martedì 21 luglio 2009

Il Padrino non parla mai a caso


di Francesco La Licata

Fedele al ruolo che la storia recente le attribuisce, Palermo sembra tornare alla vecchia vocazione di laboratorio che sperimenta trame e «prove d’arte» per sceneggiature poi puntualmente esportate nel panorama nazionale. È, questo, un timore fondato, se il Capo dello Stato ha avvertito la necessità di intervenire, documentando così la sua protettiva attenzione, in una vicenda scivolosa che coinvolge le recenti esternazioni di due soggetti molto «particolari», come Totò Riina e Massimo Ciancimino (figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, è già stato condannato per riciclaggio e ora è teste in numerosi processi di mafia) che il Quirinale definisce «discutibili».

Che succede, dunque, a Palermo? Non è facile dare risposte ad una domanda che puntualmente si ripropone ogni volta che i miasmi del pozzo nero del potere mafioso restituiscono antichi interrogativi irrisolti e nuovi scenari incomprensibili. Ascoltando le parole del vecchio «padrino» di Cosa nostra torna alla memoria, giusto per fare un esempio concreto, un anonimo inviato nel 1992 ad un fitto elenco di autorità (Quirinale compreso). Era un documento di una lucidità impressionante che «spiegava» - col sistema più dell’ammiccamento che della prova limpida - la tragica fine del giudice Giovanni Falcone.

La inseriva al culmine di una asserita strategia politico-istituzionale tendente a guidare sostanzialmente il trapasso dalla prima alla seconda Repubblica. E non casualmente il testo, carico di fatti, misfatti e retroscena più o meno inconfessabili, si chiudeva con un elenco che proponeva - in sostanza - di scandagliare giudiziariamente in pratica tutte le realtà economiche e finanziarie siciliane e non solo, dagli Anni Sessanta ai Novanta.

Dopo quell’anonimo, rimasto tale malgrado acclarati contatti coi principali sospettati, fu ucciso anche Paolo Borsellino. Oggi dagli interventi dei «discutibili» Riina e Ciancimino apprendiamo che in mezzo alle due tragedie (siciliane ma nazionali) fu stilato un «papello», cioè un elenco di richieste avanzato da Cosa nostra allo Stato perché fosse alleggerita la posizione giudiziaria dei capi della «cupola». Ancora una scritto viscido, dunque, al centro di un dialogo innaturale fra «guardie e ladri».

Per lunghi anni quel «papello» è rimasto quasi una suggestione impalpabile. Ne parlavano i pentiti ma era un favoleggiare più che altro. Poi il figlio di Ciancimino ha trasformato la suggestione in una prova. Ha detto di essere in grado di esibire il famigerato pezzo di carta, custodito in una cassaforte all’estero.

Non si sa se e quando sia avvenuta la «consegna ufficiale», ma - a giudicare dalla reazione di Riina - sembra proprio che il «pezzo di carta» cominci a creare qualche irrequietezza.

Se Riina sente la necessità di affidare al suo avvocato il messaggio-ricatto alle Istituzioni («Borsellino l’hanno ammazzato loro») deve aver percepito che si è creata la necessità di mettere in moto un tipo di meccanismo simile a quello del ’92, che paralizzò il Paese mentre cambiava lo scenario politico. Allora le bombe, oggi la strategia mediatica dello sfascio istituzionale. E chi conosce il mondo criptico dell’esoterismo mafioso, assicura che il messaggio del «Padrino» è anche «stabilizzante» rispetto alla propria leadership («Tranquilli, il capo sono ancora io e posso interloquire con chiunque»). Resta un fatto: Riina ha «dovuto» parlare, anche a costo di dovere in qualche modo certificare l’esistenza (sempre negata) della mafia, spingendosi ad ammettere di essere stato non coprotagonista di una «trattativa», ma «oggetto».

L’altro fatto riguarda Ciancimino e la sua capacità dirompente, non si sa quanto gestibile dallo stesso «teste a tutto campo». Coinvolge politici in una «normale» storia di corruzione, ma poi caccia dal cilindro tre documenti inediti: tre lettere che la mafia avrebbe inviato al presidente del Consiglio in un periodo compreso tra il ’91 e il ’95.

A differenza del «papello», si ha prova dell’esistenza delle tre lettere, che si apprestano ad entrare nel processo d’appello contro il senatore Dell’Utri, con l’immancabile conseguenza di un coinvolgimento, almeno di immagine, del premier.

Un tiro mancino dalla Sicilia che, proprio in questo momento, comincia a far mancare a Berlusconi il tradizionale plebiscito, dirottando il consenso sul «Partito del Sud» che governa in Sicilia stravolgendo ogni rapporto di forza e di affari.

da LaStampa.it

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