venerdì 16 ottobre 2009

Palermo, 16 luglio 1992: Borsellino non incontro' i carabinieri del Ros in Procura

di Marco Bertelli

In seguito alla puntata della trasmissione televisiva Annozero intitolata “Verità nascoste”1 (8 ottobre 2009), diversi organi di stampa si sono occupati di un progetto di attentato che nel luglio 1992 sarebbe stato messo a punto per colpire l’allora Pubblico Ministero di Milano Antonio Di Pietro ed il Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino.

In particolare, l'incombente minaccia di morte riguardante i due magistrati fu segnalata in un'informativa datata 16 luglio 1992 e stilata dal Reparto operativo speciale (Ros) dei Carabinieri di Milano sulla base delle rivelazioni di una fonte confidenziale che fu ritenuta estremamente attendibile. Il confidente rivelò l’esistenza di un pericolo imminente di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino e fece riferimento agli interessi nel nord d’Italia di alcune famiglie mafiose di Cosa Nostra, tra le quali quelle facenti capo ai boss Salvatore Riina e Gaetano Fidanzati. Il Ros di Milano elaborò un rapporto basato sulle dichiarazioni dell’informatore e lo inviò alle Procure della Repubblica di Milano e Palermo.

L’esistenza dell’informativa del Ros fu resa nota pubblicamente il 23 luglio 1992 in un articolo apparso su il quotidiano IL SECOLO XIX.2 Antonio Di Pietro e Paolo Borsellino furono messi a conoscenza del contenuto di questa informativa?

Antonio Di Pietro ha confermato durante la puntata di Annozero dell’otto ottobre 2009 di aver letto personalmente l’informativa giovedì 16 luglio 1992: “Io, il 16 luglio del 1992, ho avuto modo di leggere con attenzione l’informativa dei carabinieri del Ros che erano venuti a trovarmi nel mio ufficio della procura. I militari, sviluppando le indagini informative nel periodo successivo alla morte del giudice Giovanni Falcone nella strage di Capaci, erano venuti a sapere che Borsellino ed il sottoscritto erano le due nuove vittime predestinate della mafia”.3 Di Pietro ha poi specificato che in seguito a questa grave ed attendibile minaccia le misure di sicurezza nei suoi confronti vennero pesantemente rafforzate: gli venne raddoppiata la scorta, gli fu fornita un auto blindata4 ed il PM milanese per alcune notti non dormì neppure a casa.5 Il 4 agosto 1992 il magistrato fu avvertito dal capo della Polizia Parisi di mettersi in contatto con il questore di Bergamo per ritirare un passaporto di copertura. Successivamente Di Pietro, che fu nuovamente informato di un attentato imminente contro di lui, partì sotto copertura insieme a sua moglie alla volta della repubblica centromericana di Costa Rica.4

Paolo Borsellino fu informato del contenuto dell’informativa? Il giornalista Manlio Di Salvo, dalle colonne del quotidiano IL SECOLO XIX, afferma che anche Borsellino venne messo a conoscenza del documento. Sull’edizione del 23 luglio 1992 del quotidiano ligure leggiamo: “I carabinieri del “Ros” (Raggruppamento operativo speciale) erano riusciti ad entrare in possesso di precise informazioni sugli attentati e, lo scorso 16 luglio, avevano informato i due giudici del pericolo che stavano correndo… I carabinieri avevano avvertito gli interessati del rischio di probabili attentati con tre giorni di anticipo sulla strage di Palermo (di Via D’Amelio, ndr). I due magistrati hanno, però, continuato a lavorare senza dare eccessivo peso alla segnalazione. Poi, domenica scorsa, la bomba che ha provocato la morte del giudice Borsellino e dei suoi cinque uomini della scorta”.2

