giovedì 17 settembre 2009

Se cade Silvio

di Marco Damilano

Nuove inchieste e rivelazioni. La tensione con Fini e il rischio di scissione nel Pdl. Le iniziative di Montezemolo e Casini. E il Cavaliere che medita elezioni anticipate


L'ordalia di primavera, la chiamano. I primi giorni della bella stagione, il 21 e 22 marzo 2010. Quando il ministro dell'Interno Roberto Maroni una settimana fa ha comunicato la data delle prossime elezioni regionali, i più sensibili osservatori delle cose di Palazzo hanno drizzato le antenne: come mai così presto? La Pasqua quest'anno cadrà il 4 aprile, ma che necessità c'era di fissare il voto a metà marzo, costringendo i partiti e i militanti a fare la campagna elettorale in pieno inverno? Era solo un pensiero fastidioso, un sospetto. Nessuno immaginava davvero che in soli sette giorni i rapporti interni al centrodestra sarebbero arrivati al punto di rottura, fino a rendere improvvisamente possibile un'eventualità che sembrava remota: le elezioni politiche anticipate, da tenersi negli stessi giorni delle regionali. "Vedo nuvole nere all'orizzonte", scruta i segni della fine dei tempi Mario Valducci, un forzista della prima ora, tra i più fedeli a Silvio Berlusconi. Perfino lui, ottimista di natura, si lascia andare alle profezie catastrofiche: "La ripresa di settembre è stata infernale. Un gran movimento di truppe, molta incertezza, un percorso accidentato. Chi può escludere in queste condizioni che tra qualche mese si torni a votare anche per il Parlamento?".

Un inferno, per il Cavaliere: i verbali dell'imprenditore Giampaolo Tarantini con l'elenco della 30 ragazze transitate a casa Berlusconi in cinque mesi, tutte puntigliosamente indicate con nome d'arte, tariffario e data di prestazione. Un bel carosello di Karen, Esther, Maristel, Hawa che entrano ed escono da palazzo Grazioli, la residenza del presidente del Consiglio, su macchine con i vetri oscurati, produzione in serie. Le rivelazioni dei pentiti a Palermo sulle stragi di mafia del 1992-93 e sulla nascita dei nuovi partiti della Seconda Repubblica, mentre si attende la sentenza d'appello sul senatore Marcello Dell'Utri già condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Convulsioni finali del berlusconismo su cui può arrivare a incendiare tutto, come un fiammifero in una petroliera, la sentenza della Consulta sulla costituzionalità del lodo Alfano prevista per il 6 ottobre, che il premier aspetta come il momento della verità, quello in cui può decidere di andare avanti con il suo governo. O, al contrario, di dichiarare guerra al mondo intero.

Chi può escludere, in questo scenario da ultimi giorni dell'Imperatore, che tutto si concluda con la prova finale, il giudizio di Dio, "l'ordalia" invocata da Gianfranco Fini? La sfida estrema, il plebiscito popolare con cui il Cavaliere vuole chiudere definitivamente i conti. Con i nemici tradizionali: la magistratura, la stampa non allineata, quelli che in democrazia sono i contropoteri e per Berlusconi rappresentano soltanto un pericolo da spazzare via. E con i nuovi complottatori, più interni che esterni, quelli che mirano a eroderne il potere fino a sostituirlo: il presidente della Camera in testa.

Non lo esclude nessuno, e infatti si stanno preparando tutti. Le scosse che agitano la politica non descrivono la normale ripresa di attività di una legislatura che ha appena raggiunto i 15 mesi di vita, con una maggioranza che a Montecitorio può contare su oltre 60 deputati di vantaggio e con il governo che avanza a colpi di voti di fiducia al minimo rischio di dissenso. Sono giorni di fibrillazione. Riunioni. Incontri. Conte dei fedelissimi. Un clima da fine legislatura. Con protagonisti vecchi e nuovi che si preparano a tutti gli esiti: un dopo Berlusconi che cominci fin da ora, con un imprevedibile rimescolamento degli schieramenti già in questo Parlamento. O che passi per traumatiche elezioni anticipate al buio.

