lunedì 14 dicembre 2009

L'alba di una nuova resistenza


di Lorenzo Baldo

Palermo. Il cielo è plumbeo su via d'Amelio. Su questa strada, teatro dell'orrore 17 anni fa, una piccola folla si raduna attorno all'ulivo nato sul cratere dell'autobomba. Salvatore Borsellino sorride e abbraccia il suo popolo, quello delle agende rosse. L'incontro è stato chiamato “Natale in via d'Amelio”, il prologo di una giornata che culminerà con una conferenza dal titolo “L'alba di una nuova resistenza”. Ragazzi e ragazze, uomini e donne che vengono da tutta Italia, ma anche dalla Norvegia e dalla Repubblica Ceca. In molti appendono dei cartoncini rossi sui rami dell'ulivo. E' come se fossero piccole agende rosse con i pensieri di questo popolo in continua espansione. C'è chi scrive un ricordo di Falcone e Borsellino, chi la propria promessa a lottare per loro. Ma c'è anche chi si ribella e scrive tutto il suo sdegno contro il berlusconismo che avanza. C'è infine chi rivolge una preghiera a Dio per avere giustizia, visto che sulla terra non riesce a trovarla. In molti alzano le agende rosse verso il cielo al grido di “Resistenza!”. Poi le note dell'Ave Maria riempiono l'aria. Si forma un semicerchio attorno all'ulivo. Tutti si tengono per mano. Salvatore si stacca dal gruppo e si siede ai piedi dell'ulivo. Accarezza un ramo dell'albero e piange. La commozione si impadronisce di molti tra i presenti. Una donna sta quasi in ginocchio, sembra che preghi. Un'atmosfera irreale sovrasta via d'Amelio. Nessuno si muove. Dopo qualche minuto un applauso liberatorio si eleva insieme al grido di “Paolo vive!”. La gente si avvicina al fratello del giudice Borsellino per abbracciarlo. “Accarezzando l'ulivo – dice Salvatore con gli occhi ancora bagnati – mi sembrava di accarezzare Paolo...”. Per una volta la rabbia che contraddistingue quest'uomo cede il passo all'emozione più intima. C'è chi lo consola e chi si perde dentro al suo abbraccio. Come Valentina che non riesce a fermare le lacrime. Salvatore si riprende e invita tutti all'appuntamento del pomeriggio. Nel vasto salone dell'ex deposito locomotive di via Messina Marine primeggia il titolo dell'incontro organizzato da Sonia Alfano e dal suo gruppo parlamentare europeo dell'Alde. Siamo di fronte all'hotel San Paolo Palace, luogo simbolo del potere della mafia, ma anche della lotta alla mafia. E' Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato dalla mafia, Beppe Alfano, ora europarlamentare con l'Idv, a moderare la prima parte del convegno. Sonia introduce l'incontro ricordando lo scempio subito da Graziella Campagna, nel giorno del 24° anniversario del suo omicidio, con gli arresti domiciliari per motivi di salute concessi al suo assassino (condannato recentemente all'ergastolo). Rabbia e indignazione che vengono condivise dalle centinaia di persone presenti. Tra questi Vincenzo Agostino, padre dell'agente Antonino, e sua moglie Augusta.
Dal palco Benny Calasanzio ripercorre le tappe che hanno portato alla nascita del popolo delle agende rosse, dall'incontro tra Salvatore Borsellino e Sonia Alfano fino ad arrivare al movimento che oggi si impone davanti agli occhi dell'opinione pubblica. E' amara la riflessione di Calasanzio sulla memoria ritrovata dopo 17 anni di uomini e donne delle istituzioni. Un vero e proprio atto di accusa che lo porta a dover “ringraziare” mafiosi e collaboratori di giustizia per il loro contributo al raggiungimento della verità.
Salvatore Borsellino prende la parola ricordando il significato di “fare la scorta a quei magistrati delle procure di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano che stanno togliendo quel velo scuro sulle stragi del '92 e del '93”. Salvatore chiama sul palco il Pm di Palermo Antonino Di Matteo. Una standing ovation echeggia nella sala. La gente non smette di applaudire.
