Per settimane abbiamo ascoltato Capezzone, l’attuale portavoce del Pdl, ripetere su tutti i tg la solita frase come un disco rotto: invitiamo Veltroni a rompere l’alleanza con Di Pietro. Adesso che le sirene del dialogo sono più vive che mai, sull’imminente riforma della giustizia accompagnata dalla scure sulle intercettazioni, la parola d’ordine del capo è: eliminare le residue voci dissidenti. Da qui l’infinita campagna di stampa de Il Giornale, che non sa più cosa tirar fuori per screditare l’unico partito senza pregiudicati in Parlamento.

da agoravox.it

Chi è Stato

di Marco Travaglio

L’altro ieri, a Sky, l’on.avv.imp. Gaetano Pecorella interloquiva con Gioacchino Genchi a proposito del presunto scandalo del suo inesistente archivio. Genchi spiegava di non possedere alcun archivio, di non aver mai intercettato nessuno e di aver sperimentato un metodo che consente di sventare stragi, risolvere omicidi impuniti e scagionare innocenti (fra cui due clienti dell’On.Avv.Imp.). Il noto garantista però insisteva. Come se fosse Genchi a dover dimostrare di non aver violato la legge, e non chi l’accusa a provare il contrario. L’On. Avv. Imp. domandava sprezzante a che titolo «un privato» conservi tabulati telefonici. Genchi notava di non essere «un privato», ma un vicequestore di polizia da 25 anni al servizio dei magistrati. Un «servitore dello Stato». E qui Pecorella lo guardava tra l’incredulo e lo sbigottito, anche perché lui - come avvocato e come deputato – ha sempre servito il cliente che lo paga meglio. Quello che definisce la giustizia «un cancro da estirpare», accusa la sinistra di essere «collusa con la giustizia» e ora ce l’ha pure con Giulia Bongiorno, avvocato di An e presidente della commissione Giustizia, perché non vuol abolire le intercettazioni e dunque viene linciata dal solito mechato sull’apposito Giornale per collaborazionismo coi magistrati. Come se questi intercettassero per sfizio. La Bongiorno ha risposto così: «Mi allarmerei se mi accusassero di stare dalla parte dei mafiosi: stare con i magistrati non mi pare un insulto». È bello sapere che, a destra, sopravvive qualcuno che sa cos’è lo Stato. Ora si attende la sinistra.

Famiglia Cristiana - Berlusconi pensa solo a Fiorello e Kakà

segnalato da Anna Plicon

ROMA - Un Paese fuori dalla realtà, in cui Berlusconi pensa più alle sorti di Fiorello che alla situazione economica e i politici sono come i polli del Manzoni. Ennesimo attacco a tutto campo da parte del settimanale cattolico Famiglia Cristiana nei confronti del governo italiano e della situazione socio-politica.

"Siamo una Paese incredibile, metà fiaba e metà incubo. Nel giorno in cui Obama chiama gli americani a raccolta per affrontare la sfida colossale dell'economia e della povertà, il nostro presidente rincorre i sondaggi: quanti punti potrebbe perdere con la cessione di Kakà, allettato dalle sirene miliardarie dell'emiro? Preoccupato più di Fiorello che passa a Sky, che del calo di due punti del prodotto interno lordo".

Non risparmia critiche il periodico dei paolini, che questa settimana dedica il suo editoriale d'apertura al tema "I politici e la crisi". "La domanda che ci poniamo oggi - precisa il settimanale - non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, una pensione dignitosa, parole che avremmo voluto sentire dai nostri politici e che ha detto, invece, Obama Barack, nuovo presidente Usa, all'inizio del suo mandato".

Ma le denunce non finiscono qui e l'analisi di Famiglia cristiana si fa più ampia. "Noi abbiamo smarrito il senso di nazione e il bene comune", si legge nell'articolo, rilevando che Berlusconi anche se "vince la sfida calcistico-miliardaria, elude la crisi quando rivela un ottimismo che "Eurostat smentisce a stretto giro di cifre: il tasso di disoccupazione in Italia salirà all'8,2 per cento, cioè 600 mila posti di lavoro in meno". Mentre in Germania, i partiti della Grosse Koalition trovano l'intesa su un piano anticrisi da 50 miliardi di euro, in Italia per il premier le emergenze sono "le intercettazioni telefoniche e un federalismo fiscale dai contorni fumosi e inquietanti, l'ennesimo cavallo di Troia della fantasia padana, un contentino da propaganda, un 'ossicino' per tenerli buoni. Sarà federalismo solidale? Costerà? Tremonti non dà cifre né risposte. E intanto l'84% delle famiglie povere sono rimaste escluse dalla tanto decantata social card".

