sabato 21 novembre 2009

La7 blocca il servizio sulla trattativa, la risposta di Silvia Resta

di Paolo Butturini*

La7, la Carta dei Doveri del giornalista parla chiaro

Un fantasma si aggira per le redazioni: l’autonomia dei giornalisti nell’esercitare il diritto/dovere di informare i cittadini.

Ciò che accade a La7, come spesso è accaduto negli ultimi mesi, diventa paradigma di una situazione.
I fatti. Lunedì 16 novembre, a poche ore dalla programmata messa in onda, il direttore del Tg de La7, Antonello Piroso, cancella dalla scaletta del settimanale Reality l’inchiesta di Silvia Resta, dal titolo La trattativa. Il servizio della collega ricostruisce, a partire dall’ormai arcinoto Papello, la vicenda della trattativa fra stato e mafia agli inizi degli anni Novanta. Il sindacato interno insorge giustamente: non perché il direttore non possa esercitare il suo diritto di controllo (se mai ci si chiede perché non l’abbia fatto prima, visto che il servizio era pronto dalla serata di domenica?), ma perché i tempi e i modi con cui Piroso cancella il servizio destano preoccupazione per il rapporto fra autonomia del giornalista, linea editoriale e poteri del direttore.
In buona sostanza, il responsabile del Tg de La7 sostiene che “Il servizio non è stato trasmesso perchè incompleto e orientato a una ricostruzione di parte di una vicenda così complessa che perfino settori diversi dello Stato ne offrono letture divergenti. Sposare una tesi (per inciso: quella dell'accusa) fa parte di quel giornalismo “militante” che a LA7, con l'attuale direzione (sic! Ndr), non è mai stato consentito. E fino a quando questa Direzione svolgerà il suo mandato, mai lo sarà”.
Nelle parole di Piroso echeggia un logoro teorema tornato prepotentemente di moda: chi tocca certi argomenti (leggi, in questo caso, la vicenda Dell’Utri) è per forza di parte, non vi suona un po’ come le “toghe rosse”?. Ma è la giustificazione addotta per censurare l’inchiesta che è particolarmente pericolosa, perché cerca di ammantarsi di oggettività. Prima di tutto va ricordato che Marcello Dell’Utri, innocente fino all’ultimo grado di giudizio, è però già stato condannato in prima istanza a 9 anni per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Si doveva interpellarlo? Per il distorto senso dell’imparzialità di Piroso, sarebbe come se per parlare di un incensurato che, in primo grado viene condannato per un qualsiasi reato, dovessimo per forza sentire l’opinione dell’imputato.
Non è questa l’autonomia. La Carta dei Doveri del giornalista (approvata sia dall’Ordine che dal Sindacato) recita: “Il giornalista deve rispettare, coltivare e difendere il diritto all'informazione di tutti i cittadini; per questo ricerca e diffonde ogni notizia o informazione che ritenga di pubblico interesse, nel rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile. Il giornalista ricerca e diffonde le notizie di pubblico interesse nonostante gli ostacoli che possono essere frapposti al suo lavoro e compie ogni sforzo per garantire al cittadino la conoscenza ed il controllo degli atti pubblici. La responsabilità del giornalista verso i cittadini prevale sempre nei confronti di qualsiasi altra. Il giornalista non può mai subordinarla ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell'editore, del governo o di altri organismi dello Stato”. I direttori sono tenuti a far rispettare questo codice deontologico. E poi non mancavano certo a Piroso gli strumenti per correggere eventuali “criticità”, come le ha definite, del servizio di Silvia Resta. O forse le informazioni contenute nell’inchiesta erano false? Non risulta e infatti non le è stato contestato.
Nel delicato equilibrio fra dovere di informare, rispetto della privacy e tutela dell’autonomia della professione, stiamo assistendo a un crescente tentativo di limitare il ruolo del giornalista. Da una parte la debolezza strutturale del settore editoriale (anche radiotelevisivo), dall’altra iniziative legislative come il ddl Alfano sulle intercettazioni. A tutto questo si aggiunge, oggi, il perverso ruolo interpretato da alcuni direttori che, lungi dall’essere garanti della redazione e della loro libertà, si prestano a occultare le notizie o peggio ancora a censurarle una volta impaginate. Su questo, credo, si debba misurare la reale volontà dell’Ordine dei Giornalisti di tornare a essere il custode della deontologia e della credibilità dell’informazione. A cominciare dalla difesa della collega Silvia Resta e di tutti i giornalisti de La7.