“Ho subito accettato l'invito di Salvatore Borsellino ad essere qui – esordisce Di Matteo – per un motivo preciso. Da cittadino prima ancora che da magistrato io sento il bisogno di esprimere a Salvatore Borsellino e a tutti voi che insieme a lui state conducendo una battaglia di civiltà, di impegno civile, una sincera gratitudine”. Il magistrato impegnato nelle più importanti inchieste di mafia e politica sfociate nelle nuove indagini sulla “trattativa” tra mafia e Stato parla di quel “muro di gomma” formato “dal silenzio” e “dall'oblio”. “Un muro di gomma che sembrava insormontabile”. “Nell'ultimo anno – spiega il Pm palermitano – si sono aperti spiragli importanti di luce, sia su moventi e mandanti delle stragi, sia su rapporti collusivi tra mafia ed esponenti delle istituzioni. Ci sono state le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e testimoni. E questo lo si deve all'ostinato impegno di alcuni magistrati e di alcuni esponenti delle forze dell'ordine”. “Ma probabilmente – sottolinea con forza Di Matteo – lo si deve ancora di più alla tenacia e coraggiosa sete di giustizia e verità che Salvatore Borsellino e i suoi amici hanno gridato in faccia a un paese che era ormai rassegnato!”. “Come cittadino, prima ancora che come magistrato, vi invito a continuare a pretendere la verità. Vi invito, vi sollecito... vi scongiuro: continuate a pretendere che tutti (e prima di tutti noi magistrati) si vada fino in fondo! Continuate a pretendere da noi magistrati, a qualsiasi costo, che venga fatto tutto il possibile per accertare se davvero tra Stato e mafia, due entità che non devono per nessuna ragione trovare spazi di dialogo e di accordo, vi siano stati spazi di dialogo e di accordo”. “Noi siamo consapevoli – soppesa le parole il giudice Di Matteo – che più andremo avanti nella indagine e nei processi più crescerà la spinta contrapposta a soffocare eventuali verità troppo scabrose e troppo scomode, e questo si sta già cominciando ad avvertire. Io sono un uomo delle istituzioni e credo nel concetto di Stato. Sono felice ed orgoglioso di essere riuscito a fare quello che volevo fare fin da piccolo e cioè il magistrato. Sono convinto che uno Stato, se dovesse fermarsi per paura di scoprire verità troppo scomode e scabrose, rimarrebbe sempre sotto lo scacco della minaccia e del ricatto mafioso e noi non possiamo permettere tutto ciò”. La gente continua ad applaudire mentre il magistrato spiega che “se lo Stato non andrà a fondo in queste inchieste, in questi processi, non serviranno a nulla i nostri sforzi”. “Noi potremo arrestare 1000 mafiosi, 1000 latitanti, ma avremo fatto si che la mafia conservi il potere di ricatto, che è il potere più subdolo e più forte che può esercitare nei confronti di uno Stato”. “Grazie quindi a Salvatore Borsellino e a lui la solidarietà anche per qualche vergognoso attacco che cominciano a rivolgergli quelli che non capiscono o che fanno finta di non capire la passione civile e l'onestà intellettuale che lo contraddistinguono”. Salvatore Borsellino lo ascolta concentrato su ogni parola. “Recentemente – prosegue Di Matteo – il ministro della giustizia ha dichiarato che i pubblici ministeri dovrebbero passare più tempo in procura invece di partecipare a convegni o a trasmissioni televisive, mi permetto di tranquillizzare il ministro, fino a quando ce lo permetteranno, fino a quando le procure non verranno definitivamente desertificate, fino a quando non ci toglieranno i pochi mezzi che abbiamo a disposizione, fino a quando ce lo permetteranno le leggi e fino a quando il pubblico ministero non diventerà un mero notaio delle indagini della polizia giudiziaria, noi continueremo a stare in procura, continueremo a lavorare giorno e notte, continueremo ad arrestare i mafiosi, i latitanti, continueremo a chiedere il sequestro dei beni di Cosa Nostra!”. Il pubblico in sala applaude incessantemente in una sorta di ringraziamento virtuale. “Noi continueremo a ritenere che la mafia non è solo bassa macelleria criminale – spiega con forza il Pm – continueremo a indagare e processare anche chi pur non essendo punciuto, pur non essendo uomo d'onore, con Cosa Nostra ha stretto patti criminali, ha fatto affari, ha costruito imperi economici o carriere politiche! Per quanto mi riguarda continueremo più di prima, nel poco tempo che ci rimarrà a disposizione, a parlare con la gente, a parlare con i giovani delle scuole, con gli studenti universitari, con gli operai e con i contadini. Cercheremo di spiegare, di fronte alla quotidiana valanga di mistificazione nei confronti della magistratura e dell'operato della magistratura, che i magistrati non sono l'origine di tutti i mali del sistema giustizia. Noi siamo le prime vittime, anzi le vittime che vengono dopo i tanti cittadini onesti, le tante persone offese che non trovano verità e giustizia in una sentenza definitiva pronunciata nel nome del popolo italiano!”