martedì 27 ottobre 2009

Saviano: quella destra che ama la legalità, fra Almirante e Borsellino

di Santi Cautela

“La destra dovrebbe riprendersi quei valori che avevano spinto Giorgio Almirante a fare della lotta alla mafia un punto fisso per l’allora MSI”: a dirlo non è il solito nostalgico di turno ma Roberto Saviano, nella sua “Lettera all’Italia infelice”. La dichiarazione, ripresa dal Secolo d’Italia da Fare Futuro Magazine (testata on line della fondazione di Gianfranco Fini) nei giorni scorsi, si inquadra nel contesto intricato dello scandalo sulla presunta trattativa mafia - Stato e sulla riapertura delle indagini sulle stragi del 92′. Periodo quello, in cui una vecchia classe politica dirottata da un sistema altrettanto usurato e dai contorni sbiaditi, si scollava dall’idea di Stato come istituzione e lasciava spazio a nuove identità. L’Msi appunto, che diverrà AN pochi anni dopo e Forza Italia.

Saviano scruta con lo sguardo attento di un investigatore la situazione attuale, laddove il processo di accorpamento e di accentrismo dei partiti ha sicuramente scolorito quei valori che sono stati prima persi, poi ripresi e infine abbandonati da una parte della sinistra e della destra. Ma la lotta alla mafia è anche altro. E parlarne in questi giorni, dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio più piccolo dell’ex sindaco di Palermo, appare tutt’altro che inopportuno. Dichiarazioni che devono ancora essere pesate dall’autorità giudiziaria ma che hanno già lasciato il segno come in una catena di domino. Crollano i pezzi, uno dopo l’altro: prima Violante ex presidente della commissione dell’antimafia ai tempi delle stragi, poi Mancino, successore di Enzo Scotti, socialista ex ministro dell’Interno nei primi anni 90' e oggi sottosegretario agli affari esteri nel governo Berlusconi.

Queste le istituzioni, lo Stato appunto, che sarebbero state coinvolte nella trattativa, ma che negano l’esistenza della stessa tra Stato e mafia. Non si parla di leggi, non si parla di patti o contratti, ma di due parti poco distinte che si identificano la prima nel governo di turno, la seconda nei capi mafia di allora. E’ stato accertato che la strategia messa in atto dalla cupola palermitana mirava ad ottenere dei risultati precisi, ma si può parlare di un vero e proprio negoziato? Ciancimino, il padre, confessò a suo figlio di essere stato usato nella presunta trattativa, ma a negarlo sarà poi il generale Mori del Ros che si occupava dell’indagine all’epoca della strage di Via D’Amelio.

Memorie che tornano e memorie che non ritornano. Il “papello” lui lo ha visto! Ne è sicuro Massimo, figlio di Ciancimino. Dodici punti, messi per iscritto su un foglietto e di cui Mori doveva necessariamente essere a conoscenza e questo prima che la guerra tra mafia e Stato si spostasse nelle aule di tribunale. Piero Grasso, attuale procuratore nazionale dell’antimafia, è sicuro che il “papello” sia stato addirittura in grado di salvare la vita a molti ministri tra cui Andreotti. Secondo le dichiarazioni del neopentito Gaspare Spatuzza, poi, nella vicenda rientrerebbero personaggi come Dell’Utri. Sarebebro coinvolti anche agenti dei servizi segreti. La confessione della moglie di Borsellino sembra aprire uno spiraglio a riguardo: “mio marito si sentiva spiato in quel periodo”. Ci sono poi le parole dure di Scotti che difende Martelli: “abbiamo tenuto una linea dura quegli anni, escludo l’esistenza di questa trattativa”.

