giovedì 8 ottobre 2009

Il pentito Giuffrè: Provenzano sbirro, fece arrestare Riina

di Giovanni Bianconi

La deposizione al processo sull’ex generale Mori: «Binnu ci disse di appoggiare Forza Italia»


ROMA — Bernardo Proven­zano «è uno sbirro», pensava­no i mafiosi che obbedivano ai suoi ordini nei primi anni Novanta. Un capo di Cosa no­stra che «vendeva» gli altri uomini d’onore per rimanere al vertice dell’organizzazione e traghettarla su nuove posi­zioni: non più l’attacco allo Stato con bombe e stragi, ma una «sommersione» che per­mettesse di riprendere a fare affari senza più guerre.

Così racconta il pentito Ni­no Giuffrè — un mafioso che per quasi un decennio (dal­l’inizio del ’93 fino all’arresto avvenuto nel 2002) ha vissu­to ai fianco del padrino di Cor­leone, ascoltando i suoi di­scorsi e quelli di altri boss che gli gravitavano intorno — nel processo palermitano a carico dell’ex generale Mario Mori, imputato di favoreggiamento per un presunto, mancato ar­resto dello stesso Provenzano nel 1995. Nel disegno dei pub­blici ministeri c’è un collega­mento diretto tra l’accusa in questo dibattimento, la cattu­ra di Riina nel gennaio ’93 con mancata perquisizione della casa in cui abitava (epi­sodio per il quale Mori è stato già assolto) e la «trattativa» tra Stato e mafia passata an­che per i colloqui tra Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Tutti anelli di una stessa catena ricostruita ora dal pentito Giuffrè. «Tutti pensavamo che l’ar­resto di Riina fosse stato pilo­tato da Provenzano — ricor­da l’ex mafioso —. Era parte di una strategia portata avan­ti nell’interesse di Cosa no­stra. Lo stesso Provenzano di­ceva che Riina era diventato ingombrante, e noi ritenem­mo che la sua cattura fosse un 'sacrificio alle divinità', frutto di un accordo tra lui e altre parti che hanno avuto un ruolo in quella vicenda. Del resto per noi fu un arre­sto indolore; c’era il rischio che andando a guardare nella casa di Riina si trovassero let­tere o altri documenti com­promettenti, invece non suc­cesse niente». Ovvio che per i carabinieri le cose sono andate in tutt’al­tro modo, ma la «verità» del pentito Giuffrè è questa.

Cor­redata dagli altri rapporti pa­ra istituzionali del boss corleo­nese lanciato alla riconquista di Cosa nostra dopo l’uscita di scena del suo paesano «stragista»: «Uno dei contatti di Provenzano era Ciancimi­no, che è sempre stato nelle sue mani. Me ne parlava sem­pre, lo usava per i rapporti po­litici e per gli appalti, e si dice­va che avesse contatti coi ser­vizi segreti. Una volta, quan­do gli chiesi se erano vere le voci di sbirritudine sul conto di Ciancimino, Provenzano mi rispose: 'Ma no, lui è anda­to in missione nel nostro inte­resse' ». Sottinteso, presso uo­mini delle istituzioni. Tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93 furono arrestati sia Ciancimino che Riina, Proven­zano riprese lentamente il controllo di Cosa nostra e di­segnò nuove relazioni politi­che. La Dc e il Psi (partito sul quale Riina aveva dirottato il voto mafioso nel 1987) scom­parvero e si cominciò a parla­re di un nuovo movimento politico. «Si trattava di Forza Italia — racconta Giuffrè — e Provenzano ci disse di appog­giarlo. La direttiva di votare questo nuovo partito, secon­do quello che mi disse, era col­legata alla trattativa per risol­vere i problemi che avevamo in quel momento, dai conti­nui arresti agli ergastoli, dal carcere duro al sequestro dei beni. Sosteneva che nel giro di qualche anno avremmo ri­solto tutto, e che con Forza Ita­lia eravamo in buone mani». Fece dei nomi in particolare? «Quelle persone che già era­no in contatto con Cosa no­stra, come Marcello Del­­l’Utri ». C’erano rapporti diret­ti tra Ciancimino e Dell’Utri: «Mi pare di sì, se non ricordo male».

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