. “Noi continueremo con più forza di prima a cercare di spiegare, nei limiti istituzionali e con la sobrietà che ci deve contraddistinguere, perché determinate riforme in cantiere rappresenterebbero la morte della giustizia. Cercheremo di contrapporre la nostra capacità di spiegare alle ore e ore in cui i politici alla televisione (sfruttando mezzi ben più potenti rispetto a quelli di cui parlavo) tentano di accollare tutti i mali del sistema giustizia ai magistrati”. “Noi continueremo a parlare, loro continueranno a dire quello che vogliono, a volte in malafede e noi sopporteremo senza alcun problema. C'è una cosa che però non sopporto, in ragione del rispetto della memoria di chi è morto, e cioè che si continui a strumentalizzare falsamente la memoria dei morti, la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino!”. “Il primo a parlare ai ragazzi nelle scuole – sottolinea Antonino Di Matteo – è stato il padre del pool antimafia, Rocco Chinnici, che aveva fatto un valore di questa sua innovativa attività. Tutti dovrebbero ricordare (così come se lo ricordano coloro che strumentalizzano la memoria) quanto Giovanni Falcone in certe occasioni avesse ritenuto utile e necessario spiegare anche in televisione determinati passaggi della vita della mafia e dell'antimafia. Attraverso lo studio analitico degli atti processuali ho appreso che anche Paolo Borsellino aveva operato in tal senso. Anche in quei maledetti 57 giorni tra Capaci e via D'Amelio, in cui aveva altri pensieri per la testa, Paolo Borsellino partecipava ai convegni, sentiva il bisogno di spiegare che cosa stava succedendo in quel momento tragico della nostra storia!”. “Dicano quello che vogliono, attacchino pure i magistrati, noi andremo avanti comunque, ma voi parenti delle vittime dovete pretendere che non strumentalizzino falsamente la memoria e la condotta dei vostri cari”. “Dobbiamo essere tutti coscienti di una cosa conclude il magistrato della Dda di Palermo – quando ci si avvicina a verità scomode all'inizio ci può essere un grande fermento, un grande interesse, ma dobbiamo essere coscienti che prima o poi qualcuno cercherà di elevare ancora quel muro di gomma, del silenzio e dell'omertà, alcune volte anche istituzionale. Dobbiamo essere sereni, forti e compatti, ciascuno nel proprio ruolo, ciascuno con i propri compiti, nel non lasciare nulla di intentato per scoprire tutte le verità”. Il pubblico si alza in piedi e applaude con profonda riconoscenza un uomo che ha fondato la propria vita sul valore della giustizia e della verità. Di seguito è il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro che raccoglie l'appello del Pm Di Matteo ad impegnarsi ognuno nel proprio ruolo. “Il mio ruolo è quello di fare opposizione” replica l'ex Pm di Mani Pulite per poi lanciarsi in un'analisi sull'importanza della trasparenza in politica, con un occhio alla mistificazione dell'informazione. Ed è sul tema dell'informazione che il giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, Peter Gomez, focalizza il suo intervento. “In questo Paese – evidenzia Gomez – siamo stati liberi di dire, ma non liberi di sapere”. E partendo da questa riflessione l'ex cronista dell'”Espresso” analizza lo stravolgimento della realtà raccontato dai grandi media in merito al processo dell'Utri. La verità e la menzogna che, sapientemente mescolate tra loro, vengono usate dal potere a suo uso e consumo. Un'analisi da cui lo stesso giudice catanese Felice Lima prende spunto per il suo intervento. “In questo momento l'Italia è una grande loggia massonica – sottolinea Lima – e per alcune parti è anche una grande cosca mafiosa...”. L'applauso in sala nasconde un'amarezza di fondo. “Ogni popolo ha il governo che si è meritato – spiega il giudice etneo – con le sue azioni e le sue omissioni”. Drammatico nella sua estrema attualità è l'intervento del giornalista Gianni Lannes. Le parole dell'ex cronista de “La Stampa” che per le sue inchieste ha ricevuto minacce di morte ed ha perso il lavoro scuotono l'auditorium. “Abbiamo trovato centinaia di navi dei veleni sepolte nei nostri mari – grida Lannes – è un'ecatombe!”. Il giornalista pugliese spiega che a fine gennaio terminerà il lavoro di ricerca svolto insieme a un pool di giornalisti sulle navi affondate cariche di rifiuti radioattivi. Un lavoro dal quale emergeranno le gravissime responsabilità dei governi che hanno permesso quello che lo stesso procuratore di Paola (CZ), Bruno Giordano, ha definito “un genocidio”. La gente è attonita. In maniera del tutto spontanea Salvatore Borsellino grida “basta!” e dalla platea la gente si unisce al suo appello a mettere fine a questa vergogna.