Di Salvo torna sull’argomento con due articoli nel mese di ottobre 2009, subito dopo che Di Pietro ha confermato dagli schermi di Annozero di aver letto personalmente l’informativa redatta dal Ros di Milano. Il giornalista scrive che la notizia di un imminente pericolo di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino gli fu rivelata la mattina di domenica 19 luglio 1992 da un ufficiale del Ros di Milano in un bar di via Moscova nel capoluogo lombardo6 ed aggiunge che anche Paolo Borsellino fu informato il 16 luglio 1992 del contenuto dell'informativa del Ros: “Il senatore Antonio Di Pietro non sapeva. Nessuno lo aveva informato che anche Paolo Borsellino, come l’ex pm di Mani Pulite, era stato avvertito il 16 luglio di 17 anni fa dai carabinieri del Ros del rischio che stava correndo. Della possibilità di essere una delle due vittime predestinate della mafia. A Palermo, tra gli atti custoditi negli uffici dei carabinieri del Ros, ci sono ancora tutte le copie di quei documenti relativi alle segnalazioni fatte al giudice Paolo Borsellino. Quella mattina del 16 luglio 1992, Borsellino aveva letto l’informativa degli investigatori dell’Arma. E all’invito pressante a spostarsi più che velocemente da un territorio che scottava, avrebbe detto: «Questa è la sede dove svolgo regolarmente il mio lavoro. Io da questo ufficio non ho nessuna intenzione di muovermi». Una decisione che ha pagato con la vita… Il mattino del 16 luglio di 17 anni fa, Paolo Borsellino viene scortato, come sempre, nel suo ufficio. Poco dopo lo raggiungono i carabinieri del Ros. Le facce sono più cupe del solito. D’altronde, la notizia l’allarme è più grave e serio del solito. Borsellino inforca gli occhiali e legge. Con attenzione. Forse intuisce che stavolta il rischio è pesantissimo. L’informativa del Ros sfrutta i canali delle indagini sul narcotraffico. Gli infiltrati nella banda vengono a sapere che alcune famiglie emergenti di Cosa Nostra vogliono uccidere i giudici Borsellino a Palermo e Di Pietro a Milano. Gli investigatori del Raggruppamento operazioni speciali tentano di convincere Borsellino che stavolta la situazione è davvero grave, più del solito. La minaccia arriva da nomi di spicco della malavita organizzata. Ma Borsellino non recede. Scuotendo il capo, dice che lui da lì non si muove, tantomeno ha intenzione di cambiare ufficio o di sottostare a ulteriori misuredi sicurezza: quelle che ha, già gli bastano. Nelle stesse ore, sempre uomini del Ros, riescono invece a convincere l’altro bersaglio della mafia: Di Pietro. Che con un passaporto falso finisce in Costarica con la moglie. La “normalità” finisce nella tarda mattinata di domenica 19 luglio 1992, quando il giudice Paolo Borsellino va a casa della madre per pranzare con lei. Come ogni domenica. E come non accadrà più”.7

In seguito alla pubblicazione su IL SECOLO XIX dei recenti articoli firmati da Di Salvo (10 e 11 ottobre 2009), la notizia che Paolo Borsellino avesse deciso di rimanere a Palermo - nonostante fosse venuto a conoscenza il 16 luglio 1992 attraverso l’informativa del Ros dell'imminente pericolo di attentato - è stata ripresa da numerose agenzie di stampa8 e da altri quotidiani.9

Borsellino fu dunque informato la mattina di giovedì 16 luglio 1992 nel suo ufficio in Procura dai carabinieri del Ros dell’informativa redatta dai colleghi del Ros di Milano?

Un documento fondamentale per ricostruire gli spostamenti di Paolo Borsellino nel mese di luglio 1992 è rappresentato dall’agenda grigia del Magistrato, dove Borsellino era solito segnare alcuni appuntamenti della giornata trascorsa ed i luoghi dove si era recato. Alla pagina di giovedì 16 luglio il Magistrato ha scritto:

Ore 06.00: C (lettera simbolica per “Casa”, ndr)

Ore 06.30: Punta Raisi

Ore 08.00: Fiumicino

Ore 09.00: Roma (D.I.A.)

Ore 13.30: (De Gennaro)

Ore 14.30: (Visconti)

Ore 16.00: (D.I.A.)

