lunedì 28 settembre 2009

Dalla Corte d’assise i primi dubbi sul ruolo del pentito


I giudici del terzo processo per la strage di via D'Amelio hanno riconosciuto che ci sono ancora molti punti oscuri. «La Corte è pienamente consapevole che la ricostruzione dei fatti che intende offrire è gravemente lacunosa, rimanendo tuttora non identificata una larga parte degli attentatori e dovendosi ancora sciogliere innumerevoli e importanti interrogativi riguardo alle modalità operative seguite dai medesimi...Certamente, una grave responsabilità va addebitata a quegli imputati coinvolti nella fase esecutiva che, pur avendo deliberato di collaborare con l’autorità giudiziaria, hanno mantenuto un atteggiamentogravemente reticente in ordine a molti aspetti della propria – e altrui – partecipazione alla strage». Sulle dichiarazioni del pentito Scarantino si afferma: «La sua collaborazione ha provocato un notevole dispendio di risorse investigative ed ha a lungo impegnato gli inquirenti nel gravoso sforzo di discernere le poche verità dalle molte menzogne che hanno infarcito le sue dichiarazioni». Per la corte d'assise, Borsellino fu ucciso «per agevolare la creazione di nuovi contatti politici» in esecuzione di un disegno «volto ad esercitare una forte pressione sulla compagine governativa...e indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica».

Il riferimento è alla cosiddetta «trattativa» che si sarebbe svolta nell'estate del 1992 e di cui ha parlato per primo (nel gennaio 1993) Vito Ciancimino. Poi, nell’agosto del 1996, Giovanni Brusca ha rivelato l'esistenza di una serie di richieste che Salvatore Riina avrebbe avanzato allo Stato in cambio della fine delle stragi. Il documento nel quale quelle richieste sarebbero state riassunte è stato chiamato «papello» ed è al centro delle nuove indagini della procura di Palermo. Secondo Brusca, uno dei terminali di questa trattativa sarebbe stato l’allora ministro dell'Interno. Nicola Mancino, che ha sempre respinto il sospetto, di recente è stato interrogato dalla procura di Caltanissetta. Un altro importante pentito, Tullio Cannella ha riferito che la strage di via D'Amelio «venne eseguita per fare una cortesia ad altre persone» estranee a Cosa nostra. Un movente ritenuto valido anche da una nota del 1994 della Direzione investigativa antimadia dove si afferma che la morte del giudice Borsellino «non sembra sia da ricondurre eslcusivamente agli interessi immediati di Cosa Nostra».

da l'unità.it

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