*Segretario della Associazione Stampa Romana

Tratto da: articolo21.org


La7 blocca il servizio sulla trattativa, la risposta di Silvia Resta

"Non era mia intenzione entrare in questo carteggio, ma ne sono costretta essendo stato il mio nome più volte tirato in ballo (e non solo come "autrice" del servizio non andato in onda), e finito addirittura sui giornali. Non contesto il diritto del direttore di intervenire sui servizi della testata, e anche di bloccarli, se crede. anzi... E non entro nel merito del servizio "la trattativa", a cui ho lavorato circa tre settimane, concordandone interviste e contenuto con il mio caporedattore Paola Palombaro: diciamo pure che non so scrivere, diciamo pure che sono una pessima giornalista, diciamo pure che sui circa seimila servizi che ho prodotto per questa emittente, questo mi possa essere riuscito male. E forse anche tutti gli altri. Ok, ci sto. Ma, direttore, che bisogno avevi, in una mail di risposta al cdr e inviata a tutti, dico tutti, redattori e dirigenti dell'azienda, di nominarmi, di scrivere "immagino che l'aver dato ampio risalto al fatto sia avvenuto su impulso di Silvia Resta"? Così Silvia Resta, la giornalista de La7 la cui inchiesta sui rapporti tra mafia e stato è stata cancellata scrive al direttore Piroso. "Un'insinuazione che respingo, che tende forse a far dubitare della mia "fedeltà" all'emittente, le cui sorti invece mi stanno profondamente a cuore nessun "impulso" e' partito da me, che peraltro lunedì ero di corta. Non capisco poi perche', come se non bastasse, nella email in questione, continui ad accanirti contro di me, con frasi allusive e criptiche (cosa vuol dire il riferimento al G8 del 2001? quali sono i definitivi provvedimenti disciplinari? me ne stai forse minacciando? e perche', di grazia? e cosa vuol dire la riga in cui scrivi "...sia se l'indagato si chiami Silvia Resta"?)
Caro direttore, tu parli di normale dialettica giornalistica: mi piacerebbe ritrovarla. Dialettica giornalistica vorrebbe che ci fosse un dialogo continuo e costruttivo. Dialettica giornalistica vorrebbe (permettimi di dirlo) che la tua porta ogni tanto fosse aperta. cosa che non e'. Dialettica giornalistica avrebbe voluto che tu direttore, o i tuoi Gulotta e Debbi di turno, avessero parlato almeno una volta con me (almeno una volta) dei contenuti di questo servizio, di per se' delicato e difficile, cosa che non e' avvenuta. Mai avvenuta. Dialettica giornalistica (e anche curiosita' per il prodotto) avrebbe voluto che qualcuno dei vicedirettori dedicati al programma, (o tu stesso) passasse a trovarmi, mentre ero chiusa per 4 giorni in una saletta di montaggio alle prese con papelli e padrini,cosa che non e' avvenuta. Non e' mai avvenuta. Cosi' come non e' avvenuto il controllo finale del prodotto (lavorando in esterno, a montaggio finito, prima del mixaggio del servizio, passa sempre il vicedirettore a controllare. Stavolta no. Come mai?). Per questo omesso controllo hanno pagato i telespettatori (magari dieci, magari mille), che quella sera, dopo averne visto addirittura il promo, aspettavano un servizio sulla trattativa e si sono ritrovati una replica sulle frane,ma per questo omesso controllo, perche' ora devo pagare io?
La tua email sembra un verbale della questura, come se io fossi stata trovata a rubare dalla cassa. Ora, io penso di non meritare questo trattamento. Ho fatto un' inchiesta difficile, in piena solitudine; ho lavorato su argomenti "pallosi" e complicati, ho pensato comunque che fosse "nostro dovere" informare su un tema abbastanza cruciale per la vita pubblica: la trattativa tra stato e mafia. Fornire alcuni punti di vista. certo non tutti. sollevare interrogativi. magari ho compiuto qualche disattenzione, o qualche grave errore: mi accusi di aver sentito "voci di una sola parte": ma quale parte, trattandosi di mafia e antimafia?
Si poteva comunque intervenire, sempre che qualcuno me lo avesse chiesto in tempo utile. In tempo utile. Si poteva anche tagliare quella parte incriminata su Dell' Utri e mantenere il servizio (33 minuti) che conteneva le testimonianze inedite di Nicola Mancino e Vincenzo Scotti. Si e' preferito buttare tutto.
Certo non ho un interesse privato, non prendo soldi dall' antimafia, ne' da Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso che ci ha concesso in esclusiva questa intervista credendo nella nostra emittente,ne' dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che tu dici essere "di parte"( di quale parte?) non prendo soldi nemmeno dal pentito Spatuzza, che ("non solo de relato") parla, a partire dal'94, di contatti tra i boss e la nascente organizzazione Forza Italia. Dicendo esplicitamente che erano " da prendere con le molle, e al vaglio delle procure", mi pareva utile far conoscere i contenuti di queste dichiarazioni che hanno fatto riaprire in questi giorni le inchieste sulle stragi e che sono peraltro comparse su tutti i giornali.
Posso aver sbagliato, ma non ti permetto di dire che si tratta di "giornalismo militante". Ti ricordo peraltro, che accanto ai tanti codici che regolano la deontologia del nostro mestiere, c'e' ne' uno su tutti: l'articolo ventuno della Costituzione