Ore 20.00: (Visconti)

Dopo le ore 20.30 (ndr): (Vizzini), (Visconti)




Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino risulta che il Magistrato di prima mattina si avviò da casa (ore 06.00) direttamente all’aeroporto di Punta Raisi (ore 06.30) dal quale raggiunse l’aeroporto di Roma Fiumicino (ore 08.00). Borsellino trascorse il resto della giornata a Roma dove, presso la sede della Direzione Investigativa Antimafia (D.I.A.), interrogò il collaboratore Gaspare Mutolo: Borsellino interroga Gaspare Mutolo. É l´ultimo interrogatorio, dura parecchie ore. Il pentito accetta di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma oggi non si fa in tempo, se ne riparlerá lunedí prossimo. É tardi. Borsellino chiude il verbale senza neppure una parola, sempre piú incupito. Saluta Mutolo, ed é l´ultima volta che lo vede.5 In serata Paolo Borsellino incontrò l’on. Carlo Vizzini, all’epoca segretario del partito socialdemocratico italiano (PSDI), come riportato sull’agenda e ricordato dallo stesso Vizzini in un’intervista del 10 ottobre 2009: “«Andò così - ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».10

Venerdì 17 luglio 1992 Borsellino si trattenne a Roma fino alle ore 12.30 quando si recò all’aeroporto di Fiumicino per imbarcarsi alla volta di Palermo con destinazione l’aeroporto di Punta Raisi dove atterrò alle ore 15.00.11

Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino concludiamo dunque che quel giorno il Magistrato non si recò in Procura a Palermo. Borsellino lasciò di prima mattina la sua abitazione di via Cilea per raggiungere direttamente l’aeroporto di Punta Raisi, dal quale s’imbarcò alla volta di Roma Fiumicino.

Riteniamo pertanto che la notizia secondo la quale il Magistrato sarebbe stato informato del contenuto dell’informativa dei Ros nel suo ufficio in Procura la mattina di giovedì 16 luglio 1992 sia priva di qualsiasi fondamento in quanto nettamente in contrasto con il resoconto degli spostamenti della giornata redatto dallo stesso Borsellino sulla sua agenda grigia.

Le uniche informazioni a nostra disposizione5 relative alla trasmissione della nota informativa alla Procura di Palermo sono le seguenti:

· Una copia dell’informativa fu inviata il 16 luglio 1992 dal Ros di Milano alla Procura di Palermo per posta ordinaria e fu recapitata dopo la strage di Via D’Amelio.

· Il maresciallo Cava del Ros di Milano tentò di contattare direttamente la Procura palermitana ma senza risultato.


Ad oggi (14 ottobre 2009) non risultano ai curatori di questo sito elementi e/o riscontri oggettivi che possano dimostrare che Paolo Borsellino fu messo al corrente dello specifico contenuto della nota confidenziale del Ros di Milano datata 16 luglio 1992 ed attinente ad una minaccia di attentato ai danni dello stesso Borsellino e di Antonio Di Pietro.

Marco Bertelli


APPROFONDIMENTI

1) Le notizie di minacce o pericolo di attentato nei confronti di Paolo Borsellino nel periodo compreso tra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992).

2) Rassegna stampa dell’anno 1992 sulla notizia dell’esistenza dell’informativa stilata dal ROS di Milano, datata 16 luglio 1992 e relativa alla minaccia di attentato nei confronti di Antonio Di Pietro e Paolo Borsellino.

1) Le notizie di minacce o pericolo di attentato nei confronti di Paolo Borsellino nel periodo compreso tra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992)

Nei cinquantasette giorni che separarono la strage di Capaci (23 maggio 1992) dalla strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) Borsellino venne a conoscenza attraverso le forze dell’ordine od in modo persino casuale di diverse gravi minacce di morte che lo riguardavano in prima persona. Nella approfondita ricerca giornalistica curata da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (“L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, Chiarelettere, 2007) sono riportati i seguenti episodi:

a) Giovedì 25 giugno 1992: “Gli ufficiali Sinico e Baudo dei carabinieri di Palermo si recano con il collega maresciallo Lombardo al carcere di Fossombrone per interrogare Girolamo D’Adda sulle circostanze inerenti la strage di Capaci ed i possibili sviluppi futuri. Sinico e Baudo non partecipano al colloquio, ma apprendono dal maresciallo Lombardo che “negli ambienti carcerari si dà il Dott. Borsellino per morto”. Non appena rientrato a Palermo il Cap. Sinico riferisce la notizia a Borsellino il quale afferma di essere a conoscenza del progetto di attentato ai suoi danni, ma fa capire che preferisce accentrare su di sé i pericoli per risparmiarli alla propria famiglia”.12