Ci sarebbe davvero bisogno di Obama e delle sue sagge parole quando dice: "In questo Paese, nasciamo e moriamo come una nazione, un popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell'immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungò, sono le sagge parole di Obama". "Ma - conclude Famiglia Cristiana - i nostri politici, come i polli di Renzo, continuano a 'beccarsi' tra loro".

da repubblica.it

Settore Auto - Il nostro governo fa ridere


di Dario Campolo

Siamo alle solite, ieri sera c'è stato l'incontro Marchionne-Berlusconi per gli aiuti di stato necessari a far riprendere il settore auto in Italia, ma notizie trapelate dopo l'incontro fanno già capire la misura che il Nostro Amato governo sta per prendere. Giusto per capire di seguito vi elenco le cifre stanziate da Francia, Svezia, Usa, Inghilterra e Italia (non ancora ufficiale) giusto per farvi giudicare su come il nostro paese sta affrontando la crisi:

1) La Francia stanzia per il settore Auto 5 miliardi di euro

2) L'Inghilterra stanzia per il settore Auto 2,5 miliardi di euro

3) La Svezia stanzia per il settore Auto 2,6 miliardi di euro

4) Gli Usa stanziano per il settore Auto 14 miliardi di dollari

5) L'Italia stanzia per il settore Auto (indiscrezioni, quindi dati non ufficiali) 250 milioni di euro

Giudicate voi.

martedì 27 gennaio 2009

Da Gaetano Costa ad Antonino Scopelliti, passando per Salerno e Catanzaro


di Luigi De Magistris

L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana.
Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.

Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni.
Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese.
Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti.

In attesa di quel fresco profumo di libertà – del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese – che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.

Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela – anche con il sistema dell’autogoverno – tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere.

Ma non bisogna avere timore. La storia – ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici – ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).
Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale – nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori – della salvaguardia dei valori costituzionali.

Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.

Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione – nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione – anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.

Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?

Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura – innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro –, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia. In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il rispetto di tutti (anche dei nostri avversari). Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci” e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.

Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana.
Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono – magari in modo subdolo e maldestro – a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei cd. “poteri forti”. Le riforme – anzi le controriforme – ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia. L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza. Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese.

Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire. La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano.

Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.

da ammazzatecitutti.org

Sicilia - Avvisi di garanzia all'ex presidente Cuffaro e all'attuale, Lombardo


di Emanuela Loria

Un danno erariale da quattro milioni di euro. È la cifra indicata dalla Corte dei conti per le «assunzioni ingiustificate e il mantenimento in servizio sine titulo» di venti giornalisti dell´ufficio stampa. La magistratura contabile, alla fine di un´indagine durata più di un anno, ha inviato tre inviti a dedurre, atti che equivalgono agli avvisi di garanzia della giustizia ordinaria. I provvedimenti, firmati dal sostituto procuratore generale Gianluca Albo, sono stati recapitati all´ex governatore Salvatore Cuffaro, che decretò le assunzioni, all´attuale presidente della Regione Raffaele Lombardo, che ha mantenuto in servizio i giornalisti, e a Francesco Castaldi, il capo dell´ufficio legislativo e legale che ha fornito di recente un parere che ha costituito il fondamento giuridico del comportamento dell´ultimo inquilino di Palazzo d´Orleans.

