sabato 7 novembre 2009

Ciancimino: «Provenzano tradì Riina». Ultimo: «È tutto falso»

di Saverio Lodato

Bernardo Provenzano giocò la parte del Giuda con Totò Riina. Lo fece arrestare dal Ros, fornendo se non proprio iI numero civico, quantomeno l’ubicazione del residence che fungeva da covo, mettendo fine alla sua pluridecennale latitanza, prendendone il posto al vertice di Cosa Nostra, dando inizio alla lunga strategia dell’immersione «buonista» dopo l’escalation stragista che stava mettendo in ginocchio lo Stato.

La rivelazione – sarebbe più esatto dire il remake cinematografico di una scomoda verità - reca la firma di Massimo Ciancimino. È il giovane figlio di “don” Vito, che da mesi si è caricato sulle spalle l’onere di ricomporre un mosaico logico, e risaputo per gli addetti ai lavori, le cui tessere erano state sparpagliate – a bella posta - in mille direzioni. È accaduto ieri mattina a Palermo, nel supercarcere di Pagliarelli, nel corso di un’udienza del processo per riciclaggio che lo vede in veste di imputato. Massimo Ciancimino ha raccontato che il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, nell’estate 1992 e a strage di Capaci già avvenuta, consegnò al padre, “don” Vito, le mappe planimetriche della città di Palermo chiedendo espressamente al vecchio leone mafioso di darsi da fare per evidenziare il covo-Riina. Il padre – sempre secondo la sua deposizione di ieri- non declinò l’invito. Tutt’altro. Prese consegna delle carte, ne fece – da buon professionista - copia e, successivamente, le girò a un mafioso che per consuetudine faceva da tramite fra lui e il cosiddetto «ingegner Lo Verde», alias Provenzano, in quel periodo latitante come tanti altri capi della sua stazza. Tempo dopo, l’uomo si rifece vivo con le stesse mappe che ora, però, contenevano un elemento grafico nuovo: un cerchietto rosso che delimitava in maniera stretta il residence di via Bernini dove, il 15 gennaio del 1993, Riina avrebbe concluso la sua latitanza.

In altre parole: la vulgata del Ros su quanto accadde quel giorno, e che fece il giro del mondo, alla luce di questo piccolo «antefatto» , sembrerebbe, con il senno di poi, una panzana per allocchi. Ricordate? Per anni si disse che alla squadra del capitano “Ultimo” andava ascritto l’intero merito di aver trovato l’ago nel pagliaio: l’aver cioè iniziato il lavoro investigativo con le intercettazioni telefoniche e ambientali nella macelleria dei fratelli Ganci, nel popoloso rione della Noce a Palermo, da dove partivano per scomparire, i fili dell’«invisibilità» di Totò Riina. Si obietterà che le dichiarazioni di Massimo Ciancimino non hanno
la veridicità dei Vangeli. Ma è altrettanto acquisito che alla ipotetica panzana diede un valido contributo massmediologico, lo stesso generale Mario Mori, diretto superiore di Ultimo e De Donno. Ci riferiamo alla storiella che un altro pentito di mafia, Balduccio Di Maggio, venne infilato dai Ros, alla vigilia del blitz, in un furgone posteggiato a pochi passi dal covo. La tesi era che i militari non erano sicuri che fosse proprio Riina ad abitare lì; Di Maggio avrebbe così fatto il riconoscimento indispensabile prima che scattasse l’operazione. Se invece rileggiamo le deposizioni di Giovanni Brusca abbiamo una ricostruzione dell’accaduto dalla visuale opposta, cioè quella mafiosa: Brusca ha raccontato che uno degli uomini che avevano partecipato alla lunga catena dei «Giuda» che avevano tradito Riina fu poi assassinato dai corleonesi, che gli erano rimasti fedeli. Insomma, Cosa Nostra non diede molto peso alla panzana. E forse non ebbe tutti i torti.

da l'unità.it

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