b) Domenica 28 giugno 1992: “Di ritorno da Bari, a Fiumicino, Borsellino con la moglie Agnese e Liliana Ferraro aspettano di imabarcarsi per Palermo nella saletta vip. Ad un tratto, arriva il ministro della difesa Salvo Andó, socialista, che lo saluta, gli si avvicina e gli dice che deve parlargli. Borsellino si allontana e si apparta con Andó , che subito gli racconta preoccupato dell´informativa del ROS, stavolta spedita alla procura di Palermo, che li indica entrambi come possibili bersagli di un attenato mafioso. Un terzo obiettivo indicato dal ROS é il pm di Milano Antonio Di Pietro. Andó gli chiede informazioni ulteriori, pareri, consigli. Borsellino impallidisce, poi va su tutte le furie: non ne sa nulla. É persino imbarazzato, ma deve confessare ad Andó di essere totalmente all´oscuro dell´informativa. Il procuratore Pietro Giammanco, destinatario ufficiale della nota riservata del ROS, non gli ha comunicato niente”.13

c) Lunedì 29 giugno 1992: “Appena arrivato a Palermo, Borsellino si precipita nell´ufficio di Giammanco, e protesta: “Lo so bene che da una minaccia ci si puó difendere poco, ma é mio diritto conoscere tutte le notizie che mi riguardano.” Urla, si indigna. Per la rabbia, sferra un gran pugno sul tavolo, e si ferisce la mano. E Giammanco? “Farfugliava, farfugliava qualcosa”, racconterá la sera Borsellino ai familiari. “Farfugliava. Diceva: ma che c´entra, la competenza é di Caltanissetta.” Ricorda Lucia Borsellino: “Quando papá ci parla di quell´episodio, sfoga tutta la sua amarezza. Raccontandoci di Giammanco, si chiede mille volte il motivo di quel silenzio, giungendo peró alla conclusione che niente potrá giustificarlo.”14

d) Lunedì 13 luglio 1992: “Nel pomeriggio, un poliziotto della scorta guarda Borsellino in volto, lo vede preoccupato, teso, troppo teso, non puó fare a meno di chiedergli: “Dottore, cosa c´é? È successo qualcosa?” Borsellino, come se non potesse trattenersi, gli dice di botto: “Sono turbato, sono preoccupato per voi, perché so che é arrivato il trirolo per me e non voglio coinvolgervi.” L´agente sbianca, resta senza parole”.15

e) Giovedì 16 luglio 1992: “Un confidente dei carabinieri di Milano rivela che si sta preparando un attentato ad Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte è ritenuta altamente attendibile ed il raggruppamento ROS di Milano invia un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo. L’informativa è inviata per posta ordinaria ed arriverà a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia viene pesantemente rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dorme neppure a casa sua. Il maresciallo Cava del ROS di Milano tenta anche di mettersi in contatto diretto con la Procura palermitana ma senza risultato. Curiosamente la notizia su questa minaccia filtra sulla stampa dopo l’attentato di via D’Amelio in modo alquanto strano: viene pubblicata sul SECOLO XIX del 23 luglio 1992 insieme ad altre due notizie false: un presunto incontro di Falcone e Di Pietro prima della strage di Capaci (incontro subito smentito dallo stesso Di Pietro e dal procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli) e alcune indiscrezioni sulla possibile collaborazione del boss Tanino Fidanzati. Anche questa notizia si rileverà un falso, mentre il rapporto del Ros verrà confermato”.5

2) Rassegna stampa dell’anno 1992 sulla notizia dell’esistenza dell’informativa stilata dal Ros di Milano, datata 16 luglio 1992 e relativa alla minaccia di attentato nei confronti di Antonio Di Pietro e Paolo Borsellino.

a) “Ucciderano quei due giudici” (Manlio Di Salvo, IL SECOLO XIX, 23 luglio 1992)

b) “La mafia vuole uccidere Di Pietro” (Piero Colaprico, la Repubblica, 24 luglio 1992)

MILANO - "Si riferisce" che il sostituto procuratore Antonio Di Pietro dà fastidio alla mafia, per la precisione a Totò Riina, il sessantaduenne capo della Cupola, il quale ha un’azienda alle porte di Milano. "Si riferisce" che c’è un politico dell’hinterland, legato a un uomo politico molto più influente, che aiuta i clan vicini al boss latitante Riina. "Si riferisce" che il sostituto Di Pietro si sta dando troppo da fare, soprattutto sul riciclaggio del denaro, e per questo sarà ucciso. Il confidente riferisce. Ma sono soltanto voci o notizie sicure? Come capire cos’è vero e cos’è bugia sulla base di un rapporto dei carabinieri, che avrebbe dovuto restare riservato?