Arriva il conto agli amministratori per la struttura d´informazione monstre messa su negli anni del governo Cuffaro: ventitré giornalisti, reclutati senza concorso con la qualifica di redattore capo (stipendio 3.800 euro al mese). Più delle altre regioni italiane che peraltro, secondo una ricognizione fatta dalla Corte dei conti, hanno tutte insieme un numero di redattori capo inferiore a quelli di stanza a Palazzo d´Orleans. Le assunzioni finite nel mirino della Corte sono 20, ovvero quelle fatte a partire dal febbraio del 2004. Fu in quella data, infatti, che venne applicata per la prima volta la legge 2 del 2002, ovvero la prima Finanziaria del governo Cuffaro in cui è contenuto un richiamo esplicito a una normativa nazionale (la legge 150 del 2000) che prevede che «le amministrazioni pubbliche individuano, nell´ambito delle proprie dotazioni organiche, il personale da adibire all´attività di informazione».

In alternativa, la legge statale prevede sì il ricorso a esterni, ma solo nella qualità di esperti da reclutare rigorosamente con contratti a termine. Per i magistrati contabili i rapporti di lavoro stipulati dal governo Cuffaro sarebbero illegittimi perché non è stata fatta alcuna valutazione preventiva sull´utilità di questo personale e non sono stati specificati durata del contratto e compensi dei giornalisti assunti. La Corte ravvisa una «non congruità» fra l´attività svolta e la retribuzione. In base al seguente ragionamento: se la qualifica di redattore capo è assegnata di regola a chi coordina un ufficio, com´è possibile che a Palazzo d´Orleans l´abbiano tutti?


E, in ogni caso, i rapporti di lavoro con i componenti degli uffici stampa avrebbero dovuto avere carattere fiduciario e dunque essere rinnovati prima da Cuffaro nel 2006 (in occasione della sua rielezione) e poi da Lombardo (asceso alla presidenza della Regione nell´aprile del 2008). Cosa che non è accaduta. Lo staff dei comunicatori di Palazzo d´Orleans fino al 2004 era composto da quattro giornalisti professionisti. Le maglie si allargarono, quell´anno, con una leggina varata dall´Ars che ha consentito anche l´assunzione di pubblicisti e ha portato il numero dei componenti dell´ufficio stampa da quattro a otto.

Successivamente, nel 2006, l´organico fu portato a 24. Proprio alla vigilia delle elezioni regionali avvenne la grande infornata: dopo Piero Nicastro, Santina Scolaro (ex portavoce del presidente Cuffaro) e Piero Messina (che aveva lavorato al gruppo Udc all´Ars), il 28 marzo 2006 entrarono in servizio 15 giornalisti. Nella lista quasi tutti i portavoce degli assessori regionali in uscita: Giulio Ambrosetti, Laura Compagnino, Fabio De Pasquale, Maria Pia Ferlazzo, Enzo Fricano, Fabio Geraci, Stanislao Lauricina, Luisa Micciché, Wlady Pantaleone, Stefania Sgarlata, Manlio Viola.

Ma in quell´occasione vennero assunti in pianta stabile anche altri giornalisti vicini a esponenti politici del centrodestra: Vito Orlando, portavoce dell´allora presidente dell´Ars Guido Lo Porto, Ludovico Licciardello, addetto stampa dell´ex vicepresidente Salvo Fleres. E ancora: Luigi Sarullo, figlio di Aldo Sarullo (consulente dell´attuale presidente del Senato Renato Schifani) e Ivana Di Nuovo, figlia dell´ex responsabile dell´ufficio stampa dell´Udc. Nella legislatura successiva, nell´ottobre del 2007, entrarono infine Guido Monastra, subito nominato coordinatore dell´ufficio stampa, e Francesco Inguanti, un consulente di Cuffaro che aveva preso solo da qualche mese la tessera di pubblicista. Cuffaro, Lombardo e Castaldi hanno adesso 45 giorni di tempo per depositare le proprie deduzioni. Poi spetterà al procuratore a decidere sulla loro citazione in giudizio.

da repubblica.it

Eppure

di Marco Travaglio

Andreotti tiene un archivio segreto, e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un'allusione sulla strategia della tensione anni 70-80, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui») e conservava dossier, «poker d'assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Tre anni fa, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l'archivio segreto di Pio Pompa, braccio destro del capo del Sismi Niccolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell'archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. All'ombra della Telecom di Tronchetti Provera, il capo della security Giuliano Tavaroli è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici, imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Gioacchino Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.


lunedì 26 gennaio 2009

Berlsuconi - Intercettazioni, bugie, volgarità e minacce


di Aldo Funicelli

Bugiardo.
Di fronte alle proteste di alcuni studenti, all’ennesima convention dove insulta Soru, il presidente se ne esce con la balla:"Vedete la differenza tra noi e quelli della sinistra: noi non sogneremmo mai di andare a disturbare una vostra manifestazione".

