lunedì 12 ottobre 2009

"Borsellino chi?"

di Marco Travaglio

Le 12,05 di ieri, squilla il cellulare. “Sono Nicola Mancino. Vorrei parlarle di quel che ha detto ad Annozero e scritto sul Fatto.

Non è un’intervista, è solo un chiarimento, perché non so più come dirlo, ma io il 1° luglio 1992 non ho parlato con Paolo Borsellino. Forse gli strinsi la mano, fra le centinaia di persone che si congratulavano per la mia nomina a ministro dell’Interno, ma non gli parlai. Oggi aggiungo: purtroppo, visto quel che sta emergendo. Perché una cosa dev’essere chiara: la trattativa, se c’è stata, non è passata dal Viminale. Non da me. Nessuno mi ha informato, parlato, accennato, alluso a quel che stava facendo il Ros con Ciancimino. Altrimenti mi sarei opposto a ogni negoziato”.

Ma Borsellino quella sera scrisse “Mancino” sull’agenda grigia, accanto a “Parisi”, allora capo della polizia. “Magari l’ha scritto perché era passato a salutarmi, fra i tanti. Io però non me lo ricordo. Lo dice anche il pentito Mutolo: di ritorno dal Viminale, Borsellino era furibondo perché, al posto di Mancino gli avevano fatto incontrare Contrada”. Ma come faceva lei a non riconoscere Borsellino? Morto Falcone, era il volto più noto dell’Antimafia: l’uomo che portava in spalla la bara di Falcone, un’icona. “Nella bolgia del funerale, Borsellino non lo individuai. E la scena della bara che esce dalla cattedrale, mentre le autorità erano ancora dentro, l’ho vista più volte in tv, ma in seguito. Borsellino lo conoscevo di nome, non di faccia”. Possibile che Ayala dica che lei gli mostrò un’agenda con il suo appuntamento con Borsellino e poi si rimangi tutto? “Mistero. L’agenda che mostrai a lui è a disposizione di chiunque voglia vederla: in quei giorni le pagine sono bianche. Dagli atti del processo sulla strage, risulta che Borsellino passò altre due volte al Viminale: se voleva dirmi qualcosa, poteva passare da me”.

Troppi protagonisti di quei giorni fanno il suo nome come garante della trattativa: Ciancimino jr., Brusca, persino Riina. “Riina è convinto che sapessi in anticipo del suo arresto. In realtà io, il 5 luglio, andai a Palermo e lanciai un appello a magistrati e forze dell’ordine perché facessero ogni sforzo per catturarlo. Parisi lo prese per un rimprovero: ‘Lei, ministro, mi fa pagare pure gli interessi…’. Brusca riferisce quel che diceva Riina. E Massimo Ciancimino riporta cose dette da suo padre. Non so se qualcuno millantò spendendo il mio nome, sta di fatto che io non garantii nulla e non seppi nulla”. Strano che il Ros informi uno dell’opposizione, Violante, una funzionaria del ministero della Giustizia, e non il ministro dell’Interno, sebbene Ciancimino chiedesse la copertura del Viminale. “E certo che è strano! Mi domando tante cose, visto anche quel che è emerso l’altra sera ad Annozero da Martelli. Il quale però è sempre un po’ megalomane: è vero che lui diede grande impulso all’antimafia, ma anch’io. Con lui, la Ferraro e Livia Pomodoro avevamo riunioni quotidiane. Perché non fui informato di quel che faceva il Ros con Ciancimino?”. Vuol dire che l’hanno presa in giro? “Il Ros non dipendeva da me, ma dal ministro della Difesa (Salvo Andò, ndr). Io però ero il responsabile dell’ordine pubblico. Perché non mi dissero nulla? E perché, dopo via d’Amelio, non informarono la magistratura? Per responsabilità istituzionale avrebbero dovuto farlo prima, non 17 anni dopo”.

Dopo Capaci il decreto Scotti-Martelli non fu convertito in legge. E lei s’è lasciato sfuggire di essersi opposto all’appeasement con Cosa Nostra. Dunque aveva avuto sentore… ”Non ho detto di essermi opposto, ma che mi sarei opposto se avessi saputo. Certo, l’interpretazione dominante delle stragi era che Cosa Nostra tentasse di allentare la pressione dello Stato. Ma la risposta fu quell’incitazione ad arrestare i latitanti, una serie di leggi antimafia, 7 mila militari per le strade, l’accelerazione della Dia e della Superprocura, la conversione del decreto l’8 agosto”. Mai sentito parlare di quel che stava facendo il Ros? “Mai. Se Parisi, o Martelli, o la Ferraro fossero venuti a informarmi di trattative, avrei bloccato tutto. Sempre stata la mia linea: con le Br, con la camorra, con la mafia, con la P2. Quell’estate, a Capo d’Orlando, denunciai pure i traffici di Gelli, che muoveva capitali per 500 milioni al giorno”.

Ora che la trattativa è assodata, come la giudica?

“Mori ha ottenuto un ottimo risultato: la cattura di Riina, capo dell’ala stragista di Cosa Nostra, mentre Provenzano guidava i ‘trattativisti’. E’ certo, dalle carte processuali, che quell’arresto si deve anche ai colloqui con Ciancimino, che aiutò a individuare sulle mappe topografiche il famoso covo”. Dipende dal prezzo che pagò lo Stato: mancata protezione di Borsellino, mancata perquisizione del covo di Riina, mancato arresto di Provenzano nel ’95, mancata sorveglianza di Ciancimino che riceveva a domicilio Provenzano fino al 2002.

“Certo, quei 15 giorni di vuoto attorno al covo… Ma è materia per giudici. Se è vero quel che scrisse Ciancimino nel suo memoriale, il Ros non dava nulla in cambio. Ma se non fosse così, sarebbe un reato. Io non difendo me stesso, io difendo lo Stato. Se però pezzi di quello Stato, a mia insaputa, negoziarono un do ut des con la mafia, sono il primo a pretendere la verità. Voglio sapere chi trattò. E che sia punito”.

da: il Fatto Quotidiano

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