martedì 17 novembre 2009

Mafia, dalla Sicilia e da Firenze nuove insidie sul Cavaliere

Attesa per la nuova testimonianza di Spatuzza. «Il boss Graviano spiegò che così avevamo il Paese in mano»

di Giovanni Bianconi


ROMA - Secondo qualcuno abituato a leggere trasversalmente gli avvenimenti si­ciliani, perfino l’ultimo «allarme spazzatu­ra » a Palermo potrebbe assumere i conno­tati di un avvertimento a Silvio Berlusconi. Un segnale per fargli intendere che la ma­fia può manovrare i fatti fino a metterlo in difficoltà, provocando una crisi come quel­la di due anni fa a Napoli; oppure, cambian­do decisamente settore, dando il via libera a qualche nuovo pentito. Che non deve in­ventarsi nulla, solo raccontare quello che ha visto o sentito. Come sta facendo ormai da un anno e mezzo - secondo i magistra­ti che l’hanno considerato attendibile al punto da chiederne l’inserimento nell’ap­posito programma di protezione - Gaspa­re Spatuzza, ex «uomo d’onore» del quar­tiere palermitano di Brancaccio, vicinissi­mo ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, giovani boss stragisti condannati a svaria­ti ergastoli che cominciano a pesare.

Spatuzza aveva già manifestato l’inten­zione di collaborare coi magistrati poco do­po la sua cattura, nel 1998, ma fece marcia indietro perché la moglie non voleva. Si li­mitò a qualche colloquio investigativo, un po’ d’indicazioni. Dieci anni dopo la mo­glie è rimasta contraria, ma lui s’è messo a verbalizzare. Con qualche batticuore, co­me ha confessato di recente, perché l’ini­zio dei suoi interrogatori è coinciso con l’ultima vittoria elettorale di Silvio Berlu­sconi: «Il soggetto che io dovevo accusare me lo trovo capo del governo!». Ha comin­ciato parlando d’altro, ha fatto riaprire l’in­dagine sulla strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino, ma alla fine (do­po aver ottenuto il programma di protezio­ne) ha messo sul piatto anche i nomi del presidente del Consiglio e del suo principa­le collaboratore in Sicilia, prima e dopo la nascita di Forza Italia: Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a nove an­ni di carcere per concorso in associazione mafiosa, in attesa del giudizio d’appello. Nel quale all’ultimo momento utile l’accu­sa ha chiamato a deporre proprio Gaspare Spatuzza.

È intorno all’imminente testimonianza dell’ultimo pentito di mafia che si addensa­no le sempre più insistenti voci sui rischi giudiziari palermitani per Silvio Berlusco­ni, che in qualche occasione li ha pubblica­mente paventati. Tutti aspettano di vedere l’esito dell’interrogatorio davanti a giudici e difensori. Spatuzza ha già riferito agli in­quirenti di Palermo - e prima a quelli di Caltanissetta e Firenze, che indagano ri­spettivamente sulle stragi mafiose del 1992 e del 1993 - che a gennaio ’94, Giu­seppe Graviano gli spiegò che le trattative politiche condotte da Cosa nostra erano fi­nalmente andate in porto: «La persona gra­zie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi, e c’era di mezzo un nostro com­paesano, Dell’Utri. Il Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone ci era­vamo messi il Paese nelle mani». Un paio di settimane dopo quel collo­quio, i fratelli Graviano furono arrestati. Non a Palermo, a Milano.

«Ho sempre re­putato molto strano che conducessero la latitanza a Milano e non nel loro quartiere, che notoriamente è il luogo più sicuro per un mafioso che deve nascondersi», ha spie­gato Spatuzza ai pubblici ministeri di Calta­nissetta, per concludere come questa e al­tre circostanze «mi hanno sempre fatto ri­tenere che i contatti politici dei Graviano fossero ubicati a Milano». A Caltanissetta Berlusconi e Dell’Utri so­no stati inquisiti per concorso in strage fi­no al 2002, quando il giudice archiviò il fa­scicolo nonostante fosse «ampiamente di­mostrata la sussistenza di varie possibilità di contatti tra uomini di Cosa nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati». Per an­dare a processo servivano altri elementi, che all’epoca non furono trovati. Stessa co­sa accadde a Firenze,nel 1998: s’era giunti a poter dimostrare i «rapporti non mera­mente episodici intrattenuti dai soggetti di cui si tratta (cioè Berlusconi e Dell’Utri, ndr) con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato», ma non che ci fosse un legame diretto con le bombe del ’93 sul continente.

Oggi, con le dichiarazioni di Spatuzza ar­rivate mentre Berlusconi è di nuovo a ca­po del governo, quei fascicoli sono stati ri­spolverati. E i magistrati si sono messi a caccia di possibili riscontri. Appena due settimane fa, il 5 novembre, i pm di Firen­ze sono tornati da un altro pentito di ma­fia: Salvatore Grigoli, altro killer del grup­po di Brancaccio come Spatuzza. Il quale ha rivelato ciò che aveva taciuto in passato sulle confidenze ricevute da un altro «uo­mo d’onore» di Brancaccio, Nino Manga­no, prima e dopo l’arresto dei Graviano: «Mi disse che i Graviano avevano un cana­le diretto con Dell’Utri... Tutti noi fummo orientati verso il nascente movimento di Forza Italia. Preciso anche che dopo le ele­zioni tutti confidavamo in Berlusconi, e si diceva che solo lui ci poteva salvare».

da corriere.it

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