Vogliamo ricordare Prodi al motorshow?
Ai cancelli sono una quarantina. Gruppo compatto. «Scemo». «Buffone». «Vattene a casa» urlano appena lui arriva. Giovani, giovanissimi. «Butta giù l’ Italia, come tutti i comunisti» dicono. «Diventiamo uguali agli albanesi». «Berlusconi è il migliore». «Silvio, Silvio». Lo seguono dentro, trascinano altri ragazzi. Si ode un «viva il Duce». La festa di Romano Prodi è rovinata. Il presidente del Consiglio è stato contestato al Motor Show.

Volgare.
Dopo i casi di stupro, cerca la battuta, volgare e inopportuna:
Berlusconi ha detto, con riferimento alle violenze sulle donne, che "anche in uno stato più militarizzato e poliziesco cose di questo genere possono sempre capitare. Non si può pensare di mettere in campo una forza tale (da evitare il rischio)""Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze. Credo che non ce la faremo mai", ha commentato, ripreso da Sky Tg24.

Minaccioso.
Basta con le intercettazioni: per mettere a tacere le critiche interne (e con l’opposizione), agita lo spauracchio dell’archivio Genchi (i tabulati fatti dal consulente per le inchieste Why Not e Poseidone).
"Sta per uscire uno scandalo che forse sarà il più grande della storia della Repubblica. Un signore ha messo sotto controllo 350 mila persone".

A meno che non si tratti di un bluff, deve aver dato ad una occhiata al contenuto delle telefonate. E intende usarle come minaccia: attenti a voi ...
Chissà nelle redazioni dei suoi giornali come fremono, con l’articolo già pronto. Al segnale, scatenate l’inferno.

da agoravox.it

Tema sicurezza: il Governo non sa cosa fare


di Gianluca Santilli

Ho appena terminato di leggere una dichiarazione di Gasparri (Pdl) che ha del surreale. Il “prode” presidente dei Senatori del Pdl, parlando dello stupratore scarcerato accusa i magistrati di essere delle toghe rosse e folli ed invita, non si sa bene chi, a punire chi premia i criminali. Tralascio il populismo di simili dichiarazioni, indegne di un Capogruppo al Senato, perché vorrei soffermarmi sul nervosismo che è possibile leggere tra quelle righe che paiono scritte da un uomo sull’orlo di una crisi di nervi.

Toghe rosse, toghe folli, caso De Magistris, vertici delle FF.PP. spiati, caso Genchi… Gasparri insomma in 5 righe fa un pout pourri di banalità dimenticando cosa avvenne durante l’ultimo governo Berlusconi ai vertici della struttura CNAG di Telecom, in Commissione Mitrokhin e via discorrendo. Ma quello che emerge dalla parole di Gasparri con sconcertante chiarezza è che ci troviamo davanti alla totale assenza di misure concrete per fronteggiare il tema sicurezza cui si tenta di rispondere lanciando proclami assurdi contro i magistrati, definendoli toghe rosse ed accusandoli populisticamente di premiare i criminali. Chiacchiere da bar…

La verità è che sia Berlusconi che Alemanno sono incapaci di gestire la realtà dei fatti e mentre i cittadini italiani e romani invocano risposte concrete al problema sicurezza i governi di centrodestra rispondono con crociate massmediatiche contro i magistrati, militari in città inutili perché impossibilitati ad agire dalla legge e decreti spot (come quello anti-borsone, quello sulla prostituzione o quello anti-alcol) che hanno come unico obiettivo la repressione momentanea senza alcun riguardo per la vera attività di polizia, ossia la prevenzione e per l’attività di governo, ossia l’educazione al rispetto dell’altro.