Tratto da: articolo21.org


La7: la protesta dell’Ordine dei Giornalisti e del Lazio e di Stampa Romana

"Sconcerto" e un perentorio ''invito a ripensarci'', sono state le reazioni del presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio, Bruno Tucci, e del segretario dell'Associazione Stampa Romana Paolo Butturini, alla cancellazione, lunedi' sera, del servizio La Trattativa, inchiesta su dell'Utri condotta dalla giornalista Silvia Resta, nell'ambito del programma Reality del TgLa7. ''Quelle che non comprendiamo, fatto salvo i diritti del direttore Antonello Piroso - viene spiegato in un comunicato di Associazione Stampa Romana - sanciti dall'articolo 6 del Cnlg, sono le modalita' della decisione, presa a poche ore dalla messa in onda del servizio, con motivazioni che ledono l'immagine e la professionalita' di una collega che da anni si occupa di cronaca giudiziaria ed e' universalmente stimata come professionista di grande equilibrio e provata esperienza. A quanto afferma il Cdr, ne' la curatrice Paola Palombaro, ne' Pina Debbi, vicedirettore responsabile del settimanale 'Reality', ne' lo stesso Piroso hanno esternato alla collega le criticita' per le quali si riteneva opportuno non mandare in onda l'inchiesta. In un momento in cui la liberta' di informazione - conclude il comunicato - e' accerchiata e messa a rischio da iniziative politiche, legislative e da autocensure, non e' accettabile che un direttore di testata si esponga al dubbio di voler censurare un servizio su una materia cosi' importante per la convivenza democratica come i rapporti fra Stato e Mafia. Invitiamo il direttore Antonello Piroso, nella sua autonomia, a riconsiderare la decisione e, una volta superate le criticita' da lui evidenziate, a mandare in onda l'inchiesta nella prima trasmissione raggiungibile''. Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21 ha espresso invece solidarieta' al Cdr di La7 e Silvia Resta, aggiungendo: ''Se e quando Fnsi e stampa romana decideranno di promuovere un' iniziativa non solo parteciperemo ma metteremo a disposizione i legali di Articolo21 per qualsiasi iniziativa decideranno di assumere e promuovere''.

Tratto da: articolo21.org

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