venerdì 27 novembre 2009

La gestione dei pentiti, una vecchia storia dei soliti magistrati

di Dario Campolo

Sono amareggiato, rattristato, e come se non bastasse NAUSEATO nel vedere un Nicola Cosentino sorridente in sala Stampa per la negazione all'arresto da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.

In questi giorni tutti contro i pentiti, tutti contro i cosiddetti collaboratori di giustizia, dimenticando ciò che si è riuscito a fare ai tempi della lotta al terrorismo (Giancarlo Caselli e Ferdinando Imposimato) passando alla lotta contro la mafia per via del famoso maxiprocesso diretto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino grazie alla loro collaborazione (dei pentiti).

Tutti dimenticano come lo stesso Falcone già allora era attaccato per la gestione dei pentiti, qualcuno ebbe il coraggio di affermare che utilizzava i pentiti di una parte mafiosa per sconfiggerne l'altra parte nemica. Altri tempi ma stessi metodi con la differenza che oggi siamo assefuatti da tutto e per tutto con la conseguenza di non renderci più conto dello schifo a cui oggi stiamo assistendo.

Oggi ad esempio, non riuscirei mai ad immaginare una folla di persone tirare monetine in faccia a Craxi come capitò negli anni di tangentopoli, certo, io lo spero ma ahimè il sistema ha tirato su un ottimo stile di vita (o quasi) per tutti che solo al pensiero di privarsene fa sì che ognuno pensi solo a se stesso e non più alla collettività, rinunciando a quel minimo spazio di libertà, legalità e moralità che ognuno di noi dovrebbe avere di diritto.

Dobbiamo capire che la verità fa male, ma se riscontrata e giudicata attendibile va allo stesso tempo accettata, chi vuole capire capisca, non si può pensare sempre e solo che tutti i magistrati sono comunisti o politicizzati, posso capire 1, 10, 30, ma non tutti perchè nasce spontaneo pensare come l'anomalia non sia più la magistratura.

Ieri sera sono andato a scovare nella mia libreria e ho ritrovato uno spaccato molto interessate presente sul libro "Cose di cosa nostra" di Giovanni Falcone e Marcelle Padovane, ne giudico fondamentale la lettura per capire al meglio l'argomento in questione.

Nel dramma dei pentiti
di Giovanni Falcone

I motivi che spingono i pentiti a parlare talora sono simili tra loro, ma più spesso diversi. Buscetta durante il nostro primo incontro ufficiale dichiara: “Non sono un infame. Non sono un pentito. Sono stato mafioso e mi sono macchiato di delitti per i quali sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia “. Mannoia: “Sono un pentito nel senso più semplice della parola, dato che mi sono reso conto del grave errore che ho commesso scegliendo la strada del crimine”. Contorno: “Mi sono deciso a collaborare perché Cosa Nostra è una banda di vigliacchi e assassini”.
Mannoia è quello che più ha risvegliato la mia curiosità. Avevo avuto a che fare con lui nel 1980, in seguito a una indagine bancaria che indicava come sia lui sia la sua famiglia tenessero grosse somme di denaro su diversi libretti di risparmio. Mannoia al termine del processo fu condannato a cinque anni di carcere, il massimo della pena previsto allora per associazione a delinquere. Non ero riuscito a farlo condannare per traffico di droga. Durante gli interrogatori mi era sembrato un personaggio complesso e inquietante. Non antipatico, dignitoso e anche coerente. Nel 1983 evase di prigione e fu arrestato di nuovo nel 1985.
Nel frattempo Buscetta mi aveva parlato di un certo Mozzarella – era il soprannome di Mannoia -, “killer di fiducia di Stefano Bontate”. Nel 1989 al Mannoia uccidono il fratello, Agostino, che adorava. Capisce che il suo spazio vitale nell’ambito di Cosa Nostra si sta restringendo. Perché o hanno ucciso suo fratello a torto – e deve chiederne conto e ragione -, oppure lo hanno ucciso a ragion veduta; in entrambi i casi significa che anch’egli sarà presto eliminato. Fa una lucida analisi della situazione e decide di collaborare.
Le cose sono andate così. Nel settembre 1989 il vicequestore Gianni De Gennaro mi chiama per avere informazioni sull’attuale situazione giudiziaria di Francesco Marino Mannoia. Una donna, che si era qualificata come la sua compagna, era andata a trovarlo per dirgli che Mannoia era pronto a collaborare, ma che voleva avere a che fare solo con due persone: con lui e con Falcone dato che, diceva la donna, “non si fida di nessun altro”.
Con l’aiuto del Dipartimento penitenziario del ministero di Grazia e Giustizia, Mannoia viene trasferito in una speciale struttura carceraria, allestita a Roma appositamente per lui. Ufficialmente è detenuto a Regina Coeli, dove peraltro viene condotto per i suoi incontri. Per tre mesi abbiamo parlato in tutta tranquillità. Poi, diffusasi la notizia della sua collaborazione, Cosa Nostra gli uccide in un colpo solo la madre, la sorella e la zia. Il pentito reagisce da uomo e porta a termine le sue confessioni.
Mannoia è un superstite; “soldato” di Stefano Bontate, quindi membro di una famiglia ritenuta perdente a seguito della guerra di mafia, era riuscito a rimanere neutrale e aveva continuato, fra il 1977 e il 1985, a raffinare eroina – era il miglior chimico dell’organizzazione – per tutte le famiglie che gli facevano ordinazioni. Anche in carcere aveva continuato a mantenere buoni rapporti con tutti i detenuti. Applicava al meglio un antico proverbio siciliano: “Calati, juncu, ca passa la china – Abbassati, giunco, che passa la piena”. Aspettava in silenzio di prendersi la rivincita sui “Corleonesi”. Da qui la sua straordinaria confessione, una delle più dense mai rilasciate, e una massa di informazioni che siamo ben lontani dall’avere completamente sfruttato.
Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti “intimistici”, del tipo “conversazione accanto al caminetto”. Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni. Hanno insinuato che nascondevo “nei cassetti” la “parte politica” delle dichiarazioni di Buscetta. Si è giunti a insinuare perfino che collaboravo con una parte della mafia per eliminare l’altra. L’apice si è toccato con le lettere del “corvo”, in cui si sosteneva che con l’aiuto e la complicità di De Gennaro, del capo della polizia e di alcuni colleghi, avevo fatto tornare in Sicilia il pentito Contorno affidandogli la missione di sterminare i “Corleonesi”!
Insomma, se qualche risultato avevo raggiunto nella lotta contro la mafia era perché, secondo quelle lettere, avevo calpestato il codice e commesso gravi delitti. Però gli atti dei miei processi sono sotto gli occhi di tutti e sfido chiunque a scovare anomalie di sorta. Centinaia di esperti avvocati ci hanno provato, ma invano.
La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico, e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono.
Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi.

tratto da Cose di cosa nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovane

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