Credo che si debba dire basta a questi provvedimenti demagogici e a queste campagne populiste che alzano quel fumus utile solo a confondere i cittadini, affrontando seriamente e con grande senso di responsabilità la situazione. Si cominci dallo sbloccare i concorsi per l’assunzione di nuovi operatori delle Forze dell’Ordine, si prosegua stabilizzando i VV.UU. capitolini ormai in sofferenza per l’esiguità delle forze visto che i concorsi banditi durante la Consiliatura di Veltroni sono bloccati.

Si utilizzino i milioni di euro che ci costano i militari nelle strade per pagare gli straordinari delle Forze di Polizia, si illuminino le strade buie senza cercare sempre nuove scorciatoie per pagare meno l’ACEA e si costruiscano nuovi campi di accoglienza per le migliaia di sbandati che vivono in improbabili alloggi di fortuna il cui sgombero, operato come sta facendo Alemanno, ha il solo effetto spot di nascondere la polvere sotto il tappeto visto che non c’è alcuna volontà di trovare loro una sistemazione ed una soluzione al problema.

Si riordini il piano del commercio e lo status delle pseudo-associazioni private che somministrano alcolici senza far diventare la Capitale d’Italia la città dei divieti. Insoma si pongano delle regole che abbiano la prerogativa di guardare al di là della momentanea emergenza ma che siano le basi su cui costruire un nuovo modello di società e di città.

da agoravox.it

Mancino querela azione giovani

segnalato da Anna Fllito

Roma - "Mi reco dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma per sporgere denuncia-querela nei confronti degli autori del falso, vile e calunnioso manifesto a firma di 'Azione Giovani, circolo territoriale Nomentano-Italia di Roma'". Lo dichiara il vice presidente del Csm Nicola Mancino. "Un Ministro dell'Interno, all'epoca da tutti apprezzato per avere contribuito ad assestare duri colpi alla mafia con la cattura di non pochi latitanti eccellenti, ha diritto - dice Mancino - di chiedere a quanti allora rivestivano responsabilità istituzionali di testimoniare che cosa fece lo Stato negli anni novanta per combattere la mafia".

Roma - Alcuni manifesti contro il Vice Presidente del Csm, Nicola Mancino, sono stati affissi la scorsa notte a Roma tra Piazza Bologna e Piazza Indipendenza, sede del Csm. I manifesti, informa una nota di Azione Giovani, sono firmati dal circolo Azione Giovani di Via Livorno. Il circolo di Azione Giovani, prosegua la nota, ha voluto sottolineare che "con questa iniziativa uniamo la nostra a tutte quelle voci che da anni continuano a lottare perché sulla morte di Paolo Borsellino venga fatta finalmente giustizia, in particolare vogliamo porre l'attenzione su Nicola Mancino, caso emblematico". "Due anni fa Salvatore Borsellino, fratello del giudice - prosegue la nota - ruppe un silenzio assordante durato 15 anni sulle responsabilità dello Stato nella strage di Via D'Amelio. Ora è arrivata la testimonianza del figlio dell'ex Sindaco di Palermo Ciancimino che ha rivelato uno scandaloso accordo Mafia-Stato che ebbe come garante proprio l'ex Ministro dell' interno Nicola Mancino che ora ricopre un ruolo di primo piano nella giustizia italiana come Vice Presidente del Csm". "In questi giorni - conclude la nota - in cui la politica si interroga sulla questione morale crediamo sia un atto dovuto alla nazione che Mancino rassegni le dimissioni visti i pesanti lati oscuri che ancora oggi avvolgono la sua persona".