Queste tre pagine, battute su una macchina per scrivere della caserma di via Moscova, hanno comunque fatto scattare l’allarme rosso. Soprattutto perchè nel rapporto, a fianco di Di Pietro, c’era il nome di un altro giudice, di Paolo Borsellino, ammazzato domenica scorsa. E il rapporto è datato 16 luglio, cioè tre giorni prima della strage di Palermo. Nelle tre pagine non c’è l’ombra di un’indagine. C’è soltanto il resoconto di quello che ha raccontato qualcuno definito "fonte confidenziale". E’ un informatore, che probabilmente frequenta la malavita e, a volte, riferisce quello che sa, che ritiene importante, ai carabinieri. La sua identità è tenuta, come prevede la legge, segreta. Trapela però un particolare fondamentale, e cioè che non si tratta di un pentito di mafia. L’informatore non è uno che ha aderito in passato ai clan di Cosa nostra. Chiunque sia, questo "mister X" è comunque considerato dai carabinieri, gli unici che lo conoscono, "attendibile". Tant’è vero che ha fatto aumentare le misure si sorveglianza per Di Pietro, e le sue parole hanno creato una cappa di tensione prima in Procura e in caserma, e oggi in città.

L’allarme rosso scatta quando l’informatore incontra, a Milano, alcuni ufficiali dell’Arma. Conosce bene gli affari della mafia, o così sembra. La "fonte confidenziale coperta" rivela l’esistenza, nel milanese, di un’azienda i cui proprietari sono parenti e forse prestanome di Salvatore Riina, considerato il capo di Cosa nostra, latitante da 23 anni, anche se il suo avvocato ha fatto sapere, nelle settimane scorse, di incontrarsi con il boss in Sicilia, spesso e volentieri. Secondo il confidente, quest’azienda è un una sorta di campo-base per il riciclaggio con la vicina Svizzera. C’è di più. Cita, con nome e cognome, un politico considerato vicino ai rappresentanti al Nord di Totò Riina. Forse alla famiglia Fidanzati, che da vent’anni domina nella Milano nera? Da questo incontro tra Cc e confidente nasce il rapporto riservato di tre pagine, con il timbro del Ros, il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, in cui si parla dell’imminente pericolo di attentati per Antonio Di Pietro e per il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino.

L’indicazione viene trasmessa alle Procure di Milano e di Palermo il 16 luglio. In quei giorni a Di Pietro è stata rafforzata la scorta. In quei giorni Di Pietro non ha dormito a casa sua. In quei giorni Di Pietro ha allontanato tutti, cameramen e giornalisti, è sembrato più teso del solito. Qualcuno, in Procura, ha parlato della possibilità di una talpa, che conoscerebbe l’evoluzione dell’inchiesta. In quegli stessi giorni, a Palermo, la segnalazione milanese si è solo aggiunta alla lista delle altre, di quelle dei facili profeti di un massacro annunciato da tempo. Per Borsellino, in via d’Amelio, non c’è stato scampo.

Il rapporto dei carabinieri sarebbe dovuto restare segreto, anche per permettere agli investigatori milanesi di capire meglio informatore e informazione. Soprattutto dopo la strage, occorreva stabilire se questo informatore sia prezioso, perchè in possesso di verità decisive, oppure se tutto faccia parte di coincidenze. Ma ieri il quotidiano di Genova Il Secolo XIX ha dato in prima pagina la notizia di questo rapporto e dell’annuncio del doppio attentato, sull’asse Milano-Palermo. Insieme alla notizia vera, e cioè l’esistenza del rapporto con la segnalazione dell’attentato, si leggono due notizie che sembrano infondate, sono smentite dalla Procura di Milano e vanno qui riportate solo per dovere di chiarezza.

La prima notizia riguarda l’incontro - mai avvenuto - tra Di Pietro e Giovanni Falcone, ucciso due mesi fa. Scrive il procuratore capo Francesco Borrelli: "Non è stato rilevato alcun legame tra l’inchiesta milanese in corso e fatti di mafia o comunque di criminalità organizzata. Non è vero che in questo procedimento nè in alcun altro i prestigiosi colleghi Borsellino o Falcone si siano mai avvalsi della collaborazione del dottor Di Pietro nè è vero che il dottor Di Pietro si sia mai occupato di riciclaggio di denaro sporco in italia o all’estero".