Il senatore Giuseppe Lumia riporta l'attenzione sulle recenti polemiche sul 41bis, sulle intercettazioni e sullo scudo fiscale. Ma sono anche i problemi interni al suo partito nel quale gravitano ancora personaggi “discutibili” come Vladimiro Crisafulli quelli che bruciano maggiormente. Vi è poi un affondo nei confronti di quella magistratura messinese “amica” di mafiosi e debole nei confronti dei potenti. Tema che verrà ripreso dall'avvocato Fabio Repici, difensore di familiari di vittime di mafia, il quale non va per il sottile. Il legale traccia un filo conduttore tra le collusioni politico-mafiose dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno del ventennio fascista e quelle odierne. Cambiano i nomi ma invariata resta la sostanza. Ed ecco che si materializzano le responsabilità di magistrati come Franco Cassata e Olindo Canali soci di un circolo para-massonico al quale aderiva il boss mafioso Giuseppe Gullotti. Repici ripercorre alcuni “misteri” del Ros, dalla mancata cattura di Santapaola a Terme Vigliatore – ME nel lontano 1993, passando per la mancata perquisizione del covo di Riina, fino ad arrivare ad una parte della “trattativa” possibilmente condotta dai carabinieri Mori e De Donno su mandato dei propri superiori. Ed è in quel di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) che si intrecciano i fili scoperti delle collusioni mafia-Stato. Per non parlare dell'omicidio di Attilio Manca e del suicidio di Adolfo Parmaliana. Nella seconda parte del convegno Federica Fabbretti, del popolo delle agende rosse, modera gli interventi introducendo Cecilia Sala. Una ragazza quattordicenne che lo scorso 26 settembre a Roma aveva già testimoniato il suo impegno sociale nel pretendere verità e giustizia. Subito dopo è il giudice Piergiorgio Morosini a prendere la parola. Nella sua lucidissima analisi vengono poste sotto i raggi X le “riforme” della giustizia prossime a venire così come lo svuotamento delle procure del sud. Ne esce fuori un quadro sconfortante descritto “dall'interno” che lascia il pubblico letteralmente basito. Morosini spiega la necessità di accertare la verità sui fatti “che hanno minato il nostro sistema democratico” in un momento nel quale si è sotto attacco. La scrittrice tedesca Petra Reski racconta la sua esperienza di corrispondente da 20 anni in Italia, la sua scoperta del fenomeno mafioso, il suo approccio palermitano attraverso gli occhi, il cuore e la determinazione delle fotografe Letizia Battaglia e di sua figlia Shobha. E soprattutto l'iniziale superficialità della Germania (e non solo) nell'analizzare e comprendere un fenomeno tanto complesso come quello della mafia. Una superficialità che in parte, ma solo in parte, è mutata dopo la strage di Duisburg. Nelle parole di Sonia Alfano che interviene successivamente la rabbia di chi non ci sta ad “abbassare i toni” di fronte a un premier le cui esternazioni oltre ogni limite stanno uscendo dagli annali degli ospedali psichiatrici. La figlia di Beppe Alfano disapprova pubblicamente il Pd che la scorsa settimana non ha appoggiato la proposta europea di creare un intergruppo parlamentare contro le mafie, chiedendo il motivo per il quale una trasmissione come Annozero non affronti ancora il nodo mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto.
E' la volta di Gioacchino Genchi, la gente comincia ad applaudire prima ancora che inizi a parlare.
Il consulente delle procure, ex collaboratore di Luigi de Magistris, ringrazia gli amici ma anche i nemici grazie ai quali la sua vita è completamente cambiata e di cui il libro “Il caso Genchi – storia di un uomo in balìa dello Stato” tratta ampiamente sotto il profilo professionale ma anche umano.