"L'importante è evitare false partenze", hanno scherzato durante l'ultimo incontro gli emissari centristi con Luca Cordero di Montezemolo, un esperto del ramo. Il presidente della Fiat e della Ferrari, infatti, per ora resta ben nascosto nei box, si limita a far rombare il motore. Si consulta con un ristretto gruppo di amici legati all'Udc di Pier Ferdinando Casini. E con il presidente della Confcooperative Luigi Marino e l'ex segretario della Cisl Savino Pezzotta, due esponenti del mondo cattolico legati all'ala della Conferenza episcopale più vicina al cardinale Camillo Ruini, oggi furiosa con Berlusconi dopo la ferita delle dimissioni del direttore di 'Avvenire' Dino Boffo e alla ricerca di nuovi interlocutori politici. Sono loro a fare da mediatori tra i vertici della Chiesa italiana e l'ex presidente di Confindustria voglioso di scendere in pista. Intanto, si prepara con cura la prima uscita pubblica del think tank montezemoliano Italia Futura, sede in viale Parioli, il quartiere simbolo dell'alta borghesia romana, affidato ad Andrea Romano, storico e editorialista del 'Sole 24 Ore' con un passato nella fondazione dalemiana Italianieuropei: esordio il 7 ottobre nelle sale di palazzo Colonna, relatori il fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi (uomo di punta della stagione ruiniana) e, chi altrimenti?, il presidente della Camera Fini. Con cui l'uomo del cavallino rampante intrattiene lunghe e amichevoli conversazioni.
Montezemolo, Fini, Casini: un intreccio che ricorda il primo tentativo del presidente della Ferrari di affacciarsi alla politica. Era l'autunno 2007, Luca alla guida della Confindustria era a fine mandato e la tentazione di entrare in campo con un nuovo partito era irresistibile. Il momento sembrava favorevole, Berlusconi aveva appena lanciato il Pdl dal famoso predellino ricevendo una gelida risposta da parte dell'allora leader di An: "Siamo alle comiche finali", scandì Fini. Anche Casini era da tempo in rotta di collisione con il Cavaliere. I tre parevano destinati a incrociarsi nel progetto di un nuovo soggetto politico destinato a sfidare l'egemonia di Berlusconi nell'elettorato moderato. Poi si sa com'è finita: qualche settimana dopo il governo Prodi è caduto, Fini è tornato a più miti consigli ed è entrato nel Pdl, Casini ha divorziato dal centrodestra ed è andato al voto con il simbolo dell'Udc, Montezemolo è rimasto al pit-stop.

Ora la situazione si è pesantemente aggravata. E con i leader che fiutano l'aria di fine regime e si rimettono in movimento. Il più rapido, al solito, è stato il presidente della Camera. Appena qualche settimana fa la sua strategia sembrava consolidata: tempi lunghi per far crescere il suo progetto, la costruzione di un Pdl laico, liberale, modernizzante, pluralista, tutto il contrario dell'attuale partitone berlusconiano, insomma, e per consolidare la sua figura istituzionale in vista di futuri, più alti incarichi, senza perdere mai di vista la meta che ogni politico (Berlusconi compreso) sogna di conquistare, il Quirinale.