L’altra notizia del quotidiano genovese rilancia una voce che, periodicamente, viene fatta circolare e poi viene smentita, e cioè quella della collaborazione con i giudici di don Tanino Fidanzati, considerato un rappresentante di Cosa Nostra al Nord, uno dei dominatori della Milano nera dagli anni ‘ 70 ad oggi, un uomo che - se parlasse sul serio - potrebbe far tremare politici e imprenditori. Fidanzati, detenuto nel carcere di Buenos Aires, aveva cercato addirittura di aggredire Falcone. Arrestato in Argentina grazie a una delle poche operazioni degli uomini dell’Alto commissariato antimafia, si era lanciato contro Falcone proprio per smentire qualsiasi voce di una sua collaborazione con quello che era il più temibile nemico di Cosa nostra. Insomma, il semplice sospetto di una sua "cantata" avrebbe potuto costargli una condanna a morte da parte dei boss corleonesi. Fidanzati quattro settimane fa è tornato in Italia, accettando il rimpatrio. Ha fatto praticamente scena muta nell’unica sua uscita pubblica, l’aula del tribunale di Milano, in cui è comparso circondato da carabinieri. Nel frattempo, i giovani carabinieri del Ros di Milano avevano terminato una lunga operazione, nome in codice "Pina Colada", sbaragliato l’organizzazione dei figli di Fidanzati, scoperto una raffineria di cocaina impiantata a due passi da Milano. Ma "non è vero - scrive ancora il procuratore capo milanese - che il dottor Di Pietro si sia mai occupato di procedimenti riguardanti Gaetano Fidanzati" e il suo clan. "Siffatte informazioni - termina il comunicato - non solo ingenerano inutile angoscia nei familiari di chi fa il proprio dovere, ma aumentano la tensione e confusione in un momento drammatico della vita del paese".

c) “Di Pietro nel mirino della mafia” (Michele Brambilla e Goffredo Buccini, Corriere della Sera, 24 luglio 1992)

Le minacce segnalate dai carabinieri proverrebbero dal clan di Fidanzati Gaetano, boss della droga, da Riina e da Provenzano.
Prima della strage un dossier del Raggruppamento operativo speciale di Milano avvertì : lui e Borsellino sono i bersagli. il procuratore Borrelli di Milano ha comunque smentito legami tra l’ inchiesta di Di Pietro e la mafia.

MILANO. Borsellino e Di Pietro: due giudici diversi, due strategie diverse. Due strade che, alla fine, potevano confluire su un solo obiettivo: Cosa Nostra. Dopo la morte di Falcone, Paolo Borsellino era l’ultima memoria storica dell’antimafia: e, che andasse o no alla Superprocura, restava uno degli avversari principali dell’onorata società. Antonio Di Pietro, invece, è partito dalla corruzione, dagli affari fra politici e imprenditori. Poi, però, potrebbe aver toccato una parte del sistema molto vicina agli interessi mafiosi. Forse era arrivato agli investimenti al Nord del denaro sporco di droga e di sangue. Due nemici, insomma. E Cosa Nostra ha deciso di eliminarli entrambi. Così dice un’informativa dei carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale) di Milano. Un’informativa datata 16 luglio e fondata su indiscrezioni raccolte nel mondo della malavita comune. Quanto siano attendibili queste indiscrezioni, nessuno può dirlo. Ma sta di fatto che tre giorni dopo, il 19 luglio, Borsellino è stato massacrato insieme con la sua scorta. E il documento che il Ros aveva prontamente inviato alle Procure di Palermo e di Milano è diventato terribilmente credibile.

