martedì 28 luglio 2009

"Un deputato della mafia" nella notte della sentenza

Lunga camera di consiglio del tribunale di Palermo per la sentenza nel processo contro l’ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante, un radiologo molto noto nel capoluogo siciliano, accusato di associazione mafiosa assieme a un altro medico, Antonino Cinà, e a sette imputati, tra i quali (per una estorsione) Bernardo Provenzano. I pm Antonino Di Matteo e Gaetano Paci hanno chiesto la condanna di Mercadante a 14 anni di reclusione, di Cinà (e di un altro imputato, Lorenzino Di Maggio) a 16 e di Provenzano a 9. I giudici si sono riuniti in camera di consiglio alle 10 di ieri mattina.

Un processo delicatissimo. Giovanni Mercadante, al contrario di altri politici che in passato sono rimasti coinvolti in inchieste su Cosa Nostra, è accusato di aver fatto parte dell’associazione e non solo di «concorso esterno». Su di lui pesa il sospetto di essere stato una creatura politica di Bernardo Provenzano. Non solo per aver avuto col padrino dei rapporti d’affari nel settore della sanità, ma per aver stabilito un accordo: in cambio dell'appoggio dei clan alle elezioni regionali del 2001 e del 2006 avrebbe garantito l’ingresso in politica, nelle fila di Forza Italia, del nipote di un boss.

Tutto nasce nel 2005-2006 da un’intercettazione ambientale e prima ancora, nel 2001, da un «pizzino» rinvenuto in un covo di Provenzano. Nel messaggio il figlio del boss chiedeva al padre il permesso di incontrare Mercadante per una visita. Il nome del medico non era indicato in chiaro, ma con un codice numerico, precauzione che ovviamente insospettì gli investigatori. Ma probabilmente non si sarebbe andati oltre un sospetto di connivenza - Mercadante infatti fu candidato e ottenne un ottimo successo personale
- se tra il 2005 e il 2006 non fossero state effettuate delle intercettazioni ambientali in una baracca di lamiera dove Antonino Cinà incontrava il boss Nino Rotolo. Cinà non è un mafioso qualsiasi. E' stato testimone della consegna del papello di Riina nelle mani di Vito Ciancimino a cavallo tra le stragi di Capaci e via D'Amelio. In aula si è definito "un paciere, un po' come l'ONU". «Mi sono visto con Mercadante - dice Cinà a Rotolo -, gli ho fatto una premessa: sono finiti i tempi che ci potevate prendere per fessi, qua non si esce… tu mi dai e io ti do…». È, per gli inquirenti, la prova del patto: in cambio dell'appoggio per le regionali del 2006 Mercadante deve appoggiare alle comunali Marcello Parisi, a cui Cinà tiene molto. Poche settimane dopo l'offerta viene accettata e registrata dalle microspie. Il giovane Parisi entra così nel «motore azzurro», la struttura ideata da Marcello Dell'Utri e inizia la sua carriera. Mercadante viene fotografato con i supporter azzurri del clan Parisi fino a quando il 29 marzo 2006 Cinà si reca nella segreteria elettorale di Mercadante. Bisogna pilotare un concorso per primario al Civico di Palermo - e Mercadante consiglia di rivolgersi a Gianfranco Micciché, oggi leader del neonato partito del sud - e altri affari, il quale ha sempre negato di aver saputo alcunché di questa vicenda.

Poche settimane dopo quell'incontro, scatta l'operazione Gotha. Finiscono tutti dentro. Rotolo, Cinà, il giovane Parisi e altri 40 uomini d'onore. Il 10 luglio 2006 viene arrestato Mercadante.
Al processo contro l'esponente di Forza Italia va anche Massimo Ciancimino, oggi testimone dell'inchiesta sulle trattative tra stato e mafia. Racconta della Palermo alto borghese dove stato, imprenditoria e mafia fanno affari. Il 3 maggio 2009 Ciancimino jr rivela: «Almeno tre volte, fra il 1999 e il 2002, ho visto Provenzano nella casa romana dove mio padre era ai domiciliari, vicino a piazza di Spagna. Mio padre era certo che ci fosse uno pseudo-accordo in base al quale Provenzano si poteva muovere tranquillamente, in Italia e all' estero».

In aula Mercadante ha negato il rapporto con Provenzano ma ha anche fatto chiaramente intendere di non avere alcuna intenzione di diventare il capro espiatorio dei rapporti fra mafia e politica. Nell’ammettere di aver conosciuto Leoluca Di Miceli, già finito in carcere con l'accusa di essere uno dei cassieri di Provenzano, ha fatto un’affermazione che è suonata come un messaggio a tutto il suo ambiente politico, «Nel 1996, non ero candidato. Di Miceli e suo genero Leo Pomilla sostennero Misuraca, candidato di Forza Italia alle regionali, chiamando in causa l’attuale presidente del Senato Schifani, in corsa per le nazionali... L' avrebbero votato a prescindere, perché Schifani era il solo candidato che si opponeva alla sinistra».

da l'unità.it


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