Negli ultimi giorni, però, il primo inquilino di Montecitorio ha sentito il bisogno di cambiare marcia, di dismettere i panni della terza carica dello Stato per rivestire quelli di capo politico. Colpa, certo, dell'assalto a freddo del 'Giornale' di Vittorio Feltri, flebilmente smentito da Berlusconi secondo un copione già collaudato con il povero Boffo. Un'aggressione in cui gli uomini di Fini leggono la volontà berlusconiana di azzerare politicamente il presidente della Camera, ricacciarlo verso un ruolo notarile, modello Schifani. "Il premier è entrato in una spirale complottista, una logica da bunker, è circondato da persone che alimentano questo clima e lo mettono in guardia dai presunti nemici", spiega il direttore di FareFuturo Alessandro Campi. I finiani si erano già attivati prima della sparata di Feltri, con un pranzo riservato, in apparenza per discutere della legge sul testamento biologico, che Fini considera il banco di prova su cui contare quanti condividono nel Pdl la sua idea di partito e quanti invece la contrastano. Ma in realtà la conta è già iniziata, e sul tema più scivoloso: il dopo-Berlusconi, "un processo che andrebbe gestito politicamente dallo stesso premier e che invece rischia di diventare distruttivo per tutti", attacca Campi. Quanti sarebbero i parlamentari del Pdl disposti a contrastare il Cavaliere in nome della legalità costituzionale difesa da Fini se si dovesse precipitare verso elezioni anticipate? Nel gruppo ristretto che circonda il presidente della Camera, informalmente, circola qualche numero: i fedelissimi di Fini, sulla carta, sono appena una trentina. Tra loro, l'avvocato Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera, il sottosegretario Adolfo Urso, l'ex radicale Benedetto Della Vedova, il direttore del 'Secolo' Flavia Perina, il siciliano Fabio Granata autore della proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati che ha fatto infuriare la Lega e non solo: sul sito del Pdl campeggia una frase di Berlusconi, "il voto agli immigrati è uno stratagemma comunista". Tutti schierati in difesa del loro leader, in attesa dell'intervento di Fini in prima persona nei sotterranei del Park Hotel dei Cappuccini di Gubbio, alla scuola di formazione del Pdl.

Ma il numero dei deputati attratti da Fini potrebbe aumentare in caso di scontro all'arma bianca tra il presidente della Camera e il presidente del Consiglio. Fino a sfiorare quota 60, intorno alla quale anche il più solido dei governi comincia a traballare. Non è un caso che negli ultimi giorni sia uscito allo scoperto il vice-capogruppo del Pdl Italo Bocchino, finiano a lungo piuttosto silenzioso e ora di nuovo loquace e in sintonia con il capo, anche lui finito subito nel tritacarne di Feltri. Uno scontro che può determinare il destino del Pdl, del governo, della legislatura. Con Fini e i suoi che si organizzano come una corrente, un partito nel partito che può avvalersi della fondazione FareFuturo e del patrimonio dell'ex Movimento sociale al sicuro. Senza escludere neppure l'ipotesi di una clamorosa scissione, nel caso la convivenza tra berlusconiani e finiani dovesse diventare impossibile.
Terremoti politici che aprono magici spazi di manovra per l'altro cinquantenne inquieto, a lungo considerato gemello del presidente della Camera, il leader dell'Udc Casini. Il partito centrista è impegnato nelle trattative sulle elezioni regionali: è determinante in almeno sette regioni e gioca su tutti i tavoli. In Campania, per esempio, potrebbe andare da solo. Nelle Marche e in Liguria è a un passo dall'accordo con il centrosinistra. Nelle regioni chiave, il Lazio, la Puglia, il Piemonte, la Calabria, il partito di Casini vende caro il suo appoggio, al Pd ma anche al Pdl.

Il felpato gioco dei due forni, specialità della casa che si apprende fin da piccoli alla scuola democristiana, potrebbe essere spazzato via dallo scontro totale provocato da nuove inchieste giudiziarie su Berlusconi e dalla bocciatura del lodo Alfano. Casini l'ha già detto: "In caso di emergenza potremmo fare una grande coalizione con la sinistra". Bruno Tabacci è più esplicito: "Serve un nuovo Comitato di liberazione nazionale da Berlusconi". Ora il momento sembra arrivato. Montezemolo, Fini, Casini ognuno per sé, marciare divisi per colpire uniti, la costruzione di un partito moderato contrapposto al polo populista Berlusconi-Lega. Non è tempo per raffinati esperimenti politici, però. Il dopo Cavaliere è già partito e sarà una guerra. L'unico che sembra rallegrarsene è lui, il premier. Che prepara le elezioni anticipate per spezzare i giochi di successione. L'ordalia di primavera.

da l'espresso on line

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