Anche Di Pietro, dunque, è nel mirino della mafia? L’informativa dei carabinieri è stata tirata fuori ieri da un cronista del quotidiano genovese Il Secolo XIX, Manlio Di Salvo, e il procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli non ha smentito lo scoop, di fatto confermandolo. L’informativa dunque c’è, anche se Borrelli ha voluto contestare alcune interpretazioni del Secolo XIX. L’informativa c’è e racconta, in quattro paginette, che Borsellino e Di Pietro stanno arrivando entrambi, sia pure per strade diverse, all’alta mafia. Il giudice milanese sarebbe sul punto di svelare i rapporti fra alcuni politici e Cosa Nostra al Nord. Si parla di un’azienda gestita a Milano da giovani siciliani imparentati con Totò Riina. E di un politico, sia pure di basso profilo, legato però a un big. Si accenna anche alla famiglia Fidanzati. Nomi grossi. Totò Riina, latitante da un paio di decenni, è uno dei due luogotenenti storici di Luciano Liggio. L’altro è Bernardo Provenzano, anche lui latitante, anche lui - come Riina - di Corleone. Secondo tutti i grandi pentiti. Antonino Calderone, Salvatore Contorno, Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta. Riina e Provenzano sono i veri reggenti di Cosa Nostra dall’inizio degli anni Ottanta.

Dopo lo sterminio dei clan Inzerillo e Bontade, i due luogotenenti di Liggio hanno trasformato in dittatura il governo della Cupola, che fino ad allora era stato contrassegnato - se si può usare un termine del genere - da una certa democrazia: nel senso che ogni "famiglia" aveva un suo rappresentante in grado di partecipare alle grandi decisioni. All’inizio degli anni Ottanta si verifica un fatto unico nella storia di Cosa Nostra: una famiglia è presente nella Cupola con ben due rappresentanti, che sono appunto Riina e Provenzano. Anche Fidanzati è un marchio doc. Il capofamiglia, Gaetano Fidanzati, è stato il boss dell’Arenella di Palermo, la zona sotto la cui "giurisdizione" cade anche l’Addaura, dove Cosa Nostra organizzò nell’89 il primo attentato contro Falcone. Don Tanino, condannato a tre anni di reclusione in Argentina e a dodici al maxi-processo di Palermo, era detenuto a Buenos Aires fino a poco tempo fa. Quattro giorni dopo la morte di Falcone ha firmato una rinuncia al ricorso contro l’estradizione: in pratica, ha accettato la galera pur di tornare in Italia. Perchè? Qualcuno ha ipotizzato un suo pentimento. Ma sembra fuori strada. Nei giorni scorsi Fidanzati è venuto in Italia per testimoniare al processo "Fior di loto", una storia di narcotraffico e riciclaggio: ma ai giudici ha offerto solo una serie di "non so" e "non ricordo". E alla fine dell’ udienza si è lamentato per lo strettissimo isolamento in cui è stato tenuto: sperava di poter comunicare con amici e parenti. Cosa c’entri il clan Fidanzati nella storia del possibile attentato a Di Pietro non è ben chiaro. Ma nell’informativa si fa riferimento alla scoperta, nel giugno scorso, in provincia di Bergamo, di una raffineria di cocaina gestita proprio dai Fidanzati. Un’inchiesta in cui Di Pietro non è intervenuto. Ma può darsi che il giudice anti-tangenti si sia imbattuto in qualche collegamento.

Dall’informativa non si capisce chi, all’interno di Cosa Nostra, avrebbe deciso la morte di Di Pietro. Sembra difficile attribuire la paternità della condanna al clan Fidanzati, che in questo momento si trova, praticamente al completo, in galera. Il procuratore Borrelli ha fatto girare nel pomeriggio un comunicato con cui non smentisce l’esistenza dell’informativa e i timori per Di Pietro, ma nega due particolari di scarso rilievo ("Di Pietro non ha incontrato Falcone e non ha mai indagato su Fidanzati") e assicura che non c’è "alcun legame tra l’inchiesta in corso e fatti di mafia". Ma lunedì proprio Borrelli, parlando della strage di Palermo, aveva detto che "l’azione intrapresa dalla magistratura a Milano, attraverso la purificazione e la pulizia nella pubblica amministrazione, può minacciare molto da vicino il mondo dell’ affarismo mafioso".

