mercoledì 18 novembre 2009

Colpi alla mafia da magistrati e poliziotti...

di Nicola Tranfaglia

La cattura di Domenico Raccuglia di Altofonte detto il «veterinario», assassino, tra gli altri, del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido per vendetta contro il padre, il pentito Santino Di Matteo, è una indubbia vittoria dei magistrati e dei poliziotti di Palermo. Raccuglia era probabilmente uno dei capi al vertice dell’organizzazione e si sa che, nel 1993, custodì l’esplosivo per gli attentati a Roma, Firenze e Milano. Con Matteo Messina Denaro, capo indiscusso della mafia trapanese e oggi tra i maggiori (se non il maggiore) boss dell’associazione siciliana, si nascondeva non più nel palermitano ma nell’altra provincia siciliana. Se Raccuglia parlasse, molti aspetti di quell’ultima fase di comando corleonese dopo le grandi stragi del 1992 potrebbero diventare chiari per i giudici che stanno indagando proprio sul periodo cruciale per la trattativa tra la mafia e le istituzioni e per i rapporti tra Cosa Nostra e i nuovi referenti politici.
Resta il fatto che non si può dimenticare che la repressione giudiziaria e di polizia continua a funzionare per l’impegno di magistrati e poliziotti dediti al loro lavoro, pur in condizioni pessime dal punto di vista delle risorse e delle attrezzature, ma la politica del governo non mostra di voler accompagnare alla repressione misure istituzionali ed economiche, oltre che culturali, che rendano più proficua la lotta contro le associazioni mafiose. Non parlo qui del «processo breve» perché non sappiamo ancora se il disegno di legge Gasparri-Quagliariello-Bricolo passerà e in quale forma diventerà legge dopo il dibattito alla Camera. A giudicare dalle contorsioni interne della maggioranza e dalle proposte del Presidente della Camera on. Fini e del leader dell’Udci on. Casini che, a questo punto, preferirebbero una nuova versione del lodo Alfano piuttosto che una riforma così contraddittoria e pericolosa come quella del disegno di legge attuale. C’è, tuttavia, nelle posizioni assunte da Fini e Casini, la sottovalutazione dell’argomento contenuto nella sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano che riguarda l’articolo 3 della Costituzione: anche se approvato con la procedura delle leggi costituzionali, potrebbe essere respinto dalla Corte se resta la disuguaglianza tra i cittadini già notata nella precedente formulazione. Resta, invece, l’ambiguità di fondo della maggioranza che a parole parla di lotta alla mafia ma con le scelte pratiche sembra non in grado, o non avere la volontà, di farla. Due esempi. Il primo è il perdurante rifiuto di sciogliere il consiglio comunale di Fondi senza rispondere alla relazione negativa del prefetto di Latina. Il secondo è l’emendamento alla finanziaria votato a maggioranza al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie. Il rischio di restituirli alle organizzazioni mafiose che dispongono del liquido necessario è inevitabile.

da l'unità.it

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