martedì 17 novembre 2009

2009, fuga dalla Giustizia

di Marco Travaglio

Si ricomincia: con la scusa della fame nel mondo, di cui non gli è mai importato nulla, tant’è che ha ridotto i contributi alla Fao, Mister B. ha ripreso a fuggire dalla giustizia. Ieri se n’è rimasto barricato per tutta la giornata al summit di Roma raccontando balle e, negli intervalli fra l’una e l’altra, barzellette. La Procura di Milano aveva proposto al Tribunale di non considerare impedimento assoluto quel Vertice, che fra l’altro dura tre giorni, e di tenere in mattinata l’udienza di riapertura del processo Mediaset. Ma i giudici, noti comunisti, han preso sul serio la barzelletta dell’impedimento assoluto rinviando tutto a fra due mesi. “Il 18 gennaio il presidente ci sarà”, ha annunciato l’on. avv. Niccolò Ghedini, sempre spiritoso: “Non vi è alcuna volontà dilatoria”. Deve trattarsi dello stesso Ghedini che sta preparando in tutta fretta una legge per ammazzare quello e altre centinaia di migliaia di processi, da approvarsi – ha ordinato il Capo – “entro Natale, anche col voto di fiducia”. Così il 18 gennaio il processo sarà già morto e sepolto, e il Cavaliere potrà dedicarsi a qualche altro impegno istituzionale, magari con qualche escort, visto che l’allarme terrorismo è passato e lui è tornato a dormire a Palazzo Grazioli nel lettone di Putin. Quanto al processo Mills, ha già fatto sapere di avere tutti i giorni impegnati sino a fine anno. Del resto anche questo è un déjà vu fra il 2001 e il 2003, quando sia Previti sia Berlusconi le tentavano tutte pur di fulminare i loro processi: rogatorie, scudo fiscale-1, falso in bilancio, Cirami, lodo Schifani. Nell’autunno 2001 Previti inviò al Tribunale un certificato di malattia, per via di un’improvvisa operazione all’anca che lo inchiodava al letto rendendolo “intrasportabile”. Senonché un giorno l’intrasportabile fu visto salire con passo garibaldino le scale di Palazzo Grazioli. La Boccassini chiese allora di portare in aula il malato immaginario “anche in barella”. Allora, dopo aver disertato l’80,44% delle sedute alla Camera, divenne un presenzialista da Guinness. E, siccome l’impedimento diventa assoluto se il parlamentare deve parlare, riscoprì pure un’inaspettata vocazione oratoria su qualunque tema dello scibile umano. Eccolo dunque dissertare su temi appassionanti quali l’“adeguamento ambientale della centrale termoelettrica di Polesine Camerini”, l’“impiego delle giacenze del bioetanolo nelle distillerie”, l’“esecuzione dell’inno nazionale prima delle partite del campionato di calcio”, senza dimenticare il “volo diretto Roma-Washington”. Intanto anche Berlusconi era in fuga solitaria. Impegni di governo a ogni ora del giorno e della notte. I giudici scovarono una finestra libera nella fittissima agenda per sabato 24 maggio 2003. Lui s’inventò un’improvvisa visita di Stato in Lussemburgo, suscitando sorpresa e incredulità presso le autorità locali e italiane nel Granducato, ovviamente ignare di tutto. Infatti, a parte un’improvvisata “colazione di lavoro” col premier Juncker, il nostro non aveva nulla da fare e ammazzò il tempo con una lunga passeggiata condita di esternazioni e amenità a beneficio dei giornalisti al seguito. Poi comunicò al Tribunale di non avere più un minuto libero dal 5 maggio all’11 giugno. Senonché il 28 maggio atterrò morbidamente a Manchester, per la finale di Champions League Milan-Juventus, con pranzo assieme alla squadra, ai figli maschi e ai cuochi Michele e Oscar opportunamente aviotrasportati. Poi una puntatina in Medio Oriente per siglare la pace fra Israele e palestinesi (purtroppo sfumata). Poi la campagna elettorale in Friuli e un fondamentale vertice a Venezia su “criminalità e immigrazione clandestina nel mare Adriatico” con i prefetti di Belluno e Verona, note località marinare. E così via fino alle dichiarazioni spontanee del 17 giugno. Un’ora di monologo, poi la fuga: “Mi attende a Roma il premier greco, ma torno il 25 giugno, a disposizione per fissare altre udienze”. Poi però l’indomani, a tradimento, i suoi onorevoli avvocati fecero approvare il lodo Schifani e il processo morì. Ora si ricomincia, in attesa della legge sul processo morto e di nuovi lodi. “Nessun intento dilatorio”. Come no.

da il Fatto quotidiano

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