Lo stesso Genchi mette in guardia dalla “deriva mediatica dell'informazione in cui delle azioni subdole poste in essere da soggetti che agiscono scientificamente in maniera subdola e cinica cercano di distorcere la verità per narcotizzare le coscienze degli italiani”. “Questo oggi è il problema più grave – spiega il consulente delle procure – a volte ancora più grave della mafia, perché incide sull'essenza stessa della democrazia, sull'aspetto eziologico del concetto di giustizia e legalità che si fonda sulla verità e sulla conoscenza dei fatti”. “Ecco come vengono e possono essere travisati dei risultati operativi e dei risultati investigativi che sono il frutto della tenacia dei magistrati impegnati sul fronte antimafia, dei poliziotti e dei carabinieri impegnati sul fronte antimafia che poi vengono riconvertiti puntualmente come elementi di vantaggio, come elementi di giustificazione da un governo che cerca in tutti i modi di mostrare di essere stato il governo più bravo a lottare la mafia, ma questo non è vero!”. “Noi sappiamo – rimarca Genchi – come questo governo ha ridotto al lumicino le forze di polizia. Noi sappiamo come sono stati tagliati gli straordinari dei poliziotti, come sono state tagliate le missioni, come non ci sono più fondi per mettere la benzina nelle macchine, come vengono bloccate e limitate le intercettazioni telefoniche, come è impossibile ormai seguire un mafioso in trasferta, andare a cercare un latitante o seguire un trafficante di stupefacenti perché i poliziotti non hanno più la possibilità di fare indagini”.
Dopo le recenti polemiche scoppiate a seguito di un estratto video nel quale Genchi aveva commentato la strumentalizzazione politica seguita alle catture di Nicchi e Fidanzati (con chiari riferimenti all'amplificazione mediatica costruita ad arte attorno alla presenza della società civile sotto la questura di Palermo) è lo stesso investigatore a illustrare a fondo il suo pensiero.
“Le iniziative di solidarietà alle forze di polizia che eseguono un arresto di latitanti, più o meno importanti – spiega Gioacchino Genchi mentre si riferisce alle due ultime catture – vengono strumentalmente utilizzati con degli operatori, con delle claques che vengono organizzate ad arte per portare quella buona fede, quella operatività di gente onesta, di gente per bene, quella stessa gente che è scesa per esprimere solidarietà a me, alla quale va un grande ringraziamento e un grande apprezzamento”. “Sia chiaro – insiste Genchi – che a nessuno sia consentito di speculare sulle parole titolando i post e travisando i video. Parole ben precise sono state pronunciate per esprimere la solidarietà ai quei poliziotti onesti che ancora continuano a fare il loro lavoro e a quei ragazzi che con tanto coraggio sono andati a dare solidarietà! E che non sia consentito a nessuno dividere i fronti, creando speculazione con quelle immagini che sono servite ad aprire i telegiornali il giorno dopo quando era necessario annullare due grandi eventi: il No B. Day e la deposizione di Spatuzza al processo dell'Utri. Bisognava annullarli quegli eventi, ogni pretesto era buono! Ogni azione era utile come il successo e il risultato della polizia di Palermo e della Polizia di Milano, di quei cittadini, di quei giovani che sono andati a dare solidarietà”. “Sin da subito dei giornalisti democratici, dei poliziotti democratici hanno capito tutto questo, lo hanno segnalato e puntualmente a orologeria quelle manifestazioni spontanee sono state utilizzate come arma per coprire le malefatte di un sistema di un governo che aggredisce chi lavora onestamente, di un governo che smentisce se stesso. Questa è la realtà che viviamo!”. La gente applaude ininterrottamente mentre Salvatore Borsellino si avvia a concludere l'incontro. L'emozione prende alla gola Salvatore nel rivivere la mattinata in via d'Amelio, quando ha sentito la presenza di Paolo accanto a sé. A stento riesce a continuare a parlare. Si riprende appena quando racconta l'amarezza e la rabbia che ha provato ad essere stato attaccato ingiustamente dall'avv. Costa che ha definito l'incontro tra lui e Massimo Ciancimino (avvenuto spontaneamente alcuni giorni fa davanti al palazzo di giustizia di Palermo) “vilipendio di cadavere”. “Ma io incontrerei anche Riina o i Graviano per scoprire la verità – grida Salvatore – …per scoprire la verità sulla morte di mio fratello... che è ormai l'unica mia ragione di vita”. La gente è in piedi e applaude commossa. Anche sul palco alcuni relatori si asciugano gli occhi.
Con grande consapevolezza Salvatore ha sempre affermato che probabilmente non riuscirà a vedere quel sole che illuminerà un mondo di giustizia, pretendendo però di vedere almeno i primi raggi di verità. L'alba di questa nuova resistenza è cominciata e lo si deve a lui.

da antimafiaduemila.com

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