La tensione, a palazzo, è palpabile. Lo stesso comunicato di Borrelli ha avuto un parto travagliato: Di Pietro ne aveva preparato un altro, che il procuratore capo ha bocciato. Cosa voleva far sapere il giudice anti-tangenti? Il clima è pesante. I magistrati cercano una talpa perchè temono che da palazzo escano notizie che scottano: informazioni sugli arresti da eseguire o sui movimenti dei giudici? Si è partiti da una mazzetta da sette milioni, ora siamo al tritolo.

d) “Di Pietro nel mirino: solidarietà e conferme” (Goffredo Buccini, Corriere della Sera, 25 luglio 1992)

Dichiarazioni da Roma del colonnello Subranni, comandante del Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri. L’informativa del ROS del 16 luglio che segnalava le minacce per Borsellino e Di Pietro ha portato ad un cordone di protezione impenetrabile attorno al giudice, che ha ricevuto la solidarietà dei giovani imprenditori

MILANO. I carabinieri indagano in segreto, ma intanto gettano acqua sul fuoco. I giovani imprenditori scendono in campo. La paura non passa. Il giorno dopo l’allarme per il giudice Antonio Di Pietro è pieno di segnali contrastanti. Ieri tutti i quotidiani d’Italia hanno pubblicato un’informativa del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, datata 16 luglio. Raccogliendo le confidenze di un informatore, i detective di Milano segnalavano che i giudici Borsellino e Di Pietro erano nel mirino dei clan mafiosi. Tre giorni dopo, il 19, Paolo Borsellino è stato assassinato a Palermo assieme agli agenti della sua scorta. Per Di Pietro le misure di sicurezza sono diventate ancor più strette. Dopo che la stampa ha dato notizia del rapporto riservato, è intervenuto da Roma il colonnello Subranni, comandante dei Ros, per spiegare che l’informativa "non è considerata allarmante". In un comunicato diffuso attraverso l’agenzia Ansa, i vertici del reparto speciale dell’Arma fanno sapere: "Le notizie raccolte non da un pentito, come alcuni giornali hanno riportato, ma da un informatore, a Milano, erano estremamente generiche. Non si indicava nè come, nè dove, nè quando gli attentati avrebbero potuto essere fatti. Per quel che riguarda la minaccia al giudice milanese, l’informatore riferiva, più che fatti, un’analisi in base alla quale l’inchiesta sulle tangenti rappresentava un danno per gli interessi di Cosa Nostra, poichè ha indotto un rallentamento in determinate attività economiche. Sulla base di informazioni di quel tipo non sono possibili altre precauzioni che non verificare l’adeguatezza della protezione fornita a persone che, nel caso dei due giudici, erano considerate anche prima in pericolo". Intanto però, anche se tutti smentiscono, i carabinieri continuano a lavorare segretamente sulla pista tracciata dall’informativa. Un lavoro difficile, pieno di ostacoli. E mentre attorno a Di Pietro è steso ormai un impenetrabile cordone di protezione, i giovani imprenditori della Confindustria fanno sentire la loro voce. In una lettera al giudice scrivono: "Sappiamo dei pericoli che sta correndo, ma con lei c’è un’Italia sana, che vuole cambiare. Il momento storico che stiamo vivendo è gravissimo... settemila giovani imprenditori sono con lei per la sua stessa battaglia".

(1)Verità nascoste”, ANNOZERO, programma condotto da Michele Santoro, Raidue, 8 ottobre 2009

(2)Uccideranno quei due giudici“, Manlio Di Salvo, IL SECOLO XIX, 23 luglio 1992

(3)Del collega non ho saputo nulla“, M. D. S., IL SECOLO XIX, 11 ottobre 2009

(4)Ecco come è andata la fuga in Costarica“, Alessandro Da Rold, Il Riformista, 10 ottobre 2009

(5) “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere (2007), pag. 182

(6)La verità su Di Pietro, 17 anni dopo“, Manlio Di Salvo, 10 ottobre 2009

(7)Borsellino non volle espatriare“, Manlio Di Salvo, IL SECOLO XIX, 11 ottobre 2009

(8)Borsellino sapeva dei rischi”, ANSA (11 ottobre 2009)

(9)Di Pietro interrogò Ciancimino a Rebibbia“, Guido Ruotolo, La Stampa, 12 ottobre 2009

(10)Carlo Vizzini: incontrai Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio“, Fabrizio Dell’Orefice, Il Tempo, 10 ottobre 2009

(11)23 maggio – 19 luglio 1992: 57 giorni (parte 3)“, Marco Bertelli, 19luglio1992.com

(12) “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere (2007), pag. 111

(13) “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere (2007), pag. 131

(14) “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere (2007), pag. 132

(15) “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere (2007), pag. 176


da: 19luglio1992.com

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