giovedì 17 dicembre 2009

Il mistero dell'agenda rossa

Il ricordo di Agnese e Manfredi Borsellino

di Sandra Amurri

Quest’intervista racconta di un magistrato che ha intuito la verità e il pericolo che porta con sé, ma continua il suo dovere di servitore dello Stato. Lo aveva confidato a sua moglie Agnese, compagna discreta e necessaria, due giorni prima di essere ucciso in via D’Amelio assieme agli agenti della scorta: “Saranno altri a volere la mia morte. Nomi che fanno paura solo a nominarli”. Nomi che non ha mai pronunciato per tutelare la sua famiglia da una verità che aveva molto più che intuito, che lo stava inseguendo. Una verità che aveva affidato alla sua agenda rossa scomparsa dalla borsa rinvenuta nell’auto, consegnata, non si sa da chi, alla Squadra Mobile di Palermo, dove resta, incredibilmente per quattro mesi senza che la Procura di Caltanissetta, allora diretta da Tinebra, chiedesse di esaminarla.
E da quel 19 luglio ‘92 la verità è rimasta soffocata da incapacità e lacune investigative, dai corto circuiti di tante memorie, da depistaggi, dall’inspiegabile, o meglio spiegabile, scomparsa dell’agenda. Ma che la strage di via D’Amelio sia stata una strage di Stato eseguita da Cosa Nostra è divenuto molto più di un sospetto. Fatti che ci chiamano in causa come cittadini a prescindere dall’appartenenza politica di ognuno. “Darei la mia vita se servisse a consegnare verità e giustizia a Paolo e al paese”. E’ Agnese Borsellino che parla e ricorda l’ultimo giorno trascorso con suo marito: “Stavamo pranzando, Paolo ricevette una telefonata. Al termine prese l’agenda dalla borsa, ci scrisse su e la rimise nella borsa. Era nervoso. Andò a riposare ma non chiuse occhio lo capii quando vidi il posacenere che traboccava di cicche”. Un ricordo arricchito dalle parole del figlio Manfredi. “Ho accompagnato papà alla macchina portando la borsa in mano, lui prima di salire l’ha presa e l’ha sistemata nel sedile posteriore e ci siamo salutati”.
Borsellino si mise alla guida dell’auto preceduta e seguita dalle due di scorta. Arrivato davanti casa di sua madre è sceso, ha suonato il campanello senza prendere la borsa, non c’era alcuna ragione che lo facesse visto che la madre sarebbe scesa per essere accompagnata dal cardiologo come prova il fatto che quando la bomba è esplosa sua mamma era in ascensore. Nella borsa rimasta in auto c’era il costume ancora bagnato, un mazzo di chiavi, un pacchetto di sigarette, l’agenda marrone che utilizzava come rubrica e l’agenda rossa, la sola a mancare all’appello. Il ricordo termina con quel saluto a suo padre che partì per non tornare mai più.
Ciò che resta è uno Stato sempre pronto a commemorare Paolo Borsellino dimenticando, come dice sua moglie, che se suo marito è “un eroe, allora è un eroe di guerra perché quella che si è consumata è una guerra tra Antistato e Stato in cui ha vinto la ragion di Stato”. Una guerra che “Non finirà finché non sarà scritta la parola verità perché non esiste pace in uno Stato di ricattatori e ricattati”.

da il Fatto Quotidiano

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