da ansa.it

Tutto quello che leggete e' falso

di Marco Travaglio

Nell’ottobre ‘96, dovendo giustificare con i rispettivi elettori l’inciucio della Bicamerale, destra e sinistra presero per buona la bufala del “cimicione” che Berlusconi disse di aver trovato nel suo studio e attribuì alle “procura deviate”. Poi si scoprì che era un ferrovecchio inutilizzabile, piazzato in casa sua da un amico del capo della sua security incaricato di “bonificargli” la reggia. Ma intanto la Bicamerale era nata e il cimicione-truffa aveva svolto la sua sporca funzione. Ora Al Tappone ci riprova con un’altra superballa, assecondato al solito dalla presunta opposizione e dai giornali: il presunto “scandalo” dell’“archivio Genchi”, che dovrebbe spianare la strada alla controriforma delle intercettazioni. Gioacchino Genchi è un funzionario di polizia, in aspettativa da anni, che collabora con la magistratura fin dai tempi di Falcone, ha fatto luce sulle stragi di mafia, ha risolto decine di omicidi insoluti e tuttora collabora con varie Procure in indagini su malaffari, mafioserie e fatti di sangue. Che fa Genchi: intercetta? No, non ha mai intercettato nessuno. Dunque, qualunque cosa si voglia sostenere sulla sua attività, non ha alcun legame con la legge anti-intercettazioni. Che fa allora Genchi? I magistrati,secondo la legge, dispongono intercettazioni e acquisizioni di tabulati telefonici. Poi li passano al consulente tecnico, che li “incrocia” grazie a software sofisticati e relaziona sui contatti telefonici fra indagati intercettati e non indagati. Genchi l’ha fatto anche nelle indagini di De Magistris, prima che fossero scippate al titolare. Tutte le cifre che si leggono sui giornali e i commenti dei politici (compreso l’ineffabile presidente del Copasir Francesco Rutelli, amico dell’indagato n.1 di “Why Not”, Antonio Saladino) sono falsi o manipolati o frutto di crassa ignoranza. Chi si scandalizza per le “migliaia di telefoni controllati per conto di De Magistris”, chi strilla perché fra quei numeri ci sono quelli di “molti non indagati”, di parlamentari non intercettabili, di agenti segreti, non sa quel che dice. O mente sapendo di mentire. Per conto di De Magistris, Genchi ha trattato 730 utenze, appartenenti a un numero molto inferiore di persone (ciascuna usa più telefoni e più schede): fra queste ci sono decine di indagati e centinaia di non indagati. Com’è inevitabile, visto che i tabulati indicano chi chiama chi, chi viene chiamato da chi, e da dove, e a che ora, ma non il contenuto della conversazione. E ciascun indagato parla con decine di non indagati. Nessuno può sapere chi sono queste persone (onorevoli? agenti segreti? papi?), finchè non si risale al titolare dell’utenza. Solo dopo, se l’utente è coperto da immunità o altri privilegi, si provvede a fermarsi o a chiedere il permesso. In ogni caso è impossibile violare segreti di Stato leggendo il tabulato di una spia (non si sa cosa dice), né intercettandola: la legge vieta a militari e agenti segreti di “trattare al telefono argomenti classificati”. Se uno 007 parla al telefono di segreti di Stato, è lui a violare la legge, non chi lo ascolta.

da voglioscendere.it


G. Genchi - "So molte cose, anche del Cavaliere"

di Emanuele Lauria

PALERMO - La sua difesa l'ha affidata a Facebook, citando Camilleri: "A Berlusconi, Cicchitto, Rutelli e Gasparri consiglio di leggere "La concessione del telefono"". Gioacchino Genchi si rivede nel personaggio di Filippo Genuardi, il commerciante che nella Sicilia dell'800 chiede l'installazione di una linea telefonica e finisce per essere tacciato dal prefetto di essere un sovversivo, malgrado la difesa del questore Monterchi che sarà trasferito. Nella metafora del perito informatico, l'ex pm di Catanzaro De Magistris è il questore e lui, semplicemente, "spera di non fare la fine di Genuardi". Che, per inciso, nel romanzo viene ucciso: "Ma io so che questo non accadrà - chiosa Genchi - Perché sto ricevendo la solidarietà di tante persone perbene".

Eccola, la "spia" additata da Berlusconi, il protagonista dello "scandalo enorme" pronosticato dal premier. A mezzogiorno il poliziotto in aspettativa che ha lavorato con le procure di mezz'Italia è seduto in tuta da ginnastica nel salotto della sua abitazione-bunker di Palermo, protetta da telecamere e codici d'ingresso. Il famigerato archivio con 350 mila nomi? Genchi precisa, chiarisce, corregge. Ribadisce di non aver mai intercettato alcuna conversazione nell'ambito del processo Why Not ma di avere lavorato sui tabulati, incrociando numeri di telefono, date e orari dei colloqui: "I tabulati sono 792, le utenze controllate solo 641. Assimilare le intercettazioni ai tabulati equivale a ipotizzare un reato di violenza sessuale per chi dà uno sguardo a una bella donna. Per rimanere a una materia di cui Berlusconi si intende".

