mercoledì 8 luglio 2009

I giornalisti di prima linea e l'antifascismo di oggi


di Riccardo Orioles

Il Pil, secondo la Corte dei Conti, "è sceso ancora dell'uno per cento e il debito pubblico ha raggiunto la cifra di 1663,65 miliardi, pari al 105,8% del Pil". Il rapporto deficit/pil è salito al 9,3 per cento. Lo Stato è sotto di almeno 34 miliardi di euri. Il governo, se ancora esiste, non ha idea di come affrontare questa catastrofe. Tira avanti giorno per giorno, fra uno scandalo e l'altro. Ha solo due idee chiare: trovare un capro espiatorio - immigrati, stranieri – su cui scatenare gli odii, esattamente il fascismo con gli ebrei; e impedire a ogni costo che la gente sappia qualcosa. Propaganda, bavaglio, e ora anche leggi apposta antigiornalisti, servono a questo. Da questi due punti di vista è esattamente come ai tempi del fascismo.

Le leggi razziali ci isolano dall'Europa e portano a galla gli elementi più feroci del regime (ieri i Farinacci, oggi i Bossi). Il blocco dell'informazione (non a caso il governo esalta Putin e Gheddafi) produce una “democrazia” annacquata, non abolita formalmente ma resa inutile di fatto.

In questo quadro, il ruolo del giornalista libero è vitale. E' un'area che si estende sempre più: non solo i resistenti singoli di un tempo, ma aree sempre più ampie del giornalismo “ufficiale” (non ci stancheremo di sottolineare l'importanza dello spostamento “a sinistra”, in questi mesi, di soggetti come l'Ordine dei Giornalisti e la Federazione): anche ai tempi di Mussolini i giornalisti “perbene” divennero in gran parte antifascisti. Restano tuttavia decisivi i “fanti” in prima linea, quelli di guardia nel deserto. Lasciarli soli ora è pericolosissimo, perché dietro di loro non c'è ancora una linea di resistenza organizzata e dunque non possono cedere a nessun costo. Uno, come i lettori sanno, è Pino Maniaci. “C'è un piano della mafia per eliminarmi”. “Le famiglie di Borgetto, Montelepre, Partinico, Cinisi e Terrasini”. “Hanno dato il via libera in queste settimane”. Non sono affermazioni da poco, dette da Pino. Ci impongono solidarietà e attenzione - solo pochi politici ne hanno avuta: Lumia, la Borsellino, il solito Giulietti - ma ci chiedono anche una strategia generale, di contrattacco.

Poche parole ancora servono per delineare, nel fascismo-antifascismo in cui ormai viviamo, l'obbligo della solidarietà con I Siciliani. Sono stati un modello di lotta, di tener duro, di coerenza. E anche, nei momenti più alti, un modello organizzativo, da imitare. Non solo giornalisticamente (inchieste e cultura civile), ma anche politicamente, se riusciamo a dare a dare a questa parola un senso alto, da comitato di liberazione, e non da semplice affare di partiti. A metà degli anni Ottanta, e poi nel '92-93, e ancora – con altri nomi – negli anni dopo, la storia dei Siciliani (Siciliani, SicilianiGiovani, l'Associazione I Siciliani, la prima società civile militante insomma) ha costituito per l'antifascismo-antimafia di oggi ciò che i vari Gobetti e Salvemini, il Partito d'Azione, il Non mollare, furono per l'antifascismo antico. Una radice e un nucleo, provvisorio e immaturo, da migliorare; ma solido e nettissimo, e in grado si tradursi prima o poi in resistenza generale. Per questo bisogna studiare la storia dei Siciliani, con tutti i loro limiti ma con le loro intuizioni; e solidarizzare col vecchio gruppo, che forse non fu sempre all'altezza (ma neanche i primi antifascisti lo furono) ma si batté sempre con coraggio incredibile e dedizione, spendendosi “ingenuamente” per il bene comune.

Questo, nell'Italia di oggi, è un patrimonio prezioso, che non va sprecato. I Siciliani appartengono a tutti, non possono essere rimossi da nessuno. Cambiano a ogni generazione i volti e i nomi; non è neanche indispensabile che si chiamino sempre I Siciliani, né che siano sempre incarnati dalle stesse persone. La loro esistenza è tuttavia incontestabile, dopo un quarto di secolo di lotte e di dolori. E questo è davvero un miracolo, una felicità da continuare.

da liberainformazione.org

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