lunedì 23 novembre 2009

Ciancimino: Provenzano si sentiva intoccabile

di Nicola Biondo

Dalla cassetta di sicurezza che conteneva il «papello», vengono fuori altri documenti. A consegnarli alla Procura di Palermo è stato Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex-sindaco del capoluogo siciliano protagonista nel 1992 della trattativa tra Stato e mafia. Si tratterebbe di alcuni dei “pizzini” dattiloscritti Bernardo Provenzano aveva inviato negli anni Novanta, durante la sua latitanza, a «l’Ingegnere» – così il boss chiamava Vito Ciancimino - nella sua casa romana.

Il materiale consegnato da Massimo Ciancimino è stato definito «molto interessante» dagli investigatori. Poche righe scritte a macchina che darebbero nuovi elementi per la ricostruzione della cosiddetta «trattativa», e non solo. Ci sono tante domande a cui ancora manca la risposta. Ci si chiede per esempio se don Vito, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, abbia continuato a “lavorare” per Provenzano e se abbia fatto da tramite, sempre dopo le stragi del 1992, tra il boss e settori delle istituzioni e dell’imprenditoria. Ma c’è anche altro materiale che i magistrati si aspettano di avere dal figlio di don Vito. Si tratta di una serie di nastri di registrazioni. Su questo aspetto ci sono state nel tempo versioni e ipotesi diverse. Inizialmente pareva che addirittura i nostri contenessero le registrazioni dei colloqui tra don Vito e gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno che, nell’estate del 1992, incontrarono in più occasioni l’ex sindaco. Sarebbe stata una documentazione importantissima perché quei colloqui sono al centro dell’indagine sull’ipotizzata trattativa. «In realtà - ha però chiarito Ciancimino junior ai magistrati - quei nastri non contengono ciò che mi aspettavo. Comunque - ha aggiunto - ho consegnato tutto il contenuto della cassetta di sicurezza in cui custodivo alcuni documenti di mio padre». Con buona certezza può dirsi che fino alla morte, avvenuta nel novembre del 2002, Vito Ciancimino è stato un punto di riferimento per Provenzano e per la sua «mafia invisibile», dedita, cioè, non più alle stragi ma agli affari.

Gli incontri avvenivano – a detta di Ciancimino jr – anche nella casa romana del padre, a due passi da Piazza di Spagna, e questo benché Provenzano fosse il latitante numero uno in Italia e l’ex-sindaco un sorvegliato speciale. Una circostanza, questa, che conferma il sospetto che don Binu sia stato davvero un «intoccabile». Di certo don Vito Ciancimino si comportava come se non avesse alcun dubbio in proposito: «Mio padre aveva la certezza – ha detto il figlio Massimo ai magistrati - che il Provenzano potesse tranquillamente muoversi all’interno del territorio nazionale e anche nel territorio non nazionale. Come se avesse quasi una missione...». Missione di cui la trattativa con lo Stato – secondo l’ipotesi investigativa – è stata il frutto, per alcuni benedetto e per altri avvelenato. La collaborazione di Ciancimino si è intanto estesa anche al caso della scomparsa dei due imprenditori edili Antonio e Stefano Maiorana, padre e figlio, avvenuta nell’agosto 2007. Ha affermato di aver avuto contatti con Antonio due mesi prima della scomparsa: «Era preoccupato, temeva per la sua vita».

da l'unità.it

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