Genchi ammette che fra i nomi del suo archivio figura quello dell'ex capo del Sismi Nicolò Pollari "ma si tratta della replica di tabulati già fatti dalla Procura di Milano. De Gennaro? No, lui non c'è. Quella è una cattiveria". Non nega, l'esperto informatico, "di sapere tanto di tanti, anche di Berlusconi. Ma come i pm, gli avvocati e i medici, io ho il dovere della segretezza". Genchi lamenta una "vile aggressione": "Vogliono colpirmi perché sono uno scomodo testimone delle malefatte di alcuni magistrati di Catanzaro e di quanto stava emergendo dall'inchiesta Why Not: un intreccio affaristico che coinvolge imprenditori, politici, giornalisti, uomini dei servizi segreti".

Maggioranza e opposizione litigano sul caso-intercettazioni. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, parla di una "manipolazione della vita politica del Paese". Tesi che non convince Antonio Di Pietro: "L'allarme di Berlusconi è una bufala". Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, rilancia: "Lo scandalo Genchi-De Magistris esca dal Copasir e approdi in Parlamento e in Procura". E Francesco Rutelli, presidente del comitato per la sicurezza, smorza i toni: "Lavoreremo con equilibrio e severità sul caso-Genchi. Ma non c'è un'emergenza democratica".

da repubblica.it


Berlsuconi - No Comment

di Dario Campolo

Il nostro Premier impegnato nella campagna elettorale del suo commercialista in Sardegna se ne esce con una frase poco felice sugli stupri:

"Impossibile prevenirli. Servirebbero tanti soldati quante belle donne".

Presidente, Si Vergogni!


Memoria - In ricordo di Mario Francese


di Dario Campolo

Mario Francese era un giornalista d'assalto, uno di quei giornalisti veri con il fiuto investigativo che solo alcuni hanno, oggi veri giornalisti del suo stampo non ce ne sono, e quei pochi che ci sono si possono contare sulle dita di una mano. Francese fu uno dei primi a capire l'ascesa dei Corleonesi e uno dei primi a capirne la strategia risulatata veriteria e precisa nella logica dopo parecchi anni dalla sua morte. Mario Francese muore il 26 Gennaio 1979, lo voglio ricordare con una biografia tratta dal Blog Fondazione Francese del figlio Giuseppe.

da Fondazione Francese

Mario Francese nasce a Siracusa il 6 febbraio del 1925. Terzo di quattro figli, irrequieto per natura, ultimato il ginnasio nella sua città, decide di comune accordo con la famiglia di trasferirsi a Palermo, da una zia, sorella della madre, per completare gli studi liceali e poi iscriversi all'università. A 15 anni dimostra già grande personalità facendo la sua prima grande scelta, segue l'istinto. Conseguita la maturità classica si iscrive alla facoltà di ingegneria, ma lontano da casa, sente il bisogno di rendersi economicamente indipendente. Negli anni Cinquanta entra come telescriventista all'agenzia Ansa, ma è sprecato per quel lavoro e lo capiscono ben presto dandogli spazio come giornalista, con la promessa di assumerlo dopo qualche tempo nell'organico redazionale. Un impegno non mantenuto e di cui si duole molto. Ma all'Ansa Mario Francese può dare sfogo alla sua grande passione di scrivere e nonostante ufficialmente sia solo un telescriventista, ormai contagiato dal tarlo della notizia, comincia il suo sogno di lavorare per un giornale diventando corrispondente de «La Sicilia» di Catania, per il quale scriveva di cronaca nera e giudiziaria. Cerca una sistemazione migliore e dal primo gennaio 1957 entra alla Regione come «cottimista». E anche qui «sbatte» nel mestiere: viene nominato capo ufficio stampa all'assessorato ai Lavori pubblici. Dall'ottobre 1958 l'assunzione alla Regione diventa definitiva. Raggiunta la «sistemazione» economica, decide che è il momento di mettere su famiglia e il 30 ottobre del 1958 si sposa a Campofiorito, nel Corleonese, con Maria Sagona. Dall'unione nasceranno quattro figli maschi. Ma preparare comunicati stampa per i giornali gli sta stretto. Con l'Ansa il rapporto si riduce sempre più, fino al febbraio del 1960, quando si licenzia. Con la Sicilia continua la collaborazione fino a quando, alla fine degli anni Cinquanta Girolamo Ardizzone lo chiamò al Giornale di Sicilia. Dopo qualche tempo gli fu affidata la cronaca giudiziaria e in questo settore si lanciò con tutta la sua generosa passione diventando in breve tempo una delle firme più apprezzate e uno dei più esperti conoscitori delle vicende mafiose. Nel 1968 fu posto davanti all'out-out: la Regione o il Giornale di Sicilia. E non ebbe dubbi: scelse di restare in trincea, diventando nel frattempo giornalista professionista. Da quel momento, dalla strage di Ciaculli all'omicidio del colonnello Russo, non c'è stata vicenda giudiziaria di cui non si sia occupato, cercando una «lettura» diversa e più approfondita del fenomeno mafia. Il suo è stato un raro esempio in Sicilia di «giornalismo investigativo». Fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella. Il primo a capire, scavando negli intrighi della costruzione della diga Garcia, l'evoluzione strategica e i nuovi interessi della mafia corleonese. Non a caso parlò, unico a quei tempi, della frattura nella «commissione mafiosa» tra liggiani e «guanti di velluto», l'ala moderata. E Cosa nostra non l'ha perdonato, fulminandolo la sera del 26 gennaio 1979 davanti casa, mentre stava rientrando dopo una dura giornata di lavoro.

