mercoledì 2 dicembre 2009

Dalle stragi al "Grande Patto": Il buco nero che inchioda B.

di Marco Lillo

Quel pentito è una bomba. Parola di Gianfranco Fini. Le parole del collaboratore di giustizia che tira in ballo Berlusconi e Dell’Utri su una presunta trattativa con Cosa nostra, per il presidente della camera “devono essere verificate”. Altro che “pentito ridicolo che lancia solo accuse infamanti”, come dice il ministro degli esteri Franco Frattini. Basta un fuori onda che riporta per una volta nel dibattito politico un lampo di verità per suscitare un vespaio in un mondo abituato alle bugie. Per la terza carica dello stato le parole di Gaspare Spatuzza, il collaboratore che parla di Berlusconi, non sono necessariamente false. A due giorni dall’audizione del pentito, il fuori onda di Fini funziona da detonatore per la “bomba atomica” che continua a ticchettare sotto la politica italiana.
Per capire perché non c’è altro modo per definire i verbali del collaboratore basta leggerli e inquadrarli nel contesto. Spatuzza non è un picciotto di mezza tacca ma il braccio destro dei boss protagonisti della stagione delle stragi al nord nel 1993: Giuseppe e Filippo Graviano. E’ lui l’uomo che ha organizzato l’ondata di sangue nel continente: Firenze (via dei Georgofili, 5 morti); Roma (basilica di San Giovanni e chiesa del Velabro) e Milano (padiglione di arte contemporanea a via Palestro, 5 morti). Quella stagione di sangue doveva servire per obbligare la politica a scendere a patti con la mafia per addolcire il regime di isolamento dei boss carcerati. Prima del grande botto finale, la strage dell’Olimpico che doveva esser-ci durante una partita a fine gennaio del 1994 e che poi saltò, Spatuzza viene convocato a Roma al bar Doney di via Veneto da Giuseppe Graviano. Il boss aveva incontrato qualcuno prima di lui e non stava nel cappotto blu dalla gioia. Racconta Spatuzza: “era euforico e gioioso. Sprizzava felicità. Di solito era controllato ed era difficilissimo che si lasciasse andare in quel modo”. Secondo Spatuzza, Graviano gli parlò della trattativa con il gruppo Berlusconi: “mi disse: ‘tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo. Le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro ‘crasti’ (furbetti, in dialetto siciliano ndr) dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Queste sono ‘persone affidabili’”. E chi sono gli interlocutori affidabili dei boss? “A quel punto”, prosegue Spatuzza, “Graviano mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri. Poi mi dice che comunque occorre fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il ‘colpo di grazia’ e afferma anche che ‘ormai abbiano il Paese nelle mani’”. Spatuzza, per dare credibilità alle sue affermazioni aggiunge: “effettivamente ho poi verificato che questi imprenditori sono entrati in politica però al momento del colloquio non avevo conoscenza di questo dato”. Il pentito verbalizza anche una sua deduzione: “non so come Graviano potesse essere entrato in contatto con questi personaggi. Deduco che il contatto ci fosse pensando a vicende quali la Standa” (tre super-mercati palermitani della catena, allora di Berlusconi, secondo Spatuzza, come abbiamo rivelato su “Il Fatto Quotidiano”, avevano sede in palazzi di un prestanome dei Graviano Ndr). Secondo Spatuzza, Graviano parlò di dell’Utri come di un “paesano nostro” intendendo “che non era un semplice conoscente ma una persona che, anche se non affiliata, è vicinissima a cosa nostra”.
L’obiettivo delle parole di Graviano, era convincere il suo braccio operativo dell’utilità delle stragi, per la prima volta organizzate non contro magistrati in Sicilia ma al nord e contro obiettivi civili. Spatuzza fa notare al boss: “lì non c’è c’è la ’mentalita mafiosa’”. Ma Graviano, secondo lui, replica che “le stragi non sono un suo capriccio e che egli ha un accordo politico e che le stragi devono andare avanti”. Spatuzza aveva già parlato con Graviano qualche settimana prima dell’incontro al Doney. Lui e il boss erano a Campofelice di Roccella in Sicilia. E il resoconto del boss nell’incontro romano era un aggiornamento della situazione. Come Spatuzza spiega ai pm di Firenze: “Berlusconi e Dell’Utri per quel pò che Graviano mi ha detto, e che io non sono poi andato troppo a scavare, sono i nostri interlocutori. E se a Campofelice (settimane prima ndr) c’era una trattativa, a Roma (quando ne riparlano al Doney Ndr) era chiuso tutto”. Ai pm che gli contestano la vaghezza delle parole di Graviano, il pentito offre una lezione di mafiosità: “Voglio precisare che forse puo apparire strano il fatto che questi colloqui vengano effettuati a ‘mezze frasi’. Ma queste sono le abitudini di Cosa nostra, un’organizzazione nella quale attraverso le mezze frasi si fanno i palazzi”. O si distruggono le vite e magari anche gli stati.


da il Fatto Quotidiano


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