Il boss dei boss, Provenzano, che teneva in mano l’amministrazione di cosa nostra sembrava addirittura aver redatto una bozza del papello in tempi “non sospetti”, in cui si avanzavano pretese a dir poco pretenziose a difesa di mafiosi condannati all’ergastolo. Lo scudo era Ciancimino, la vittima insospettabile Riina, non d’accordo su tale mossa. Secondo Ciancimino junior, la “ristampa” del papello fu fatta nel periodo a cavallo tra le due stragi: l’ultima avrebbe rappresentato il monito finale per accelerarne la concretizzazione. Perché la vittima dell’operazione fu Riina? Perché la trattativa fu portata avanti da Provenzano, subito dopo il suo arresto; e si dice che sia stato proprio lo stesso provenzano a consegnare Riina alla Giustizia. Conferma viene dal pentito Nino Giuffrè. Lo stesso Mori fu accusato di aver evitato l’arresto dell’ultimo capo dei capi nel 95'.

L’inchiesta va avanti, tra testimonianze e pressioni. Prima dello scoop firmato Ciancimino jr, il neo pentito Giuseppe Ilardo morì improvvisamente dopo aver “sussurrato” che alcune delle stragi erano state ordinate dallo Stato e non dalla mafia. A Massimo Ciancimino, frattanto, è stata negata la scorta nonostante le numerose minacce. Lui conosce i nomi e invita gli altri a parlare. L’indagine si sposta a Caltanissetta per chiarire chi c’era dietro le stragi di Falcone e Borsellino. Adesso spunta anche una nuova ipotesi: Borsellino aveva scoperto tutto sulla trattativa ma non era d’accordo. Questo gli fu fatale. Eppure la posizione dell’intermediario numero uno, il generale Mori va tuttora chiarita. Si parla di colloqui privati, almeno tre, tra lui e Ciancimino che all’epoca rappresentava i padrini di turno, Riina e Provenzano. Mancano le dichiarazioni di alcuni pentiti che nel frattempo sono morti, mancano poi alcuni verbali mai trasmessi alla procura di Palermo. E soprattutto, manca il foglio originale di questo fantomatico “papello”. Intanto nuove voci si aggiungono nell’agenda dei magistrati. Come quella che vede in Berlusconi il nuovo successore del legame tra Stato e Mafia. Designato dopo il crollo dei socialisti e dei democristiani, Silvio Berlusconi faceva gola a tutti, era il soggetto perfetto. E Marcello Dell’Utri sarbbe stato il tramite con Cosa Nostra.

Questo sostanzialmente ciò che è emerso da numerosi giornali e da una puntata di Annozero di qualche settimana fa. Peccato che i processi si fanno nei tribunali altrimenti chissà quanti ne avrebbero vinti a suon di ascolti Santoro, Travaglio e company. Alle spalle di pentiti che muoiono e di magistrati silenziosi che fanno il loro lavoro in uffici pericolosi come quelli di Caltanissetta o Palermo. Altro che Milano o Firenze.

Borsellino probabilmente sapeva della trattativa, ma credeva in qualcos’altro. Credeva che lo Stato potesse fare tanto per combatere la mafia, senza ricorrere a pizzini di carta e trattative losche. Credeva nella legge e nella giustizia. Proprio come il giornalista Beppe Alfano, militante dell’Msi (anche se mipemente espulso dal suo partitO), ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto perché aveva svelato interessi e collusioni fra politica e mafia locale… Oggi di lui si parla poco e niente. Così come sono state dimenticate le prime proteste dopo le stragi, organizzate dalla destra giovanile piazza Montecitorio nel lontano 1993, le fiaccolate a Palermo, la lotta al pizzo e l’attivotà di denuncia e sensibilizzazione che contraddistingue ancora i giovani militanti della destra nazionale, dalle frange più estreme alla realtà nascente del PDL.

E di nuovo, memorie che tornano e memorie che non ritornano. Forse parte della destra dovrebbe ricordare, dovrebbe riprendersi quello spazio tra l’identità e la legalità, che per un quindicenio è stato trascurato per non scomodare verità scomode, memorie silenziose nei dislivelli della storia italiana. È un invito indiretto, lanciato da Saviano, affinché la situazione cambi in nome dell’esempio trasparente di riferimenti valoriali ed ideali che sono radicati e forse solo un po’ sbiaditi nel DNA più vero della destra italiana.

da mediapolitika.com

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