Un delitto che apre la lunga catena di sangue di Cosa nostra, con delitti «eccellenti» a ripetizione. Solo in quell’anno vengono uccisi il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova. E poi a gennaio 80 il presidente della Regione Piersanti Mattarella. E molti altri ancora seguiranno. Presto l’omicidio di Mario Francese cade nel dimenticatoio, l’inchiesta viene archiviata. Verrà riaperta molti anni dopo, su richiesta della famiglia. E il processo, svolto con rito abbreviato, si concluderà nell’aprile del 2001 con la condanna a 30 anni di Totò Riina e gli altri componenti della «cupola»: Francesco Madonia, Antoniono Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco, Leoluca Bagarella (esecutore materiale) e Giuseppe Calò. Assolto invece Giuseppe Madonia, accusato di essere stato, con Leoluca Bagarella, il killer. Nel processo bis, con rito ordinario, l’altro imputato Bernardo Provenzano è condannato all’ergastolo.

I giudici nella sentenza di primo grado evidenziano che dagli articoli e dal dossier redatti da Mario Francese emerge «una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni. Una strategia eversiva che aveva fatto - si legge nelle motivazioni della sentenza - un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all’opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all’interno di Cosa nostra».

Le sentenza di primo grado viene confermata nel dicembre 2002 in appello. I giudici anche questa volta sottolineano le grandi qualità umane e professionali di Mario Francese e dicono in modo netto che «con la sua morte si apre la stagione dei delitti eccellenti». E che sia stato il primo a cadere in quella lunga stagione di sangue per i giudici non è un fatto casuale, perchè «Mario Francese era un protagonista, se non il principale protagonista, della cronaca giudiziaria e del giornalismo d’inchiesta siciliano. Nei suoi articoli spesso anticipava gli inquirenti nell’individuare nuove piste investigative». E rappresentava «un pericolo per la mafia emergente, proprio perchè capace di svelarne il suo programma criminale, in un tempo ben lontano da quello in cui è stato successivamente possibile, grazie ai collaboratori di giustizia, conoscere la struttura e le regole di Cosa nostra».

L’impianto accusatorio regge in Cassazione, anche se vengono assolti tre boss, Pippo Calò, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella «per non avere commesso il fatto». Ma la sentenza, dicembre 2003, conferma i 30 anni di carcere per Totò Riina. Definitiva la pena a 30 anni anche per Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia e Michele Greco, che non avevano fatto ricorso davanti alla Suprema corte.
Nel processo bis confermato in appello l’ergastolo a Bernando Provenzano.