martedì 20 ottobre 2009

Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice

di Dario Campolo

Condivido e sottoscrivo tutto quello che Travaglio scrive nell'articolo pubblicato quest'oggi dal quotidiano il Fatto che di seguito riporto sul Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, è anni che ho sospetti e domande alle quali nessuno può darmi risposte. Già da quando si è disintegrato il pool antimafia diretto da Caselli grazie all'arrivo di Grasso per arrivare fino al posto "scippato" di procuratore Antimafia Nazionale con naturale elezione di Gian Carlo Caselli ahimè snaturata grazie al Governo Berlusconi che fece una leggina ad HOC per eliminare (non si ammazza più oggi) Caselli e al suo posto chi arriverà?
PIERO GRASSO,

meditate gente meditate.

di Marco Travaglio

Sbaglia Antonio Di Pietro quando chiede al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso di “fare i nomi di chi gestì questa indecente mercificazione dello Stato” con la mafia. E sbagliano le verginelle violate della commissione Antimafia, i vari Tassone, D’Alia e altri, che scoprono all’improvviso l’acqua calda, fingendo di non sapere che ciò che ha detto Grasso non è frutto di sue scoperte o intuizioni recenti, ma è tutto scritto nelle sentenze definitive di condanna degli esecutori materiali delle stragi: dopo Lima e Falcone, Totò Riina aveva in programma di eliminare una serie di politici (Martelli, Mannino, Andreotti, Vizzini e altri); poi però fu dirottato su Borsellino da un input esterno. Così, invece dei politici, morirono il povero giudice e, un anno dopo, altri dieci cittadini inermi.
Grasso non può invece conoscere i nomi dei politici che avviarono o coprirono quell’immonda e criminogena trattativa con la mafia: li stanno cercando i pm di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano che indagano sui mandanti occulti di via d’Amelio e delle stragi del ’93 a Milano, Firenze, Roma e sui patteggiamenti retrostanti fra Stato e Cosa Nostra.
Sono altre le domande da porre al dottor Grasso.
Riguardano la gestione quantomeno “minimalista” o “sbadata” del caso Ciancimino da parte della Procura di Palermo da lui diretta fra il 2000 e il 2005.
Perché la lettera di Provenzano a Berlusconi, sequestrata dai carabinieri nel 2005 a casa di Ciancimino jr., non fu trasmessa ai magistrati del processo Dell’Utri, non fu allegata agli atti del processo al figlio di don Vito, ma fu “dimenticata” in uno scatolone, per giunta strappata e dimezzata?
E perché Ciancimino jr. non fu mai interrogato su quella lettera del capo della mafia al capo del governo, né sulla trattativa del Ros con suo padre?
E perché Grasso, nel 2000, non avvertì i colleghi sulle riunioni in carcere fra l’allora Pna Vigna e i boss (Aglieri e altri) ansiosi di “dissociarsi“ a costo zero, riunioni di cui anche lui era informato, salvo poi dichiarare: “Se ci fosse stato quel patto ci saremmo dimessi tutti”?
E perché il pm Alfonso Sabella, che nel 2001 si oppose ai nuovi maneggi per la “dissociazione” dei boss, fu cacciato su due piedi dalla direzione delle carceri dove lavorava?
E’ troppo sperare in qualche risposta esauriente, o anche per il dottor Grasso e i suoi sostenitori a mezzo stampa fare domande è “delegittimazione”?

da il Fatto Quotidiano

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