lunedì 21 dicembre 2009

E a Palermo è pronta un'autobomba

Un'autobomba doveva essere fatta saltare a Palermo. Un nuovo attentato si doveva compiere in questi mesi nel capoluogo siciliano provocando nuove vittime e facendo così ripiombare la città nel terrore. Il piano è stato scoperto dagli agenti della sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo nell'ambito dell'operazione che ha portato il 16 novembre scorso all'arresto del boss latitante Mimmo Raccuglia, ricercato da 13 anni. Il progetto di morte era segnato su un block notes che il latitante teneva nascosto in una sacca. Su quattro righe, vergate a mano, il boss descrive tutto quello che occorre per attrezzare un'automobile carica di esplosivo e farla esplodere. I poliziotti quando leggono questo appunto restano attoniti. Vanno a caccia di altri elementi che possono aiutare a decifrare meglio questo messaggio. E in un altro 'pizzino', fra i 45 che sono stati trovati nel covo, viene fuori che il mezzo che il latitante vuole utilizzare come autobomba è stato trovato e sistemato a Palermo. In attesa di essere forse caricato di esplosivo.

Gli investigatori ritengono, infatti, che anche l'esplosivo potrebbe già essere nelle mani dei mafiosi. Tutto sembrava essere pronto.

L'arresto di Raccuglia a questo punto non si trasforma solo nella gioia di aver assicurato alla giustizia un pericoloso latitante, ma anche in quella di aver bloccato un uomo che studiava come portare a compimento un progetto di morte.

Non si conosce l'obiettivo di questo nuovo attacco. Quello che viene ipotizzato in ambienti giudiziari è il fatto che potrebbe essere diretto a qualche magistrato. Il bersaglio contro il quale Cosa nostra voleva ancora una volta alzare il tiro potrebbe essere proprio un magistrato. Per questo motivo il fascicolo è stato trasmesso dai pm di Palermo ai colleghi di Caltanissetta, competenti nei casi in cui parte offesa è un togato del capoluogo siciliano. La coincidenza, infatti, vuole che nello stesso paese in cui è stato bloccato Raccuglia, trascorre le vacanze il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia. Gli investigatori valutano anche questo elemento.
Raccuglia, 43 anni, è un feroce sicario palermitano, fedelissimo dell'altro super latitante Matteo Messina Denaro. E proprio nel suo territorio il boss aveva trovato rifugio in un appartamento nella cittadina di Calatafimi, in provincia di Trapani. Nel cuore del regno di uno degli stragisti condannato all'ergastolo per gli attentati di Roma, Milano e Firenze. Questo collegamento fra i due mafiosi lascia ipotizzare agli inquirenti che se un'azione così violenta era stata deliberata, certamente Messina Denaro potrebbe aver dato il proprio consenso. Ci potrebbe dunque essere un ritorno alla violenza da parte della mafia? Già nei mesi scorsi la polizia di Stato si era messa in allarme per la segnalazione di un progetto di attentato che avrebbe avuto come esecutori palermitani e trapanesi intenti a progettare due colpi. Sulla vicenda il procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato, aveva aperto un fascicolo e delegato indagini.

I due fatti potrebbero avere punti in comune che vengono adesso analizzati dagli investigatori.

La sera in cui i poliziotti della Mobile hanno fatto irruzione nel covo di Raccuglia, il latitante ha tentato di disfarsi del block notes insieme ad una sacca nella quale erano nascosti 130 mila euro in contanti, una mitraglietta e due pistole di grosso calibro. Ma vi erano anche decine di guanti da chirurgo - che potevano servire ai killer per non lasciare impronte sulle armi - e poi numerosi proiettili. Dopo l'arresto si era pensato che le armi che aveva con sé Raccuglia potevano servirgli per difendersi da eventuali attacchi, ma alla luce di quanto è stato scoperto, si pensa che il boss fosse pronto per qualcosa di molto più grosso. Forse avrebbe sperato nell'aiuto di un altro palermitano latitante, Gianni Nicchi, 28 anni, anche lui caduto nella rete dei 'cacciatori' della Catturandi di Palermo guidata dal vice questore aggiunto Mario Bignone.

A distanza di venti giorni la polizia infligge un altro duro colpo a Cosa nostra arrestando il giovane mafioso che i vecchi padrini, come Nino Rotolo, avevano allevato per proiettarlo verso il vertice dell'organizzazione. Il doppio successo è sempre della questura a 'cinque stelle' diretta da Alessandro Marangoni.

Gli investigatori erano sulle sue tracce da diversi mesi. Il nome di Nicchi era finito nelle indagini Gotha e Old bridge. Nella prima le intercettazioni svelano il modo con il quale il vecchio boss Rotolo gli insegna a sparare e uccidere un uomo con due colpi di pistola. Nella seconda Nicchi assume il ruolo del giovane boss che faceva la spola tra la Sicilia e gli Stati Uniti, dove incontrava spesso il boss Frank Cali, detto 'Frankie Boy', emergente della famiglia mafiosa Gambino e di Cosa nostra americana, capo della decina della 18/a Strada a Brooklyn.

Quello che però è accaduto per entrambi gli arresti di Raccuglia e Nicchi sta nel cambiamento che la Sicilia sta vivendo: i giovani esultano contro la mafia e sostengono la polizia. Gli eroi della 'Catturandi'. È il nuovo volto dei siciliani: a Calatafimi la sera dell'arresto di Raccuglia centinaia di persone si sono riunite per strada per assistere felici alla conclusione del blitz. La stessa cosa il pomeriggio del 5 dicembre a Palermo, con l'arrivo negli uffici della squadra mobile di Nicchi circondato dai poliziotti che i volontari dell'associazione Addiopizzo hanno festeggiato e inneggiato a lungo.

Questo gruppo di agenti a volte deve pure pagare per poter lavorare al meglio. E così se mancano i soldi per la benzina delle auto di servizio la mettono di tasca propria. Mentre da mesi non ci sono più soldi per le missioni fuori sede. E se i poliziotti che hanno arrestato Provenzano hanno visto in busta paga il versamento dello straordinario per quell'indagine dopo due anni, ci sono voluti altri 24 mesi per quelli che hanno arrestato il boss Lo Piccolo, ma in questo caso è arrivato solo il 50 per cento di quanto dovuto.

Con questa prospettiva gli agenti continuano a lavorare con grande sacrificio, perché dicono che ce ne è un altro da arrestare: Matteo Messina Denaro.

da l'espresso online

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